Al secondo lungometraggio Steve McQueen già ricorda molto se stesso. È forse inevitabile, per un autore dalle idee così definite sull’immagine e i tempi della narrazione. Al contrario di Hunger, però, Shame sembra voler nascondere un vuoto, con l’evidenza del suo cinema.
La storia è semplicissima. Da una parte un Fassbender che si divide fra serrate sessioni di masturbazione e saltuarie prostitute, platealmente incapace di nutrire passioni che presuppongano reale trasporto e interesse. Dall’altra una Carey Mulligan sorella di Fassbender che coltiva simili patologie con una sintomatologia diversa, enfatizzando ogni rapporto affettivo fino a svuotarlo di significato. In una manciata di lunghe scene viene mostrato il presente dei due protagonisti e (pre)supposto un loro passato difficile. Se Carey Mulligan si confonde con una certa efficacia col suo personaggio Sissy, aiutata anche dalla sua minore esposizione, l’onnipresente Fassbender, nell’entusiasmo per il film alternativo e per alcuni provocatorio, offusca il protagonista Brandon. In una bella sequenza McQueen tiene quasi ininterrottamente, per alcuni minuti, un primissimo piano della Mulligan mentre canta una versione sofferente, dimessa e tutto sommato ammiccante di New York New York. La scena segna il film e ricorda da (troppo) vicino il taglio profondo che il lungo dialogo fra Bobby Sands e il sacerdote pratica in Hunger.
Shame è un film freddamente melodrammatico, ricopre ogni immagine di finto distacco inoculando una sensazione sgradevole, probabilmente una buona rappresentazione della vergogna che condiziona i protagonisti (la cui origine sta fra il non detto e il facilmente ipotizzabile) e si offre al pubblico. Eppure il film sembra avvitarsi su di sé, riesce a esprimere le sue idee ma allo stesso tempo mostra di esserne fin troppo affascinato, confidando in una forza e una necessità che in buona parte non possiedono.
(3/5)
decisamente troppo infatuato delle sue scelte stilistiche: il lavoro di camera e il crescendo catartico si concentrano oltremodo sull’efficacia entropatica nei confronti del pubblico. eppure non mi sento di condannarli più di tanto.
io non lo condanno per niente, credo sia un autore più che interessante e (fin troppo) sincero, ma non ha ancora fatto un film di cui comprerò il dvd.
d’accordissimo. difatti la mia è una semi-condanna egoista e poco rispettosa.
Non sono d’accordo sul (parziale) giudizio negativo, sul finale della tua recensione. Trovo invece che a propendere sia proprio quella freddezza melodrammatica di cui scrivi che trova secondo me uno dei perni più indovinati nella scelta di non rivelare l’eziologia di questi comportamenti.
credo anche io che non tornare all’origine dei comportamenti del protagonista sia una buona scelta. il problema (se di problema si può parlare) è che anche ciò di cui si racconta è dilatato in poche lunghe scene ridondanti e riassumibili in quel che, privato di parte del suo senso figurato, a napoli è abilmente veicolato dalla frase “chiagne e fotte”.
La frase partenopea sarebbe una splendida silloge alla recensione! :D
:)
noioso, noioso, noioso. E vuoto.
/p
un po’ mi conforti, devo dirlo.
che palle. su certi piani sequenza ho messo avanti veloce. spiegategli a ‘sto ragazzo che il piano sequenza ha delle regole precise. esso deve riprendere necessariamente: 1. delle vacche o dei cavalli – 2. asiatici che fumano, mangiano o piangono – 3. una festa o un matrimonio – 4. un dialogo tra due tizi che camminano – 5. prima e dopo un’esplosione – 6. gente che vola – 7. gente su un treno. e non uno che fa jogging a new york, cavolo!
ob
ps.s al punto 3 fa riferimento ovviamente anche ‘gente che balla’.
ob
bellissimo l’eptalogo sul pianosequenza :) spero di ritrovarmi in qualche situazione in cui potertelo rubare.