Panico al Villaggio è un film belga dell’anno scorso, animato con i personaggi di plastica che i bambini usano per dare corpo alle loro storie. Le figure si muovono ciondolando come se ci fossero delle dita a prenderli e a simularne il passo, impacciato dalla pedana che serve a tenerle in piedi. La libertà con cui si inseriscono nuovi personaggi per dare corpo a una storia che vaga per vari mondi in assenza di leggi fisiche e narrative è stata generalmente molto apprezzata, io ho trovato grosse difficoltà a reggere i 70’ di sostanziale noia. Si assiste a un gioco eterodiretto, in scenari fantasiosi ma elementari nella realizzazione, come si assisterebbe a un’ora abbondante di svago infantile. Mentre i bambini giocano sul tappeto coi soldatini solitamente i grandi bevono rum, escono al freddo a fumare e parlano dei mali del mondo. (2/5)
Il Texano dagli Occhi di Ghiaccio l’ho recuperato quando è nata l’esigenza di un film fatto a forma di film, dopo una serie di visioni deludenti oltre ogni previsione. Questo Eastwood del ’76 ha svolto perfettamente il suo compito: un western lineare, ironico, bello a vedersi, con una storia violenta ma anche più “ottimista” della media, un classicone senza dover ricorrere a sovrainterpretazioni. (4/5)
Bent Hamer ha tratto le storie che si intrecciano in Tornando a Casa per Natale da una raccolta di racconti dell’altrettanto norvegese Levy Henriksen. Pur essendo interessante, immerso nella normalità malinconica di Hamer, Tornando a Casa è meno efficace di opere come Horten, Kitchen Stories o Factotum. La breve durata della pellicola, divisa per sei vicende differenti, restituisce un affresco in linea con la poetica del regista, ma i consueti silenzi, i tempi e i dettagli soffrono i cambi di scena e impediscono d’affezionarsi ad una storia o a un personaggio. In altre occasioni Hamer ha fatto meglio delineando col suo cinema minimale poche figure accurate e affezionandosi più a queste che alle loro vicende. (3/5)