Cosmopolis (David Cronenberg 2012)

“Il topo diventò l’unità monetaria” è la frase che introduce il film.

Cosmopolis è un viaggio lungo l’apocalisse, attualmente il tema culturalmente dominante, un taglio sperimentale attraverso psicosi e fobie dato da una lama necessariamente cinematografica, lo strumento che meglio rispecchia e accoglie le ibridazioni e dà vita a immagini sempre meno definite, dall’origine, la natura e le finalità incerte, campioni futilmente ghiacciati di un caos inarrestabile.

Erick Parker è un giovane übercapitalista, un grumo di denaro e potere, e mentre New York è paralizzata dalla visita del Presidente (“Per curiosità, quale Presidente?” “Quello degli Stati Uniti”, non uno dei più decisivi, dunque) decide d’attraversare la città per aggiustarsi il taglio dal suo barbiere. La limousine bianca, lunghissima, blindata e insonorizzata, piena di schermi dalle luci blu, è una capsula che lentamente attraversa la città, è lo spazio chiuso in cui Erick Parker svolge ogni sua funzione economica o fisiologica – eliminare la differenza fra le due è una delle caratteristiche di Cosmopolis – e soprattutto la sua incubatrice, il luogo di mutazione che pone una pellicola fra il mondo comune e l’esistenza di Erick.

Come spesso accade, il film di Cronenberg tratto dall’omonimo romanzo di De Lillo è uscito (quasi) in contemporanea con un altro che tratta un tema molto simile, Margin Call. Il tono, la mano, le intenzioni, sono molto differenti, ma è interessante come le due opere sembrino completarsi a vicenda. Il film di Chandor è diretto e didascalico e nel riportare l’inizio della crisi economica si muove su un piano descrittivo e pone delle domande etiche, o meglio mostra il superamento di qualsiasi dubbio di quel genere. Margin Call introduce l’esistenza di figure quasi eteree al comando dell’economia mondiale, ma lascia che i problemi delle stesse si relazionino a un’umanità concreta, pur lasciandola totalmente fuori campo.

Cosmopolis compie il passo successivo, il suo eroe risponde ad alcune domande astratte. Come può un essere incarnare una tale diversità, un uomo che testimoni il valore di numeri virtuali che regolino il mondo reale? E come può lo stesso uomo pisciare, fare sesso, farsi visitare da un medico senza corrompere la sua diversità? O, peggio ancora, i conti col tempo, la provvisorietà, mentre i suoi calcoli riguardano l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande? Cronenberg raffigura questo, la ricerca costante di un equilibrio impossibile, che genera la distorsione di ogni pulsione e delle idee, il tutto segnato da un distacco totale corrotto dal fallimento e dalla scoperta di un’asimmetria prostatica. L’asimmetria è imprevedibile, ed è una cosa difficilmente gestibile da Erick Icaro Pattinson, che per lavoro dovrebbe conoscere e gestire il futuro.

Ma sono numerosissime le suggestioni di Cosmopolis, molte vengono dai dialoghi quasi ininterrotti, eccentrici, fuorviati, costruiti su frasi definitive; altre dallo sguardo vitreo di Sarah Gadon, giovane moglie di Erick, bambola di porcellana fragilissima e distante. Erick dentro e fuori dalla sua limousine incontrerà molte persone con cui parlerà, scoperà, spesso farà le due cose assieme, mentre la sua auto è sommersa da una rivolta popolare (in cui si ritrova L’Esercito delle 12 Scimmie) o oltrepassa il corteo funebre di un sufi rapper.

Lo sguardo allucinato di Cronenberg, apparentemente rinchiuso nel cilindro della limousine eppure estremamente libero e imprevedibile nella gestione degli spazi e delle figure, contiene alle perfezione i dialoghi, ricorda la freddezza corrotta del piccolo cult di Abel Ferrara New Rose Hotel, ispirato all’altro visionario William Gibson. Anche lì gli uomini discendevano dai lupi, e si confrontavano con una dimensione talmente astratta del denaro d’aver perso ogni senso, così impercettibile da dover essere sostituito con discorsi esistenzialisti, o sul pompino perfetto.

(4,5/5)

Margin Call (J. C. Chandor 2011)

L’esordio di J. C. Chandor, regista e sceneggiatore, è un classicissimo film catastrofico, o più elegantemente disaster movie. La minaccia, però, non è un asteroide, uno tsunami o dei matti neutrini, ma un’inesorabile valanga di numeri, o un sentirsi mancare i dividendi da sotto i piedi. 2008, inizio della crisi finanziaria, con la deflagrazione innescata dal fallimento della Lehman Brothers.

Dover abbattere costruzioni di numeri invece di grattacieli è un presupposto piuttosto vincolante per l’azione, e Margin Call se la cava con un ottimo cast (Spacey, Irons, Tucci), una regia non invisibile e la caparbia volontà di voler rendere tutto comprensibile. La storia si svolge interamente nei piani alti(ssimi), fra i dirigenti della grossa istituzione di credito finanziario. Una formula scopre la catastrofe già in atto e la gestione della cosa sale lungo una gerarchia di capi dei capi, fino a un quasi evanescente Jeremy Irons, cavaliere dell’apocalisse capitalista. Irons vive nell’iperuranio, la vista dal suo ufficio domina l’Empire State Building, non si mette in discussione neanche per un attimo il suo essere del tutto diverso da un essere umano comune. Il film si esprime in termini di morti o superstiti rispetto alla catastrofe economica, e le persone normali sono naturalmente spacciate: “fanculo le persone normali” è la conclusione cui si arriva dopo un’amara analisi del funzionamento del sistema.

Margin Call procede con una progressiva semplificazione dei suoi assunti, chiamando in causa figure sempre più potenti e meno a proprio agio con i numeri, esplicitando il problema non sempre attraverso gli espedienti più raffinati, ma puntando tutto sulla chiarezza per mettere in scena dei conflitti comprensibili. Rispetto alle fini del mondo d’origine naturale tutto è più statico e grigio, ma si fanno i conti con una distruzione interamente umana e autoinflitta con sadomasochismo surreale e freddamente grottesco.

(3,5/5)

Dark Shadows (Tim Burton 2011)

Non c’è nessuna meraviglia, in questo Dark Shadows che conferma l’enorme stanchezza di Tim Burton. Una storia gotica per definizione, con vampiri, streghe e oscuri manieri, dove tutto si svolge nella totale prevedibilità, in un susseguirsi di scene che spesso inseguono il grottesco ma si schiantano contro un trito macchiettistico. Johnny Depp per l’ennesima volta pittato di bianco, impegnato in carpatici movimenti delle mani come già in Ed Wood, con la differenza che quello era un film davvero sui generis. Helena Bonham Carter ancora invischiata in queste pennellate di nero sempre più sintetico e innocuo, Michelle Pfeiffer piuttosto annoiata, e come darle torto, ed Eva Green risulta gnocca e forse anche più presa dal progetto, ma non basta.

E la scoperta che anche il tono ironico evocato dal trailer è uno specchietto per le allodole: si lasciava intendere come il risveglio del vampiro nel 1972, dopo una prigionia di due secoli, dovesse scatenare equivoci temporali e ricostruzioni seventies, ma tutto questo viene trattato in modo molto frettoloso e superficiale. In una parola, duepalle.

(2/5)

Gwen, le livre de sable – Gwen, il libro di sabbia (Jean-François Laguionie 1985)

Gwen, le livre de sable, è un film d’animazione fortemente sperimentale, avvolgente e affascinate. L’arte del francese Laguionie (vincitore nel 1978 della Palma d’Oro per il miglior cortometraggio con La traversée de l’Atlantique à la rame) ha un’impostazione fortemente pittorica: surrealista nel ricordare De Chrico e Dalì, caldo nei colori pieni e il tratto morbido del volto ampio della sua protagonista, vicino a Gaugin.

I sessanta minuti di Gwen sono soprattutto l’immersione in un mondo fantastico, bellissimo e ostile, una terra postapocalittica diventata un bruciante deserto. Il popolo che la abita, elegante e longilineo, cammina su lunghi trampoli per muoversi più velocemente e tenersi lontano dalla sabbia rovente, lotta contro il vento incessante che porta sinfonie di archi e trasmette un’onirica idea di leggerezza.

Pur essendo libero sia visivamente che nella costruzione della storia, Gwen è un film pienamente narrativo, che riempie le ellissi del racconto creando delle situazioni istintivamente emozionanti, romantiche o angosciose. La voce narrante, quella della donna più anziana della tribù, recita testi evocativi quanto le immagini, in una libera corrispondenza che ricorda il lavoro di Chris Marker.

Attraversato il deserto misteriosamente ricolmo di enormi oggetti d’uso quotidiano (telefoni, annaffiatoi…), la soluzione di Gwen ha un sapore criticamente grottesco, estremamente concreto rispetto a un lavoro che non ha intenzione di essere pure estetica o arte figurativa.

(4/5)

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Cosmopolis. Avvicinarsi al film di Cronenberg con nuove foto e qualche idea.

Dal 25 maggio in sala, Cosmopolis potrebbe presentare una doppia redenzione. La prima riguarda il regista David Cronenberg. Credo che l’ultimo A Dangerous Method sia il suo peggior film; di certo Cosmopolis non tornerà all’evidenza della nuova carne, periodo che sembra essersi definitivamente chiuso con eXistenZ (1999), ma quantomeno potrebbe rievocare le atmosfere sufficientemente ambigue e malsane di A History of Violence (2005) e La Promessa dell’Assassino (2007). Di sfuggita, si può notare come la manipolazione e ibridazione esplicita e radicale del corpo, per il regista sia finita con l’avvento del digitale. Il cinema ha perso la certezza d’essere fatto di carne e, perdendo la fisicità, da corrompere rimane solo l’ultimo strato dell’immagine.

La seconda redenzione, naturalmente, riguarda Robert Pattinson, protagonista di quella che è probabilmente una delle peggiori saghe degli ultimi decenni. Ho visto solo il primo episodio di Twilight, e pare che la cosa, con mio notevole stupore, successivamente vada anche peggiorando. Con quella faccia e quel ruolo un po’ così, non è certo l’attore che più sentivo l’esigenza di vedere riabilitato. Ma il capo è David, e si vedrà.

Quella di Cosmopolis sembrerebbe una vicenda avvolta dal crepuscolo del capitalismo, se non un soffermarsi sul tavolo della sua autopsia. Una storia che racconta 24 ore di Eric Packer, giovane promessa dell’alta finanza, molte delle quali passate in una limousine che dovrebbe portarlo a tagliarsi i capelli. Got a devil’s haircut in my mind, cantava profeticamente Beck nel 1996.

Shotgun Stories (Jeff Nichols 2007)

Shotgun Stories è il primo film scritto e diretto dallo Jeff Nichols di Take Shelter, già affidato a un Michael Shannon debitamente instabile. In un Arkansans da straw dogs si scontrano due famiglie, tre fratelli da una parte e quattro dall’altra, generati da uno stesso padre. La prima famiglia appartiene alla fase alcolista del defunto genitore, che svogliatamente ha chiamato i suoi primi tre figli, nell’ordine, Son, Boy e Kid. Una volta redento, l’uomo è diventato il “membro più attivo” della comunità, mettendo su un’alternativa famiglia ripulita, con una solida onomastica fatta di Stephen, Cleaman, Mark e John.

Shotgun Stories è ingiallito dal sole, teso e vuoto come gli spazi che racconta, si nutre di violenza tenendola fuori dalla scena. Nichols gestisce i tempi e le immagini con notevole sicurezza, senza forzare la mano alla sua rappresentazione realistica e rinunciando del tutto a scene ad effetto. Nelle rare sequenze in interni i colori assumono una sfumatura televisiva, ma in generale Shotgun Stories riesce a immergere lo spettatore in novanta minuti di sonnolente minaccia, ricercando le radici del sangue e della paura.

Jeff Nichols sarà nuovamente a Cannes (16 – 27 maggio) in concorso con Mud, che dichiara l’ispirazione ad Huckleberry Finn e Stand by Me. Potrebbe essere l’occasione per portare anche in Italia l’autore che nel modo più lucido ed efficace sembra aver assimilato la lezione di Peckinpah.

(4/5)

L’ultimo Buscadero – Junior Bonner (Sam Peckinpah 1972)

l'ultimo buscadero - junior bonnerFilm meravigliosamente leggero, caldo, quasi affettuoso dell’iconico Peckinpah. Immediatamente successivo a Cane di Paglia, pellicola straordinariamente malsana e disturbante, L’ultimo Buscadero racconta le vicende della sgangherata famiglia Bonner. Junior, la figura centrale, è uno Steve McQueen che incarna ottimamente il fascino del loser; comprimari il padre, che gli ha insegnato l’arte del rodeo, e il fratello rivolto a una differente e più prosaica visione dell’esistenza.

I proverbiali ralenti sono spezzati da fulminei montaggi di dettagli e particolari, gli animali riempiono l’inquadratura mostrando forza e plasticità delle forme, la macchina da presa si distrae a seguire un cane che passa sotto una staccionata, o sorride nel trovare il sedere mezzo scoperto di un bambino che sta sulle spalle del padre, alcune scene hanno la bellezza dell’improvvisazione e l’inconcludenza del superfluo. Insomma, c’è tutto Sam.

(4/5)

The Avengers (Joss Whedon 2012)

Il problema con questi film è che i protagonisti non riesco a non immaginarli lì, a discutere vestiti in modo assurdo e fare gesti buffi davanti a pannelli verdi. Però The Avengers è abbastanza divertente: si ritrovano tutti, fa l’effetto delle storie di topolino dove Paperino incontra Pippo e Topolino, o i Bassotti rapiscono e torturano Orazio.

Loki, fratellastro cattivo di Thor, vuole distruggere e/o sottomettere la Terra e impadronirsi del tesseract, un cubo luminescente potentissimo e multiuso. Quando Samuel L. Jackson mette il cubo luminescente dentro una 24ore ho finalmente completato mentalmente il montaggio di Pulp Fiction. È già qualcosa. Joss Whedon (Serenity) ha dalla sua una certa naturale strafottenza, che si sposa bene alla tendenza della nidiata Marvel a non prendersi eccessivamente sul serio. L’intreccio dà il giusto tempo a ogni personaggio, ma non fa molto per scantonarsi dai tempi e i modi della formula presentazione – spiegoni – rissa finale (per quanto mi riguarda, l’ultimo film del genere ad aver osato qualcosa rimane Tron Legacy). E nei 140 minuti, pure piuttosto verbosi, non mancano dei buchi inspiegabili come l’ingiustificata conversione di Hulk da forza devastante e incontrollabile a bravo ragazzone verde. Non per fare il pignolo, ma dal momento che la prima parte del film è incentrata sulla minaccia Hulk, qualcosa potevano inventarsela.

Forte del cult personale e del cachet di Robert Downey Jr., il più fico rimane comunque Iron Man. E dei suoi mille gadget il preferito di Tony Stark è senza dubbio un regolabarba che levati.

Non so, bisogna dire altro? Credo di no. The Avengers è esattamente come te l’aspetti, niente di più, ma neanche di meno. Tutto sta a decidere se la cosa suona come una promessa o una minaccia.

(3,5/5)

Battleship, o dell’insostenibilità (Peter Berg 2012)

Per la noia ininterrotta di esplosioni senza soluzione di continuità, per la banalità disarmante, seppure armata, dell’intreccio, per la retorica in dialoghi da caduta delle braccia supportati da primi piani ridicolmente enfatici, per la pura e semplice propaganda venduta in tutto il mondo come film, Battleship è un delle cose peggiori che abbia mai visto.

(1/5)

17 Ragazze (Delphine Coulin, Muriel Coulin 2011)

Film indubitabilmente francese, esordio alla regia per le sorelle Delphine e Muriel Culin, prodotto dal Denys Freid dei fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne. Le Culin portano in patria un fatto di cronaca accaduto nel 2008 in Massachusetts: una liceale rimane incinta e dopo di lei, per scelta, il suo gruppo di amiche, e da lì 17 ragazze in tutta la scuola.

17 Filles probabilmente trova la sua ispirazione in un fenomeno emulativo, una moda dilagata in una scuola degli Stati Uniti in seguito a quanto accaduto a una ragazza popolare. Non è molto importante. L’importante è che il film non trova una linea propria, limitandosi ad adottare un aspetto molto asciutto e serioso. 17 Ragazze ha un tono forzatamente distaccato, colori freddi, scarsissima caratterizzazione della maggior parte dei personaggi. Bene. Quel che non è chiaro è il perché. Spesso il film sembra celebrare la scelta delle sedici-diciassettenni, disegnando l’utopia di una nuova generazione, libera, procreata da ragazze che trovano nella maternità la propria emancipazione dalla famiglia. Progettano di crescere assieme i bambini, affrontano con candore lo sbigottimento (nemmeno troppo marcato) della comunità locale, sono raggianti per la certezza di poter fare meglio dei loro genitori, e senza troppo sforzo. Ottimo. Parallelamente, 17 Ragazze fa del bieco paternalismo, lasciando che tutte e tutti i personaggi sotto i trenta si comportino come dei mentecatti. Pancioni che fumano in continuazione, bevono, corrono in auto, giocano a calcio con una palla infuocata. Sul finale, poi, una voce over del tutto fuori tono ammazza qualsiasi slancio utopistico, qualora ce ne fosse ancora stato bisogno.

Ma allora, appurato che il soggetto in sé, il fatto di conaca, per definizione lascia il tempo che trova, cosa vuole dire questo film? Vuole mostrarsi, è l’unica risposta che posso darmi, e forse anche la più benevola. Mostrare lo sguardo distaccato e minimale di cui si diceva su, che allora diventa posticcio, incapace di fare completamente a meno di una storia ad effetto o di darle un senso, rincorrendo un’idea di cinema desaturato, in realtà profondamente, filmicamente retorico. Incredibilmente, quello che per apertura e impostazione registica sembrava poter essere l’anti-Juno, raggiunge per altre vie la stessa mancanza di sincerità.

(2,5/5)

Pollo alle Prugne (Vincent Paronnaud, Marjane Satrapi 2011)

Se i disegni stilizzati di Persepolis hanno la forza per rappresentare la realtà grazie alla costante rilettura e trasfigurazione, il mondo in carne e ossa di Pollo alle Prugne è invece al servizio di una storia che vive soprattutto di racconto e fiaba. Il disegno in bianco e nero  sentiva il bisogno di contenersi, lasciando intuire in ogni quadro una gran forza e arricchendolo di dettagli d’essenziale bellezza, mentre il film di Satrapi e Paronaud è carico di colori e di situazioni alla ricerca di una forma poeticamente grottesca. Pollo alle Prugne non è del tutto riuscito, ma sicuramente ha qualcosa da dire. E quando un film ha una propria necessarietà diventa un incontro col suo autore, e va rispettato.

La storia del violinista Nasser Ali, del dolore irreparabile per la rottura del suo amato strumento musicale, dell’intreccio fra il passato e il presente della sua vita sentimentale, è la storia di un rincorrersi di emozioni tenute e freno, di piccoli e grandi traumi e rivelazioni. Il tutto è vestito di colori sgargianti e sguardi alla Amelie, o da ombre nette iperespressioniste, a ricordare tagli fumettistici. Proprio in questi eccessi Pollo alle Prugne non riesce a trovare un motivo convincente, avvitandosi in una rappresentazione satura che risulta spesso forzata e non all’altezza delle proprie aspirazioni. Nella visione d’insieme, ad ogni modo, l’intreccio tratto dalla graphic novel della Satrapi racconta una grande sensibilità: l’autentica, insostenibile tristezza per la perdita dei propri sogni, la raffigurazione finalmente efficace e compiuta delle passioni che guidano ogni esistenza.

(3,5/5)

Hunger Games (Gary Ross 2012), recensione in anteprima

hunger gamesDal 1° maggio al cinema

Hunger Games è la nuova macchina macinasoldi, che attorno a sé sta attirando masse come Twilight e Harry Potter. Ha però poco in comune con i catalizzatori dell’immaginario d’inizio millennio: è infinitamente più appetibile della svenevole saga vampiresca e molto più concreto e sadico dell’ingessato maghetto. Hunger Games, per i suoi numeri e le sue finalità, è un prodotto di tutto rispetto.

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SlowFilm su Facebook, piaccia o non piaccia

http://www.facebook.com/slowfilm è SlowFilm su Facebook, il modo migliore per trovare materiale esclusivo come la rinomata rubrica Scatola Nera, proposta con una periodicità del tutto imprevedibile, immagini volubili, appassionate segnalazioni di film difficilmente reperibili, video poco virali e i lunatici aggiornamenti di SlowFilm.wordpress, il blog cinematografico più inserire mentalmente aggettivo a piacimento della rete.

Tyrannosaur (Paddy Considine 2011), Chronicle (Josh Trank 2012), 24 Hour Party People (Michael Winterbottom 2002)

Prima regia dell’attore Paddy Considine, il britannico Tyrannosaur è un pugno allo stomaco da non schivare. Joseph / Peter Mullan è un vedovo iracondo che nasconde la propria tristezza dietro la facciata violenta; un giorno incontra Hannah, donna sposata a un uomo per niente a modo, l’inquietante Eddie Marsan. Si tratta di una delle storie d’amore più grigie e sgangherate di sempre, in un intreccio essenziale che avvolge immagini e personaggi realistici e crudeli. Mullan conserva in ogni momento un’eleganza istintiva e insopprimibile, e tutto sommato non ci si stupisce che il più sano e assennato risulti essere lui.

(4/5)

Chronicle è il film per la cui descrizione tutti hanno aggiunto al dizionario l’espressione found footage, e non vedo perché io dovrei essere da meno di tutti. Dicesi found footage l’espediente portato nell’epoca moderna da The Blair Witch Project e utilizzato in una marea di film tendenzialmente horror come Cloverfield, Troll Hunter o quell’inspiegabile schifo che è Paranormal Activity. Cioè si simula che il film sia fatto da un collage di riprese amatoriali, o inconsapevoli, insomma non finzionali. La buona notizia è che, al contrario di quel che accade di solito, il cameraman principale questa volta non è uno snervante coglione assoluto (per la descrizione degli orrendi sintomi che solitamente accompagnano il found footage rimando a Troll Hunter), ma addirittura l’attivo protagonista, e il tema del film consente che non tutte le inquadrature siano soggettive dondolanti. Si tratta infatti di tre ragazzi che acquisiscono dei superpoteri: spostano gli oggetti col pensiero (già, anche la videocamera), volano, fanno cose, manco a dirlo si lasciano prendere la mano. Si sa, l’animo umano è volubile e da grandi poteri derivano MORTE E DISTRUZIONE. Sì, c’è del Misfits, ma molto di più c’è di Akira. Anzi, Josh Trank mi ha convinto così tanto – la resa degli effetti è ottima, il film quasi sempre teso e offre alcune sequenze notevoli – che mi ha persuaso che l’estetica movimentata e digitale, telegiornalistica, potrebbe essere un modo sensato di impostare la trasposizione live del capolavoro di Otomo (progetto travagliato di cui ho perso le tracce). Al cinema dal 9 maggio.

(4/5)

Ultimo, ma veramente ultimo, 24 Hour Party People, film che m’era sfuggito. Non che sia brutto, ma Winterbottom ripercorre 20 anni di musica inglese attraverso la storia del produttore Tony Wilson, cavalca la New Wave di Manchester, mette in scena Joy Division, Sex Pistols e disco music disco music. E ancora: si droga, si butta sul demenziale e il montypythoniano, parla direttamente allo spettatore, e la città operaia e la cultura e evoca l’epica. A parole. Parla in continuazione di leggenda ma disinnesca tutto, trattando ogni vicenda, stupida o drammatica, con lo stesso tono, un po’ piatto e con un uso meccanico della punteggiatura. E allora il film appassiona poco, ed è un peccato, con tutto quel ben di Dio.

(3/5)