Abel Ferrara racconta l’ultimo giorno del mondo, l’ultimo di Cisco, Willem Defoe, attore ed ex tossicodipendente, e la giovane pittrice Skye, Shanyn Leigh, ragazza di Cisco ed ex del regista. È subito evidente come dietro l’inversione degli ex si celi quel fattone di Abel Ferrara, che parla di sé e del suo cinema più che dell’apocalisse, si getta immediatamente nel corpo di Defoe in un film episodico e istintivo (come Altman, Abel è uno dei pochi che riesca a dare questa impressione), fieramente povero e digitale. Last day on Earth è rinchiuso buona parte del tempo nell’appartamento della coppia, con brevi escursioni sul tetto del palazzo che lo ospita, ricercando la visione del regista. Quelle di 4:44 sono immagini metropolitane sotto mutazione, corpi, movimenti e spazi visti per l’ultima volta, vestiti della trasparenza data dall’ultimo giorno.
Abel a volte riesce a regalare questa nuova dimensione ai suoi quadri, forse ci riesce sempre, anche quando sembra ingenuo, ripetitivo e noioso, forse non è mai uscito dal cubicolo di rimontaggio in cui si abbandonava lo stesso allucinato Defoe, nella lunga elaborazione finale di New Rose Hotel. Schermi di computer, immagini nell’immagine, ripetizioni ossessive e soliloqui, lunghe comunicazioni in videoconferenza, 4:44 è un film incompleto che mette al centro dell’esistenza lo sguardo come senso privilegiato e superficiale della percezione, da alterare e preservare.
Il mondo finisce con una luce chiara che illumina completamente la sala, se sufficientemente piccola, e mostra i suoi spettatori, altra immagine in superficie. Tornando in auto i Neutral Milk Hotel, e ad attirare l’attenzione sono le luci degli stop delle auto, dei semafori, luci fatte di piccole luci, e insegne che colorano le cose vicine e di passaggio, mentre uscendo dalla città tutte le luci tornano neutre e piatte.
(4/5)
Una serata al Paradise, locale di lap dance di proprietà di Willem Dafoe, istrionico padrone di casa col vizio del gioco. L’idea di Ferrara di fare un film a struttura altmaniana (impossibile non pensare a