Un viaggio nel nulla occasionalmente localizzato nel Missouri, che ha nel freddo e la desolazione dei punti di contatto con Frozen River, ma con un’identificazione più forte dei personaggi e un’ancora più accentuata indeterminatezza dello spazio. Vincitore al Torino Film Festival dei premi per il miglior film e la migliore attrice e al Sundance del premio delle giuria, Winter’s Bone osserva le vicende della diciassettenne Ree.
Ree vive in una delle tante baracche di legno disperse fra boschi e paludi, assieme alla madre pazza e due fratelli più piccoli ai quali insegna ad usare il fucile e scuoiare scoiattoli. Quando rischiano di perdere la casa ipotecata dal padre cuoco d’anfetamine per pagarsi la cauzione, Ree parte alla ricerca del genitore, o dei suoi resti.
Ree, come le figure che incontra durante la sua ricerca, ha la scorza dura, necessaria ad usare violenza o a subirla, in un luogo privo di struttura e regolato dai rapporti di sangue e da codici criminali svuotati d’ogni fascino epico o rituale. In un realistico abbandono venato da blues decadente Debra Granik descrive la vita di persone letteralmente marginali attraverso uno sguardo freddo ma presente, senza ricorrere al patetismo o all’eccessivo distacco.
(3,5/5)
Mi avevano caricato di aspettative, visto ieri sera e avrei voluto quasi troncarlo… se non fosse che mi era stato consigliato da una persona con gusti molto simili ai miei.
Alla fine, è la solita americanata triste-drammatica. Non mi viene nient'altro da aggiungere.
sì, fra le "americanate" ci sono anche quelle dall'aspetto desolato, le preferisco, e devo dire che tutto sommato questo film non m'è dispiaciuto, m'è parso avere una sua identità, molto fredda, molto secca.
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