Sin dai titoli di testa, scritte in corsivo rosa accompagnate da musica sintetica, Drive prende posizione. La posizione, precisamente, è negli anni ’80, tra un Vivere e Morire a Los Angeles di William Friedkin e un Manhunter di Michael Mann. Altro elemento immediatamente descrittivo è la meritata Palma per la miglior regia che il film ha conquistato a Cannes. La storia raccontata da Drive, infatti, è uno standard (nome anche di uno dei protagonisti) che Refn esegue, ancora una volta – come in Bronson e Valhalla Rising – , in una chiave densa di omaggi e riferimenti, ma fortemente personale.
In misura maggiore per la semplicità e classicità dell’intreccio di quest’ultima sua opera, storia di un antierore quasi muto, pilota stuntman alle prese con criminali sanguinari, amicizia virile e amore romantico, l’ambigua incisività di Drive va ricercata nelle capacità del suo autore. Nella costruzione dei tempi, la gestione degli spazi e del sonoro, la messa in scena di momenti di violenza preannunciati ma comunque straordinariamente d’impatto. Tutto è meno eclatante ed evidente rispetto ai suoi film precedenti, ma più diffuso lungo l’intera durata di un film curato nei minimi particolari, che sa proporre rapine fuori campo, città di vetro e artificiali luci notturne riportando lo spettatore a una nuova “prima volta”. Che è poi il senso e l’obiettivo di ogni riuscito film di genere, quello di arrivare a catturare il suo pubblico tanto da immergerlo ancora nella sorpresa di luoghi cinematografici che credeva di conoscere alla perfezione.
Drive, dunque, è un film d’immagini e regia, associa a figure e vicende stereotipate una dimensione indecifrabile e difficile da gestire. La reazione, naturalmente, varia da soggetto a soggetto, e in sala si possono ascoltare i danni fatti da una rappresentazione tarantiniana, grottesca della violenza che viene evocata a sproposito dal pubblico (e anche da alcuni critici) come una via di salvezza punteggiata da risate nervose. Non è tragicomica né catartica la violenza di Refn, e a ben guardare riesce anche a evitare pruriti manichei, vendicativi e apologetici (Padroni della Notte, sto pensando a voi).
(4/5)
Chiudendo passo per il trailer della Viennale girato da David Lynch. Qualora qualcuno non ne fosse ancora sicuro, quell'uomo è pazzo, per quanto trascendentalmente.
buongiorno! Ho letto la recensione che hai lasciato su mymovies, subito dopo il mio commento. Vorrei farti sapere che mi è piaciuta molto.
Ciao, Roberta
benvenuta roberta. ti ringrazio e torna quando vuoi :)
GENIO! DAVIDLYNCH è GENIO!
avrei molta paura a stargli vicino da solo, ma è GENIO!
(andrea.)
quel trailer è meraviglioso. VOGLIO QUEL FILM ORA.
uff. E non è un film.
Mi sono illusa per trenta secondi.
Scusami, vado a farmi una pera di caffé, direttamente nelle vene.
A me Valhalla non mi ha entusiasmato, e quindi non so se vedrà Drive…Poi con l'accostamento al trailer davvero gustoso di Lynch…davvero, perchè perdere tempo? ;-)
Emmeggì
andrea, di fronte al maiuscolo e il punto esclamativo non posso avere niente da eccepire. sappi, però, che è impossibile stare vicino a lynch perché non esiste, la sua figura è il risultato del montaggio antinarrativo su un tizio che si chiama Antonio Caputo.
alice, vedi il lato positivo, HAI già QUEL FILM ORA.
emmeggì, valhalla a me è piaciuto e credo che refn sia uno degli autori più interessanti in circolazione. drive, ad ogni modo, è molto diverso dal suo film vichingo. qullo di lynch, perché sia chiaro, è il trailer per la viennale, non seguirà altro. forse un suo cd, in questi mesi.
Il video di Lynch è in loop da ieri.
Grazie.
al
figurati. in compenso ho scritto il pezzo su apposta per farti incazzare :)
Ti rifierisci a "I padroni della notte"?
al
riferisci*, magari.
o parli di Arriety?
mi riferivo all'invettiva contro lo studio ghibli.
alice, vedi il lato positivo, HAI già QUEL FILM ORA.
grazie, sto ridendo.
Ora che l'ho visto e recensito anche io, non posso che essere d'accordo con quanto scrivi.
Ma sullo Studio Ghibli sono d'accordo con te.
L'ultimo vero film di Miyazaki è stato La città incantata.
Howl e Ponyo sono passati subito nel dimenticatoio.
Non parlo del figlio Goro perchè non sparo sulla croce rossa.
Di Arriety invece sto rimandando la visione da mesi, chiediti perchè…
Al
Al: però Howl, per me, è legato a una giornata bellissima. :) e non riesco a considerarlo un "minore", anche in virtù di quella primissima visione.
ovviamente parlavo del film.
quella giornata per me è indimenticabile.
al
ale, contento che sia piaciuto anche a te. di refn mi manca ancora pusher, a questo punto è da recuperare.
al, mi ti ricordavo difensore di ponyo. vabbè, arriva sempre nella vita di un uomo un momento in cui ci si rende conto che ho ragione io. mentre ricordo perfettamente la sofferenza condivisa per goro, figlio degenere.
domanda tendenziosa ma che nelle intenzioni non è retorica:
la storia dello standard non rischia di diventare l'alibi perfetto per giustificare una trama piatta e prevedibile e una serie di personaggi monodimensionali e con un che di macchiettistico?
Fabio
la domanda è più che giusta, la risposta è necessariamente soggettiva. la mia è nelle frasi: "un film curato nei minimi particolari, che sa proporre rapine fuori campo, città di vetro e artificiali luci notturne riportando lo spettatore a una nuova “prima volta”. Che è poi il senso e l’obiettivo di ogni riuscito film di genere, quello di arrivare a catturare il suo pubblico tanto da immergerlo ancora nella sorpresa di luoghi cinematografici che credeva di conoscere alla perfezione.".
naturalmente si può essere più intransigenti, e in ogni caso non accettare i cliché. il film di refn (che nei suoi due film precedenti ha gestito soggetti sicuramente più particolari) credo abbia assolutamente meritato il suo premio alla regia, e in alcuni casi una storia non troppo originale o complessa può aiutare ad apprezzare gli accorgimenti estetici ed esclusivamente cinematografici, senza essere "distratti" dal plot. poi, credo che ognuno si affezioni ad archetipi differenti (li usavano i greci, li usava shakespeare…), a me queste figure silenziose, onnipotenti e contemporaneamente votate alla sconfitta piacciono molto.
",,,a me queste figure silenziose, onnipotenti e contemporaneamente votate alla sconfitta piacciono molto."
:)
al
Ach'io trovo la domanda di Fabio più che legittima e confesso che spesso di fronte a film che rimpastavano in un certo modo i generi con "trame" che erano un'accozzaglia di già visto restavo deluso e mi ci arrabbiavo anche. Ma a fare la differenza, in questi casi, come scrive anche iosif, è la regia. Anzi, è di fronte a questo tipo di cinema che si vede subito se l'autore è uno coi cosiddetti o meno. Da ammiratore di Leone non posso che apprezzare i registi che montano e smontano i generi, ma – ed è qui lo scarto fondamentale – avendo ben chiara in testa un'idea di cinema originale e personalissima. Cosa che Drive urla da ogni minima inquadratura, dal montaggio al ritmo, dai silenzi agli scoppi improvvisi di violenza. Per non parlare delle prove superlative dell'intero cast.
Noodles
t'appoggio tutto.