Gwen, le livre de sable – Gwen, il libro di sabbia (Jean-François Laguionie 1985)

Gwen, le livre de sable, è un film d’animazione fortemente sperimentale, avvolgente e affascinate. L’arte del francese Laguionie (vincitore nel 1978 della Palma d’Oro per il miglior cortometraggio con La traversée de l’Atlantique à la rame) ha un’impostazione fortemente pittorica: surrealista nel ricordare De Chrico e Dalì, caldo nei colori pieni e il tratto morbido del volto ampio della sua protagonista, vicino a Gaugin.

I sessanta minuti di Gwen sono soprattutto l’immersione in un mondo fantastico, bellissimo e ostile, una terra postapocalittica diventata un bruciante deserto. Il popolo che la abita, elegante e longilineo, cammina su lunghi trampoli per muoversi più velocemente e tenersi lontano dalla sabbia rovente, lotta contro il vento incessante che porta sinfonie di archi e trasmette un’onirica idea di leggerezza.

Pur essendo libero sia visivamente che nella costruzione della storia, Gwen è un film pienamente narrativo, che riempie le ellissi del racconto creando delle situazioni istintivamente emozionanti, romantiche o angosciose. La voce narrante, quella della donna più anziana della tribù, recita testi evocativi quanto le immagini, in una libera corrispondenza che ricorda il lavoro di Chris Marker.

Attraversato il deserto misteriosamente ricolmo di enormi oggetti d’uso quotidiano (telefoni, annaffiatoi…), la soluzione di Gwen ha un sapore criticamente grottesco, estremamente concreto rispetto a un lavoro che non ha intenzione di essere pure estetica o arte figurativa.

(4/5)

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Green Days – Dinosaur and I (Jae Hoon An 2011); A Letter to Momo (Hiroyuki Okiura 2012)

Green Days - Dinosaur and I

Qui si tratta dei due migliori film d’animazione degli ultimi tempi. Una sorpresa è che Green Days – Dinosaur and I, il mio preferito fra i due, è un film fantasma. Su IMDB si trovano le cazzate più insignificanti, e anche un buon assortimento di filmini di lauree, matrimoni e nastri di telecamere di sorveglianza dei supermercati, mentre Green Days, uscito un anno fa, non c’è. Sono quasi sicuro non ci sia. Sono andato a ricontrollare, non c’è.

Altro gioiellino dell’animazione sudcoreana fu My Beautiful Girl, Mari; Green Days è più concreto, meno sperimentale, ha in comune i confini sottili delle figure, la leggerezza delle linee e dei colori. È il 1970, in una cittadina luminosa che sogna Seul, che a sua volta sogna l’America e lo sbarco sulla Luna, il tutto concentrato nell’età e i desideri di una manciata di adolescenti. La protagonista è I-Rang, candidamente impegnata a vivere, affascinata dalla nuova compagna di classe Su-Min, più carina e sicura di sé, e intanto coinvolta nell’amicizia col timido Cheol-Su, che ha un certo talento nell’aggiustare le cose e una passione per i viaggio spaziali. Green Days è la sua atmosfera, un realismo leggero e divertente, l’ottima scrittura, la capacità di giocare con la nostalgia senza essere enfatico. In alcune scene (nella prima la ragazza nuova si presenta alla classe, le viene chiesto di cantare una canzone, mentre lo fa parte in leggero controtempo il ritmo sintetico del pezzo originale, lo sguardo abbandona l’aula per mostrare dall’alto immagini quotidiane della vita nella scuola) e alcuni scenari c’è davvero tanto cinema.

(4,5/5) 

a letter to momo

A Letter to Momo

A Letter to Momo, lungometraggio giapponese dell’autore di Jin-Roh, avrà forse più possibilità d’essere visto. È il vincitore del Future Film Festival, e tutto sommato è giusto che sia così. Anche qui la protagonista è una ragazzina, il luogo è una piccola città – un posto stupendo immobile nel tempo, situato su un’isoletta di un pittoresco arcipelago – i bei disegni realistici e dai colori solari. I due film, quindi, hanno parecchio in comune, ancora i dialoghi dai ritmi eccellenti, la capacità di far divertire e commuovere mantenendo un ottimo equilibrio e l’animo sostanzialmente “commerciale”, trattandosi in entrambi i casi di opere potenzialmente appetibili al grande pubblico.

Momo ha un taglio più malinconico: la protagonista ha perso da pochi mesi il padre in un incidente e con la madre lascia (controvoglia) Tokyo per la vita più tranquilla e rallentata del paesino rurale. Nonostante le premesse, Letter to Momo ha una sua affascinante leggerezza, si contamina presto con degli elementi fantastici conservando il piacere per la descrizione dei campi terrazzati, delle strade in pietra e i tuffi nell’acqua brillante. Strutturalmente Momo si pone, in maniera piuttosto singolare e coraggiosa, come una lunghissima premessa (circa due terzi della durata totale) alla rivelazione del nucleo tematico dell’opera. E le invenzioni e le idee sono naturalmente tutte lì, in quella prima parte straordinariamente libera. Nell’epilogo qualcosa si sfilaccia, ma di fronte a tanta gioiosa bellezza sarebbe autolesionista soffermarsi sulle minime carenze.

Due ottimi film, di quelli che dopo averli visti si sta meglio.

(4/5)

Lorax – Il guardiano della foresta (Chris Renaud, Kyle Balda 2012); incontro con Joshua Hollander

Lorax è il nuovo lungometraggio prodotto dalla Illumination Entertainment, la casa che nel 2010, neonata, si fece subito notare col grande successo di Cattivissimo MeDr Seuss’ The Lorax, non da meno, sta sbancando i botteghini statunitensi, e arriverà sugli schermi italiani l’1 giugno col titolo Lorax – Il guardiano della foresta. Il film di Chris Renaud e Kyle Balda, quindi, era una delle anteprime più prestigiose e pubblicizzate del Future Film Festival, e la sala stracolma ha confermato l’attesa.

Tratto da un libro per bambini del Dr. Seuss, autore semimitologico in patria, come le altre sue opere ha un forte impianto morale e in questo caso spiccatamente ambientalista, molte parti scritte in rima e un nutrito parterre di animaletti buffi. Più di Cattivissimo Me, il film di Renaud ricorda l’altrettanto seussiano Ortone e il Mondo dei Chi, creatura del 2008 della Blue Sky Studios.

Thneedville è una città di plastica, dove ogni elemento naturale è stato sostituito da un surrogato industriale, gli abitanti hanno ormai perso memoria di un periodo migliore e si convincono d’essere felici, protetti da grosse mura che celano loro un esterno apocalittico. A comandare la città è lo spiccatamente berlusconiano O’Hare, letteralmente un venditore d’aria, mentre a sconvolgere la situazione sarà Ted, ragazzino in cerca dell’ultimo albero vero. Il film è coloratissimo, spesso divertente (specialmente quando maltratta le sue bestiole bizzarre: orsetti con gli occhioni, papere grassocce, canterini pesci fuor d’acqua), ha un ritmo (a volte fin troppo) serrato, belle forme e architetture ricciolute che ignorano le leggi della fisica. Lorax mantiene quanto promette, senza osare sostanzialmente nulla dal punto di vista narrativo o da quello dell’originalità della costruzione, è veloce e spettacolare, si avvale del doppiaggio di nomi eccellenti come Danny DeVito e Zac Efron e di un 3D piuttosto aggressivo. A voler rompere qualche scatola, suona sempre un po’ strano quando una major assembla per il mercato un prodotto che in maniera tanto ostentata ed esplicita attacca il sistema consumista e capitalista; attenendosi alla favola, Lorax rimane comunque un discreto passatempo.

(3,5/5)

pixar animation studios logo-post01Riallacciandoci al 3D, questo è stato l’oggetto dell’incontro che ha seguito la proiezione, e ha visto come protagonista Joshua Hollander, direttore del 3D di un’altra grande casa americana d’animazione, la celeberrima Pixar. Hollander, affabile e disponibile, ha trattato l’argomento con un approccio piuttosto tecnico, mostrando e ripercorrendo i passaggi che stanno portando alla riproposizione in 3D del catalogo Pixar.

In particolare, è stata l’occasione per vedere scene ancora inedite del rielaborato Alla Ricerca di Nemo, uno dei titoli più amati della casa californiana, i trailer del nuovo lavoro Brave – Ribelle (in sala dal 5 settembre), e altre piccole chicche.

Hollander chiude ogni suo discorso (e lo sottolinea autoironicamente) rimarcando su tutto l’importanza dellostorytelling, la voglia di raccontare storie sorprendenti e che sviluppino un animo spiccatamente “umano” ed emozionale, al di là della natura più bizzarra, animale o meccanica che i personaggi del racconto possano vestire. Sul versante pratico, Hollander mostra come viene modificato il quadro per una buona resa stereoscopica: modifica nella messa a fuoco o cancellazione di elementi che possono risultare di disturbo, identificazione di punti focali dotati di maggiore nitidezza, manipolazione dello spazio in modo da accentuare il senso di profondità. Tutto molto interessante, per quanto di fronte alle cifre che mostrano la crescita esponenziale, anno dopo anno, della fruizione in 3D, viene da chiedersi in che misura questo non sia anche dovuto alla mancanza di alternative, dal momento che molte visioni sono ormai proposte in sala esclusivamente in stereoscopia. Da un punto di vista più spiccatamente umanistico e cinefilo, poi, è lecito chiedersi quanto valga la pena sottrarre luminosità all’opera, guidare lo sguardo dello spettatore a scapito dei dettagli periferici, modificare un prodotto preesistente in nome di un singolo artificio che ha uno scopo quasi esclusivamente spettacolare, e pure opinabile. Ma questo, per il momento, fingiamo sia un’altra storia.

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Monster of Nix, Children who Chase, Alois Nebel, Chico & Rita al Future Film

Intensa prima giornata di visioni al Future Film Festival, ospitate dalla Cineteca – Cinema Lumière. IL 28 marzo si è aperto con la prima rassegna di cortometraggi, per il programma FFshort. Dieci opere di sette paesi, per una bella panoramica sullo stato dell’arte. La selezione mostra mondi fantastici plasmati su stili visivi estremamente eterogenei, ognuno fortemente caratterizzato e teso a differenti finalità. Alcune segnalazioni: su tutti The Monster of Nix (Francia 2011), di Rosto. Probabilmente la produzione più impegnativa, il corto d’animazione dell’artista olandese può vantare la partecipazione delle voci di Tom Waits e Terry Gilliam ed è già transitato per Venezia ed altri festival eropei; avrebbe forse meritato maggiore visibilità anche qui al Future Film. La struttura di Nix ricalca quella di un breve lungometraggio, dal momento che l’avventura di Willy, ragazzino impegnato a cercare la causa della devastazione del suo villaggio, traccia una storia compiuta, disseminata da incontri con personaggi fantastici, spesso solo tratteggiati e pronti a uno sviluppo più ampio. Fra reminiscenze burtoniane e musica dai sapori balcanici o klezmer, che si sposano ottimamente col timbro inconfondibile di Waits, quella offerta da The Monster of Nix è un’esperienza cupa e affascinante, una favola sulle favole ricca di idee visive e sonore.

Molto particolare anche The Wonder Hospital (USA 2010) di Beomsik Shimbe Shim: un incubo dall’atmosfera lynciana, denso d’angosce e suggestioni, coi temi portanti dell’autorappresentazione e la chirurgia estetica nella sua declinazione più grottesca. Vivre ensemble en harmonie (Belgio 2011) di Lucie Thocaven è un ironico corto in “tecnica mista”, un bizzarro apologo sulla rabbia e le estreme conseguenze della sua deflagrazione, mentre The Tannery (Regno Unito 2010) di Iain Gardner è un toccante racconto animalista dalle struggenti tinte pastello. Year Zero (Olanda 2011) di Mischa Rozema, infine, è un’opera quasi interamente live. La più disturbante e cruda della rassegna, si presenta come una sorta di videoclip apocalittico, fantascienza horror con sentori del Tetsuo di Tsukamoto, in un susseguirsi di quadri infetti, morbosi, scene di un’inquietante invasione aliena, interna ed esterna agli esseri in scena. Notevole la forza visiva delle immagini e degli effetti speciali, Year Zero è una convincente vetrina delle capacità dei suoi autori.

Con pause di handmade cigarettes (trend diffuso, la crisi diffonde il fai da te) sono tre i lungometraggi visti. Children who chase lost voices from deep below (Giappone 2011) è il nuovo lavoro dell’autore di 5 Centimetri al Secondo, Makoto Shinkai.  La volontà di proporsi come nuovo Miyazaki è evidente, e tutto sommato la cosa sembra riuscirgli meglio che a molti adepti nello Studio Ghibli. Il tema portante è nel dolore per la perdita e la sua accettazione, ma nel film di Shinkai c’è più o meno di tutto: richiami ecologisti, riti di rinascita, storie d’amore, il mito orfico, un gattino buffo, pacifismo, scene elegiache, luci e ombre. Il riferimento più diretto, tornando a Miyazaki, è Mononoke, di cui si ritrovano anche i colori, le fattezze di alcune creature, l’animismo, la rappresentazione degli scontri cruenti. Ma proprio la moltiplicazione dei temi e gli scenari non permettono a Shinkai d’eguagliare il capolavoro di Hayao, restituendo un film bello da vedere ma non del tutto coinvolgente, piuttosto superficiale, tutto sommato troppo ingenuo e imperfetto rispetto quelle che sono le sue aspirazioni. Le visioni fantastiche sono comunque affascinanti, molto accurate nel disegno – in particolare per quel che riguarda i paesaggi e i dettagli di ambienti naturali e antiche rovine; meno riuscite sembrano le caratterizzazioni “umane” – ed è un film apprezzabile in un periodo in cui l’animazione giapponese non sembra offrire opere di grande respiro e originalità.

Alois Nebel (Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Germania 2011) di Tomàs Lunàk è la trasposizione dell’omonima graphic novel. L’atmosfera noir è assicurata dalla scelta del b/n unita ai contrasti netti dati dal passaggio al rotoscopio. Alois Nebel è controllore in una piccola stazione dei treni nei Sudeti, regione montuosa al confine cecoslovacco, l’anno e il 1989, quello della caduta del muro. Fra allucinazioni del passato, rievocazione di un passaggio storico e costruzione di nuovi affetti, il film di Lunàk procede secco e affilato, tratteggiando pochi personaggi e portando lo spettatore in un mondo colore del piombo, spazzato dalla pioggia e la neve bianca.

chico-e-rita list01Chico & Rita è l’ultimo film della serata, una produzione spagnola del 2010 firmata Tono Errando, Javier Mariscal e Fernado Trueba. “Il futuro non mi ha mai dato niente. Tutte le mie speranze sono riposte nel passato” è la frase fulminante, che indica quale sia lo spirito di Chico & Rita. A pronunciare queste parole è Rita, una bellissima cantante che ne L’Avana del 1948 comincia una travagliata e lunga avventura romantica con Chico, talentuoso pianista jazz. Il film è jazz, è blues, è la musica di Bebo Valdés e i disegni caldi e leggeri dai netti contorni neri, è nostalgia e occasioni perdute, è vanità, tradimento e amore incondizionato.

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SlowFilm al Future Film Festival

SlowFilm e BolognaCult questa settimana sono al Future Film Festival

Il Future Film Festival è uno dei più importanti e interessanti appuntamenti annuali con la visione, non solo della vita culturale bolognese. Il FFF, alla quattordicesima edizione, si terrà dal 27 marzo all’1 aprile, confermando la programmazione nel periodo primaverile adottata con successo nel 2011. Come sempre dedicato alle opere d’animazione e ai film fantastici con effetti speciali, si svilupperà nelle tre sezioni “In Concorso”, “Fuori Concorso” e “Follie di Mezzanotte”, dedicato a opere più estreme, fra grottesco e horror. Si confrontano e incontrano film provenienti da diversi Paesi e frutto di differenti realtà e disponibilità produttive, spesso già apprezzati e premiati in altre manifestazioni di rilevanza internazionale.

Dalla Spagna la storia d’amore jazz Chico & Rita (Fernando Trueba, Javier Mariscal, Tono Errando), vincitrice del premio Goya 2011 per l’animazione, e in anteprima italiana Arrugas – Wrinkles di Ignacio Ferreras, che si è aggiudicato due premi Goya nel 2012. Dal realismo del rotoscopio nasce Alois Nebel(Tomás Lunák), un elegante b/n per la coproduzione di Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca e Germania. Le grandi produzioni internazionali approdano con Pirati! Briganti da Strapazzo del regista di Galline in Fuga Peter Lord, in un avventuroso stop motion 3D; The Lorax (Chris Renaud), degli autori di Cattivissimo Me, tratto da un racconto del Dr. Seuss; e il film live Chronicle di Josh Trank, con ragazzi propensi all’uso sconsiderato di superpoteri, che ricordano la serie britannica di successo Misfits.

L’animazione nipponica presenta la seconda fatica di Goro Miyazaki, figlio di Hayao. From Up on Poppy Hill si spera sia più convincente del precedente I Racconti di Terramare. Esterno allo studio Ghibli, ma affine nelle tematiche e vicino nel tratto, Children Who Chase Lost Voices from Deep Below (Makoto Shinkai), ambientato nel mondo fantastico di Agartha, con un immaginario visivo e concettuale situato fra l’Ade e un luogo edenico.

Molto interessante anche l’italiano The Dark Side of the Sun, di Carlo Shalom Hintermann. Raro esempio nostrano di animazione non esclusivamente per bambini, che si alterna a scene live nel raccontare le vicende di ragazzini affetti da Xeroderma Pigmentosum. La rara malattia impedisce l’esposizione al sole e li costringe a vivere isolati, lontani dal mondo diurno dei loro coetanei.

Il Future Film, inoltre, offre ogni anno interessanti conferenze e incontri, ospitati dalle bellissime sale del Palazzo Re Enzo.

Tutti i titoli in programma:

IN CONCORSO
Alois Nebel, di Tomás Lunák
Arrugas – Wrinkles, di Ignacio Ferreras
Attack the Block, di Joe Cornish
Children who Chase Lost Voices from Deep Below, di Makoto Shinkai
The Great Bear, di Esben Toft Jacobsen
Green Days – Dinosaur and I, di An Jae Hoon
A letter to Momo, Hiroyuki Okiura
Midori-Ko, di Keita Kurosaka
Un mostre à Paris – A Monster in Paris, di Bibo Bergeron
Tibetan Dog, di Masayuki Kojima

FUORI CONCORSO
Adventures in Plymptoons!, di Alexia Anastasio
Chico & Rita, di Fernando Trueba, Javier Mariscal, Tono Errando
Chronicle, di Josh Trank
The Dark Side of the Sun, di Carlo Shalom Hintermann
From Up on Poppy Hill, di Goro Miyazaki
The Lorax, di Chris Renaud
Naki: on the Monster Island, di Takashi Yamazaki e Ryuichi Yagi
Pirati! Briganti da strapazzo, di Peter Lord
The Sorcerer and the White Snake, di Ching Siu-Tung

FOLLIE DI MEZZANOTTE
Deadball, di Yudai Yamaguchi
Zombie Ass, di Noboru Iguchi

Per aggiornamenti e approfondimenti, il sito del Future Film Festival: http://www.futurefilmfestival.org

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Children who chase lost voices from deep below – Hoshi o Ou Kodomo (Makoto Shinkai 2011)

Makoto Shinkai è l’autore di 5 Centimetri al Secondo, animazione sentimentalissima che nel 2007 ebbe totale approvazione da parte dei cultori del settore, e che a me convinse assai poco. Children who Chase, uscito a maggio in Giappone e già in bluray in molta parte dell’occidente, è un lavoro più vario e interessante. La volontà del giovane Makoto di proporsi come nuovo Miyazaki è evidente, e tutto sommato la cosa sembra riuscirgli meglio degli adepti nello Studio Ghibli.

Nell’iconico villaggio nipponico immerso nel verde incontriamo la ragazzina Asuma, che ci condurrà in un fantastico mondo sotterraneo chiamato Agartha, qualcosa fra l’Ade e un luogo edenico. Il tema portante è nel dolore per la perdita e la sua accettazione, ma nel film di Shinkai c’è più o meno di tutto: richiami ecologisti, riti di rinascita, storie d’amore, il mito orfico, un gattino buffo, pacifismo, scene elegiache, luci e ombre. Il riferimento più diretto, tornando a Miyazaki, è Mononoke, di cui si ritrovano anche i colori, le fattezze di alcune creature, l’animismo, la rappresentazione degli scontri cruenti. Ma proprio la moltiplicazione dei temi e gli scenari non permettono a Shinkai d’eguagliare il capolavoro di Hayao, restituendo un film bello da vedere ma non del tutto coinvolgente, piuttosto superficiale, tutto sommato troppo ingenuo e imperfetto rispetto quelle che sono le sue aspirazioni.

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Le visioni fantastiche di Children sono comunque affascinanti, molto accurate nel disegno – in particolare per quel che riguarda i paesaggi e i dettagli di ambienti naturali e antiche rovine; meno riuscite sembrano le caratterizzazioni “umane” – ed è un film che arriva in un periodo in cui l’animazione giapponese non sembra offrire opere di grande respiro e originalità. Se interessa il genere, dunque, avrete probabilmente voglia di vedere Children who chase lost voices from deep below.

(3,5/5)

Il Cattivo Tenente – ultima chiamata New Orleans (W. Herzog 2009) Strade Violente (M. Mann 1981) Renaissance (C. Volckman 2006)

il cattivo tenenteUna manciata di parole prima che questi noir si perdano nella memoria – come lacrime nella pioggia, manco a dirlo. Il Cattivo Tenete ferrariano l’ho visto ere fa, l’impressione è che non abbia troppo da spartire con la versione di Herzog, dal punto di vista estetico e neanche da quello contenutistico. Dall’indagine d’obbligo sulla reazione di Abel, pare che il regista non sia stato felicissimo dell’operazione; come siano riusciti a distillare un’idea interpretabile da uno degli uomini più precari del mondo è una storia che non ho avuto ancora occasione d’approfondire. Il Cattivo Tenente di Herzog è l’alluvionata New Orleans, in una storia che si allontana dal moralismo mistico di Ferrara per anticipare l’atmosfera irreale e l’ambiguità eterea che faranno il capolavoro My Son, My Son. Film notevole, denso d’un’ironia tutta sua, con momenti alti di follia sospesa che da soli valgono l’applauso. (3,5/5)
 
strade violentePrimo film di Michael Mann per il cinema Thief – Strade Violente, insegna cose ancora a trent’anni di distanza, e Nicholas Windig Refn è un ottimo allievo e interprete. È un film fatto da migliore scassinatore di casseforti e fiamma ossidrica così potente che non so nemmeno se si può costruire. C’è cattiveria, ancora nessuna deriva sentimental-patinata a cui Mann non sarà immune, e musica dei Tangerine Dream che sulla scena epica finale copiano Comfortably Numb con la sicurezza di chi non vuole sentir ragioni. (4/5)
 
renaissanceRenaissance è un progetto franco-europeo lungo dal 1998 al 2006, anno in cui ha visto la luce e vinto il festival internazionale dell’animazione di Annecy. Da Blade Runner in giù, passando anche per cose come Akira e Sin City, si può ritrovare tutto in Renaissance. È un film in bianco o nero, in gran parte girato live e trattato in modo da ridefinire le figure in una contrapposizione netta fra luci e ombre. Ha un suo fascino soprattutto visivo, nell’immersione in una metropoli fatta di schermi pubblicitari che ti seguono con lo sguardo, pavimenti trasparenti, riflessi, pioggia e serre in cui vengono custoditi grossi alberi. La città è una sorta di enorme centro commerciale, e attorno alle figure affannate dei protagonisti la gente si muove silenziosa, ordinata e appena esistente. Renaissance non è tutto rose e fiori, il ritmo dell’azione non è particolarmente incalzante e la storia è meno riflessiva e complessa di quanto sia convinta di essere. In una struttura piuttosto verbosa, il motore del tutto rimane limitato all'enunciazione perentoria, discutibile e non discussa, "senza morte la vita non ha senso". Rimane un film interessante, com'è necessariamente un noir fantascientifico d'animazione in bianco o nero. (3/5)

renaissance

Arrietty (Hiromasa Yonebayashi 2010), Omohide Poro Poro – Only Yesterday (Isao Takahata 1991)

arriettyDue ghibli, altrettante palle. Con buona pace del fanciullino di chi non sta nella pelle per l’ammirazione della magica magia dello studio giapponese, e che diventa feroce e aggressivo quando gli si fa notare che Miyazaki da dieci anni è in inesorabile discesa. Naturalmente Arrietty, nonostante i goffi tentativi pubblicitari di lasciar credere il contrario, non è opera di Hayao, che compare come sceneggiatore nella trasposizione di “The Borrowers” di Mary Norton, già I Rubacchiotti in un misterioso film con John Goodman del 1997. La trasposizione dalla Londra dei anni ’50 alla Tokyo contemporanea (o meglio, a una villa con giardino della Tokyo contemporanea) è affidata a Hiromasa Yonebayashi, già animatore per molte opere dello Studio e ora giovane regista. Lo stile ricalca fedelmente ed efficacemente quello del maestro, fino a un certo conformismo un po’ inquietante. Le immagini sono fluide e belle, ma il racconto ha il respiro corto e non è paragonabile alla semplice complessità di capolavori come Mononoke e La Città Incantata. Con incedere tartarughesco il film segue la piccola Arrietty nel gigantesco mondo degli umani, fra un certo numero di personaggi irritanti, sfumature drammatiche gratuite e autocitazioni, fra gli altri, da Conan, che è roba d’altri tempi. Ci si può far uscire il sangue dal naso ritrovando messaggi edificanti, ecologisti e di comprensione del diverso, ma il film rimane noioso.
(2,5/5)
 
Omohide poro poro only yesterdayAd essere sincero una quota d’insofferenza verso questo recente Arrietty è dovuta alla visione di poco precedente di un altro film riconducibile, stavolta per intero, al secondo padre della Ghibli Isao Takahata. Omohide Poro Poro, o Only Yesterday o Gocce di Memoria è il suo lungometraggio del 1991 ed è devastante. L’animazione è curata e realistica, ma se per i primi venti minuti le vicende quotidiane della giovane donna Taeko, in flashback bambina alla scoperta della normalità, possono essere sopportabili, per i restanti cento la cosa si fa difficile da gestire. La metà adulta della storia è interamente opera di Takahata, che integra in questo modo un manga di Okamoto e Tone. Non sarò entrato in sintonia con la prolungata bellezza dell’elegia alla vita contadina che diventa esistenza vivida e reale rispetto quella artificiale e superficiale che impone la metropoli, ma la protagonista risulta così scarsamente simpatica e la sua storia così annacquata che avrebbe potuto anche autoinvestirsi con un trattore senza lasciarmi spendere una lacrima. 
(2/5)
 
Visto che siamo in area, si sappia che ogni martedì alle 21.10 rai4 prosegue la rassegna "Missione: Estremo Oriente", di cinema action nipponico, iniziata il 20 settembre. Tutti i titoli, copincollati da Asian Feast: La vendetta del dragone (2009); Fearless (2006); Ip Man (2008, 1° vis.); Ip Man 2 (2010, 1° vis.); La foresta dei pugnali volanti (2004); The Warlords – La battaglia dei tre guerrieri (2007); The Myth – Il risveglio di un eroe (2005); Il regno proibito (2008); Little Big Soldier (2010); A Hero Never Dies (1998, 1° vis.); The Longest Nite (1998, 1° vis.); Breaking News (2004); Beast Stalker (2008, 1° vis.); The Sniper (2009, 1° vis.); Fire of Conscience (2010, 1° vis.); New Police Story (2004); Connected (2008, 1° vis.); Bullets Over Summer (1999, 1° vis.); One Nite in Mongkok (2004, 1° vis.); Ong Bak – Nato per combattere (2003); Chocolate (2008); Confessions (2009, 1° vis.); Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma (2010, 1°vis); La congiura della pietra nera – Reign of Assassins (2010, 1°vis); The Good, the Bad, the Weird (2008, 1° vis. free).

Jarmusch vampiro, Waits mostro, Venezia laguna

jim jarmuschAnche Jim Jarmusch sta facendo il suo film coi vampiri. "Una cripto storia d'amore fra vampiri, ambientata nella desolazione romantica di Detroit e Tangeri". Dando come fatte le considerazioni inevitabili sull'inflazione che ha travolto i succhisangue, letti e riletti, ibridati e depurati, prendiamo anche per buone le affermazioni del regista che mette le mani avanti dichiarando d'aver pensato alla cosa parecchi anni fa. Poi, io di jarmusch mi vedrei anche un documentario sui pancake e Ferrara nel 1995 con The Addiction già ci mostrava come dall'argomento vampiri si possa distillare di tutto (nel suo caso, un capolavoro). Nel film jarmuschiano ancora senza titolo Michael Fassbender, Mia Wasikowska che già m'era sembrata brava e infatti eccola qui, e l'ormai immancabile Tilda Swinton.

the monster of nixUn giorno scriverò sul club The Sons of Lee Marvin; raccolsi della documentazione, poi quando meno me l'aspettavo mi sono rotto le palle.

The Monster of Nix è una cosa che già da qualche mese sto schiattando dalla voglia di vedere. Film animato di Rosto lungo 30 minuti, è una roba dark e fiabesca doppiata da Terry Gilliam e Tom Waits che fa un mostro-corvo. Passerà a Venezia al Circuito Off, inizio settembre. Nient'altro da dire (magari qualche punto esclamativo: !!!), qualcosa da vedere: teaser 1, teaser 2 (estremamente fico), trailer
 

Venezia, si diceva. Sono stati presentati i film: un buon programma, mi pare (cosa non rara, se vogliamo dare a Marco quel che è di Marco). In concorso

TOMAS ALFREDSON – TINKER, TAILOR, SOLDIER, SPY
Gran Bretagna, Germania, 127'
Gary Oldman, Colin Firth, Tom Hardy, John Hurt
ANDREA ARNOLD – WUTHERING HEIGHTS
Gran Bretagna, 128'
Kaya Scodelario, Nichola Burley, Steve Evets, Oliver Milburn
AMI CANAAN MANN – TEXAS KILLING FIELDS
Usa, 109'
Sam Worthington, Jessica Chastain, Chloe Grace Moretz, Jeffrey Dean Morgan
GEORGE CLOONEY – THE IDES OF MARCH [FILM D’APERTURA]
Usa, 98'
Ryan Gosling, George Clooney, Philip Seymour Hoffman, Paul Giamatti, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood
CRISTINA COMENCINI – QUANDO LA NOTTE
Italia, 116'
Claudia Pandolfi, Filippo Timi, Michela Cescon, Thomas Trabacchi
EMANUELE CRIALESE – TERRAFERMA
Italia, Francia, 88'
Filippo Pucillo, Donatella Finocchiaro, Giuseppe Fiorello, Claudio Santamaria
DAVID CRONENBERG – A DANGEROUS METHOD
Germania, Canada, 99'
Keira Knightley, Viggo Mortensen, Michael Fassbender, Vincent Cassel
ABEL FERRARA – 4:44 LAST DAY ON EARTH
Usa, 82'
Willem Dafoe, Shanyn Leigh, Paz de la Huerta, Natasha Lyonne
WILLIAM FRIEDKIN – KILLER JOE
Usa, 103'
Matthew McConaughey, Emile Hirsch, Juno Temple, Gina Gershon
PHILIPPE GARREL – UN ÉTÉ BRULANT
Francia, Italia, Svizzera, 95'
Monica Bellucci, Louis Garrel, Céline Sallette, Jérôme Robart
ANN HUI – TAOJIE (A SIMPLE LIFE)
Cina-Hong Kong, Cina, 117'
Andy Lau, Deanie Yip, Anthony Wong, Tsui Hark
ERAN KOLIRIN – HAHITHALFUT (THE EXCHANGE)
Israele, Germania, 94'
Rotem Keinan, Sharon Tal, Dov Navon, Shirili Deshe
YORGOS LANTHIMOS – ALPEIS (ALPS)
Grecia, 93'
Ariane Labed, Aggeliki Papoulia, Aris Servetalis, Johnny Vekris
STEVE MCQUEEN – SHAME
Gran Bretagna, 99'
Michael Fassbender, Carey Mulligan, James Badge, Nicole Beharie
GIAN ALFONSO PACINOTTI [GIPI] – L'ULTIMO TERRESTRE
Italia, 100'
Gabriele Spinelli, Anna Bellato, Roberto Herlitzka, Teco Celio
ROMAN POLANSKI – CARNAGE
Francia, Germania, Spagna, Polonia, 79'
Jodie Foster, Kate Winslet, Christoph Waltz, John C. Reilly
MARJANE SATRAPI, VINCENT PARONNAUD – POULET AUX PRUNES
Francia, Belgio, Germania, 90'
Mathieu Amalric, Maria De Medeiros, Golshifteh Farahani, Isabella Rossellini, Chiara Mastroianni
ALEKSANDER SOKUROV – FAUST
Russia, 134'
Johannes Zeiler, Anton Adasinskiy, Isolda Dychauk, Hanna Schygulla
TODD SOLONDZ – DARK HORSE
Usa, 84'
Mia Farrow, Christopher Walken, Justin Bartha, Selma Blair
SION SONO – HIMIZU
Giappone, 129'
Shôta Sometani, Fumi Nikaidô, Tetsu Watanabe, Mitsuru Fukikoshi
TE-SHENG WEI – SAIDEKE BALAI
Cina, Taiwan, 135'
Da-Ching, Umin Boya, Landy Wen, Lo Mei-ling

Curiosità per molti titoli. Crialese torna a cinque anni dal notevole Nuovomondo con Terraferma. Dalle navi si sbarca, della terra nera ci si sporca, dal basso si viene ripresi quando ci si tuffa nell'acqua blu; più che un trailer una firma. Ferrara con Dafoe e Paz de la Huerta – e, a quanto ho capito, la sua giovane bionda ex ragazza che faceva capolino e gli evitava di cascare a terra in un suo recente e barcollante documentario – sarà un film da inseguire, per assistere al giorno precedente alla fine del mondo. Svariato materiale sul sito del nostro. Curiosità, perché no, anche per Gipi, uno degli ultimi poeti a piede libero, che approda al cinema contemporaneamente alla Satrapi. Lanthimos dopo la secca frustata di Dogtooth torna con Alps, film sulla morte e la sostituzione degli affetti. Impossibile non citare, poi, il monumentale Friedkin, Solondz con Walken, Polanski, Sokurov e Cronenberg. Riguardo quest'ultimo, sinceramente dispiace leggere della sostituzione di Waltz con Mortensen. Il triangolo Freud – Spielrein – Jung si scorge già nel trailer nella nitidezza quasi imbarazzante e sconveniente del digitale. È ancora un dolore sapere che queste immagini non invecchieranno mai.
 

The Secret of Kells (Tomm Moore, Nora Twomey 2009)

the seret of kells

Le figure bidimensionali dai netti contorni neri, il tratto semplice, disegnato a mano e riempito da uniformi colori digitali, al primo colpo d’occhio possono lasciar credere che The Secret of Kells sia un film dall’animazione povera ed elementare. Sbagliato. La produzione franco-belga-irlandese, candidata all’Oscar 2010 ma non alle presenza nelle sale italiane, è una delle pellicole d’animazione più interessanti e affascinanti degli ultimi anni (e ringrazio Alicesue per avermela consigliata).

Pur essendo il risultato del lavoro di diversi studi distribuiti in svariati angoli del mondo, la qualità principale dell’opera firmata Moore e Twomey risiede nella naturalezza e agilità con cui lascia convivere e confondere diversi temi, registri, sensazioni e tipologie d’immagini. Le radici nelle leggende del medioevo nordico, Secret of Kells racconta l’amicizia fra Brendan, ragazzino nipote dell’abate del suo villaggio, e Aisling, bambina che incarna lo spirito del bosco. Percorrendo, com’è giusto, il percorso semplice delle fiabe, si ammirano antiche miniature, si vive la paura dell’invasione vichinga, si affrontano prove che aiutano a crescere, alla scoperta di sé e del mondo, passando per scene ironiche o tese, cupe o sgargianti, tutte meravigliose da vedere.

Le figure spezzate e geometriche che formano i personaggi e il loro piccolo universo, in equilibrio fra reale e fantastico, sono ricche di dettagli e scomposizioni interne, lasciano vivere l’ambiente, la natura, le cose, disegnando le forme nella ricerca di un’intensità che dal centro si espande a tutto il quadro. In un espressionismo moderno che immerge le figure pop nell’atmosfera magica e antica, il mondo di Kells vive e muta in ogni dettaglio, mettendo in scena un confronto fra natura e cultura che si risolve in un incontro dai garbugli psichedelici, minacciato da un’iconica rappresentazione del Male.

Kells è un’esperienza visiva singolare e coinvolgente (ricorda il Samurai Jack di Tartakowsky, ma ne moltiplica la complessità e l’accuratezza), che non cerca facili soluzioni dal punto di vista estetico né da quello narrativo, e per mostrare la sua magia non ne urla la presenza ma lascia che la stessa avvolga lo spettatore. 

(4,5/5)

Perfect Blue (Satoshi Kon 1998)

perfect blueIl dualismo freddo e allucinato attorno a cui si avvitano le opere di Satoshi Kon, ha già una forma compiuta e disturbante in questo primo lungometraggio. Con l’eccezione del travestito Hana in Tokyo Godfathers, che racchiude consapevolmente due anime ed è un personaggio più pacificato che si adatta bene al bellissimo film natalizio dell’artista giapponese, per il resto, dalla serie Paranoia Agent all’ultimo Paprika, al centro della scena c’è sempre una figura femminile intimamente sdoppiata, in confusione tra una fragile immagine pubblica e un miscuglio interiore di aggressività e sensualità che lotta per prevalere. L’ambiguità del personaggio è esasperata e viene spinta a manifestarsi da un mondo che ne rispecchia le patologie, così tutto finisce per assumere la sostanza di un’inquietante immagine distorta, spesso indecifrabile nel suo complesso ma del tutto significativa e immediata nella angosce sottili che caratterizzano i dettagli.

Perfect Blue è uno psicothriller composto da un mosaico tagliente e complesso, che ruota attorno alla storia di Mima, una idol che diventa attrice e, in maniera simile al Cigno Nero di Aronofsky, s’immerge in un mondo di corporea irrealtà dove si confrontano l’ambizione e l’intimità, l’arte e la follia. Perfect Blue, tratto da un romanzo di Yoshikazu Takeuchi che sarebbe dovuto diventare un film con attori in carne e ossa, trova nell’animazione l’avvicinamento efficace e originale ai suoi modelli, da Hitchcock a Lynch. La perfetta sincronia nelle coreografie del trio pop di cui fa parte la protagonista, l’identica freddezza nello sguardo che in vari momenti lega personaggi diversi, la leggerezza innaturale con cui le figure corrono tagliando la folla e la città, costituiscono un forte senso d’estraniamento, accentuato dall'uso di un tratto essenziale ma estremamente realistico ed espressivo. Dopo i primi minuti il film migliora anche nella fluidità del movimento, e l’accuratezza nei dettagli degli sfondi e nella ricerca delle inquadrature dimostra come l’animazione consenta all’autore di concentrare e rendere pienamente evidente la propria accezione dell’immagine, che nei molti momenti di tensione permette di accedere attraverso la sua esasperazione a un senso forte e specifico.  

Satoshi Kon, che fra i grandi animatori sembrava il più innamorato del cinema "reale", o almeno quello che ricercava più spesso una fusione d'immagini e temi appartenenti al live e agli anime, purtroppo è morto l’anno scorso, mentre completava The Dreaming Machine.

perfect blueperfect blue(4/5)

Rango (Gore Verbinski 2011)

rangoRango è parodia, classicità, spaghetti western, citazioni e animali antropomorfi. La lucertola protagonista parte con una camicia hawaiana e chiude col poncho di Eastwood, attraversando una storia dall’animazione realistica nella resa delle scene e dei dettagli e fantasiosa nella trasfigurazione dei personaggi. I riferimenti sono adulti, quando sulla strada si rischia d’essere investiti anche da Hunter Thompson e il suo avvocato, e la storia, di per sé molto semplice, si lascia spesso andare a digressioni allucinate, i momenti migliori e più originali. Verbinski, solo relativamente nuovo all'animazione considerando le numerose parti in computer grafica dei vari Pirati dei Caraibi (che in alcune occasioni condividono il deserto e la consistenza del mondo di Rango), raggiunge un risultato affascinate anche se coinvolgente a metà, con un film bello da vedere e ricco di spunti interessanti, ma che si muove sempre su un intreccio canonico e prevedibile. 

(3/5)

Summer Wars (Mamoru Hosoda 2009)

summer-warsSummer Wars è una creatura di Mamoru Hosoda, già alla direzione di The Girl who Leapt Through Time. Vincitore di vari premi e candidato all’Oscar per l’animazione, è riuscito a strappare una distribuzione in home video persino in Italia. 
 
Summer Wars ripropone lo stile già apprezzato in The Girl, con personaggi in 2d dal tratto semplice ma espressivo e le ambientazioni molto curate e dettagliate, con la computer grafica ad arricchire il quadro integrandosi alla perfezione. Si seguono le vicende della casata Shinoara, ampia e coesa famiglia giapponese strutturalmente matriarcale, visitata attraverso lo sguardo esterno di Kenji, giovane informatico invitato dalla compagna di classe Ueda. S’intrecciano l’efficace descrizione dei diversi familiari (in particolare la combattiva nonna di Ueda), la storia romantica fra i due ragazzi, descritta da bei movimenti e paesaggi da cinema meditativo, e una minaccia che nasce e cresce all’interno di Oz, una sorta di piattaforma alla Second Life (se Second Life avesse funzionato e fosse servito a qualcosa) che interfaccia chiunque nel mondo attraverso il proprio avatar, permettendogli di comunicare e usufruire d’ogni servizio.  Quest’ultima linea è destinata ad esplodere nella seconda parte, fondendo le immagini della famiglia impegnata in rituali tradizionali a quelle caotiche e libere da regole di Oz. 
 
Per quanto non manchino concessioni all’umorismo nipponico più demenziale, che di tanto in tanto sembra limitare, forse volontariamente, le aspirazioni dell’intero film, e nell’ultima parte gli scontri fra avatar richiamino alcune produzioni minori (comunque più interessanti dei duelli pacchiani e pretenziosi di Scott Pilgrim), nella maggior parte dei casi Summer Wars riesce a equilibrare dinamismo e ricerca estetica, ad ancorare le sue fantasie a riferimenti reali. Hosoda sa guidarci con mano sicura attraverso l’alternarsi di vicende, sentimenti e personaggi, facendo apparire semplice una costruzione del racconto in realtà stratificata e interiormente complessa.

summer-warssummer-warssummer-warssummer-wars(3,5/5)

Megamind (T. Mc Grath 2010), Narnia – il viaggio del veliero (M. Apted 2010) Incontrerai L’Uomo dei tuoi Sogni (W. Allen 2010)

MegamindLa ricerca del fascino del villain di Cattivissimo Me più il romanticismo e l’allegra noncuranza verso le leggi della fisica di Piovono Polpette più Superman e una spruzzata di Batman uguale Megamind. Ch’è un film per niente disprezzabile, ma in queste produzioni alla solida canonicità della storia va ad aggiungersi una realizzazione gradevole, ma ormai altrettanto codificata. Per un film d’animazione, un genere dalle potenzialità espressive ed estetiche immense (come ci mostrano da sempre i Giapponesi e come riesce a ricordarci la Pixar quando è in stato di grazia), essere solo un patchwork, per quanto ben fatto, è una scelta precisa.
 
Dopo la parentesi più movimentata e laica del Principe Caspian, Narnia col suo Viaggio del Veliero raggiunge vette inesplorate d’infantilismo e catechesi. Uno strazio da ogni punto di vista.
 
incontrerai l'uomo dei tuoi sogniIl fatto che più del film si finisca quasi sempre per discutere dell’inquadramento dello stesso nella carriera di Allen, la dice abbastanza lunga su Incontrerai L’Uomo dei tuoi Sogni. Pur elegante e tutto sommato scorrevole, You Will Meet a Tall Dark Stranger pare sostituire gli appuntamenti dal terapista; adagiato negli sguardi e gli ambienti borghesi, nelle vicende appena vivacizzate da imprevisti che sembrano lasciati in sospeso più per sopravvenuta noia del suo ideatore, che per un reale e significativo disegno autoriale. 

Megamind: 3/5

Le Cronache di Narnia – Il viaggio del veliero: 1,5/5

Incontrerai L'Uomo dei Tuoi Sogni: 2,5/5

Panico al Villaggio (Aubier, Patar ’09) Il Texano dagli occhi di Ghiaccio (Eastwood ’76) Tornando a Casa per Natale (Hamer 2010)

panico al villaggioPanico al Villaggio è un film belga dell’anno scorso, animato con i personaggi di plastica che i bambini usano per dare corpo alle loro storie. Le figure si muovono ciondolando come se ci fossero delle dita a prenderli e a simularne il passo, impacciato dalla pedana che serve a tenerle in piedi. La libertà con cui si inseriscono nuovi personaggi per dare corpo a una storia che vaga per vari mondi in assenza di leggi fisiche e narrative è stata generalmente molto apprezzata, io ho trovato grosse difficoltà a reggere i 70’ di sostanziale noia. Si assiste a un gioco eterodiretto, in scenari fantasiosi ma elementari nella realizzazione, come si assisterebbe a un’ora abbondante di svago infantile. Mentre i bambini giocano sul tappeto coi soldatini solitamente i grandi bevono rum, escono al freddo a fumare e parlano dei mali del mondo. (2/5)
 
tornando a casa per nataleIl Texano dagli Occhi di Ghiaccio l’ho recuperato quando è nata l’esigenza di un film fatto a forma di film, dopo una serie di visioni deludenti oltre ogni previsione. Questo Eastwood del ’76 ha svolto perfettamente il suo compito: un western lineare, ironico, bello a vedersi, con una storia violenta ma anche più “ottimista” della media, un classicone senza dover ricorrere a sovrainterpretazioni. (4/5)
 
Bent Hamer ha tratto le storie che si intrecciano in Tornando a Casa per Natale da una raccolta di racconti dell’altrettanto norvegese Levy Henriksen. Pur essendo interessante, immerso nella normalità malinconica di Hamer, Tornando a Casa è meno efficace di opere come Horten, Kitchen Stories o Factotum. La breve durata della pellicola, divisa per sei vicende differenti, restituisce un affresco in linea con la poetica del regista, ma i consueti silenzi, i tempi e i dettagli soffrono i cambi di scena e impediscono d’affezionarsi ad una storia o a un personaggio. In altre occasioni Hamer ha fatto meglio delineando col suo cinema minimale poche figure accurate e affezionandosi più a queste che alle loro vicende. (3/5)