Brandon Cronenberg è figlio, e non lo nasconde. Antiviral insegue l’ossessione per le ossessioni del primo David Croneberg (adesso siamo almeno al terzo), ne ricerca l’amore per le mutazioni autodistruttive, le fusioni, le nuove forme di vita, lo schifo. Lo fa in maniera più educata rispetto agli eccessi geniali e profetici del padre, ma dimostra anche di avere un’idea di cinema in cui tutto sommato sembra credere sinceramente – scene secche, tagliate col bisturi, immagini fintamente asettiche, fredde ma in qualche modo incerte.
Antiviral racconta un tempo e un mondo in cui esistono agenzie che inoculano a chi ne faccia richiesta, e dietro adeguato compenso, le malattie delle celebrità. Ambientazione sempre (pseudo)ospedaliera, bianche geometrie virate verso la nausea, puntualmente macchiate da fiotti di sangue rosso scuro; protagonista Syd March, malaticcio impiegato della clinica Lucas, che oltre a fare il suo lavoro si dedica alla pirateria dei suddetti virus, adoperando il proprio corpo come contenitore.
La morbosità, la dipendenza, il parassita e l’ospite, la ricerca di una figura cui accordare la devozione che spetta alle divinità sono i temi subito evidenti. L’individuazione di un soggetto originale e intrigante è riuscita a metà. Il concentrarsi sui virus porta con sé un utile corredo estetico e il tema forte della malattia rivisto in chiave paradossale, ma di per sé condividere il morbo del proprio idolo non consente un vero contatto con lo stesso. Il virus non assume niente del corpo che lo ospita, quindi non consente nessuna condivisione nel passaggio da un soggetto all’altro. La comunione è solo ideale e affettiva, un legame debole rispetto all’insistenza sui corpi, i fluidi, la confusione degli stessi e l’adorazione dell’individuo. In un certo senso risulta più centrata una storia a margine, che mostra delle colture cellulari vendute come “bistecche di celebrità”, finalmente cristianamente ingerite e assimilate, nel corpo e nel sangue.
Lo stesso ruolo delle celebrità non è chiaro: esteriormente perfette, trattate – e forzatamente mutate – come esseri ultraterreni, l’ossessione per le stesse rimane rinchiusa nelle stanze che ospitano il film, senza che la ricerca del legame e la passione mostrino la loro influenza nel mondo reale, sulle masse; tutto rimane nei limiti dell’adorazione malata di pochi individui. La possibilità, poi, che in scena sia rappresentata la semplice insofferenza verso il feticismo e l’adorazione con cui i fan di David Cronenberg devono aver colpito l’immaginazione del piccolo Brandon, dà un appoggio concreto al tema e inevitabilmente lo limita.
Adeguato il protagonista Caleb Landry Jones, sottoutilizzati e poco definiti Sarah Gadon e Malcolm McDowell.
(2,5/5)


Pusher I (1996), II (2004), III (2005).
Biancaneve e il Cacciatore (Rupert Sanders 2012), invece, tutto sommato non è malaccio. Delle lungaggini, dei punti morti e il sostanziale fallimento negli accenni di alleggerimento; però una bella costruzione degli spazi, un mondo fantasy convincente (con omaggio a Miyazaki) e una riuscita rivisitazione personaggi, in particolare quelli femminili.
Detention (Joseph Kahn 2011) è un film più bizzarro di quanto sembri. Si autoproclama spudorata copia di Scream, e in realtà si lascia andare a digressioni, commistioni, inserti e falsi indizi. Un teen movie colorato ma non del tutto plastificato, che alla trasfigurazione di Craven aggiunge, senza prima avvertire, quella di Richard Kelly. Un film che fa finta di non prendersi mai sul serio, e rimane sempre sopra le righe. Decisamente più interessante del vuoto furbetto di uno
E infine, Cave of Forgotten Dreams (2010), uno dei rari Herzog a essere passato per qualche nostra sala. Non uno dei suoi film migliori, però. Si tratta di un documentario, d’impostazione piuttosto classica, sulla grotta di Chauvet, luogo che custodisce preziosissime pitture rupestri risalenti a una trentina di migliaia di anni fa. Il soggetto è interessante, affascinante, le immagini importanti, ma concettualmente siamo dalla parti di
L’esercizio legato a Prometheus è ipotizzarne la maggiore o minore vicinanza al culto di Alien. Scott inizia il suo nuovo film con un’impostazione visiva e concettuale opposta alla quadrilogia di cui firmò il principio nel 1979, e questa sul momento m’è sembrata una grande idea. In contrapposizione alla forza claustrofobica di Alien, Prometheus si apre su naturali spazi aperti, panoramiche aeree su flussi d’acqua e pieghe geologiche, trasportate da una musica elegiaca.
Non c’è nessuna meraviglia, in questo Dark Shadows che conferma l’enorme stanchezza di Tim Burton. Una storia gotica per definizione, con vampiri, streghe e oscuri manieri, dove tutto si svolge nella totale prevedibilità, in un susseguirsi di scene che spesso inseguono il grottesco ma si schiantano contro un trito macchiettismo. Johnny Depp per l’ennesima volta pittato di bianco, impegnato in carpatici movimenti delle mani come già in Ed Wood, con la differenza che quello era un film davvero sui generis. Helena Bonham Carter ancora invischiata in queste pennellate di nero sempre più sintetico e innocuo, Michelle Pfeiffer piuttosto annoiata, e come darle torto, ed Eva Green risulta gnocca e forse anche più presa dal progetto, ma non basta.
Chico & Rita è l’ultimo film della serata, una produzione spagnola del 2010 firmata Tono Errando, Javier Mariscal e Fernado Trueba. “Il futuro non mi ha mai dato niente. Tutte le mie speranze sono riposte nel passato” è la frase fulminante, che indica quale sia lo spirito di Chico & Rita. A pronunciare queste parole è Rita, una bellissima cantante che ne L’Avana del 1948 comincia una travagliata e lunga avventura romantica con Chico, talentuoso pianista jazz. Il film è jazz, è blues, è la musica di Bebo Valdés e i disegni caldi e leggeri dai netti contorni neri, è nostalgia e occasioni perdute, è vanità, tradimento e amore incondizionato.
Red. Frank ha in totale disprezzo le leggi della fisica, figurarsi quelle degli uomini. Frank è Bruce Willis (più esatto così che il contrario), un uomo così tutto d’un pezzo che quando si guarda allo specchio l’immagine non si capovolge.
World Invasion. Un film che offre scontri a fuoco umano-alieni più o meno per tutta la sua durata, tutto sommato fatti discretamente, può perdere anche questo selettivo tratto identitario ed essere considerato semplicemente osceno e inguardabile perché è il più sfacciato e pacchiano spot dell’esercito americano mai visto? Sì, può.
Bubba Ho-tep. Il re è qui. Elvis Presley (il mitologico Bruce Campbell) si è fratturato un’anca cadendo dal palco durante un concerto – sorte ironica come ghiaccio secco – e si ritrova in un ospizio costretto fra horror demenziale e struggente malinconia senile.
Film da treno: Bologna Napoli.
Film da treno: Napoli Bologna.
Le aspirazioni di Nicolas Winding Refn se rapportate ai modelli che sembrano aver più influenzato questo suo ultimo film, potrebbero sembrare velleitarie ed eccessivamente ambiziose. Gli spazi di Malick e i fiumi di Coppola appartengono alla storia del cinema e alla cultura popolare, e la mancanza di umiltà con cui il regista danese li rievoca, come fu con le geometrie di Kubrick applicate a
Un filmetto ben fatto. Per dire che un film per adolescenti e per l’adolescente che è in noi (e quando lo digeriamo più…) non dev’essere necessariamente una stronzata alla
C’è una prima parte buona, dove si parla poco, si descrive il mondo dei vampiri illuminato da una luce azzurrina, artificiale e metallica. I vampiri sono il 95% della popolazione mondiale, tengono degli incoscienti umani in ordinate teche in modo da poter mungere loro il sangue, ma le scorte ormai scarseggiano. L’urbano vampiro metropolitano, se malnutrito, tende a trasformarsi in Nosferatu, e ad affondare i canini dove capita. Per quasi un’ora non ci si sente nemmeno troppo stupidi, ad aver ceduto alla tentazione dell’ennesimo film emofago della stagione, ed è ancora divertente vedere impeccabili uomini d’affari in giacca e cravatta, perdere l’aplomb e rotolarsi nel sangue, vittime dell'epidemia di fame.
L’unico modo per vedere Paranormal Activity, è non saperne assolutamente niente. Neanche informarsi se è bello o brutto, rimanere al dato folkloristico di Spielberg che si caca sotto tanto da interromperne la visione (pare sarà anche la frase di lancio sul retro del dvd “il film che ha fatto cacare sotto Spielberg”). L’avvertimento è dovuto perché, pur non andando a citare nessuno dei tre possibili finali, l’unica cosa che c’è da sapere, e che si capisce dopo i primi dieci minuti, quando si forma in te l’amara consapevolezza d’essere caduto in una cinica trappola, è che il film stesso non esiste, che prima dei 40 secondi di chiusura non succede assolutamente nulla. Il che porta il cacarsi sotto di Spielberg ad essere pura purissima truffa, raggiro, inganno, millantata evacuazione intestinale, a meno che non si sia abboffato di cozze infette e ne abbia risentito durante la visione, ma allora devi dirlo. Un budget stimato di 15mila dollari, speso nella scena in cui i due tizi buttano per terra del borotalco, dove hanno usato per sbaglio la coca di qualcuno. Inevitabile il paragone con Blair Witch Project, film del cazzo, che al confronto con Paranormal Activity assume una complessità psicologica degna di
Bergman e una spregiudicatezza visiva che ricorda Lynch. Blair Witch almeno giocò con la paura del buio, mentre questo film di Oren-Quelli Che Ho In Tasca Sono Soldi Rubati Assieme Al Mio Complice Steven-Peli mostra una casetta borghese in pieno giorno o perfettamente illuminata per una settantina di minuti, una visione spossante anche per il più scafato agente immobiliare o rappresentante di parquet. Basta, basta così.
Prima di tutto, The Road, opera seconda del regista dell'ottimo 
Il più politico fra i mostri, dopo Shaun of the Dead, si confronta nuovamente con la farsa. In apertura una versione per chitarra elettrica distorta dell’inno americano, inevitabilmente in odore di Hendrix, e la voce over che ci dà il benvenuto negli Stati Uniti di Zombieland; ma il tono del film rimane nella commedia, che per sua natura si concentra non sugli zombie, ma sui protagonisti più svegli e dotati di parola. Nonostante questo, Zombieland mi ha tenuto in uno stato pressoché costante di tensione, proprio perché in un film di zombie canonico si sta sempre in mezzo agli zombie, mentre in una commedia non sai mai quando possono saltar fuori.
Questo di Fleischer è un piccolo film che sta facendo parecchi soldi; curato, divertente, anche se non da sbellicarsi quanto si dice. Jesse Eisenberg lascia
In breve: proprio sopra Johannesburg parcheggia un grosso UFO (chissà se si può continuare a chiamarlo così, anche dopo che l’hai decisamente identificato come un UFO). Dentro ci sono alieni (esuli? profughi? coloni?) che per la loro somiglianza ai gamberoni vengono chiamati “gamberoni”. Vengono trattati male, reclusi e discriminati; quindi anche i “gamberoni”, a un certo punto s’incazzano. Un alto funzionario umano viene infettato e comincia a perdere i pezzi, trasformandosi gradualmente in un “gamberone”. Non mancano incongruenze interne, ma si fa facilmente finta di niente.
Christine lavora in banca e, spinta dal principale a dimostrare la sua determinazione, rifiuta ad un’anziana rom la proroga di un prestito. Ganush, questo il nome della donna, la maledice sguinzagliandole contro un demone Lamia. Da quel momento, ad ogni loro incontro, Ganush succhierà con la bocca sdentata il mento di Christine e le strapperà ciocche di capelli, e Lamia sbatterà violentemente le porte della sua casa, in attesa di confiscare la sua anima.
Appunti di poche parole. Alcuni di questi film li ho visti già da un po’, e ne scrivo fuori tempo massimo, perché un paio di cose a cui mi avevano fatto pensare, le ho già dimenticate. Quindi:
l’unico obbligo di fare cassetta.
L’ambientazione comunque funziona, la maggior parte dei personaggi alienati, pure.
Allora, la smettiamo di arronzare film in questi post informi? No, non ancora.
L’albero della vita. Spinto dalla curiosità, alla fine l’ho visto. Pi greco a me piacque, Requiem for a dream no, poi questo film ha dato ad Aronofsky la fama di sprovveduto, la gente gli rideva dietro, sputava sui suoi piedi, e metteva puntine da disegno sulle sedie su cui avrebbe poggiato il culo. Non è un film sobrio, l’albero della vita. È un film che non ha alcun timore di essere pacchiano, una specie di bara placcata d’oro. E la protagonista, nei suoi ultimi giorni, fa la scrittrice. Però non è così disprezzabile, e sotto la quantità di riferimenti pseudo ascetici e new age, sotto le cacate inquisitorie, c’è un’elaborazione del lutto e della sofferenza piuttosto sincera. Alla fine lo salvo, questo Aronofsky senza vergogna.
Andiamo a roba più recente, perché poi non mi ricordo cos’altro ho visto. Un paio di Boyle. Regista che, senza dirlo a nessuno, dopo Trainspotting ha fatto Una vita esagerata. Una roba sconclusionata e pallosa con Ewan Mc Gregor e Cameron Diaz. Poi, riuscendo a dirlo ad un po’ più gente del solito, poco fa ha fatto The Millionaire, che è piaciuto un sacco. Boyle non è una persona misurata, ha uno stile molto definito, e con questo stesso stile racconta storie di vario genere. Per me immagini digitali, inquadrature sbilenche e montaggio pop vanno bene se hai voglia di appicciare il sole o se devi fuggire da zombies velocissimi, meno se vuoi raccontare la storia di due bambini indiani che ne passano di brutte e di bruttissime. Un melodrammone neorealista con una soluzione finale non troppo diversa da un film che si chiama Una vita esagerata. Il tutto non è il massimo dell’equilibrio. Senza dilungarmi, sono sostanzialmente d’accordo con
Ember è inaspettatamente una cazzatona. Uno vede un film così, con Murray e Robbins, pensando sia una cosa bizzarra, divertente. E invece è una cosa di plastica, indecifrabile nella totale mancanza di nessi logici. Una favola che non ha nessuna voglia di essere raccontata.
Let the Right One In è un film romantico, su due ragazzini svedesi, dove la ragazzina è una vampira. Film silenzioso, che trasmette sensazioni attraverso gli sguardi, i movimenti impacciati dei corpi adolescenziali, più che con le parole. La desolazione della periferia, la neve che tutto copre, la violenza, sono colte da fotografie decentrate ed occhi che spiano dietro le finestre di palazzi spogli. Opera statica e impotente, nell’impossibilità di un amore reale: Eli ha dodici anni da tanto tempo, accompagnata da un uomo che sembra essere suo padre, ma che probabilmente è stato nei decenni il suo ultimo “amante”; un uomo svuotato, isolato, che compie omicidi in maniera meccanica, il suo sacrificio è uno dei momenti più forti del film. Eli ed Oskar si attraggono con la consapevolezza di non potersi mai davvero incontrare. Un film solo un po’ troppo pulito, troppo perfetto nel trovare le soluzioni che seguono consequenzialmente le scelte stilistiche e narrative alla sua base, ma che in questo modo riesce a dare una forte sensazione di ineluttabilità, riassunta nelle caratteristiche fisiche e “di specie” di Eli, nelle espressioni distaccate e animali di tutti i protagonisti.
Prima di tutto rassicuro quelli che, come me, avevano paura tanto di una shyamalanata (perché uno Shyamalan a fare Shyamalan è già una persona di troppo), quanto di una carpenterata (perché il migliore a fare Carpenter è sempre Carpenter): The Mist è un’altra cosa, non è né Signs né The Fog.
In Black Sheep – Pecore Assassine ci sono delle pecore assassine. Tipo quelle che nei Simpson sbroccano per il Tomacco. Qui il motivo dell’insorgere di istinti omicidi e carnivori nei solitamente garbati animali è nella sconsideratezza di esperimenti genetici, ed a fare da detonatore è il solito coglione hippy ambientalista. Il coglione ambientalista (o un’intera organizzazione di coglioni ambientalisti) è ormai un cliché fra i portatori di disgrazia nei film, da L’esercito delle Dodici Scimmie, a, di nuovo, il film dei Simpson. Poi ci sono anche uomini che, morsi dalle pecore, diventano uomini-pecora-zombie. Si offre un limitato srotolamento di intestini e svisceramenti assortiti, ma fra una carneficina e l’altra il film non ha un gran ritmo. Sempre che non si trovino molto spassose le scorregge ovine, che spesso accorrono a supplire alle incertezze della sceneggiatura. Il regista è neozelandese, fra qualche anno è facile che lo troviamo alle prese con una dodecalogia miliardaria sugli elfi in guerra con gli ominidi del Pianeta Rutto.