4:44 Last day on Earth (Abel Ferrara 2011)

Abel Ferrara racconta l’ultimo giorno del mondo, l’ultimo di Cisco, Willem Defoe, attore ed ex tossicodipendente, e la giovane pittrice Skye, Shanyn Leigh, ragazza di Cisco ed ex del regista. È subito evidente come dietro l’inversione degli ex si celi quel fattone di Abel Ferrara, che parla di sé e del suo cinema più che dell’apocalisse, si getta immediatamente nel corpo di Defoe in un film episodico e istintivo (come Altman, Abel è uno dei pochi che riesca a dare questa impressione), fieramente povero e digitale. Last day on Earth è rinchiuso buona parte del tempo nell’appartamento della coppia, con brevi escursioni sul tetto del palazzo che lo ospita, ricercando la visione del regista. Quelle di 4:44 sono immagini metropolitane sotto mutazione, corpi, movimenti e spazi visti per l’ultima volta, vestiti della trasparenza data dall’ultimo giorno.

Abel a volte riesce a regalare questa nuova dimensione ai suoi quadri, forse ci riesce sempre, anche quando sembra ingenuo, ripetitivo e noioso, forse non è mai uscito dal cubicolo di rimontaggio in cui si abbandonava lo stesso allucinato Defoe, nella lunga elaborazione finale di New Rose Hotel. Schermi di computer, immagini nell’immagine, ripetizioni ossessive e soliloqui, lunghe comunicazioni in videoconferenza, 4:44 è un film incompleto che mette al centro dell’esistenza lo sguardo come senso privilegiato e superficiale della percezione, da alterare e preservare.

Il mondo finisce con una luce chiara che illumina completamente la sala, se sufficientemente piccola, e mostra i suoi spettatori, altra immagine in superficie. Tornando in auto i Neutral Milk Hotel, e ad attirare l’attenzione sono le luci degli stop delle auto, dei semafori, luci fatte di piccole luci, e insegne che colorano le cose vicine e di passaggio, mentre uscendo dalla città tutte le luci tornano neutre e piatte.

(4/5)

Chelsea on the Rocks a Fuori Orario

Visto che ormai mi sento responsabile, prima che sia troppo tardi segnalo che all'1.20 Fuori Orario dà Chelsea on the Rocks, film documentario con interviste storiche e inserti di fiction girato da Abel Ferrara nel 2008. Mi pare cosa buona e giusta.


 

Go Go Tales (Abel Ferrara 2007)

Una serata al Paradise, locale di lap dance di proprietà di Willem Dafoe, istrionico padrone di casa col vizio del  gioco. L’idea di Ferrara di fare un film a struttura altmaniana (impossibile non pensare a Radio America) non è sballata, dal momento che molte opere di entrambi i registi, seppure in maniera differente, danno la sensazione di un'incursione casuale in mondi caotici per l’occhio esterno, interiormente organizzati su tempi e modi specifici. Un sapore di improvvisazione difficilmente concesso alle regole del cinema, che non vengono peraltro svilite o semplificate.

Rinchiusa nel Paradise, la storia di Go Go Tales prende forma in piani sequenza e giochi di luce, trasferimenti su schermi a bassa definizione e coreografie tanto vacue da essere realistiche. Luci al neon e donne longilinee dai costumi bizzarri hanno il loro fascino, e il merito di fare chiaro riferimento all’estetica di molti film di fantascienza o dinamicamente sperimentali, alcuni indicati come lavori preziosi dal punto di vista visivo, altri come paccottiglia replicante: tutto viene dai colori di un bordello che voglia darsi un certo tono. E, per quel che riguarda Ferrara, sono gli stessi colori di New Rose Hotel. In questi toni artificiali e nei dialoghi lasciati ad un’improvvisazione che spesso non va oltre una lunga sequela di cazzo e vai a farti fottere, si alternano momenti puramente vuoti (ai quali dò un valore del tutto positivo), scene addirittura partecipative e malinconiche (come la performance canora di Dafoe), e roba davvero becera (qualche battuta forzata e la parte di Scamarcio). Non sto a dilungarmi sulle peculiarità del doppiaggio, anche se non posso fare a meno di chiedermi perché sia stato fatto in questo modo, atono e fuori tempo. Insomma un film greve e lieve, al quale, volendo, si possono trovare un mucchio di difetti, ma che possiede una sua anima strafatta e autoironica, magari da non annacquare con letture metacinematografiche o criptobiografiche.

(3,5/5)