Gwen, le livre de sable, è un film d’animazione fortemente sperimentale, avvolgente e affascinate. L’arte del francese Laguionie (vincitore nel 1978 della Palma d’Oro per il miglior cortometraggio con La traversée de l’Atlantique à la rame) ha un’impostazione fortemente pittorica: surrealista nel ricordare De Chrico e Dalì, caldo nei colori pieni e il tratto morbido del volto ampio della sua protagonista, vicino a Gaugin.
I sessanta minuti di Gwen sono soprattutto l’immersione in un mondo fantastico, bellissimo e ostile, una terra postapocalittica diventata un bruciante deserto. Il popolo che la abita, elegante e longilineo, cammina su lunghi trampoli per muoversi più velocemente e tenersi lontano dalla sabbia rovente, lotta contro il vento incessante che porta sinfonie di archi e trasmette un’onirica idea di leggerezza.
Pur essendo libero sia visivamente che nella costruzione della storia, Gwen è un film pienamente narrativo, che riempie le ellissi del racconto creando delle situazioni istintivamente emozionanti, romantiche o angosciose. La voce narrante, quella della donna più anziana della tribù, recita testi evocativi quanto le immagini, in una libera corrispondenza che ricorda il lavoro di Chris Marker.
Attraversato il deserto misteriosamente ricolmo di enormi oggetti d’uso quotidiano (telefoni, annaffiatoi…), la soluzione di Gwen ha un sapore criticamente grottesco, estremamente concreto rispetto a un lavoro che non ha intenzione di essere pure estetica o arte figurativa.
Se i disegni stilizzati di Persepolishanno la forza per rappresentare la realtà grazie alla costante rilettura e trasfigurazione, il mondo in carne e ossa di Pollo alle Prugne è invece al servizio di una storia che vive soprattutto di racconto e fiaba. Il disegno in bianco e nero sentiva il bisogno di contenersi, lasciando intuire in ogni quadro una gran forza e arricchendolo di dettagli d’essenziale bellezza, mentre il film di Satrapi e Paronaud è carico di colori e di situazioni alla ricerca di una forma poeticamente grottesca. Pollo alle Prugne non è del tutto riuscito, ma sicuramente ha qualcosa da dire. E quando un film ha una propria necessarietà diventa un incontro col suo autore, e va rispettato.
La storia del violinista Nasser Ali, del dolore irreparabile per la rottura del suo amato strumento musicale, dell’intreccio fra il passato e il presente della sua vita sentimentale, è la storia di un rincorrersi di emozioni tenute e freno, di piccoli e grandi traumi e rivelazioni. Il tutto è vestito di colori sgargianti e sguardi alla Amelie, o da ombre nette iperespressioniste, a ricordare tagli fumettistici. Proprio in questi eccessi Pollo alle Prugne non riesce a trovare un motivo convincente, avvitandosi in una rappresentazione satura che risulta spesso forzata e non all’altezza delle proprie aspirazioni. Nella visione d’insieme, ad ogni modo, l’intreccio tratto dalla graphic novel della Satrapi racconta una grande sensibilità: l’autentica, insostenibile tristezza per la perdita dei propri sogni, la raffigurazione finalmente efficace e compiuta delle passioni che guidano ogni esistenza.
Prima regia dell’attore Paddy Considine, il britannico Tyrannosaurè un pugno allo stomaco da non schivare. Joseph / Peter Mullan è un vedovo iracondo che nasconde la propria tristezza dietro la facciata violenta; un giorno incontra Hannah, donna sposata a un uomo per niente a modo, l’inquietante Eddie Marsan. Si tratta di una delle storie d’amore più grigie e sgangherate di sempre, in un intreccio essenziale che avvolge immagini e personaggi realistici e crudeli. Mullan conserva in ogni momento un’eleganza istintiva e insopprimibile, e tutto sommato non ci si stupisce che il più sano e assennato risulti essere lui.
(4/5)
Chronicleè il film per la cui descrizione tutti hanno aggiunto al dizionario l’espressione found footage, e non vedo perché io dovrei essere da meno di tutti. Dicesi found footage l’espediente portato nell’epoca moderna da The Blair Witch Project e utilizzato in una marea di film tendenzialmente horror come Cloverfield, Troll Hunter o quell’inspiegabile schifo che è Paranormal Activity. Cioè si simula che il film sia fatto da un collage di riprese amatoriali, o inconsapevoli, insomma non finzionali. La buona notizia è che, al contrario di quel che accade di solito, il cameraman principale questa volta non è uno snervante coglione assoluto (per la descrizione degli orrendi sintomi che solitamente accompagnano il found footage rimando a Troll Hunter), ma addirittura l’attivo protagonista, e il tema del film consente che non tutte le inquadrature siano soggettive dondolanti. Si tratta infatti di tre ragazzi che acquisiscono dei superpoteri: spostano gli oggetti col pensiero (già, anche la videocamera), volano, fanno cose, manco a dirlo si lasciano prendere la mano. Si sa, l’animo umano è volubile e da grandi poteri derivano MORTE E DISTRUZIONE. Sì, c’è del Misfits, ma molto di più c’è di Akira. Anzi, Josh Trank mi ha convinto così tanto – la resa degli effetti è ottima, il film quasi sempre teso e offre alcune sequenze notevoli – che mi ha persuaso che l’estetica movimentata e digitale, telegiornalistica, potrebbe essere un modo sensato di impostare la trasposizione live del capolavoro di Otomo (progetto travagliato di cui ho perso le tracce). Al cinema dal 9 maggio.
(4/5)
Ultimo, ma veramente ultimo, 24 Hour Party People, film che m’era sfuggito. Non che sia brutto, ma Winterbottom ripercorre 20 anni di musica inglese attraverso la storia del produttore Tony Wilson, cavalca la New Wave di Manchester, mette in scena Joy Division, Sex Pistols e disco music disco music. E ancora: si droga, si butta sul demenziale e il montypythoniano, parla direttamente allo spettatore, e la città operaia e la cultura e evoca l’epica. A parole. Parla in continuazione di leggenda ma disinnesca tutto, trattando ogni vicenda, stupida o drammatica, con lo stesso tono, un po’ piatto e con un uso meccanico della punteggiatura. E allora il film appassiona poco, ed è un peccato, con tutto quel ben di Dio.
Intensa prima giornata di visioni al Future Film Festival, ospitate dalla Cineteca – Cinema Lumière. IL 28 marzo si è aperto con la prima rassegna di cortometraggi, per il programma FFshort. Dieci opere di sette paesi, per una bella panoramica sullo stato dell’arte. La selezione mostra mondi fantastici plasmati su stili visivi estremamente eterogenei, ognuno fortemente caratterizzato e teso a differenti finalità. Alcune segnalazioni: su tutti The Monster of Nix (Francia 2011), di Rosto. Probabilmente la produzione più impegnativa, il corto d’animazione dell’artista olandese può vantare la partecipazione delle voci di Tom Waits e Terry Gilliam ed è già transitato per Venezia ed altri festival eropei; avrebbe forse meritato maggiore visibilità anche qui al Future Film. La struttura di Nix ricalca quella di un breve lungometraggio, dal momento che l’avventura di Willy, ragazzino impegnato a cercare la causa della devastazione del suo villaggio, traccia una storia compiuta, disseminata da incontri con personaggi fantastici, spesso solo tratteggiati e pronti a uno sviluppo più ampio. Fra reminiscenze burtoniane e musica dai sapori balcanici o klezmer, che si sposano ottimamente col timbro inconfondibile di Waits, quella offerta da The Monster of Nix è un’esperienza cupa e affascinante, una favola sulle favole ricca di idee visive e sonore.
Molto particolare anche The Wonder Hospital (USA 2010) di Beomsik Shimbe Shim: un incubo dall’atmosfera lynciana, denso d’angosce e suggestioni, coi temi portanti dell’autorappresentazione e la chirurgia estetica nella sua declinazione più grottesca. Vivre ensemble en harmonie (Belgio 2011) di Lucie Thocaven è un ironico corto in “tecnica mista”, un bizzarro apologo sulla rabbia e le estreme conseguenze della sua deflagrazione, mentre The Tannery (Regno Unito 2010) di Iain Gardner è un toccante racconto animalista dalle struggenti tinte pastello. Year Zero (Olanda 2011) di Mischa Rozema, infine, è un’opera quasi interamente live. La più disturbante e cruda della rassegna, si presenta come una sorta di videoclip apocalittico, fantascienza horror con sentori del Tetsuo di Tsukamoto, in un susseguirsi di quadri infetti, morbosi, scene di un’inquietante invasione aliena, interna ed esterna agli esseri in scena. Notevole la forza visiva delle immagini e degli effetti speciali, Year Zero è una convincente vetrina delle capacità dei suoi autori.
Con pause di handmade cigarettes (trend diffuso, la crisi diffonde il fai da te) sono tre i lungometraggi visti. Children who chase lost voices from deep below (Giappone 2011) è il nuovo lavoro dell’autore di 5 Centimetri al Secondo, Makoto Shinkai. La volontà di proporsi come nuovo Miyazaki è evidente, e tutto sommato la cosa sembra riuscirgli meglio che a molti adepti nello Studio Ghibli. Il tema portante è nel dolore per la perdita e la sua accettazione, ma nel film di Shinkai c’è più o meno di tutto: richiami ecologisti, riti di rinascita, storie d’amore, il mito orfico, un gattino buffo, pacifismo, scene elegiache, luci e ombre. Il riferimento più diretto, tornando a Miyazaki, è Mononoke, di cui si ritrovano anche i colori, le fattezze di alcune creature, l’animismo, la rappresentazione degli scontri cruenti. Ma proprio la moltiplicazione dei temi e gli scenari non permettono a Shinkai d’eguagliare il capolavoro di Hayao, restituendo un film bello da vedere ma non del tutto coinvolgente, piuttosto superficiale, tutto sommato troppo ingenuo e imperfetto rispetto quelle che sono le sue aspirazioni. Le visioni fantastiche sono comunque affascinanti, molto accurate nel disegno – in particolare per quel che riguarda i paesaggi e i dettagli di ambienti naturali e antiche rovine; meno riuscite sembrano le caratterizzazioni “umane” – ed è un film apprezzabile in un periodo in cui l’animazione giapponese non sembra offrire opere di grande respiro e originalità.
Alois Nebel (Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Germania 2011) di Tomàs Lunàk è la trasposizione dell’omonima graphic novel. L’atmosfera noir è assicurata dalla scelta del b/n unita ai contrasti netti dati dal passaggio al rotoscopio. Alois Nebel è controllore in una piccola stazione dei treni nei Sudeti, regione montuosa al confine cecoslovacco, l’anno e il 1989, quello della caduta del muro. Fra allucinazioni del passato, rievocazione di un passaggio storico e costruzione di nuovi affetti, il film di Lunàk procede secco e affilato, tratteggiando pochi personaggi e portando lo spettatore in un mondo colore del piombo, spazzato dalla pioggia e la neve bianca.
Chico & Rita è l’ultimo film della serata, una produzione spagnola del 2010 firmata Tono Errando, Javier Mariscal e Fernado Trueba. “Il futuro non mi ha mai dato niente. Tutte le mie speranze sono riposte nel passato” è la frase fulminante, che indica quale sia lo spirito di Chico & Rita. A pronunciare queste parole è Rita, una bellissima cantante che ne L’Avana del 1948 comincia una travagliata e lunga avventura romantica con Chico, talentuoso pianista jazz. Il film è jazz, è blues, è la musica di Bebo Valdés e i disegni caldi e leggeri dai netti contorni neri, è nostalgia e occasioni perdute, è vanità, tradimento e amore incondizionato.
Cashback, il cortometraggio (visibile qui), nasce nel 2004, viene nominato all’oscar, vince una quantità di altri premi e diventa lungometraggio nel 2006. Il film di Sean Ellis è sufficientemente singolare e piacevole da non trovare alcuna distribuzione in Italia.
Il corto è stato completamente trasferito (non rigirato, proprio implementato) nel Cashback di un’ora e mezza, e in effetti è quella l’ossatura, vengono da lì le scene che danno tono alla cosa, caratterizzate non secondariamente da un’originale (cioè inusuale per la mancanza di (auto)censura, ma anche esteticamente peculiare) rappresentazione della nudità, delle forme femminili, della ricerca di volti e corpi in cui ritrovare la bellezza.
L’insonne Ben Willis dedica le sue otto ore extra al turno di notte in un supermercato, dove ognuno ha un suo modo per ingannare, letteralmente, il tempo. Il film, per raggiungere il giusto minutaggio, introduce Ben in una storia d’amore travagliata, moltiplica le situazioni pseudoromantiche e grottesche, ma nel complesso conserva il suo spirito non quieto. La regia di Ellis e la fotografia di Angus Hudson isolano frontalmente i personaggi, ponendo dietro di loro una vertigine luminosa, collezionando una serie di nature morte, inserite nelle fughe prospettiche di infiniti scaffali colmi di prodotti colorati, ordinati, tutti uguali. Quello di Ellis è una sorta di minimalismo barocco, uno sguardo evidente e ripetuto che riesce (quasi sempre) a evitare le leziosità dell’indie. Ben è un aspirante pittore, e nell’insonnia e la noia provocata dalle otto ore di lavoro ottuso trova il modo per congelare il tempo, per osservare persone e corpi da disegnare, per pensare e andare altrove. La manipolazione del tempo è la base della struttura registica del film: i due movimenti, reiterati, che scandiscono la storia consistono in esasperati ralenti ed efficaci scene in still life, dove Ben è l’unico a muoversi in spazi da esplorare, e sognare di modificare.
Che lo spirito del film sia piuttosto lontano dai sentimentalismi indie, spesso stucchevoli, lo dimostra anche la natura dell’opera seconda di Ellis, il thriller psicologico The Broken (2008), da noi ugualmente inedito. E allora dispiace un po’ dover appuntare a Cashback un’insistente voce narrante fuori campo, a volte veicolo di riflessioni da diario col lucchetto a forma di cuore, e il ricorso a una chiusura solita e addomesticata, sia nel contenuto che nella scelta visiva (e musicale). Diversamente, l’apprezzamento sarebbe stato più pieno e convinto, ma forse Cashback avrebbe rischiato di non essere visto neanche nei cinema meno selettivi dei nostri.
Il volto ampio, gli occhi distanti dallo sguardo freddo, i lineamenti peculiari, difficilmente Michael Shannon interpreterà semplicemente il buon padre di famiglia, o il presidente affabile degli Stati Uniti, o l’eroe rassicurante. Michael Shannon non è una faccia per tutte le occasioni, come un Morgan Freeman, è più sul versante Christopher Walken. La sua specialità, fisiognomicamente indotta, è la parte del folle consapevole, e la interpreta alla grande (vogliamo ricordare la bellezza di My Son, My Son, what have ye done??). Da questa apertura si sarà intuito quanto Take Shelter conti sul suo protagonista. Ad affiancarlo c’è Jessica Chastain, ufficialmente l’attrice più in forma del momento. E molto di buono ci mette il regista e sceneggiatore Jeff Nichols, che ha fatto quel che si suol dire “un gioiellino”. Forse quasi invisibile; in rete un po’ se ne parla, ma la rete è sempre più piccola di quanto ci si aspetti, o a maglie più larghe. Peccato.
Avrei preferito essere più puntuale, su Take Shelter, ma l’ho visto già un po’ di tempo fa e i dettagli sono perduti. D’altronde, anche dirne troppo rovinerebbe l’impatto. Si tratta di un film sulla paura, che vede il signor Shannon, prima quieto operaio, preda di sempre più violente allucinazioni oniriche apocalittiche. Tutti i tre ultimi sostantivi trovano giusta ed efficace rappresentazione nel film di Nichols, che dirige con mano ferma e idee chiare, e costruisce un’originale forma di thriller imploso. Interpretabile come una vicenda lineare attraversata dagli incubi lancinanti del protagonista, o una destrutturazione narrativa che finge di nascondere la sua storia. Probabilmente non s’è capito quasi niente dell’ultima frase, per ovviare alla cosa consiglio caldamente la visione del film.
The Big Year. Si tratta di un piccolo film con dentro tutti: Steve Martin, Jack Black, Owen Wilson e Anjelica Huston, per dire. Il soggetto è bizzarro, con tre birdwatchers intenzionati a conquistare il record del maggior numero di specie avvistate in un anno. Il film di Frankel, basato sul romanzo di Mark Obmascik, è assolutamente potabile, forse meno divertente di quanto si possa sperare ma anche meno frivolo di quanto si possa temere. Al cinema dal 27 giugno.
Assolutamente evitabile, invece, The Rum Diary. Che però, mi rendo conto, è anche quello più difficile da ignorare. Un nuovo film ispirato agli scritti e alla figura di Hunter S. Thompson, di nuovo interpretato da Depp, è un oggetto difficilmente rinunciabile, e quindi destinato a essere una diffusa delusione. Depp è fico e ripulito, rispetto al capolavoro immortale Paura e Delirio a Las Vegas, decisamente meno mimetica la sua interpretazione. Da un certo punto di vista potrebbe essere un dato positivo, aiutando a evitare il confronto con Gilliam. Peccato che il film di Robinson sia stanco e inutile da una quantità di altri punti di vista. Si salva qualche frase laconica e puntuta estrapolata dal testo d’origine, ma un film non può vivere solo di questo. È dalla seconda metà in poi che The Rum Diary diventa francamente imbarazzante, quando la regia scialba ha ormai fiaccato lo spettatore, la storia d’amore patinata si presenta in tutta la sua improbabilità e si assiste alla moltiplicazione di gag per le quali non è stato ancora inventato un pubblico o un senso dell’umorismo di riferimento. Operazione fallimentare, a tratti avvilente.
Mike Mills esordiva sei anni fa con Thumbsucker; un buon film, ma Beginners, da noi direttamente in home video, è anche meglio. Scritto e diretto da Mills, che rivela le origini autobiografiche dello script, Beginners racchiude in sé commedia e dramma, vicende sentimentali e riletture familiari. Perduto nei ricordi e nell’ironia malinconica, il film trova l’equilibrio del miglior cinema indipendente, quello che va da Baumbach, alla Jenkins, a Rian Johnson. Visto da qui, sembra davvero che le migliori intuizioni e l’influenza maggiore sulle nuove leve le abbia avute un autore, per natura e aspirazioni “secondario”, come Jim Jarmusch.
Il trentottenne Oliver Fields ha da poco perso il padre, Hal. Cinque anni prima, alla tenera età di settantacinque anni, Hal confessava al figlio la sua omosessualità, repressa per una vita ma ancora in tempo per esplodere. Vediamo Oliver conoscere nel presente la solare ed eccentrica Anna, mentre la storia si fonde con i ricordi degli ultimi anni passati in compagnia del padre.
Beginners fluttua sulla tristezza fatta di perdite, incertezze, timori, riletture del (proprio) passato alla luce di nuove coincidenze. Il film è costellato di piccole frasi, immagini e disegni che riescono a farci affezionare ai suoi protagonisti e a rendere speciale una storia tutto sommato quotidiana, che non ha bisogno di colpi di scena e momenti patetici, anzi li disinnesca. A rendere possibile tutto questo anche un cast di ottimi attori perfettamente in parte, dove troviamo Ewan McGregor, Christopher Plummer e una splendida Mélanie Laurent.
In un futuro non precisamente situato, le meraviglie della genetica hanno portato l’uomo alla potenziale immortalità: si cresce fino a venticinque anni, poi non si invecchia più. L’esistenza aggiuntiva, però, va conquistata, e a ricordarlo ognuno ha sull’avambraccio un pratico ed elegante conto alla rovescia digitale, di un verde brillante. Quando questo arriva allo zero, la persona si spegne, e la vita va via con un piccolo rumore sordo.
Andrew Niccol dirige, scrive e co-produce un soggetto intrigante, e ne ricava un film assai poco riuscito (cosa che, fra parentesi, corrobora le mie già potenti perplessità su Gattaca).
Il tempo è la nuova valuta corrente, sostituisce il denaro in virtù della possibilità di poter cedere o acquistare minuti, giorni o anni col semplice contatto delle mani. Le città sono divise in zone, più o meno opulente rispetto alla quantità di tempo di cui dispongono le persone che le abitano. Justin Timberlake vive nel ghetto, dove l’espressione “vivere alla giornata” ha perso ogni connotazione metaforica. Abita con la madre Olivia Wilde, con la quale condivide un appartamento spoglio e un’atmosfera da melodramma ottocentesco. Facciamo un passo indietro: Justin Timberlake. Sceglierlo come protagonista – e il suo facciotto è sempre sullo schermo – indica già come il regista sia caduto nel terribile equivoco secondo cui Justin Timberlake sarebbe un attore. Non è un buon inizio.
In Time enuncia la sua idea e poi continua a declinarla nelle sue caratteristiche base. Continui passaggi di tempo da una mano all’altra, accompagnati da un irritante effettino sonoro, gente che si spegne per strada, frasi sulla durezza della vita. Da sceneggiatore di The Truman Show, Niccol lasciò che l’idea di base contaminasse e deformasse il mondo che la ospitava, forzando gli atteggiamenti delle “comparse”, inserendo espressioni e atteggiamenti pubblicitari, dando il giusto peso al demiurgo Christoph, lasciando allo stesso Truman la scoperta di un mondo dai meccanismi deviati. Con In Time questo non succede, e nonostante l’umanità abbia subito un cambiamento tanto radicale, l’atteggiamento dei singoli e i modi d’interazione non sono cambiati. La sostituzione del denaro con il tempo porta alla rinuncia dell’ipocrisia sociale che il denaro consente: incrociare per strada una persona cui rimangono pochi secondi di vita e voltarle le spalle significa condannarla e vederla morire. Ma Niccol, al di là della situazione paradossale, non riporta nel suo futuro alcuna rilevante mutazione nella gestione delle emozioni o delle interazioni sociali.
Il percorso che il film sceglie è molto più banale, sulla scia del film d’azione a bassa intensità e la storia di romanticismo criminale alla Bonnie (Amanda Seyfried) e Clyde, portata avanti da due personaggi senza spessore alle prese con fughe noiose e improvvise illuminazioni rivoluzionare e anticapitaliste. A questo si aggiungono una serie di buchi, sviste e contraddizioni che troverei futile elencare, ma che potrete constatare qualora vi venisse voglia di vedere In Time. E io vi capirei, che a queste trappole della sci-fi non riesco mai a resistere.
È un Allen che mitiga parecchio le irritanti ansie borghesi degli ultimi film, fatte passare per raffinati dilemmi esistenziali. L’ecosistema di riferimento rimane più o meno lo stesso, ma Midnight in Paris ha il pregio di essere un film lieve e minuto, sapendo di esserlo. Si comincia con una parata di immagini da cartolina, la galleria di icone monumentali che solo Parigi può offrire. E lo spirito del film è in parte questo: fare un elenco di cose belle. Gil / Owen Wilson è uno sceneggiatore hollywoodiano, aspirante romanziere. Con la fidanzata bionda va in giro per la più romantica delle città della Vecchia Europa, lui affascinato cerca i riflessi dei suoi idoli culturali, lei, da perfetta americana, si guarda intorno come in un centro commerciale, l’aria sprezzante e la carta di credito come guida turistica. Gil, nostalgico di professione, nella notte di Parigi trova – letteralmente – un passaggio verso gli anni Venti, e lì, entusiasta, ricomincia il suo elenco di nomi e di volti: Hemingway, Picasso, Dalì, Buñuel, Fitzgerald… la playlist culturale di Allen.
Un film lieve, lo è per il candore con cui evoca le sue figure, per il tono leggero con cui tratta le inevitabili e scontate vicende sentimentali, per qualche battuta che fa sorridere e per la spontaneità con cui Woddy Allen cuce su Wilson le sue parole e i suoi gesti, senza nessuna intenzione di creare un personaggio che non sia lo stesso Woody. In questo Midnight in Paris ribadisce la sua malinconia, e se Gil dice di volersi liberare del fascino effimero che è nel richiamo del passato, Allen lo contraddice e rimane (consapevolmente e malinconicamente) incastrato in un film in cui torna giovane, ugualmente impacciato seppure più carino, e finisce con una ragazza che ricorda i suoi amori passati.In sala dal 2 dicembre.
Due ghibli, altrettante palle. Con buona pace del fanciullino di chi non sta nella pelle per l’ammirazione della magica magia dello studio giapponese, e che diventa feroce e aggressivo quando gli si fa notare che Miyazaki da dieci anni è in inesorabile discesa. Naturalmente Arrietty, nonostante i goffi tentativi pubblicitari di lasciar credere il contrario, non è opera di Hayao, che compare come sceneggiatore nella trasposizione di “The Borrowers” di Mary Norton, già I Rubacchiotti in un misterioso film con John Goodman del 1997. La trasposizione dalla Londra dei anni ’50 alla Tokyo contemporanea (o meglio, a una villa con giardino della Tokyo contemporanea) è affidata a Hiromasa Yonebayashi, già animatore per molte opere dello Studio e ora giovane regista. Lo stile ricalca fedelmente ed efficacemente quello del maestro, fino a un certo conformismo un po’ inquietante. Le immagini sono fluide e belle, ma il racconto ha il respiro corto e non è paragonabile alla semplice complessità di capolavori come Mononoke e La Città Incantata. Con incedere tartarughesco il film segue la piccola Arrietty nel gigantesco mondo degli umani, fra un certo numero di personaggi irritanti, sfumature drammatiche gratuite e autocitazioni, fra gli altri, da Conan, che è roba d’altri tempi. Ci si può far uscire il sangue dal naso ritrovando messaggi edificanti, ecologisti e di comprensione del diverso, ma il film rimane noioso. (2,5/5)
Ad essere sincero una quota d’insofferenza verso questo recente Arrietty è dovuta alla visione di poco precedente di un altro film riconducibile, stavolta per intero, al secondo padre della Ghibli Isao Takahata. Omohide Poro Poro, o Only Yesterday o Gocce di Memoria è il suo lungometraggio del 1991 ed è devastante. L’animazione è curata e realistica, ma se per i primi venti minuti le vicende quotidiane della giovane donna Taeko, in flashback bambina alla scoperta della normalità, possono essere sopportabili, per i restanti cento la cosa si fa difficile da gestire. La metà adulta della storia è interamente opera di Takahata, che integra in questo modo un manga di Okamoto e Tone. Non sarò entrato in sintonia con la prolungata bellezza dell’elegia alla vita contadina che diventa esistenza vivida e reale rispetto quella artificiale e superficiale che impone la metropoli, ma la protagonista risulta così scarsamente simpatica e la sua storia così annacquata che avrebbe potuto anche autoinvestirsi con un trattore senza lasciarmi spendere una lacrima. (2/5)
Visto che siamo in area, si sappia che ogni martedì alle 21.10 rai4 prosegue la rassegna "Missione: Estremo Oriente", di cinema action nipponico, iniziata il 20 settembre. Tutti i titoli, copincollati da Asian Feast: La vendetta del dragone (2009); Fearless (2006); Ip Man (2008, 1° vis.); Ip Man 2 (2010, 1° vis.); La foresta dei pugnali volanti (2004); The Warlords – La battaglia dei tre guerrieri (2007); The Myth – Il risveglio di un eroe (2005); Il regno proibito (2008); Little Big Soldier (2010); A Hero Never Dies (1998, 1° vis.); The Longest Nite (1998, 1° vis.); Breaking News (2004); Beast Stalker (2008, 1° vis.); The Sniper (2009, 1° vis.); Fire of Conscience (2010, 1° vis.); New Police Story (2004); Connected (2008, 1° vis.); Bullets Over Summer (1999, 1° vis.); One Nite in Mongkok (2004, 1° vis.); Ong Bak – Nato per combattere (2003); Chocolate (2008); Confessions (2009, 1° vis.); Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma (2010, 1°vis); La congiura della pietra nera – Reign of Assassins (2010, 1°vis); The Good, the Bad, the Weird (2008, 1° vis. free).
Il film più costoso della storia del cinema cinese (15 milioni di dollari, quanto serve per produrre dieci minuti di un qualsiasi blockbuster americano) porta con sé un’idea di spettacolarità piena di contraddizioni, dettagli maniacali e ammiccamenti al gusto e le abitudini occidentali.
The Banquet è un film di un estetismo quasi imbarazzante, curato in ogni inquadratura, costruito geometricamente in ogni fotografia, coreografato in ogni movimento. È un kolossal rosso come il sangue, getti di vernice scarlatta schizzano su ornamenti dorati, in una scenografia iperbarocca. Il film di Xiaogang ha delle scene davvero riuscite e ipnotiche, spettacoli di danza e canto e combattimenti che a volte perdono del tutto la loro spinta cruenta per trasformarsi in balletti pieni di grazia, nei voli senza gravità tipici del wuxiapian, ideati dallo Yuen Wo-Ping di Kill Bill e La Tigre e il Dragone.
La storia ambientata nella Cina del 907 d.C. è una libera interpretazione dell’Amleto, per ammissione dello stesso regista una scelta fatta per renderla più facilmente riconoscibile al pubblico occidentale. Le divergenze dal testo shakespeariano non sono rare. È interessante e riuscito lo spostamento del focus del racconto dalla figura del principe a quelle dell’imperatore usurpatore e soprattutto dell’imperatrice vedova (una splendida Ziyi Zhang), qui depositaria dei veri dilemmi. È la sua la figura più complessa e affascinante, mentre il principe Wu Luan compie un percorso più semplice e lineare. Molto meno azzeccata la scelta di un finale “alternativo”, probabilmente motivo principale di un’accoglienza critica generalmente tiepida.
Ma The Banquet, pur proponendo delle scene piuttosto crude e generose digressioni “artistiche”, non riesce ad evitare, probabilmente in nome delle sue intenzioni puramente commerciali, dei passaggi in cui il melodramma si fa sovraccarico e stucchevole, e la patina densa e gelatinosa. Allo stesso modo, l’uso enfatico del ralenti, qualora fosse stato evitato, avrebbe alleggerito parecchie sequenze, mentre si afferma come cifra stilistica a volte davvero eccessiva e ridondante. Nonostante questo, sarebbe ingiusto dimenticare la spettacolarità e la bellezza che spesso risollevano le sorti di un film che riesce a mettere in scena dei conflitti ultraterreni, veste e dirige i suoi personaggi ricoprendoli di un’esteriorità più vicina al divino che all’umano.
Credo sia il passaggio dai ’90 agli ’00 (o anche il mio dai 20 ai 30, probabilmente entrambi), ma l’onda prevalentemente orientale – idealmente fissata dal lavoro di Christopher Doyle – che filmava i suoi drammi e le sue passioni in quadri fotografici perfetti e suggestivi, sembra non funzionare più. Se tutto poteva aspirare a un equilibrio ideale, anche superiore alle forze dei protagonisti di film come In the Mood for Love o Solstizio d'Estate, oggi le geometrie pulite e ricercate, i colori brillanti, l’estasi panica appartengono a un mondo irrealizzabile (ormai irrealizzato) che denuncia la propria artificialità. La bellezza non può essere un rifugio per lo spettatore, come aveva già intuito Tsai Ming Liang, come già espresso dallo stesso Anh Hung Tran nel suo film migliore, Cyclo (1995). In quest’opera del 2010 tratta dal popolarissimo romanzo di Murakami, però, il regista vietnamita (ri)propone una descrizione estetizzante fuori tempo massimo, mentre tutto attorno a noi si sgretola nei pixel e nell’imprecisione di una realtà che non ha più nessuna voglia di mettersi in mostra per compiacere il nostro sguardo.
Entrando nello specifico, Norwegian Wood mi ha lasciato in una condizione simile a quella del romanzo del 1986: non soddisfatto e un po’ annoiato. In entrambi i casi si viene guidati, nella Tokyo del 1967 e quindi della fine dei ‘60, attraverso le vicende melodrammatiche del “protagonista” Watanabe. È proprio dall’impostazione di questa figura centrale che nascono le difficoltà maggiori; Watanabe, infatti, è un personaggio vuoto, le cose gli succedono addosso, non ha conflitti, indecisioni, è piuttosto un catalizzatore di emozioni senza particolari qualità. La funzione Watanabe porta nel racconto i sensi dello spettatore, e nient’altro. La sostanziale inesistenza del personaggio, d’altra parte, non gli impedisce di rivelarsi straordinariamente ingombrante: onnipresente, mai è consentito a quelle che parrebbero essere le vere protagoniste, le due ragazze Naoko (Rinko Kikuchi) e Midori (Kiko Mizuhara), che al contrario hanno due personalità in potenza molto definite, di vivere fuori dalla percezione di Watanabe. Norwegian Wood soffoca sotto una valanga di sentimenti e legami autogenerati, che per quanto devastanti rimangono in buona parte rinchiusi nell’idea di chi li produce e li subisce.
Il film, per il resto, ridimensiona le coordinate storiche, che pure nel romanzo non erano centrali ma più presenti, per concentrarsi esclusivamente sulle vicende sentimentali, portatrici di una nostalgia (il tutto ha forma di flashback) e una poesia più dette che percepite. Abbondano le sequenze in cui due profili speculari si fronteggiano in campo stretto, che si tratti di dialoghi in cui Watanabe prende atto della situazione o di volti che spesso si fissano durante l'accoppiamento dei corpi. Belle le immersioni nella natura pittorica, ma, come s’è detto, poco credibili e ormai superficiali. Non si discosta dalla linea generale il commento sonoro, in momenti essenziali firmato Jonny Greenwood. Se ne Il Petroliere il dilungarsi dei suoi suoni spiazzava dando forza e coesione alle scene, qui la funzione delle sue composizioni, forse anche per l’univocità delle immagini, risulta fin troppo classica e descrittiva, alla lunga ripetitiva.
Anche Jim Jarmusch sta facendo il suo film coi vampiri. "Una cripto storia d'amore fra vampiri, ambientata nella desolazione romantica di Detroit e Tangeri". Dando come fatte le considerazioni inevitabili sull'inflazione che ha travolto i succhisangue, letti e riletti, ibridati e depurati, prendiamo anche per buone le affermazioni del regista che mette le mani avanti dichiarando d'aver pensato alla cosa parecchi anni fa. Poi, io di jarmusch mi vedrei anche un documentario sui pancake e Ferrara nel 1995 con The Addiction già ci mostrava come dall'argomento vampiri si possa distillare di tutto (nel suo caso, un capolavoro). Nel film jarmuschiano ancora senza titolo Michael Fassbender, Mia Wasikowska che già m'era sembrata brava e infatti eccola qui, e l'ormai immancabile Tilda Swinton.
Un giorno scriverò sul club The Sons of Lee Marvin; raccolsi della documentazione, poi quando meno me l'aspettavo mi sono rotto le palle.
The Monster of Nix è una cosa che già da qualche mese sto schiattando dalla voglia di vedere. Film animato di Rosto lungo 30 minuti, è una roba dark e fiabesca doppiata da Terry Gilliam e Tom Waits che fa un mostro-corvo. Passerà a Venezia al Circuito Off, inizio settembre. Nient'altro da dire (magari qualche punto esclamativo: !!!), qualcosa da vedere: teaser 1, teaser 2 (estremamente fico), trailer
Venezia, si diceva. Sono stati presentati i film: un buon programma, mi pare (cosa non rara, se vogliamo dare a Marco quel che è di Marco). In concorso
TOMAS ALFREDSON – TINKER, TAILOR, SOLDIER, SPY
Gran Bretagna, Germania, 127'
Gary Oldman, Colin Firth, Tom Hardy, John Hurt
ANDREA ARNOLD – WUTHERING HEIGHTS
Gran Bretagna, 128'
Kaya Scodelario, Nichola Burley, Steve Evets, Oliver Milburn
AMI CANAAN MANN – TEXAS KILLING FIELDS
Usa, 109'
Sam Worthington, Jessica Chastain, Chloe Grace Moretz, Jeffrey Dean Morgan
GEORGE CLOONEY – THE IDES OF MARCH [FILM D’APERTURA]
Usa, 98'
Ryan Gosling, George Clooney, Philip Seymour Hoffman, Paul Giamatti, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood
CRISTINA COMENCINI – QUANDO LA NOTTE
Italia, 116'
Claudia Pandolfi, Filippo Timi, Michela Cescon, Thomas Trabacchi
EMANUELE CRIALESE – TERRAFERMA
Italia, Francia, 88'
Filippo Pucillo, Donatella Finocchiaro, Giuseppe Fiorello, Claudio Santamaria
DAVID CRONENBERG – A DANGEROUS METHOD
Germania, Canada, 99'
Keira Knightley, Viggo Mortensen, Michael Fassbender, Vincent Cassel
ABEL FERRARA – 4:44 LAST DAY ON EARTH
Usa, 82'
Willem Dafoe, Shanyn Leigh, Paz de la Huerta, Natasha Lyonne
WILLIAM FRIEDKIN – KILLER JOE
Usa, 103'
Matthew McConaughey, Emile Hirsch, Juno Temple, Gina Gershon
PHILIPPE GARREL – UN ÉTÉ BRULANT
Francia, Italia, Svizzera, 95'
Monica Bellucci, Louis Garrel, Céline Sallette, Jérôme Robart
ANN HUI – TAOJIE (A SIMPLE LIFE)
Cina-Hong Kong, Cina, 117'
Andy Lau, Deanie Yip, Anthony Wong, Tsui Hark
ERAN KOLIRIN – HAHITHALFUT (THE EXCHANGE)
Israele, Germania, 94'
Rotem Keinan, Sharon Tal, Dov Navon, Shirili Deshe
YORGOS LANTHIMOS – ALPEIS (ALPS)
Grecia, 93'
Ariane Labed, Aggeliki Papoulia, Aris Servetalis, Johnny Vekris
STEVE MCQUEEN – SHAME
Gran Bretagna, 99'
Michael Fassbender, Carey Mulligan, James Badge, Nicole Beharie
GIAN ALFONSO PACINOTTI [GIPI] – L'ULTIMO TERRESTRE
Italia, 100'
Gabriele Spinelli, Anna Bellato, Roberto Herlitzka, Teco Celio
ROMAN POLANSKI – CARNAGE
Francia, Germania, Spagna, Polonia, 79'
Jodie Foster, Kate Winslet, Christoph Waltz, John C. Reilly
MARJANE SATRAPI, VINCENT PARONNAUD – POULET AUX PRUNES
Francia, Belgio, Germania, 90'
Mathieu Amalric, Maria De Medeiros, Golshifteh Farahani, Isabella Rossellini, Chiara Mastroianni
ALEKSANDER SOKUROV – FAUST
Russia, 134'
Johannes Zeiler, Anton Adasinskiy, Isolda Dychauk, Hanna Schygulla
TODD SOLONDZ – DARK HORSE
Usa, 84'
Mia Farrow, Christopher Walken, Justin Bartha, Selma Blair
SION SONO – HIMIZU
Giappone, 129'
Shôta Sometani, Fumi Nikaidô, Tetsu Watanabe, Mitsuru Fukikoshi
TE-SHENG WEI – SAIDEKE BALAI
Cina, Taiwan, 135'
Da-Ching, Umin Boya, Landy Wen, Lo Mei-ling
Curiosità per molti titoli. Crialese torna a cinque anni dal notevole Nuovomondo con Terraferma. Dalle navi si sbarca, della terra nera ci si sporca, dal basso si viene ripresi quando ci si tuffa nell'acqua blu; più che un trailer una firma. Ferrara con Dafoe e Paz de la Huerta – e, a quanto ho capito, la sua giovane bionda ex ragazza che faceva capolino e gli evitava di cascare a terra in un suo recente e barcollante documentario – sarà un film da inseguire, per assistere al giorno precedente alla fine del mondo. Svariato materiale sul sito del nostro. Curiosità, perché no, anche per Gipi, uno degli ultimi poeti a piede libero, che approda al cinema contemporaneamente alla Satrapi. Lanthimos dopo la secca frustata di Dogtooth torna con Alps, film sulla morte e la sostituzione degli affetti. Impossibile non citare, poi, il monumentale Friedkin, Solondz con Walken, Polanski, Sokurov e Cronenberg. Riguardo quest'ultimo, sinceramente dispiace leggere della sostituzione di Waltz con Mortensen. Il triangolo Freud – Spielrein – Jung si scorge già nel trailer nella nitidezza quasi imbarazzante e sconveniente del digitale. È ancora un dolore sapere che queste immagini non invecchieranno mai.
Nel 1996 Silvio Berlusconi per dimostrare la futilità di 100 milioni di lire, oggetto d'indagine di una delle tante mazzette marcate Dell'Utri, cronometra 30 secondi, schioccando le dita all'inizio e alla fine, corrispondenti al tempo in cui il suo gruppo gestisce una tale somma. La ricordo come una delle scene più volgari e arroganti del passato secolo mediatico. Adesso cronometrami 560 milioni di euro, coglione.
Passion Play. Può un film con Bill Murray, Mickey Rourke e Megan Fox, fotografato da Christopher Doyle, essere una delle pellicole più aberranti dell’anno passato? A giudicare dalle reazioni globali (imdb, rotten tomatoes) la risposta pare debba essere: sì. Quella del cinquatottenne esordiente alla regia Mitch Glazer è un’opera confusa e spesso involontariamente trash, eppure non mi ha ferito e offeso come ci si aspetterebbe da una pellicola di tale fama. La storia del perdentissimo musicista Rourke che incontra la splendida e ipnotica donna con le ali Fox sembra raccontare una favola blues, una canzone d’amore e sofferenza da ascoltare in una manciata di strofe. L’errore principale della messa in scena sta nell’offrire un blues patinato, una contraddizione portata al cinema neanche tanto di rado, che impedisce al film di trovare una dimensione che lo scantoni dal ridicolo, di fare qualcosa di veramente polveroso e dolente. Nonostante questo, si può sentire ancora il fascino della semplicità della favola, dei freaks, delle scene silenziose in un deserto pubblicitario ma pur sempre deserto e silenzioso, di un antagonista che viene dal nulla (che ricorda nell’ispirazione quello di The Limits of Control), un Bill Murray dall’aria impassibilmente triste che porta con sé il nome Happy Shannon. È vero, Rourke gonfio glabro e plastificato fa una certa impressione vederlo rotolarsi nel letto con una donna pennuta, e in un repentino cambio d’inquadratura che vede i profili dei due baciarsi in primo piano ho pensato oddio, chi è quell’anziana signora che sta baciando Megan Fox? Eppure questa ballata di un’ora e venti, considerata nella sua totalità, ha una sostanza onirica neanche troppo contraddittoria, e tutto sommato riesce a trasmettere qualcosa di triste e malandato.
(3/5)
Infine, il disco che sto ascoltando ossessivamente in questi giorni da cocomeri negati. I National sono più puliti ed educati della musica confusa che sono abituato ad ascoltare, eppure The Boxer è davvero bello, decadente e avvolgente a modo suo.
The Green Hornet (Michel Gondry 2011) è una sorpresa. Pare abbia deluso tanto i fan di Gondry quanto quelli del personaggio originale. Io correvo pochi rischi, perché il regista-culto francese non mi fa impazzire e il Calabrone Verde originale non lo conosco; questo ha comportato che ci mettessi mesi prima di decidermi a vederlo. La sorpresa è che con questo “marchettone” Gondry firma il suo film per me più divertente, capace di distaccarsi dalle granpalle che accompagnano i supereroi più blasonati, fregiandosi di una regia vera e una sceneggiatura del protagonista Seth Rogen che, finalmente, non ha niente di sacro ed austero e alterna commedia e action senza dare l’impressione d’aver preso un copione a caso da un cassetto hollywoodiano per cambiare solo i nomi dei personaggi. Grazie a tutti, anche a Kato, che cito qui in fondo e merita. (3,5/5)
Dopo la sorpresa, la controsorpresa. Può una persona, nella fattispecie io, provare a rivalutare un film solo perché scopre essere ispirato a uno scritto di Philip K. Dick? No, non può, anzi non posso, ne andrebbe della mia smodata onestà intellettuale. Insomma, la visione de I Guardiani del Destino (George Nolfi 2011) m’è parsa ridicola fino al midollo. Una storiaccia d’amore fra due persone prive d’ogni connotazione che possa renderle interessanti, un fato scritto su una specie di gps ma registrato come un’audiocassetta, che a volte quando ci registravi sopra si sentiva l’eco delle canzoni passate, degli angeli che immaginatevi Dio che dice bene, potete fare un sacco di cose ma sempre col cappello sulla testa e non mentre piove, una serie di altre panzane e qualche menata sull’inaffidabilità della realtà percepita e sul libero arbitrio. Un metacheeseburger ricoperto di caramello, una spanna sotto la soglia del commestibile. (2/5)
X-Men: L’inizio (Matthew Vaughn 2011) e Pirati dei Caraibi – Oltre i Confini del Mare (Rob Marshall 2011) sono due corazzate che mi sono passate addosso praticamente senza lasciare alcun segno. Sensibilmente migliore il primo, che quantomeno ha dei personaggi da introdurre e far conoscere, solitamente noioso il secondo. I Pirati continuano a tessere una trama inutilmente complessa, in questo capitolo orfana anche di cattivo credibile, e allora tutti contro tutti, a farsi gli scherzi. Depp a tratti cammina come Paolantoni quando accentuava le gestualità del teatrante; una cosa a metà fra quello e Amanda Lear. Come in altri episodi della serie, l’ultima mezz’ora è un po’ meno peggio, ma non ricordo il perché. (3/5 e 2,5/5)
Con Incident at Loch Ness (Zak Penn 2004) chiudo in bellezza e bizzarria. Herzog (lui, Werner!) vuol girare un documentario su Loch Ness e il suo mostro, trova una produzione e una troupe in genere abituata al confezionamento di prodotti per il grande pubblico. A documentare il tutto, sin dai primi passi del progetto, c’è la telecamerina dell’addetto al dietro le quinte. Pronto a vedere qualcosa d’eccentrico, mi son trovato di fronte a un film che va anche oltre. Herzog (che firma anche la sceneggiatura assieme al regista esordiente) è magnifico, si prende per il culo senza sosta e combatte come Don Chisciotte contro i mulini a vento della produzione, che tende inesorabilmente alla topa e gli effetti speciali. La barca che galleggia sul lago scozzese accoglie i personaggi più assurdi e al tempo stesso iconicamente verosimili, paranoici e apertamente conflittuali e, in sostanza, mi sono fatto delle risate che non avrei mai sospettato. Sul finale il film perde un po’ in originalità, mette in scena delle situazioni e un epilogo quasi obbligati, ma è poca roba, e il film rimane un piccolo capolavoro d’assurdità e un documento che, nella finzione, ci fa conoscere un Herzog probabilmente più reale di quello che esce fuori da libri o interviste più seri o seriosi. (4/5)