Cheyenne è una ex rockstar con i capelli e il trucco di Robert Smith e la lentezza consunta di Ozzy Osbourne. Sorrentino è un ottimo regista italiano che in America torna alle suggestioni delLe Conseguenze dell’Amore, richiamando ancora la lentezza e l’indipendenza di Jarmusch. E di Sofia Coppola, che è meno talentuosa e molto più svogliata di Sorrentino, ma più americana. E di altri come loro, attratti da volti irresistibilmente inespressivi, storie sospese, colori freddi, fingono di raccontare la realtà e intanto la trasformano in una natura morta.
This Must Be the Place è un tuffo nella (contro)mitologia, nell’(anti)epica cinematografica (e pittorica. musicale, letteraria) che da tanto ha scelto tempi e spazi, ha scelto di evitare le bellezze e i simboli più identificati per concentrarsi su dettagli a misura d’uomo, vicini alla solitudine e alla depressione. Quella di Paolo Sorrentino è affascinata epica dell’antiepica, e se qualcosa si deve amare ed emulare, è bello – e giusto – che sia questo. Ed è bello che a farlo sia un regista che ritiene importante ogni inquadratura e lascia volare la macchina da presa come spesso faceva Altman, esprimendo un senso di ironica necessità e costruendo accuratamente il suo distacco.
Cheyenne è un signor personaggio, compare sullo schermo come una maschera e in pochi minuti le sue debolezze diventano giuste e condivise, il suo volto l’unico possibile. Fra geometrie commerciali e deserti tardocapitalisti si muove con fiero impaccio, gestisce per inerzia l’esistenza e ripercorre alcune delle strade di Broken Flowers. La sua è una storia scritta, densa di coincidenze e piccolezze significative, ed è un errore credere che l’autore di quella storia sia più interessato all’immagine che al racconto. La scrittura di Sorrentino è come la sua regia, riguarda altro. A volte occuparsi di altro porta ad accostamenti pretestuosi e a una diversa forma di estetismo visivo e narrativo, ma rimane comunque un esercizio molto più complesso e interessante dell’occuparsi di quel che è sempre al centro dell’attenzione.
(4/5)
mi ripeto? mi ripeto. Ennesimo film che recupererò e che attendevo (e continuerò ad attendere, of course).
Probabilmente abituatomi ai livelli raggiunti dal Divo mi aspettavo qualcosa di più, ma con una sola visione non me la sento di scriverne. Conto di vederlo una seconda volta.
forse avevi ragione quando mi definivi troppo cattivo…o forse ho ragione io a stroncare questo film…o forse la ragione sta nel mezzo…ma più probabilmente la ragione non c'è e noi nuotiamo confusi in un mare di caos…
comunque passavo per un saluto…e, anche se non condivido (non in linea di principio, ma nel caso specifico), ma mi piace molto il passaggio in cui "è un errore credere che l’autore di quella storia sia più interessato all’immagine che al racconto. La scrittura di Sorrentino è come la sua regia, riguarda altro".
"Bad As Me" spacca.
ciao cinemasema. il divo è probabilmente superiore, ma quest'ultimo pure esercita su di me un certo fascino (non fosse per quel finale, dannaz…).
ciao zenn, un saluto anche a te. è vero, sei troppo cattivo. con le minchiate che ci propinano, sorrentino è uno che senza dubbio s'impegna. detto ciò, bad as me è una ficata e gira senza sosta. abbracci&baci.