L’Uomo che fissa le Capre ha un primo tempo nobile ed efficace, con delle incursioni negli anni ’70 e il Vietnam che si possono leggere come un sequel apocrifo di Paura e Delirio a Las Vegas, così come la storia scritta da Jon Ronson può ricordare il gonzo journalism di Hunter Thompson. Certo, il tono è più apertamente comico, e la mancanza d’identità fra protagonista ed autore ci priva di gran parte dell’autenticità e dell’amarezza; rimane, però, un efficace sarcasmo verso l’autorità, un genuino amore per l’assurdo e un richiamo al tempo stesso malinconico e dissacrante degli ideali hippy. Geff Bridges è monumentale, George Clooney è ormai un professionista nel demolire il personaggio costruito nella prima parte delle sua carriera, per realizzare la seconda, Ewan McGregor ha l’ottimale physique du role per impersonare il giornalista che affronta i pericoli di Baghdad in un albergo a cinque stelle, figura più volte evocata nelle metacronache contemporanee, ma mai resa in maniera così efficace.
Tutto questo in una densissima e a tratti puramente entusiasmante prima parte; poi il film si lascia progressivamente andare, perde un po’ di vista il tono e le intenzioni, e nel finale non riesce ad essere alla sua altezza, privandoci di un possibile oggetto di culto, per parcheggiarsi nel pur non affollatissimo settore dedicato ai bei film.
(3,5/5)