Antiviral (Brandon Cronenberg 2012)

antiviral cronenberg brandon slowfilm recensioneBrandon Cronenberg è figlio, e non lo nasconde. Antiviral insegue l’ossessione per le ossessioni del primo David Croneberg (adesso siamo almeno al terzo), ne ricerca l’amore per le mutazioni autodistruttive, le fusioni, le nuove forme di vita, lo schifo. Lo fa in maniera più educata rispetto agli eccessi geniali e profetici del padre, ma dimostra anche di avere un’idea di cinema in cui tutto sommato sembra credere sinceramente – scene secche, tagliate col bisturi, immagini fintamente asettiche, fredde ma in qualche modo incerte.

Antiviral racconta un tempo e un mondo in cui esistono agenzie che inoculano a chi ne faccia richiesta, e dietro adeguato compenso, le malattie delle celebrità. Ambientazione sempre (pseudo)ospedaliera, bianche geometrie virate verso la nausea, puntualmente macchiate da fiotti di sangue rosso scuro; protagonista Syd March, malaticcio impiegato della clinica Lucas, che oltre a fare il suo lavoro si dedica alla pirateria dei suddetti virus, adoperando il proprio corpo come contenitore.

La morbosità, la dipendenza, il parassita e l’ospite, la ricerca di una figura cui accordare la devozione che spetta alle divinità sono i temi subito evidenti. L’individuazione di un soggetto originale e intrigante è riuscita a metà. Il concentrarsi sui virus porta con sé un utile corredo estetico e il tema forte della malattia rivisto in chiave paradossale, ma di per sé condividere il morbo del proprio idolo non consente un vero contatto con lo stesso. Il virus non assume niente del corpo che lo ospita, quindi non consente nessuna condivisione nel passaggio da un soggetto all’altro. La comunione è solo ideale e affettiva, un legame debole rispetto all’insistenza sui corpi, i fluidi, la confusione degli stessi e l’adorazione dell’individuo. In un certo senso risulta più centrata una storia a margine, che mostra delle colture cellulari vendute come “bistecche di celebrità”, finalmente cristianamente ingerite e assimilate, nel corpo e nel sangue.

Lo stesso ruolo delle celebrità non è chiaro: esteriormente perfette, trattate – e forzatamente mutate – come esseri ultraterreni, l’ossessione per le stesse rimane rinchiusa nelle stanze che ospitano il film, senza che la ricerca del legame e la passione mostrino la loro influenza nel mondo reale, sulle masse; tutto rimane nei limiti dell’adorazione malata di pochi individui. La possibilità, poi, che in scena sia rappresentata la semplice insofferenza verso il feticismo e l’adorazione con cui i fan di David Cronenberg devono aver colpito l’immaginazione del piccolo Brandon, dà un appoggio concreto al tema e inevitabilmente lo limita.

Adeguato il protagonista Caleb Landry Jones, sottoutilizzati e poco definiti Sarah Gadon e Malcolm McDowell.

(2,5/5)

Una valanga di film su cui non posso più scrivere qualcosa di sensato.

The Amazing Spider-Man (Marc Webb 2012), il film che doveva rilanciare l’Uomo Ragno prima che nessuno potesse sentirne l’esigenza. Opera premurosa ispirata da problemi di diritti di sfruttamento che non ho alcuna intenzione di approfondire, The Amazing poteva sembrare, dal trailer, un avvicinamento all’approccio Nolan. In realtà è molto meno. Premesso che quelli di Raimi sono fra i migliori film supereroici mai realizzati, con la giusta dose di fumetto, ironia, film serio e regia di chi ci sa fare, Webb si conferma uno che più che girare film fa i compiti a casa. Un reboot pieno di battutine strozzate, scene scialbe e scollate, poco appassionante, e con un mostro uscito  da una playstation 2. (2/5)

La Faida (2011) è un buon film di Joshua Marston, anche meglio del già apprezzabile Maria Full of Grace. Qualcosa in comune con Shotgun Stories. Condivide col film di Jeff Nichols la secchezza nel descrivere aspri conflitti fra famiglie tenendo la violenza fuori campo, il soffermarsi sui personaggi e i luoghi. Ambientato in Albania, La Faida presenta codici rurali che abitualmente sostituiscono o integrano le leggi comuni, mentre dipinge un’efficace declinazione della frase “le colpe dei padri ricadono sui figli”. (4/5)

Total Recall – Atto di Forza (Len Wiseman 2012) all’inizio non sembra male. Ho pensato, ecco finalmente del buon vecchio cyberpunk. Visivamente il film se la cava, fra città multistrato, tanta pioggia, folla variegata l’atmosfera c’è; però presto diventa un continuo inseguimento, schiaffi e inseguimenti inseguimenti e schiaffi, poi si fermano un attimo fanno uno spieghino e ricominciano a inseguirsi e prendersi a schiaffi. Alla lunga, stanca. Nei cinema dall’11 ottobre. (2,5/5)

Pusher I (1996), II (2004), III (2005). Nicolas Winding Refn è bravo, questa è una verità che Drive ha portato molte più persone a condividere. Il primo episodio di Pusher è più vanesio, una sorta di Guy Ritchie disintossicato dei Looney Toons, ma già piacevole. Il secondo è il più equilibrato e completo: problematico, coinvolgente e per protagonista un grande Mads Mikkelsen. Il terzo episodio è più svuotato, cupo e perduto,Tutto in una Notte in visita al mattatoio. (Pusher I 3,5/5, Pusher II 4/5, Pusher III 3,5/5)

Captain America: Il primo vendicatore (Joe Johnston 2011), due palle. (2/5)

Biancaneve e il Cacciatore (Rupert Sanders 2012), invece, tutto sommato non è malaccio. Delle lungaggini, dei punti morti e il sostanziale fallimento negli accenni di alleggerimento; però una bella costruzione degli spazi, un mondo fantasy convincente (con omaggio a Miyazaki) e una riuscita rivisitazione personaggi, in particolare quelli femminili. (3/5)

Friends with Kids (Jennifer Westfeldt 2012) è una commedia innocua, troppo parlata e dalla struttura più che standard. Si lascia guardare per l’ammucchiata di attori provenienti da serie famose. (2,5/5)

Detention (Joseph Kahn 2011) è un film più bizzarro di quanto sembri. Si autoproclama spudorata copia di Scream, e in realtà si lascia andare a digressioni, commistioni, inserti e falsi indizi. Un teen movie colorato ma non del tutto plastificato, che alla trasfigurazione di Craven aggiunge, senza prima avvertire, quella di Richard Kelly. Un film che fa finta di non prendersi mai sul serio, e rimane sempre sopra le righe. Decisamente più interessante del vuoto furbetto di uno Scott Pillgrim. (3,5/5)

Pirati! Birganti da strapazzo (Peter Lord, Jeff Newitt 2012) è lo stop motion ipercitazionista del creatore di Galline in Fuga. Ma se c’è un modo di rendere sensata e piacevole la citazione, è in questo film. Molta classe, tanta cura per i dettagli, divertimento, qualche colpo di genio. Solo qualche lungaggine nel finale. (3,5/5)

E infine, Cave of Forgotten Dreams (2010), uno dei rari Herzog a essere passato per qualche nostra sala. Non uno dei suoi film migliori, però. Si tratta di un documentario, d’impostazione piuttosto classica, sulla grotta di Chauvet, luogo che custodisce preziosissime pitture rupestri risalenti a una trentina di migliaia di anni fa. Il soggetto è interessante, affascinante, le immagini importanti, ma concettualmente siamo dalla parti di Grizzly Man, con un Herzog che utilizza la propria voce per imbeccare riflessioni che dovrebbero nascere spontanee, e che sembra attingere a tutto quanto sia stato detto e scritto sulla sua arte nell’ultima trentina d’anni. Rispetto a Grizzly Man si perde l’aspetto morboso ed eccessivamente forzato, ma Cave of Forgotten Dreams, pur impreziosito da momenti umani imprevisti e divertenti, sembra girare un po’ su se stesso. Interessante la vicinanza con un altro film del regista, My Son My Son what have ye done, che condivide alcune riflessioni sul tempo e il desiderio di riuscire a fermarlo. Il film del 2009, però, è più misterioso e ricco di suggestioni. (3/5)

Prometheus (Ridley Scott 2012). Un b-movie involontario

L’esercizio legato a Prometheus è ipotizzarne la maggiore o minore vicinanza al culto di Alien. Scott inizia il suo nuovo film con un’impostazione visiva e concettuale opposta alla quadrilogia di cui firmò il principio nel 1979, e questa sul momento m’è sembrata una grande idea. In contrapposizione alla forza claustrofobica di Alien, Prometheus si apre su naturali spazi aperti, panoramiche aeree su flussi d’acqua e pieghe geologiche, trasportate da una musica elegiaca.

Tutto quanto viene promesso nell’apprezzabile prima mezz’ora, compresa una buona presentazione dell’androide Fassbender, viene successivamente smentito.

Prometheus parte alla ricerca di creatori e divinità e inciampa in una sceneggiatura sciatta e piena di lacune; la scarsa riuscita del film, dunque, è in buona parte da imputare ai writers Jon Spaiths (L’Ora Nera e un prossimo reboot de La Mummia) e Damon Lindelof (Cowboys&Aliens e Lost). A quest’ultimo sono probabilmente imputabili anche stucchevoli e ingenue derive sull’importanza e irrinunciabilità della fede. Ma l’assortimento prevede reazioni fisiche e psicologiche grottesche, scene affrettate e prive di emozione, gregari che per la loro idiozia non sarebbero ben visti neanche nei più indulgenti fra gli horror a basso costo. Prometheus perde l’unità di spazio e la minaccia continua dell’animale cacciatore, ma non offre una sua alternativa. Dalla saga di Alien, anzi, ruba numerose scene rendendole dei calchi inessenziali e privi di senso del dramma. A evitare il totale imbarazzo c’è una potente resa scenografica, ancora ispirata all’estetica di Giger, e una scena di autochirurgia invasiva che si distingue dal resto quantomeno per immediatezza, se non per verosimiglianza.

Scott, pur azzeccando alcune sequenze, non trova la quadratura per le notevoli ambizioni dello script, e si limita a filmare ripetuti raid e fughe repentine, mentre i personaggi sembrano intontiti da inattesi cambi di ruolo e di registro. Il risultato è un film che non riesce a decollare, a cui la mania di grandezza nega anche la dignità del b-movie. L’idea più curata sembra quella del finale-gancio, il che la dice lunga su quanto Prometheus possa risultare deludente e poco compiuto.

(2,5/5)

Dark Shadows (Tim Burton 2011)

Non c’è nessuna meraviglia, in questo Dark Shadows che conferma l’enorme stanchezza di Tim Burton. Una storia gotica per definizione, con vampiri, streghe e oscuri manieri, dove tutto si svolge nella totale prevedibilità, in un susseguirsi di scene che spesso inseguono il grottesco ma si schiantano contro un trito macchiettismo. Johnny Depp per l’ennesima volta pittato di bianco, impegnato in carpatici movimenti delle mani come già in Ed Wood, con la differenza che quello era un film davvero sui generis. Helena Bonham Carter ancora invischiata in queste pennellate di nero sempre più sintetico e innocuo, Michelle Pfeiffer piuttosto annoiata, e come darle torto, ed Eva Green risulta gnocca e forse anche più presa dal progetto, ma non basta.

E la scoperta che anche il tono ironico evocato dal trailer è uno specchietto per le allodole: si lasciava intendere come il risveglio del vampiro nel 1972, dopo una prigionia di due secoli, dovesse scatenare equivoci temporali e ricostruzioni seventies, ma tutto questo viene trattato in modo molto frettoloso e superficiale. In una parola, duepalle.

(2/5)

Monster of Nix, Children who Chase, Alois Nebel, Chico & Rita al Future Film

Intensa prima giornata di visioni al Future Film Festival, ospitate dalla Cineteca – Cinema Lumière. IL 28 marzo si è aperto con la prima rassegna di cortometraggi, per il programma FFshort. Dieci opere di sette paesi, per una bella panoramica sullo stato dell’arte. La selezione mostra mondi fantastici plasmati su stili visivi estremamente eterogenei, ognuno fortemente caratterizzato e teso a differenti finalità. Alcune segnalazioni: su tutti The Monster of Nix (Francia 2011), di Rosto. Probabilmente la produzione più impegnativa, il corto d’animazione dell’artista olandese può vantare la partecipazione delle voci di Tom Waits e Terry Gilliam ed è già transitato per Venezia ed altri festival eropei; avrebbe forse meritato maggiore visibilità anche qui al Future Film. La struttura di Nix ricalca quella di un breve lungometraggio, dal momento che l’avventura di Willy, ragazzino impegnato a cercare la causa della devastazione del suo villaggio, traccia una storia compiuta, disseminata da incontri con personaggi fantastici, spesso solo tratteggiati e pronti a uno sviluppo più ampio. Fra reminiscenze burtoniane e musica dai sapori balcanici o klezmer, che si sposano ottimamente col timbro inconfondibile di Waits, quella offerta da The Monster of Nix è un’esperienza cupa e affascinante, una favola sulle favole ricca di idee visive e sonore.

Molto particolare anche The Wonder Hospital (USA 2010) di Beomsik Shimbe Shim: un incubo dall’atmosfera lynciana, denso d’angosce e suggestioni, coi temi portanti dell’autorappresentazione e la chirurgia estetica nella sua declinazione più grottesca. Vivre ensemble en harmonie (Belgio 2011) di Lucie Thocaven è un ironico corto in “tecnica mista”, un bizzarro apologo sulla rabbia e le estreme conseguenze della sua deflagrazione, mentre The Tannery (Regno Unito 2010) di Iain Gardner è un toccante racconto animalista dalle struggenti tinte pastello. Year Zero (Olanda 2011) di Mischa Rozema, infine, è un’opera quasi interamente live. La più disturbante e cruda della rassegna, si presenta come una sorta di videoclip apocalittico, fantascienza horror con sentori del Tetsuo di Tsukamoto, in un susseguirsi di quadri infetti, morbosi, scene di un’inquietante invasione aliena, interna ed esterna agli esseri in scena. Notevole la forza visiva delle immagini e degli effetti speciali, Year Zero è una convincente vetrina delle capacità dei suoi autori.

Con pause di handmade cigarettes (trend diffuso, la crisi diffonde il fai da te) sono tre i lungometraggi visti. Children who chase lost voices from deep below (Giappone 2011) è il nuovo lavoro dell’autore di 5 Centimetri al Secondo, Makoto Shinkai.  La volontà di proporsi come nuovo Miyazaki è evidente, e tutto sommato la cosa sembra riuscirgli meglio che a molti adepti nello Studio Ghibli. Il tema portante è nel dolore per la perdita e la sua accettazione, ma nel film di Shinkai c’è più o meno di tutto: richiami ecologisti, riti di rinascita, storie d’amore, il mito orfico, un gattino buffo, pacifismo, scene elegiache, luci e ombre. Il riferimento più diretto, tornando a Miyazaki, è Mononoke, di cui si ritrovano anche i colori, le fattezze di alcune creature, l’animismo, la rappresentazione degli scontri cruenti. Ma proprio la moltiplicazione dei temi e gli scenari non permettono a Shinkai d’eguagliare il capolavoro di Hayao, restituendo un film bello da vedere ma non del tutto coinvolgente, piuttosto superficiale, tutto sommato troppo ingenuo e imperfetto rispetto quelle che sono le sue aspirazioni. Le visioni fantastiche sono comunque affascinanti, molto accurate nel disegno – in particolare per quel che riguarda i paesaggi e i dettagli di ambienti naturali e antiche rovine; meno riuscite sembrano le caratterizzazioni “umane” – ed è un film apprezzabile in un periodo in cui l’animazione giapponese non sembra offrire opere di grande respiro e originalità.

Alois Nebel (Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Germania 2011) di Tomàs Lunàk è la trasposizione dell’omonima graphic novel. L’atmosfera noir è assicurata dalla scelta del b/n unita ai contrasti netti dati dal passaggio al rotoscopio. Alois Nebel è controllore in una piccola stazione dei treni nei Sudeti, regione montuosa al confine cecoslovacco, l’anno e il 1989, quello della caduta del muro. Fra allucinazioni del passato, rievocazione di un passaggio storico e costruzione di nuovi affetti, il film di Lunàk procede secco e affilato, tratteggiando pochi personaggi e portando lo spettatore in un mondo colore del piombo, spazzato dalla pioggia e la neve bianca.

chico-e-rita list01Chico & Rita è l’ultimo film della serata, una produzione spagnola del 2010 firmata Tono Errando, Javier Mariscal e Fernado Trueba. “Il futuro non mi ha mai dato niente. Tutte le mie speranze sono riposte nel passato” è la frase fulminante, che indica quale sia lo spirito di Chico & Rita. A pronunciare queste parole è Rita, una bellissima cantante che ne L’Avana del 1948 comincia una travagliata e lunga avventura romantica con Chico, talentuoso pianista jazz. Il film è jazz, è blues, è la musica di Bebo Valdés e i disegni caldi e leggeri dai netti contorni neri, è nostalgia e occasioni perdute, è vanità, tradimento e amore incondizionato.

Pubblicato su BolognaCult

Red (R. Schwentke 2010), World Invasion (J. Liebesman 2011), Bubba Ho-tep (Don Coscarelli 2002)

redRed. Frank ha in totale disprezzo le leggi della fisica, figurarsi quelle degli uomini. Frank è Bruce Willis (più esatto così che il contrario), un uomo così tutto d’un pezzo che quando si guarda allo specchio l’immagine non si capovolge.

Red è filmdazione fino al midollo, con un’accentuazione dei tratti ironici e caricaturali già tipici dei film di Willis (che fra gli specialisti del settore è sempre stato il più simpatico, forse l’unico simpatico). Assieme a Morgan Freeman, John Malkovich ed Helen Mirren, formano un gruppo di ex agenti con licenza d’uccidere, accennare crepuscoli e ricordare nostalgicamente il passato; regalano qualche divertente e spudorata scena pirotecnica e inseriscono il tutto in una trama tutto sommato nemmeno troppo addomesticata. Più sacrificata Mary-Louise Parker, che dopo un buon inizio viene un po’ dimenticata. Al cinema dall’11 maggio.

(3,5/5)

world invasionWorld Invasion. Un film che offre scontri a fuoco umano-alieni più o meno per tutta la sua durata, tutto sommato fatti discretamente, può perdere anche questo selettivo tratto identitario ed essere considerato semplicemente osceno e inguardabile perché è il più sfacciato e pacchiano spot dell’esercito americano mai visto? Sì, può.

(1,5/5)

bubba ho-tepBubba Ho-tep. Il re è qui. Elvis Presley (il mitologico Bruce Campbell) si è fratturato un’anca cadendo dal palco durante un concerto – sorte ironica come ghiaccio secco – e si ritrova in un ospizio costretto fra horror demenziale e struggente malinconia senile.

Il tempo è una mummia vestita da cow boy che ti succhia l’anima dal buco del culo. Una frase grottesca ma profondamente reale, come il film di Coscarelli.

(3,5/5)

Splice (Vincenzo Natali 2009); Transformers – La vendetta del caduto (Michael Bay 2009)

splice nataliFilm da treno: Bologna Napoli.

Immagini di Splice circolavano da parecchio, e sembravano lasciar intendere un salto di qualità di Natali. Il canadese si conferma, invece, un regista di b-movie. Nel migliore dei casi buoni b-movie, ma Splice non rientra nel dominio dei casi migliori. Natali non trova quell’originalità che, seppure spesso grossolana, era stata sempre presente nei suoi lavori precedenti. La storia è quella standard dell’esperimento scientifico di cui si perde il controllo e racconta della chimera Dren che attraversa vari stadi e diverse sembianze fisiche e viene adottata dai suoi creatori. La prima parte del film punta tutto su creature glabre e piuttosto disgustose all’interno dell’ambiente asettico dei laboratori; la puzza di bruciato si comincia a sentire quasi subito, ma si tratta sicuramente del segmento più riuscito. Successivamente, per meglio tuffarsi in parapsicologismi e ambienti da horroraccio stanco, ci si trasferisce in una casabbandonatimmezzalbosco dove tutto quel che deve precipitare precipita, senza i freni del buon gusto né tantomeno quelli del buon senso.

Transformers IIFilm da treno: Napoli Bologna.

Non mi stupisce tanto la noia intrinseca a Transformers II, quanto le differenze, a sfavore di questo, che in genere sono state rilevate rispetto al primo episodio. Era il nulla, rimane il nulla. Questo nulla qui è più recente, quindi lo ricordo meglio: c’è anche Turturro, ogni tanto c’è qualche battutina, c’è Megan Fox che prepara un paio di mesi del prossimo calendario, ci sono attori che mostrano stupore davanti le gesta di robottoni per loro invisibili, ma sono aiutati dal tenore un po’ cazzone del film che consente di essere neanche troppo spaventati. Poi ci sono un sacco di cosi di ferro che si picchiano e si accostano alla perfezione ai paesaggi dell’alto Lazio e della Toscana, come potete scoprire dirigendo lo sguardo verso il finestrino.

Splice: 2,5/5

Transformers – La vendetta del caduto: 2/5

Valhalla Rising (Nicolas Winding Refn 2009)

valhalla-risingLe aspirazioni di Nicolas Winding Refn se rapportate ai modelli che sembrano aver più influenzato questo suo ultimo film, potrebbero sembrare velleitarie ed eccessivamente ambiziose. Gli spazi di Malick e i fiumi di Coppola appartengono alla storia del cinema e alla cultura popolare, e la mancanza di umiltà con cui il regista danese li rievoca, come fu con le geometrie di Kubrick applicate a Bronson, ha provocato l’ira e lo scherno di molti recensori. In realtà se, come credo sia giusto, si accorda a Valhalla Rising una visione specifica, è possibile assistere ad un film dal forte impatto visivo ed emotivo.
 
Interamente girato in Scozia, Valhalla Rising presenta gli scontri e i viaggi di One-Eye, eccezionale guerriero vichingo e spesso prigioniero incontrollabile (ancora, come Bronson). In un’epoca di scontri fra tribù cristianizzate e altre devote agli antichi Dei pagani, One-Eye è un personaggio a dir poco taciturno, caratterizzato dalla brutalità con cui esprime la sua forza e da un certo afflato mistico che lo vuole vittima di visioni violente. In un mondo di fanatici religiosi, l'orbo One-Eye (una menomazione, la sua, in linea con le tradizionali figure dei preveggenti e con l'iconografia legata a Odino) sembra l’unico a dover subire un percorso spirituale reale e vi si adatta accettandone i sacrifici. Allo stesso modo, Valhalla Rising fonde scene di livida ferocia, avendo un protagonista che, se può scegliere come uccidere un uomo, lo fa eviscerandolo come un pesce, con attese silenziose racchiuse dentro paesaggi dai colori cupi e metallici. Pur svolgendosi interamente in spazi aperti, il film presenta i suoi personaggi sempre prigionieri: delle montagne, della nebbia, della loro incapacità di influire realmente sul mondo in cui si trovano e tantomeno di comprenderlo.
 
Winding Refn si affida a colori desaturati e ad accenti lisergici dai cromatismi artificiali, agli atti di violenza fulminei e senza commento sonoro, per far risaltare il rumore di rami spezzati che fanno le ossa piegate, ad una trama breve e lineare, con cenni storici che lasciano aperta la possibilità ad interpretazioni e congetture, che esprime un’esperienza cruenta ed efficacemente opprimente anche per lo spettatore.  

(4/5)

Aiuto Vampiro – Cirque Du Freak: The Vampire’s Assistant (Paul Weitz 2009)

aiuto-vampiroUn filmetto ben fatto. Per dire che un film per adolescenti e per l’adolescente che è in noi (e quando lo digeriamo più…) non dev’essere necessariamente una stronzata alla Twilight o Tizio con gli Dei. E infatti Cirque Du Freak, che da noi arriva venerdì prossimo, è stato in patria un bel floppone
 
Subito grottesco e più nero della media, il film offre affascinanti fenomeni da baraccone, sulla scia del Burton di Big Fish, che assicurano ai sequel (che probabilmente non ci saranno) tante spassose caratterizzazioni; offre John C. Reilly e Willem Dafoe immancabilmente vampiri, nell’ennesima rielaborazione  di conflitti fra non morti che ironizzano sulle rielaborazioni precedenti; e ancora: le precarie amicizie tra fanciulli, gli amori nascenti tra fanciulli, la donna barbuta con bulbo di Salma Hayek, il ragazzo serpente nel mutante Patrick Fugit, insomma un sacco di sballo e bella gente. 
 
Inutile stare qui a raccontare la solita storia. Quel che è importante, nella solita storia, è se c’è la voglia di piazzare qualche spunto nuovo, qualche idea divertente, e in Aiuto Vampiro (massì, chiamiamolo col suo vero nome, fieri della nostra lingua e dell’italico ingegno mercantile) c’è, c’è un certo ritmo e la delicatezza di non portarti a schiumare di noia e non farti pentire d’aver puntato sul diversivo, che altrimenti tutti o ti danno dello snob o ti dicono ma cosa l’hai visto a fare che si sapeva già che era una merda. 

(3,5/5)

Daybreakers – L’Ultimo Vampiro (Michael Spierig, Peter Spierig 2009)

DaybreakersC’è una prima parte buona, dove si parla poco, si descrive il mondo dei vampiri illuminato da una luce azzurrina, artificiale e metallica. I vampiri sono il 95% della popolazione mondiale, tengono degli incoscienti umani in ordinate teche in modo da poter mungere loro il sangue, ma le scorte ormai scarseggiano. L’urbano vampiro metropolitano, se malnutrito, tende a trasformarsi in Nosferatu, e ad affondare i canini dove capita. Per quasi un’ora non ci si sente nemmeno troppo stupidi, ad aver ceduto alla tentazione dell’ennesimo film emofago della stagione, ed è ancora divertente vedere impeccabili uomini d’affari in giacca e cravatta, perdere l’aplomb e rotolarsi nel sangue, vittime dell'epidemia di fame
 
Mi piace pensare che uno dei fratelli Spiering, diciamo Peter, sia il gemello cattivo, quello che si è bruciato il cervello sniffando la colla, quello che ha diretto la seconda parte di Daybreakers. Che ospita dello splatter fatto davvero male, trova soluzioni narrative deprimenti, perde qualsiasi contegno e aspirazione, portando il film sui binari dell’idiozia, quelli su cui avevo pregiudizialmente creduto che avrebbe viaggiato. Alla fine della visione, quando la faccia seria di Hawke è ormai del tutto fuori luogo e Dafoe s’è imprevedibilmente dimostrato il peggiore sul campo, spiazzato dal suo legame col lato demente della pellicola, viene persino il dubbio che la continenza iniziale fosse, nella mente degli autori, il prologo in sordina degli spettacolari fuochi d’artificio finali.
 
Non so se esiste un gemello cattivo, non so cosa abbia portato ad un simile secondo tempo, però è lì, ed è una cosa fatta male: come il sottotitolo italiano, non ha senso né motivo d'essere.

(2/5)

Paranormal Activity (Oren Peli 2007), Codice: Genesi – The Book of Eli (Albert Hughes, Allen Hughes 2010)

Paranormal-ActivityL’unico modo per vedere Paranormal Activity, è non saperne assolutamente niente. Neanche informarsi se è bello o brutto, rimanere al dato folkloristico di Spielberg che si caca sotto tanto da interromperne la visione (pare sarà anche la frase di lancio sul retro del dvd “il film che ha fatto cacare sotto Spielberg”). L’avvertimento è dovuto perché, pur non andando a citare nessuno dei tre possibili finali, l’unica cosa che c’è da sapere, e che si capisce dopo i primi dieci minuti, quando si forma in te l’amara consapevolezza d’essere caduto in una cinica trappola, è che il film stesso non esiste, che prima dei 40 secondi di chiusura non succede assolutamente nulla. Il che porta il cacarsi sotto di Spielberg ad essere pura purissima truffa, raggiro, inganno, millantata evacuazione intestinale, a meno che non si sia abboffato di cozze infette e ne abbia risentito durante la visione, ma allora devi dirlo.  Un budget stimato di 15mila dollari, speso nella scena in cui i due tizi buttano per terra del borotalco, dove hanno usato per sbaglio la coca di qualcuno. Inevitabile il paragone con Blair Witch Project, film del cazzo, che al confronto con Paranormal Activity assume una complessità psicologica degna di Book-of-EliBergman e una spregiudicatezza visiva che ricorda Lynch. Blair Witch almeno giocò con la paura del buio, mentre questo film di Oren-Quelli Che Ho In Tasca Sono Soldi Rubati Assieme Al Mio Complice Steven-Peli mostra una casetta borghese in pieno giorno o perfettamente illuminata per una settantina di minuti, una visione spossante anche per il più scafato agente immobiliare o rappresentante di parquet. Basta, basta così.
 
The Book of Eli parla ancora di Mondo finito, superstiti cattivi, deserti grigi e alberi magri, ma lo fa molto più da fumettone. Non un gran fumettone, comunque. Anche se in maniera (decisamente) meno sbilanciata, anche qui si tratta di un film che punta molto sul colpo di scena finale. Tutto quel che viene prima, pur avendo i suoi momenti, con Denzel Washington che è meglio che non lo fai incazzare, si avvicina molto spesso alla perdita di tempo. Qualora ci fosse qualcun altro per cui la sua presenza rappresenta il maggior motivo di interesse, Tom Waits, come prevedibile, fa davvero poco. Anzi, per la precisione fa questo, che va sentito con la sua voce, sennò che senso ha?
Paranormal Activity: 1,5/5

Book of Eli: 3/5
 

The Road (John Hillcoat 2009)

The Road HillcoatPrima di tutto, The Road, opera seconda del regista dell'ottimo  The Proposition, inaugura una nuova meravigliosa era nei rapporti fra gli Italiani e i distributori di cinema, improntata ad una sana forma di paternalismo: The Road non si può vedere perché è troppo triste. Nonostante la presenza di Viggo Mortensen e Charlize Theron, gli omini del cinema preferiscono non rischiare che possa prenderci la malinconia, magari anche nel vedere Aragorn ridotto a uno straccione. Io l’ho visto lo stesso, in Australia due giorni fa; lì adesso c’è caldo.

E qui finisce la simpatia, perché, nonostante si possa comunque avere voglia di vederlo, The Road è pur sempre tratto dall’omonima opera di McCarthy, definita da Nick Hornby “il libro più deprimente che sia mai stato scritto”, e Nick Hornby di libri ne ha letti un bel po’.

L’umanità è necessariamente divisibile in due parti: quella formata da chi ha letto The Road, e quella di chi non lo ha fatto. Per i membri della seconda categoria, il film di Hillcoat è lì, pronto ad annientarvi. Per chi, invece, ha già letto il romanzo di McCarthy, l’impatto del film è decisamente minore. Se, da una parte, lo stile del regista e i colori e gli spazi scelti per la messa in scena sono perfettamente aderenti alla suggestioni che si trovano su carta, è anche vero che non c’è scena che si discosti dalla rappresentazione più diretta e immediata, più logica e intuitiva.

Nella definizione di un mondo post apocalittico, segnato da incendi e cataclismi, ricoperto di cenere e scheletri d’alberi, i pochi sopravvissuti si sono adattati ad una realtà dai colori esangui. Un uomo segue la strada col suo figlio piccolo e, mentre il più vecchio si stringe ai ricordi luminosi della sua passata vita “normale”, il bambino è un figlio del mondo nuovo, non ha niente a cui tornare, eppure accetta la propria esistenza e sopravvivenza; questo, forse, l’unico concetto che si distacca dall’orrore globale. Perché, per il resto, The Road rappresenta i sopravvissuti come padroni di una ferocia così radicale da lasciar intendere che ogni sentimento o emozione sia in realtà frutto di convenzioni sociali e di finzione. E l’unica scelta che ciascuno può porsi, rispetto all’opportunità d’essere vivo, è quella che contrappone l’istinto di sopravvivenza alla paura.

Nel seguire il viaggio senza meta del bambino e di suo padre, il film ripercorre fedelmente le tappe descritte da McCarthy (con l’eccezione dell’episodio più efferato), ma in qualche modo decide di edulcorare le vicende, risolvendo velocemente le situazioni in cui la tensione è maggiore (ma sfuggendo, così, anche ad una possibile deriva horror, che nel raccontare del cinema avrebbe potuto facilmente prendere la mano), e in generale rendendo meno dolenti alcuni confronti fra i personaggi. Rimane la desolazione di una storia che, scegliendo di non indicare una causa per quel che mostra, getta su ogni cosa il peso del castigo.

(3,5/5)

Benvenuti a Zombieland (Ruben Fleischer 2009)

ZombielandIl più politico fra i mostri, dopo Shaun of the Dead, si confronta nuovamente con la farsa. In apertura una versione per chitarra elettrica distorta dell’inno americano, inevitabilmente in odore di Hendrix, e la voce over che ci dà il benvenuto negli Stati Uniti di Zombieland; ma il tono del film rimane nella commedia, che per sua natura si concentra non sugli zombie, ma sui protagonisti più svegli e dotati di parola. Nonostante questo, Zombieland mi ha tenuto in uno stato pressoché costante di tensione, proprio perché in un film di zombie canonico si sta sempre in mezzo agli zombie, mentre in una commedia non sai mai quando possono saltar fuori.

Questo di Fleischer è un piccolo film che sta facendo parecchi soldi; curato, divertente, anche se non da sbellicarsi quanto si dice. Jesse Eisenberg lascia Adventureland per ritrovarsi in un altro parco a tema grosso quanto il mondo, dove sopravvive grazie all’osservanza di una serie di sagaci regole, mentre Woody Harrelson, dopo aver nutrito il conto corrente con 2012, lascia respirare anche l’animo indie e ci regala uno dei suoi personaggi migliori, protagonista dei momenti più divertenti assieme a Bill “fucking” Murray, già Bill “Groundhog-day Ghostbusting-ass” Murray, in Coffee and Cigarettes.

(3,5/5)

District 9 (Neill Blomkamp 2009)

In breve: proprio sopra Johannesburg parcheggia un grosso UFO (chissà se si può continuare a chiamarlo così, anche dopo che l’hai decisamente identificato come un UFO). Dentro ci sono alieni (esuli? profughi? coloni?) che per la loro somiglianza ai gamberoni vengono chiamati “gamberoni”. Vengono trattati male, reclusi e discriminati; quindi anche i “gamberoni”, a un certo punto s’incazzano. Un alto funzionario umano viene infettato e comincia a perdere i pezzi, trasformandosi gradualmente in un “gamberone”. Non mancano incongruenze interne, ma si fa facilmente finta di niente.

Considerazioni etiche: District 9 è un film giusto, che spinge anche il più ignaro degli spettatori di film di fantascienza che si siano giovati di grosse campagne di marketing, a tifare per gli alieni. Su queste solide fondamenta di giustizia, il regista Neill Blomkamp, che è anche sceneggiatore e la sa lunga, costruisce un ottimo film d’azione.

Considerazioni estetiche: i “gamberoni”, che sono tipo degli Zoidberg realistici, sono resi alla perfezione, e così tutti gli specialissimi effetti. Una delle più convincenti performance del digitale, anche rispetto a film da ben altro budget. L’alternanza fra riprese non ortodosse con soggettive da camera a mano, videocamere di sorveglianza, telefonini e quant’altro, nonché classico sguardo esterno, trascinano lo spettatore in un mondo che mischia il viscidume di Cronenberg (letterali le citazioni dalla metamorfosi de La Mosca, eXistenZiali molti corpi e fluidi, Scanneristiche le svariate esplosioni di teste) alla polvere del Sud Africa. Peter Jackson ha prodotto un film migliore di quelli che è abituato a dirigere.

Considerazioni d’opportunità  pratica: chi volesse andarlo a vedere, magari spinto dal potente marketing sopra citato, sappia che District 9 non è un film innocuo, come non lo sono i film di Crononberg, Tsukamoto, ed altri casi in cui i corpi tendono a non conservare la propria integrità.

(4/5)
 

Drag Me to Hell (Sam Raimi 2009)

Drag me to hellChristine lavora in banca e, spinta dal principale a dimostrare la sua determinazione, rifiuta ad un’anziana rom la proroga di un prestito. Ganush, questo il nome della donna, la maledice sguinzagliandole contro un demone Lamia. Da quel momento, ad ogni loro incontro, Ganush succhierà con la bocca sdentata il mento di Christine e le strapperà ciocche di capelli, e Lamia sbatterà violentemente le porte della sua casa, in attesa di confiscare la sua anima.

A sedici anni da L’armata delle Tenebre, Raimi, allora conosciuto come l’amico o il “fratello minore” dei Coen (mentre i Coen erano conosciuti come I COEN), non perde, e non acquista, quasi nulla. Al tempo Le Case erano sperimentazione, oggi Raimi fa quasi parte della vecchia guardia, e forse è riuscito a reinventare di più con i soldi degli Uomini Ragno che con la riproposizione di un immaginario che ha già avuto in Army of Darkness la sua realizzazione più pantagruelica.

Nella gestione del suo nuovo horror grottesco, l’aspetto meno forte è quello demenziale, storicamente legato alla fisiognomica di Bruce Campbell. Drag me to Hell richiama due grosse paure dell’occidentale medio: le banche e gli zingari. Ed è il caso di non prendere troppo sul serio nessuno dei due riferimenti, altrimenti i giudizi sulle prime rischierebbero di tirarsi dietro i pregiudizi sui secondi, che subiscono una rappresentazione radicalmente favolistica, nell’incarnare una popolazione fatta di streghe vendicative e amante dei sabba.

Drag me to Hell inscena una trama volutamente lineare, un meccanismo da manuale, e Raimi sceglie di non nascondere nulla, compreso il (falso) colpo di scena finale; sull’intreccio scarno ma solido, crea il suo orrore fatto di esplosioni sonore, veloci movimenti di macchina, profusione di fluidi e situazioni da cartoon slapstick. Come per i precedenti, in assoluto un buon film, ottimo per chi preferisce il genere su tutto.

(3,5/5)

Underworld, Underworld Evolution, Pitch Black, Kontroll, The Weather Man, Millennium Actress

Appunti di poche parole. Alcuni di questi film li ho visti già da un po’, e ne scrivo fuori tempo massimo, perché un paio di cose a cui mi avevano fatto pensare, le ho già dimenticate. Quindi:

Underworld/Underworld Evolution (Len Wiseman 2003/2006). Il primo mi ha anche sorpreso. Avevo letto di deludenti pupazzoni a forma di lupo, ed è vero che gli effetti speciali non sono fra i migliori e più dispendiosi, ma è un film che rimane sempre cupo, con molte sequenze visivamente forti (esempio, il tipo con le fruste alle prese con il lupo nero). Poi la scelta divertente di imbastire una guerra cani contro gatti, degli effetti sonori non banali, la protagonista azzeccata ma che non monopolizza la scena. Tutto questo viene perso nel secondo capitolo, incredibilmente firmato dallo stesso regista, Len Wiseman, anche co-autore dei due soggetti. Tutto viene rinnegato, anche la storia che s’era tracciata nel primo episodio viene abbandonata alla ricerca di qualcosa di molto più solito e molto meno affascinante. Arriva il patinato, la colonna sonora enfatica, gli effetti speciali, migliorati, che prevalgono su tutto. La coppia dà una buona lezione di quel che può essere un film di genere che cerca una propria identità rispetto al falso horror con l’unico obbligo di fare cassetta.

Pitch Black (David Twohy 2000). Assieme a The Cronichles of Riddick, a quel che ho letto, mette in scena una degenerazione simile. Al secondo capitolo arrivano i soldi e il film si appiattisce. Ma di questo non m’ha convinto neanche il primo, quindi mi sono fermato qui. Pianeta sperduto, mostri notturni, la sfiga di trovarsi durante un’eclissi su un mondo che normalmente ha tre soli. Non m’ha preso. È però sempre sorprendente vedere come la posizione di personaggio secondario comporti l’essere capace dolo di sensazioni secondarie. Qui c’è un uomo che perde tre figli e non fa una piega. Probabilmente se l’aspettava, di dover fare numero.

Kontroll (Nimròd Antal 2003) è un thriller ungherese tutto tumulato in una metropolitana, con tocchi onirici e un finale ambiguo. Qualche momento buono, per la verità più quando fa l’amaramente ironico che il lyncianamente drammatico. L’ambientazione comunque funziona, la maggior parte dei personaggi alienati, pure.

Weather Man (Gore Verbinski 2005) credo sia l’idea che ha Hollywood del film impegnato. Facce tristi , poche note di piano in sottofondo, destini in un vicolo cieco. Il che in buona parte è vero,  ma Verbinski e Cage sembrano sempre preoccupati dal non perdere l’autorialità del soggetto e contemporaneamente non mettere paura allo spettatore. Cage è l’anello centrale di una famiglia in verticale degenerazione, generazione dopo generazione (Michael Cane il padre intellettuale ed il migliore del film), alla prese con problemi d’autostima e d’affetto e di figlia obesa; ogni tanto, attraverso la voce fuori campo, esplicita qualche riflessione sulla vita fast food e sul sogno americano. Non è neanche malissimo, ma uno strano ibrido non troppo accattivante.

Millennium Actress (Satoshi Kon 2001) l’ho visto davvero troppo tempo fa. I riferimenti e l’aspirazione cinematografica sono centrali, come in Paprika, in una commistione fra storia individuale, storia del Giappone e storia del cinema giapponese. È bello, anche se continuo a preferire Tokyo Godfather. Forse lo rivedrò e ci ritornerò, però un’ottima e dettagliata recensione l’ha già fatta Christian.

Underworld: 3,5/5

Underworld Evolution: 2,5/5

Pitch Black: 3/5

Kontroll: 3/5

Weather Man: 3/5

Millennium Actress: 3,5/5

Il ciuccio è ferito ma non è morto.

Allora, la smettiamo di arronzare film in questi post informi? No, non ancora.

Visto ormai un po’ di tempo fa, Mr. Jealousy è il secondo film di Noah Baumbach. Il ragazzo è migliorato, perché questa commediola non è che brilli per originalità. Eric Stoltz entra in un gruppo di autoanalisi, una specie di anonima alcoolisti senza alcool, per seguire un ex fidanzato, affascinantemente scrittore, della sua attuale fidanzata. Per non destare sospetti, veste e racconta la vita di un suo amico. Qualche battuta divertente, scelte registiche quasi a zero, e un sacco di scrittori. Nei film e nei libri radical chic (i baumbach, i wes anderson, gli auster…) c’è sempre almeno uno scrittore, o due scrittori antagonisti, in america le occupazioni di default sono psicologo e scrittore, le città pullulano di osservatori minimalisti che con sguardo inedito colgono dettagli che agli altri sfuggono, incrociano inevitabilmente per la via altri scrittori, si guardano negli occhi, stupendosi per l’atteggiamento curioso dell’altro, senza sospettare d’essere incappati in un altro romanziere al lavoro. Gran bel posto, l’america.

Intanto lo scrittore Baumbach è alle prese con un progetto Greenburg nella cui sommaria descrizione leggo le minacciose parole “trilogia” e “Shyamalan”. Avendo quasi due anni per farmene un’idea, al momento non approfondisco.

L’albero della vita. Spinto dalla curiosità, alla fine l’ho visto. Pi greco a me piacque, Requiem for a dream no, poi questo film ha dato ad Aronofsky la fama di sprovveduto, la gente gli rideva dietro, sputava sui suoi piedi, e metteva puntine da disegno sulle sedie su cui avrebbe poggiato il culo. Non è un film sobrio, l’albero della vita. È un film che non ha alcun timore di essere pacchiano, una specie di bara placcata d’oro. E la protagonista, nei suoi ultimi giorni, fa la scrittrice. Però non è così disprezzabile, e sotto la quantità di riferimenti pseudo ascetici e new age, sotto le cacate inquisitorie, c’è un’elaborazione del lutto e della sofferenza piuttosto sincera. Alla fine lo salvo, questo Aronofsky senza vergogna.

Andiamo a roba più recente, perché poi non mi ricordo cos’altro ho visto. Un paio di Boyle. Regista che, senza dirlo a nessuno, dopo Trainspotting ha fatto Una vita esagerata. Una roba sconclusionata e pallosa con Ewan Mc Gregor e Cameron Diaz. Poi, riuscendo a dirlo ad un po’ più gente del solito, poco fa ha fatto The Millionaire, che è piaciuto un sacco. Boyle non è una persona misurata, ha uno stile molto definito, e con questo stesso stile racconta storie di vario genere. Per me immagini digitali, inquadrature sbilenche e montaggio pop vanno bene se hai voglia di appicciare il sole o se devi fuggire da zombies velocissimi, meno se vuoi raccontare la storia di due bambini indiani che ne passano di brutte e di bruttissime. Un melodrammone neorealista con una soluzione finale non troppo diversa da un film che si chiama Una vita esagerata. Il tutto non è il massimo dell’equilibrio. Senza dilungarmi, sono sostanzialmente d’accordo con Miss Pascal.

Ember è inaspettatamente una cazzatona. Uno vede un film così, con Murray e Robbins, pensando sia una cosa bizzarra, divertente. E invece è una cosa di plastica, indecifrabile nella totale mancanza di nessi logici. Una favola che non ha nessuna voglia di essere raccontata.

Paure del buio, Peur[s] du noir, è un film d’animazione a più mani e più episodi, in bianco e nero, produzione francese, intenti cupi. Quattro cortometraggi legati da altri due spezzettati. Il tutto reperibile in dvd de l’internazionale a 9 euro. Interessante l’operazione, nel complesso riuscita, il più d’impatto il primo corto, di Burns, il più bello quello di Mattotti: sia dal punto di vista visivo che da quello contenutistico, quasi capolavoro. Si spazia fra varie angosce, molti sottintesi, tanta atmosfera, quasi zero splatter.

Gioco del giorno: se hai letto fin qui, scrivi nei commenti "pinguino".

Mr. Jealousy: 2,5/5

L’albero della vita: 3/5

Una vita esagerata: 1,5/5

The Millionaire: 3/5 (fino all’ultimo quarto d’ora)

Ember: 2/5

Paure del buio: 4/5

Let The Right One In (Tomas Alfredson 2008)

Let the Right One In è un film romantico, su due ragazzini svedesi, dove la ragazzina è una vampira. Film silenzioso, che trasmette sensazioni attraverso gli sguardi, i movimenti impacciati dei corpi adolescenziali, più che con le parole. La desolazione della periferia, la neve che tutto copre, la violenza, sono colte da fotografie decentrate ed occhi che spiano dietro le finestre di palazzi spogli. Opera statica e impotente, nell’impossibilità di un amore reale: Eli ha dodici anni da tanto tempo, accompagnata da un uomo che sembra essere suo padre, ma che probabilmente è stato nei decenni il suo ultimo “amante”; un uomo svuotato, isolato, che compie omicidi in maniera meccanica, il suo sacrificio è uno dei momenti più forti del film. Eli ed Oskar si attraggono con la consapevolezza di non potersi mai davvero incontrare. Un film solo un po’ troppo pulito, troppo perfetto nel trovare le soluzioni che seguono consequenzialmente le scelte stilistiche e narrative alla sua base, ma che in questo modo riesce a dare una forte sensazione di ineluttabilità, riassunta nelle caratteristiche fisiche e “di specie” di Eli, nelle espressioni distaccate e animali di tutti i protagonisti.

(4/5)

The Mist (Frank Darabont 2007)

Prima di tutto rassicuro quelli che, come me, avevano paura tanto di una shyamalanata (perché uno Shyamalan a fare Shyamalan è già una persona di troppo), quanto di una carpenterata (perché il migliore a fare Carpenter è sempre Carpenter): The Mist è un’altra cosa, non è né SignsThe Fog.

Il film di Darabont risulta estremamente realistico pur essendo pieno di mostri da b-movie. Bestie mutuate dagli incubi più basilari dell’animo umano, ricalcate su modelli cinematografici affermati quanto risaputi, a loro volta espressione delle più semplici inquietudini d’ispirazione animale. I mostri di The Mist sono pura rappresentazione, sono paure istintive, e una volta rinchiusi i protagonisti umani in una teca (un supermercato (come con Romero), mentre a minacciarli, all’esterno, c’è appunto la misteriosa nebbia) il film mette in scena tutte le distorsioni relazionali legate ad una situazione di panico. Essenziale per la riuscita del film è l’aver ricorso ad attori pressoché sconosciuti, unico modo per incarnare personaggi credibilmente deboli, in una effettiva assenza dell’eroe che credo abbia davvero pochi precedenti. Scontato ma inevitabile dire che una rappresentazione così fedele dell’irrazionalità e del panico, del fanatismo e dell’egoismo, assume oggi una concretezza e immediatezza di riferimenti che probabilmente non poteva avere il racconto dell’85 di King. O meglio, qualcosa pensata in tempi di guerra fredda si è adattata in maniera estremamente convincente, e forse ancora più scioccante, a questo periodo di guerra calda.

Il regista non si affida ai sobbalzoni, ma ad un’atmosfera tesa ed uniforme, dove la macchina da presa, mobile ma non frenetica, segue gli eventi senza commentarli, riuscendo a rendere non banali dei momenti anche molto espliciti ed in un certo senso apertamente ideologici. L’uso del commento sonoro nelle scene d’azione (in particolare quella delle “cavallette”, la migliore del film) ha del geniale: una musica-rumore a scomparsa, che in determinati momenti esprime con toni bassi l’animo dei personaggi ed al tempo stesso contribuisce a creare ritmo ed una strana enfasi rivolgendosi direttamente allo spettatore.

The Mist in America ha avuto scarso successo, e molte voci della critica internazionale hanno mancato il bersaglio vedendoci solo un horror con effetti speciali non particolarmente curati (le bestie sono abbastanza rozze, scoprono il gioco, tanto da evocare qualcosa di intimamente e volutamente irreale, una sorta di digitale antico e simbolico, legato a quel che intendevo con "pura rappresentazione"). In qualche modo vicino, per tematica ed atmosfera, a La Strada di McCarthy, The Mist è un film senza sconti, feroce fino in fondo. Il voto finale gli sta pure un po’ stretto.

(4/5)

Black Sheep – pecore assassine (Jonathan King 2006)

In Black Sheep – Pecore Assassine ci sono delle pecore assassine. Tipo quelle che nei Simpson sbroccano per il Tomacco. Qui il motivo dell’insorgere di istinti omicidi e carnivori nei solitamente garbati animali è nella sconsideratezza di esperimenti genetici, ed a fare da detonatore è il solito coglione hippy ambientalista. Il coglione ambientalista (o un’intera organizzazione di coglioni ambientalisti) è ormai un cliché fra i portatori di disgrazia nei film, da L’esercito delle Dodici Scimmie, a, di nuovo, il film dei Simpson. Poi ci sono anche uomini che, morsi dalle pecore, diventano uomini-pecora-zombie. Si offre un limitato srotolamento di intestini e svisceramenti assortiti, ma fra una carneficina e l’altra il film non ha un gran ritmo. Sempre che non si trovino molto spassose le scorregge ovine, che spesso accorrono a supplire alle incertezze della sceneggiatura. Il regista è neozelandese, fra qualche anno è facile che lo troviamo alle prese con una dodecalogia miliardaria sugli elfi in guerra con gli ominidi del Pianeta Rutto.

(2/5)