Black Mirror 2 (Charlie Brooker 2013)

black mirror 2 slowfilm recensioneBlack Mirror è una delle serie più singolari e interessanti degli ultimi tempi, come sa chi ha visto la prima stagione. La seconda, iniziata e conclusa in UK a febbraio, conserva la stessa struttura: tre episodi da un’ora – durata perfetta per il tipo di prodotto e scrittura -, indipendenti ma tematicamente accomunati dalla riflessione sul lato oscuro della tecnologia mediatica. Le storie scritte da Charlie Brooker, showman e autore britannico, sono caratterizzate da un approccio più o meno futurista, fantastico o realista, e sempre finalizzate a farci dormire male.

Nello scrivere degli episodi scriverò un po’ di cosa succede negli episodi; è inevitabile, fatevi i vostri conti.

Black Mirror the right back slowfilm recensioneE subito la sorpresa: Be Right Back, per la regia di Owen Harris, è la prima puntata davvero bruttina di Black Mirror.

Della coppia formata da Martha e Ash, il secondo vive in simbiosi con lo smartphone, in perenne connessione col mondo. Ma non è questo il suo problema principale, dal momento che in una manciata di minuti si ritrova deprecabilmente morto. Martha non la prende bene, ma trova in un software sperimentale il sollievo alla mancanza del compagno. L’applicazione in questione raccoglie le tracce lasciate nel web da Ash, e si nutre di ogni altra testimonianza digitale: filmati, foto, mail. Attraverso questa quantità di informazioni riesce a ricreare la persona scomparsa, ricostruendone i ricordi e sostanzialmente anche la personalità.

L’idea di una Creatura di Frankenstein del terzo millennio non è affatto male. Gli automatismi con cui smembriamo e disseminiamo le nostre vite nella rete; il cambiamento dell’oggetto del racconto dalla carne all’identità; le differenze fra testimonianza memoriale ed esistenza, tutte da definire. Purtroppo Be Right Back non approfondisce queste possibilità, al contrario degli altri episodi della serie rimane concentrato sulla singola storia, e sceglie la realizzazione più banale inseguendo la sostituzione anche fisica dell’affetto perduto. Il risultato è molto simile a un episodio minore di Twilight Zone, più concentrato sull’idea e il paradosso, che sulla riflessione. (2,5/5)

black mirror white bear slowfilm recensioneWhite Bear, regia di Carl Tibbetts, fortunatamente è molto più interessante, e nuovamente in linea con lo stile della serie. I riferimenti qui sono tanti, tendenzialmente virati in chiave horror. Dalla coazione a ripetere di Groundhog Day, qui incubo semicosciente, ai giochi sadici e sanguinari di Hunger Games. Senza che mi perda a ricostruire la trama complessa, basti sapere che White Bear mette nuovamente a fuoco il soggetto principale delle speculazioni di Black Mirror: il pubblico. Qui un pubblico ossessivo, morboso e voyeurista, impegnato a inseguire e registrare le sofferenze di vittime designate.

Un continuo gioco di specchi, rivelazioni e rovesciamenti, rende l’episodio efficacemente accusatorio nei confronti della presunta morale spettatoriale. White Bear opera nella definizione e ridefinizione di cosa sia plausibile mostrare, cosa siamo disposti a fare alle persone perché possano offrirci intrattenimento, e quanto lo spettatore sia propenso ad assolversi, non aspettando altro che una scappatoia che legittimi la sua ferocia. (4/5)

black mirror waldo moment slowfilm recensioneThe Waldo Moment, regia di Bryn Higgins, è un episodio su Beppe Grillo. Inquietante, realistico, segue l’ascesa di un pupazzo digitale, un cartone animato raffigurante uno sboccato orso blu di nome Waldo. Comandato in diretta da un attore comico nascosto dietro le quinte, da personaggio di uno show televisivo acquisisce sempre maggiore presa e potere sulle folle. Waldo fa leva sulle insoddisfazioni del pubblico, umilia gli ospiti politici, fomenta generici sentimenti di rivolta, nutrendo con attenzione il culto di sé.

Il tempismo con cui Waldo è andato in onda, il 25 febbraio, una manciata di ore dopo l’apertura delle urne in Italia, rende il tutto particolarmente suggestivo. La scelta di un personaggio umoristico, l’appello agli istinti e le insoddisfazioni della massa portato attraverso i mezzi tecnologici, il rifiuto di contenuti ideologici, avvicinano l’episodio alla nostra realtà più di una generica rievocazione degli elementi di un regime totalitarista – che pure rivisti in un film come L’Onda, ripassato in tv ieri sera, ci mettono in una posizione innegabilmente da manuale -.

Se Black Mirror avesse più seguito in Italia tutti già chiameremmo Grillo Waldo, waldini i suoi seguaci, e mancherebbero circa sei mesi dal dichiarare guerra alla Gran Bretagna. (4/5)

Black Mirror, miniserie cattiva in 3 episodi (2011)

black mirror

Disturbante miniserie britannica ideata da Charlie Brooker (so che non fa più trendy, ma qui lo vediamo esprimere alcune perplessità sull’operato del nostro ex presidente del consiglio), dove lo specchio nero è lo schermo televisivo, o comunque tecnologico, in una metafora non particolarmente ricercata, ma efficace, com’è l’impostazione tematica della serie.

Tre episodi di poco più di un’ora, praticamente tre piccoli film, ognuno con un diverso regista e differenti cast, i primi due scritti da Brooker. La linea comune è nella rappresentazione  della simbiosi fra uomo e tecnologia, messa in scena per raccontare radicate debolezze umane.

The National Anthem (diretto da Otto Bathurst) dei tre è quello più ancorato al nostro tempo. In un Paese molto simile alla Gran Bretagna una principessina viene rapita, e la richiesta in cambio della sua vita è che il Primo Ministro abbia un rapporto sessuale con una scrofa, in mondovisione. Per un certo verso diabolico, è l’episodio che presenta il meccanismo più pensato e originale. È, però, anche quello che tira più la corda della verosimiglianza interna, e per dar forza al suo soggetto si lascia andare a un epilogo potente nel significato, ma pretestuoso nel piegare al suo servizio un impianto fin lì realistico. Volendo individuare i peccati capitali dell’era tecnologica, quelli di The National Anthem sono: morbosità, massificazione, voyeurismo.

15 Million Merits (diretto da Euros Lyn, scritto da Brooker e Kanaq Huq) ci porta in una realtà alternativa, o futura, o distopica che pensar si voglia. Qui l’impostazione è iperbolica: buona parte dell’umanità vive sottoterra, in costante esposizione a programmi televisivi, trasmessi sugli schermi che hanno sostituito ogni elemento architettonico. Tutti devono pedalare per produrre energia, e guardare i programmi tv prodotti dal loro lavoro. A comandare la telecrazia una trinità di giudici (a spiccare un viscidissimo Rupert Everett nei panni di Judge Hope), che attraverso un talent show decide chi portare dall’altra parte dello schermo. L’idea sarà forse meno raffinata, ma la realizzazione è ottima: opprimente e deprimente, visivamente e acusticamente marcia, curatissima la scrittura, e un epilogo anche più devastante di quanto si possa prevedere. Al contrario di un filmaccio come In Time, 15 Million Merits mette spietatamente in scena un’umanità corrotta e deformata dal mondo che ha creato e accettato. I peccati: conformismo, superbia e, soprattutto, vanità.

The Entire History of You (diretto da Brian Welsh, scritto da Jesse Armstrong) è l’episodio più debole, sia dal punto di vista della realizzazione che da quello concettuale. Ma non è certo da buttare via. Altra distopia, mondo parallelo (siam sempre lì, specchio nero), o bla bla. La memoria umana è integrata da una artificiale, tutti hanno un hard disk impiantato nel cervello e collegato al nervo ottico, che registra ogni fatto o esperienza. In questo genere di cose mi fanno sempre incazzare gli spot diegetici che recitano “compra il Grain, così ricordi tutto e non dimentichi più niente”. Ce l’hanno già tutti, lo sanno cos’è. Come se oggi facessero le pubblicità “compra un’auto, si fa prima che a piedi”. Vabbe’, veniale. Insomma, tutti registrano tutto, possono rivederlo quando vogliono e ciò comporta da una parte preferire al presente l’accesso a pochi ricordi selezionati, dall’altra avere una documentazione incorruttibile di ogni cosa s’è vista o sentita. E per un puntacazzi qual è il protagonista, questa è un’arma devastante. Nonostante le molte ripetizioni e una storia decisamente più lineare e prevedibile rispetto ai due episodi precedenti, anche The Entire History of You ha le carte in regola per disturbare e lasciare qualche piccolo tarlo, oltre ad ambientazioni freddamente suggestive ed efficaci. I peccati: gelosia, ossessione per il controllo e una punta d’accidia.

Una trilogia riuscita e consigliata. Accostato non senza ragioni alla storica serie Ai Confini della Realtà, Black Mirror m’ha fatto dormire male tre volte su tre.

(4/5)

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Serialmente: Boardwalk Empire (Martin Scorsese 2010)

boardwalk empireUn pilot ambientato nell’Atlantic City degli anni ’20 con protagonista Steve Buscemi diretto da Martin Scorsese. Con buona pace di chi, come me, periodicamente cerca di difendersi timidamente dalla forma seriale. Di fronte a una cosa così bisogna solo alzare le mani e arrendersi. Questa prima puntata è a tutti gli effetti un film di Scorsese di 70’, con movimenti spericolati della macchina da presa, feste clandestine che ironicamente celebrano l'avvento del proibizionismo e la morte di John Barleycorn, incarnazione terrena dello spirito del whisky, e ancora italiani coi baffi che ascoltano esclusivamente Enrico Caruso, donne incinte vessate da mariti violenti, cappellini da signora, grammofoni dorati e vestiti con le frange. Una meraviglia.

A guidarci in questo mondo l’uomo che all’inizio degli anni ’90 si distingueva per la pertinacia con cui negava la mancia alle cameriere e con le dita ossute mimava il violino più piccolo del mondo. Il sindaco Steve Buscemi in Boardwalk Empire si divide con uguale successo fra gli appuntamenti della Lega delle Donne per la Temperanza e le riunioni maschili rivolte all’attenta organizzazione del nuovo traffico di alcolici. La faccia storta e il fisico gracile, Buscemi è doppio ma non ambiguo, portando contemporaneamente sul volto e negli atteggiamenti la sua aggressività e l’attitudine alla sconfitta.

Dodici episodi e una seconda serie già confermata, sperando che Boardwalk Empire sappia mantenere le promesse dell’incipit scorsesiano. 

boardwalk empireboardwalk empire(4/5)

Serialmente: la fine di FlashForward e l’agonia di V

Sono finite anche le mezze stagioni. Se ne parla in un post in bassa fedeltà, come noterete dalle immagini.

FlashForward, dopo le prime allarmanti puntate in cui ogni episodio corrispondeva ad un giorno della vita dei protagonisti, minacciando qualcosa come sei serie, è stato spietatamente tagliato. Una serie paradossalmente poco lungimirante. E allora con ampie falcate di mesi e settimane, si arriva a un epilogo che non spiega nulla, nella commovente speranza di potersi ancora giocare i colpi di teatro migliori, sperando in una qualche sommossa popolare che porti a un secondo round.

Di FlashForward ricorderemo la bizzarra attitudine con cui si costruivano personaggi cattivi o ambigui, come il sig. Flosso e Dyson Frost/D. Gibbons, che appena gli voltavi le spalle mostravano l'istinto di sopravvivenza di un lemming. Spariti i cattivi mentre fumano a letto o usano il fon nella vasca da bagno, nelle ultime puntate hanno dovuto ricorrere a Ken di Barbie e Ken, un simulacro di plastica bionda a fare da sparring partner. "Ma io non ho mai fatto il cattivo, solo il barman o il tizio che noleggia pattini per il ghiaccio" "Non preoccuparti, vai benissimo. Sei molto più carismatico di questa pila di barattoli di vernice che sono solo la seconda scelta". Faccina sconsolata della pila di barattoli di vernice.

Andiamo al punto. Il punto non c'è. Però mi piace ricordare come tempo fa scrissi che in un flash forward la maggior parte della gente avrebbe dovuto vedersi vestita da Superman o altre minchiate, perché in attesa del flash forward stesso, con buona pace del "Progetto Mosaico". Ebbene, questa è una delle immagini della festa di carnevale imbastita nell'ultima puntata per il conto alla rovescia.

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Altro momento toccante quando della gente in maschera da produttore spara per alcuni secondi e con diverse angolazioni drammatiche sui copioni di decine di puntate che non saranno mai girate.

flashforward-copioniInfine, come in ogni buona puntata fineserie di un telefilm dove ci sia uno straccio d'azione, c'è il protagonista che salta con esplosione alle spalle. La prima immagine è da FlashForward, la seconda da V. Dipendesse da me, io a fare questa scena ci metterei sempre e comunque Bruce Willis. Ubriaco o in gonna, Bruce Willis la farebbe sempre al meglio.

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V-esplosioneRicollegandoci rapidamente a V, avrete capito dallo scarso stile nel tuffo esibito da Elizabeth Mitchell come la serie, che pure in principio m'era piaciuta, sia mutata in un disastro. Dopo le prime quattro puntate tutte le buone intenzioni si sono dissolte in una nuvola di etere e un trenino caraibico, regalando paccottiglia a non finire, un tizio con la bocca larga che sbocconcella un cervo e un neonato di cui si vede solo una coda che se la tiri via con ogni probabilità gli ricresce. Nonostante questo è stato confermato, e dopo l'estate il nostro azzurro pianeta si trasformerà in un rettilario del cazzo.

Nel frattempo è finito anche Crozza, e allora prometto che il prossimo post sarà su un film.

Lost – The End (Jack Bender 2010)

Dopo sei anni, un cenno alla fine è d'obbligo.
A piccole dosi, ma c'è dello spoiler.

Non avendo la pazienza, la dedizione necessaria, e neanche l'intenzione di lasciarmi andare ad elenchi di coincidenze e incongruenze, sospensioni e domande a lettura multipla, mi limiterò ad appuntare che la conclusione di questa serie ha una risonanza particolare, probabilmente senza precedenti, anche per la facilità di dialogo che la tecnologia ha sviluppato, condizionando le abitudini comunicative, e moltiplicando l'interesse e il confronto verso un'opera che sappia sfruttarne i tempi e le caratteristiche.

Al di là della quantità di volte che mi ha portato ad inveire sullo spietato allungamento del brodo, Lost rappresenta indubbiamente un punto fermo e una svolta, nelle produzioni seriali, e il consueto paragone con Twin Peaks, per molti versi incongruo, da questo punto di vista ci sta. Insomma, vendicarsi per alcune slabbrature etichettando Lost come una presa in giro, sarebbe comodo ma non giusto. Altro punto di contatto, con la serie ideata da Lynch, sta nella programmatica disattesa delle aspettative: il telefilm inizia con un'ambientazione alla Robinson Crusoe, e in principio affronta anche gli stessi problemi (la ricerca dell'acqua, del cibo, di un riparo), per poi introdurre elementi di tutt'altro genere, ai limiti del fantastico (e poi anche oltre), trasformando un'isola fatta di terra, palme e animali selvaggi in altro.

La verità è che sul piano della pura sorpresa, del meccanismo narrativo spiazzante, la creatura di Abrams ha toccato l'apice all'inizio della seconda serie, con quella luce a rivelare un insediamento letteralmente innaturale, e soprattutto con quel pulsante da premere per salvare il mondo, corredato da una onnipresente stringa di numeri. Da quel punto in poi bombe atomiche, singhiozzi del tempo, moltiplicazioni delle parti in gioco, pur tessendo una trama complessa con sprazzi di ottime idee (e altrettante divagazioni), non hanno potuto eguagliare la semplicità favolistica ed ossessiva della coazione a ripetere.

E assume allora un valore particolare, in buona parte sensato, la scelta di una conclusione che non azzardi una spiegazione elaborata o stupefacente, ma si rifugi in una dimensione "umanistica" e autocelebrativa, piena di promesse non mantenute e forzature interpretative, ma che fa immediatamente piazza pulita di tonnellate di elucubrazioni, recuperando la forza della predestinazione delle prime serie, marchiando tutti gli ultimi episodi con la (ri)scoperta dell'inevitabile, per approdare alla malinconia romantica di un appuntamento dopo la morte.

Firefly, Serenity (Joss Whedon 2002, 2005)

serenitySerenity è un film di fantascienza del 2005 che conclude la serie Firefly del 2002, stroncata alla quindicesima puntata. Un po’ dispiace pure, ma vuoi mettere la soddisfazione d’avere apparecchiati un’intera serie e il film annesso, senza dover aspettare altro? Firefly è il miglior film di fantascienza di sempre, a sentire gli Inglesi che votano i sondaggi del 2007 della rivista SFX. 
 
Il progetto ricorda un fumetto italiano di qualche anno fa (16!), Hammer, bloccato in fretta anche quello. I personaggi di Firefly sono più o meno fuorilegge e più o meno fuggiaschi, tutti fortemente caratterizzati: il capitano (molto Han Solo, specialmente nelle prime puntate) duro e sarcastico ma giusto, la prostituta elegante e romantica (Morena Baccarin), il prete dal passato burrascoso, il tizio grosso e armato che fa cose stupide, ecc.. Viaggiano su un’astronave da contrabbandieri, fra cinquecento anni, ma a terra ci si muove a cavallo, in mondi western con influenze orientali, dove non c’è alcuna logica nella diffusione tecnologica, se non quella rivolta a creare un mondo ibrido che soddisfi la fantasia dell’autore.  Nel frattempo, c’è pure stata una sorta di seconda guerra civile americana  su scala universale, ma non è che possa raccontarvi tutto.
 
Niente da dire, Firefly è una serie che diverte, coinvolge, e a me i personaggi tagliati con l’accetta, i loser dagli inattaccabili principi morali, piacciono un sacco. Serenity conserva in buona parte gli stessi elementi; nel racconto si concentra sull’identità, fino ad allora misteriosa, di uno dei personaggi della serie, ed eccede giusto un po’ con l’azione. Fonde vari generi, western, horror, fantascienza, riferendosi sempre ai loro elementi più evidenti, offrendo uno spettacolo non particolarmente sofisticato, ma d’impatto.

(3,5/5)

Serialmente II: V – The Series (Yves Simoneau 2009)

V - THe SeriesSarà perché i Visitors degli anni '80 li ho visti solo a stralci, ma questa nuova serie non m'è parsa affatto male. Raccontando di spietati alieni infiltrati nelle sale di comando della Terra (che siano abitate da orrendi rettili è un'idea affascinante, oltre che plausibile) e di enormi dischi volanti/schermi televisivi che persuadono attraverso il volto perfetto e impassibile di Morena Baccarin, V ha un plot comune, immediatamente comprensibile e senza incertezze di ruoli, trattato in modo coinvolgente. Non c'è nessun viluppo di misteri e metamisteri alla Lost, il che rende il soggetto automaticamente "vecchio stampo", rispetto al fiorire di dubbi esistenziali delle ultime stagioni seriali, eppure funziona. La produzione ha girato solo i primi quattro episodi, per procedere nel frattempo con monitoraggi ed eventuali deviazioni verso le preferenze dell'audience, dal che si intuisce per quale delle due parti abbia una sincera simpatia.

Visto che sono in tema, devo ammettere che The Big Bang Theory, dopo la prima manciata di puntate, s'aggiusta (o porta a un'orribile assuefazione, non ho ben chiaro il rapporto causa-effetto) e diventa assolutamente divertente. La nuova serie di Lost, al contrario, mi sembra nefasta, e le nuove puntate di How i Met Your Mother, dopo la sbornia e l'affetto iniziale, dimostrano una ripetitività a volte allarmante.

Freedom Project (Shuhei Morita 2006), Samurai Champloo (Shinichiro Watanabe 2004)

Freedom projectFreedom Project è un oav (cioè un anime che nasce per l’home video) diretto da Shuhei Morita (cioè l’autore di Kakurenbo, 24 minuti di incubi infantili, demoni tradizionali e nichilismi universali), che riprende i personaggi di Akira, avvalendosi di Otomo (cioè un tipo che a muoversi ci mette almeno dieci anni, però poi capisci perché) nelle vesti di character designer. Si comincia, come si conviene, con gare motociclistiche, si scopre di essere sulla luna perché la terra si sente uno straccio, si viaggia dalla luna alla terra in cerca dell’amore. Storia d’amicizia, ecologia, fratellanza e sentimento, dalla quale m’aspettavo qualcosa in più. Strutturato in sette puntate di venti minuti, di cui l’ultima doppia, dura quindi poco più di un film medio e poco meno di un finale di un  film di Spielberg. Nonostante questo, si prova a mettere un accento in ogni puntata, frammentando la storia in aneddoti compressi e a volte prescindibili, invece di cercare un intreccio più disteso con i soliti tre picchi di tensione nel principio-mezzo-fine. A questo va aggiunto che, pur essendo una serie sostanzialmente d’azione, nessuno è veramente cattivo e nessuno rischia più di tanto, il che un po’ ammoscia, e l’ampio uso del computer, nelle frequenti fughe e inseguimenti come nei movimenti dei singoli personaggi, è settato in modo da rendere tutto un po’ più lento di quanto ci si aspetti. Non mancano neanche i richiami diretti agli scontri fra Tetsuo e Kaneda: i loro omologhi si urlano in faccia, si sputano e si tirano i capelli, però in Akira Tetsuo diventava un orrendo incontrollato mostro di carne nucleare, qui tutti rispettano i confini del proprio corpo e, neanche troppo sotto sotto, si amano alla follia. Si lascia vedere, per carità, però…

Samurai Champloo, invece, conta 26 episodi, anche questi di 20 minuti ciascuno, sigle escluse. È legato agli autori dell’indimenticato Cowboy Bebop, buona serie con un gran finale, è ambientato nel Giappone medievale, contaminato con hip hop e altri elementi occidentali anacronisticamente recenti. Due samurai, uno rozzo e maledetto, l’altro più raffinato e taciturno alla Goemon, assieme ad una ragazza, attraversano lentamente il Giappone per arrivare a Nagasaki. L’anime parte violento, divertente e movimentato (davvero belle le prime 3-4 puntate), poi si catechizza per lasciare spazio solo saltuariamente a scene notevoli e cattive, che portano in primo piano una colonna sonora di soli rullanti. Per il resto, in ogni puntata si racconta la storia di un personaggio secondario, che viene in contatto col trio per poi sparire, e nel frattempo si alimenta il mistero sui protagonisti e si incrociano elementi come la pittura di Van Gogh o il baseball americano, riportando su tutto la supremazia nipponica. Prendendo solo la manciata di episodi cardine, ne uscirebbe fuori un bel film d’animazione, nella totalità tiene svegli solo a tratti.

Freedom Project: 3/5

Samurai Champloo: 3,5/5

Degli amici salgo in spalla / La vita è una lotta spalla a spalla / Ma ho trovato in te il Giappone / Sì ho il trovato in te il Giappone (Elio e le Storie Tese).
 

Serialmente

Si dice ormai da tempo che le serie televisive siano spesso più curate dei film da cinema. È sicuramente vero che i nuovi telefilm hanno più pretese: sono ancora grossi meccanismi d’intrattenimento, ma ognuno cerca uno stile specifico, molti rincorrono scene registicamente originali, alcuni si impegnano in sceneggiature complesse con radicali cambi di registro e sforzi inventivi autentici.

Prima di scrivere quelle due parole sulle serie attualmente in masticazione, un paio di anime già digeriti, che mi sono piaciuti anche parecchio.

Ergo ProxyErgo Proxy, Shukō Murase 2006, è un’anime di fantascienza in 23 episodi. È una di quelle cose complicate a base di cyborg che discettano sulla propria coscienza, memorie che spariscono, immortalità dubbie, regimi teocratici,  amori e apocalissi. In alcuni temi ricorda Last Exile, anche se ha un andamento più cupo e un animo più speculativo. Molte delle puntate di Ergo Proxy hanno origine onirica, il che permette di giocare sulla confusione dei piani e sul riferimento a generi diversi, a seconda del personaggio e dalle circostanze da cui nascono i sogni. Ci sono episodi più strettamente sci-fi, altri che s’ispirano all’horror classico, o al minimalismo paranoico, alle fiabe, al mondo televisivo, ecc. Denso di rimandi interni ed esterni, non sempre tutto è chiaro; ne raccomandano almeno una seconda visione, ma neanche si può stare sei mesi a vedere solo Ergo Proxy, saltando avanti e indietro per le puntate. Comunque, dove si perde qualche passaggio si può lavorare di fantasia o far finta di niente, l’esperienza vale comunque la pena. (4/5)

Paranoia AgentParanoia Agent è la serie di Satoshi Kon del 2004, in 13 agili puntate. Anche questa una storia abbastanza inquietante e contorta, dove s’indaga, in un mondo sempre meno reale, su un ragazzo sui rollerblade che colpisce con una mazza da baseball le persone disperate e depresse. Detta così, sembra un po’ una cazzata. Invece, come sappiamo, Kon ci sa fare, ed il suo scopo principale è la rappresentazione dell’alienazione del cittadino medio di Tokyo (e del cittadino consumista in generale), l’avvicinarsi a personaggi diversamente esasperati o dediti ad efferatezze. Non mancano alcune puntate deboli, che all’interno di una serie così breve si sarebbero potute evitare, e anche la soluzione finale è forse discutibile, nel cercare una logica e una concretezza che mette in discussione l’assurdità ricercata fino a quel momento, ma nel complesso è un lavoro particolare ed efficace. (3,5/5)

Andiamo alle serie vere e proprie, quelle che impazzano nel nostro occidente bisognoso di svago. Quasi tutte nuove di pacca.

Bored to DeathBored to Death è una cosa che in teoria dovrebbe piacermi parecchio. Ha un tono un po’ freddo, un andamento un po’ snob, e parla di Jason Schwartzman che fa lo scrittore o il detective con uguale mancanza di consapevolezza. E nel terzo episodio c’è un reiterato cameo di Jarmusch, che interpreta se stesso. Questo episodio lo conservo, e vedere Jim è sempre bello, però il tutto è molto meno interessante di quanto dovrebbe. Forse troppo meta meta. Forse Schwartzman a vederselo sempre davanti che fa il Woody Allen, stanca. Forse questo telefilm ispira troppi forse. (2,5/5)

Mad Men. L’inizio della terza serie è folgorante. Molto sottile, molto psicologica. Adesso sta tornando un po’ indietro. (3,5/5)

Alla Fine Arriva Mamma. So che esiste da parecchio, io lo vedo adesso. Pubblicizzato come il nuovo Friends, l’accostamento ci sta tutto. Una puntata ottima più o meno ogni cinque non malaccio, e la struttura di base è così Accidentally on Purposefissa che non riesco a immaginare come possano proporla per cinque stagioni. Forse semplicemente ricorrendo alla mancanza di scrupoli. Comunque, sono quelle cose autoconclusive anni ’90, con battute umane e divertenti, che se cerchi qualcosa di leggero è di certo la formula migliore. (3,5/5)

Stessa strada battuta da Accidentally on Purpose, con Jenna Elfman critica cinematografica (ma non è che questo dettaglio sia molto sfruttato) ingravidata da un tizio più giovane. Il lavoro migliore lo fanno i personaggi secondari. (3/5)

Glee. Sul coro di un liceo americano. Tanti personaggi, molti ben fatti, si segue molto la storia, che non teme la riproposizione di cliché, si sorride, la qualità della puntata dipende principalmente da quella delle performance interne di canto e ballo. (3,5/5)

Big Bang Theory. La vita di due nerd ossessionati dalle risate finte che scoppiano automaticamente ogni quattro secondi. (2/5)

Flash ForwardFlash Forward. Pubblicizzato come il telefilm che impedirà il suicidio agli orfani di Lost, andando così in aperto conflitto con le più avvedute teorie darwiniste. Tutto il mondo sviene per 2 minuti e diciassette secondi, con inevitabili catastrofi annesse (aerei che si schiantano, uova pensate alla coque che passano irrimediabilmente a sode, e cose così), e durante il black out ciascuno ha la propria esperienza di quel che starà facendo sei mesi dopo, per quei due minuti e rotti. In realtà, se l’Uomo si vedesse in una determinata porzione di futuro e poi dovesse aspettare l’arrivo della stessa, tre quarti della popolazione mondiale avrebbe dovuto scoprirsi a fare ciao mamma, molti a guardarsi nervosamente le punte delle scarpe aspettando che il momento finisca, un nutrito gruppo per l’occasione si farebbe trovare vestito da Neo di Matrix per fare il figo. Paradossi a parte, anche se il meccanismo non è ancora chiaro, Flash Forward sembra meno ingessato di quanto facesse temere. (3,5/5)
 

Avatar: la Leggenda di Aang (Michael Dante DiMartino, Bryan Konietzko, 2005-2008)

Avatar: la leggenda di AangNon ha niente a che fare con l’Avatar di Cameron, mentre ha molto a che fare con la trilogia, The Last Airbender, che sarà di Shyamalan. Avatar è una serie animata fantasy americana, modellata sugli anime giapponesi. In un mondo diviso in quattro regni, ciascuno caratterizzato da un elemento (aria, acqua, terra, fuoco) che può essere controllato da alcuni "dominatori", l’avatar, dodicenne dalle sembianze tibetane rimasto surgelato cento anni, nonché simbolo d’equilibrio, si oppone alla guerra di conquista del regno del fuoco. Il tipo di storia e il disegno, dai tratti netti e i colori pieni, porterebbero in un primo momento a credere che Avatar sia un prodotto esclusivamente per bambini. In realtà, pur essendo effettivamente un ottimo cartone per imberbi, la prima qualità che mutua dalle realizzazioni di Miyazaki, e dalla tendenza estremorientale a non limitare le possibilità di un’opera ad un solo target e ad un solo genere, è appunto nella capacità di sapersi rivolgere anche ad un pubblico adulto, costruendo storie e messaggi non banali con un linguaggio semplice.
Durante le tre serie (61 puntate in tutto), identificate con tre libri e tre elementi differenti, seguiamo l’apprendistato di Aang, rivolto al dominio degli elementi, gli inevitabili conflitti, e l’evoluzione (la crescita) dei numerosi personaggi collaterali (o meglio comprimari), ciascuno con una precisa individualità e caratteristiche ben delineate e approfondite. La serie offre una visione ironica e disincantata anche dei momenti che rischierebbero di essere più (melo)drammatici, concedendo ai suoi protagonisti un’anima realistica, ma anche simbolicamente e poeticamente legata alla leggerezza della loro età.

Pur adoperando un disegno non molto dettagliato, specialmente nella raffigurazioni espressive e nei tratti somatici, non per questo meno comunicativi, l’animazione diventa particolarmente accurata e coinvolgente nella creazione degli scontri fra i protagonisti, tutti giocati sulla velocità e la plasticità delle figure. Molta inventiva e fantasia nei particolari si trova anche nelle differenti città e popolazioni, ognuna ispirata ad etnie e architetture reali rilette in chiave fantastica.

Il punto di riferimento primario, come detto, è Miyazaki, anche perché lo stesso Hayao offre da tempo la trasfigurazione  più conosciuta e riuscita della filosofia e l’iconografia giapponese. Troviamo quindi personaggi, come il bisonte volante Appa e lo spirito dei boschi, apertamente ispirati al gatto-bus di Totoro e gli spiriti de La città Incantata e Principessa Mononoke, suggestioni come la passione per il volo e la leggerezza espressa dal movimento dei corpi, tematiche come l’amicizia, la confusione fra bene e male, la comprensione dell’altro e del diverso, l’ecologia  e la maestosità della natura stessa.

Con l’eccezione di una manciata di puntate della terza serie, dove Avatar diventa improvvisamente e misteriosamente un trito cartoon (o più spesso telefilm) occidentale adolescenziale, per poi rinsavire, gli autori riescono a tenere intatto il fascino e sveglia la curiosità durante tutta l’opera, che può produrre grave assuefazione e portare qualcuno, come me, a vederla in un tempo scandalosamente breve. Il fatto che alla fine di Avatar ci si senta un po’ tristi, a dover salutare personaggi ormai familiari, e la reazione istintivamente conservativa e negativa verso la trasfigurazione live di Shyamalan (Avatar è un cartone visivamente ricco, con M. Night si rischia di stare a vedere ombre di esseri bizzarri per ore…), sono altri elementi a favore di quest’avventura animata, a cui è facile affezionarsi.

(4/5)

Di seguito, un trailer un po’ dopato e oblungo del cartone, e quello del film L’ultimo Dominatore dell’Aria, previsto per settembre 2010.
 

Weeds, Mad Men

Lo so che siete tutti occupati con le nuove puntate di lost, Il Telefilm Conosciuto Come Lynchiano, per giustificare il fatto che niente avrà mai alcun senso. Sono in piena fase telefilmica e, anche se non può assolutamente vantare lo stesso numero di crescendo d’archi, segnalo Weeds. Magari già lo vedete tutti, ma io lo segnalo, avendolo scoperto da poco, per caso. Weeds parla di una giovane vedova che la sfanga spacciando erba. È un telefilm anomalo, molto ironico, spesso cinico, volutamente spiazzante, a tratti estremamente volgare. Ma sempre con quel piglio “non ti starai mica scandalizzando? Di’ la verità, che ti stai divertendo”. In realtà qualcuno che ha avuto la sfacciataggine di scandalizzarsi dev’esserci stato, visto che Weeds va su raidue di martedì notte all’1.20. Comunque, weeds ricorda un po’ altri telefilm, ma strafatti di ganja. La prima serie è bella all’inizio, poi scema un po’, poi si riprende, la seconda è uniformemente meglio, più alla ricerca di ganci alla fine di ogni puntata e ancor più spudorata. Ce n’è anche una terza, ma non ci sono ancora arrivato.

Poi, un telefilm di cui ho letto da più parti, in rete e non, è Mad Men. Questo è dannatamente raffinato: vi dico, Raffinatissimo. E le luci e Hopper e la ricostruzione dei ’60 e il ruolo delle donne e i sottili giochi psicologici. Però che palle. Sono fermo alla settima puntata, la storia è ferma lì dove era alla prima. E la storia in un telefilm deve esserci. Perché per quanto possa essere raffinato, la maggior parte del tempo sono comunque primi piani, campi controcampi, dialoghi. E poi, con tutta la buona volontà, non ci si può sorbire puntare di 45 minuti senza una digressione, una battutina, un personaggio con cui empatizzare. La gradazione umana in Mad Men va dallo sciacallo al verme, ma tutti declinano il proprio ruolo con espressioni impeccabilmente sottili. Telefilm sideralmente pretenzioso, magari non è per me il momento adatto, mi è antipatica persino la sigla.

La sigla di Weeds, invece, è molto bella.

 

Sci-fi o ci sei?

Roba variamente futuribile vista negli ultimi mesi. Comincio dal migliore.

Last Exile è una serie animata in 26 episodi da 22 minuti ciascuno, creatura di quello Studio Gonzo che già con Blue Submarine No. 6 ci aveva regalato un gran film. E’ un cartone steampunk, cioè ispirato all’estetica ottocentesca e popolato da macchinari che hanno come mezzo di propulsione il vapore (come nell’ultimo film di Otomo). Sfruttando a pieno l’ampia durata complessiva, riesce a mettere in scena lunghe sequenze d’azione, dubbi individuali, conflitti allargati, trame amorose e digressioni filosofiche. Quando mi annoio con film come Iron Man mi viene il dubbio di essere incapace di lasciarmi trasportare da scene movimentate, d’azione o di guerra; allora devo ricordarmi di cose come Last Exile, che si svolge per la maggior parte per aria e mostra duelli a volte lunghi un’intera puntata, inventando sempre qualcosa di nuovo e lasciandoti una gran voglia di salire su una vanship. Guerre fra popoli analogici e semidei digitali, personaggi sfumati, complessi e indecisi, disegni curatissimi e ben integrati nella computer grafica, una soluzione finale notevole, fanno di questa una delle migliori serie di sempre.

Di visione più recente Possible Worlds, film canadese di Robert Lepage con Tilda Swinton. Qui siamo dalle parti della speculazione pura: sulla percezione del mondo, di se stessi, sull’importanza delle scelte e la possibilità di cambiarle. Purtroppo, la speculazione è così pura che il film, che alcune cose buone le ha, è però di una staticità che rasenta il fondamentalismo. La speculazione, a volte, andrebbe tagliata. Film dai colori freddi, di tanta acqua, acciaio e vetro, parte come un giallo ma immediatamente vira nel frullato di piani spazio temporali e nell’inseguimento dell’ammore.

Vado avanti, che, come per l’ottimo porco, qui non si butta via niente. Speed Racer, tratto da Mach 5, un cartone che non ha segnato la mia infanzia. I Wachowski riescono a dimostrare che lo sfoggio di nuove tecnologie ed accortezze estetiche, in mancanza di una giustificazione data da una motivazione superiore, non suscita in me alcun interesse. Il fatto che nel film l’aria di quello che la sa più lunga ce l’abbia la scimmia, qualche considerazione dovrebbe portare a tirarla.

E un altro film che ha arricchito davvero poco la mia persona è Appleseed 2, di Shinji Aramaki. Fra cloni e virus, pur essendo visivamente ragguardevole, il secondo episodio di Appleseed è meno interessante del primo e di Vexille, parabola narrativamente semi indipendente che al momento rimane la cosa migliore della serie. Mi piacerebbe dire qualcosa in più, ma l’ho già quasi completamente cancellato.

Last Exile: 4/5

Possible Worlds: 2,5/5

Speed Racer: 2/5

Appleseed 2: 2,5/5