Black Mirror è una delle serie più singolari e interessanti degli ultimi tempi, come sa chi ha visto la prima stagione. La seconda, iniziata e conclusa in UK a febbraio, conserva la stessa struttura: tre episodi da un’ora – durata perfetta per il tipo di prodotto e scrittura -, indipendenti ma tematicamente accomunati dalla riflessione sul lato oscuro della tecnologia mediatica. Le storie scritte da Charlie Brooker, showman e autore britannico, sono caratterizzate da un approccio più o meno futurista, fantastico o realista, e sempre finalizzate a farci dormire male.
Nello scrivere degli episodi scriverò un po’ di cosa succede negli episodi; è inevitabile, fatevi i vostri conti.
E subito la sorpresa: Be Right Back, per la regia di Owen Harris, è la prima puntata davvero bruttina di Black Mirror.
Della coppia formata da Martha e Ash, il secondo vive in simbiosi con lo smartphone, in perenne connessione col mondo. Ma non è questo il suo problema principale, dal momento che in una manciata di minuti si ritrova deprecabilmente morto. Martha non la prende bene, ma trova in un software sperimentale il sollievo alla mancanza del compagno. L’applicazione in questione raccoglie le tracce lasciate nel web da Ash, e si nutre di ogni altra testimonianza digitale: filmati, foto, mail. Attraverso questa quantità di informazioni riesce a ricreare la persona scomparsa, ricostruendone i ricordi e sostanzialmente anche la personalità.
L’idea di una Creatura di Frankenstein del terzo millennio non è affatto male. Gli automatismi con cui smembriamo e disseminiamo le nostre vite nella rete; il cambiamento dell’oggetto del racconto dalla carne all’identità; le differenze fra testimonianza memoriale ed esistenza, tutte da definire. Purtroppo Be Right Back non approfondisce queste possibilità, al contrario degli altri episodi della serie rimane concentrato sulla singola storia, e sceglie la realizzazione più banale inseguendo la sostituzione anche fisica dell’affetto perduto. Il risultato è molto simile a un episodio minore di Twilight Zone, più concentrato sull’idea e il paradosso, che sulla riflessione. (2,5/5)
White Bear, regia di Carl Tibbetts, fortunatamente è molto più interessante, e nuovamente in linea con lo stile della serie. I riferimenti qui sono tanti, tendenzialmente virati in chiave horror. Dalla coazione a ripetere di Groundhog Day, qui incubo semicosciente, ai giochi sadici e sanguinari di Hunger Games. Senza che mi perda a ricostruire la trama complessa, basti sapere che White Bear mette nuovamente a fuoco il soggetto principale delle speculazioni di Black Mirror: il pubblico. Qui un pubblico ossessivo, morboso e voyeurista, impegnato a inseguire e registrare le sofferenze di vittime designate.
Un continuo gioco di specchi, rivelazioni e rovesciamenti, rende l’episodio efficacemente accusatorio nei confronti della presunta morale spettatoriale. White Bear opera nella definizione e ridefinizione di cosa sia plausibile mostrare, cosa siamo disposti a fare alle persone perché possano offrirci intrattenimento, e quanto lo spettatore sia propenso ad assolversi, non aspettando altro che una scappatoia che legittimi la sua ferocia. (4/5)
The Waldo Moment, regia di Bryn Higgins, è un episodio su Beppe Grillo. Inquietante, realistico, segue l’ascesa di un pupazzo digitale, un cartone animato raffigurante uno sboccato orso blu di nome Waldo. Comandato in diretta da un attore comico nascosto dietro le quinte, da personaggio di uno show televisivo acquisisce sempre maggiore presa e potere sulle folle. Waldo fa leva sulle insoddisfazioni del pubblico, umilia gli ospiti politici, fomenta generici sentimenti di rivolta, nutrendo con attenzione il culto di sé.
Il tempismo con cui Waldo è andato in onda, il 25 febbraio, una manciata di ore dopo l’apertura delle urne in Italia, rende il tutto particolarmente suggestivo. La scelta di un personaggio umoristico, l’appello agli istinti e le insoddisfazioni della massa portato attraverso i mezzi tecnologici, il rifiuto di contenuti ideologici, avvicinano l’episodio alla nostra realtà più di una generica rievocazione degli elementi di un regime totalitarista – che pure rivisti in un film come L’Onda, ripassato in tv ieri sera, ci mettono in una posizione innegabilmente da manuale -.
Se Black Mirror avesse più seguito in Italia tutti già chiameremmo Grillo Waldo, waldini i suoi seguaci, e mancherebbero circa sei mesi dal dichiarare guerra alla Gran Bretagna. (4/5)


(4/5)
Infine, come in ogni buona puntata fineserie di un telefilm dove ci sia uno straccio d'azione, c'è il protagonista che salta con esplosione alle spalle. La prima immagine è da FlashForward, la seconda da V. Dipendesse da me, io a fare questa scena ci metterei sempre e comunque Bruce Willis. Ubriaco o in gonna, Bruce Willis la farebbe sempre al meglio.
Ricollegandoci rapidamente a V, avrete capito dallo scarso stile nel tuffo esibito da Elizabeth Mitchell come la serie, che pure in principio
Dopo sei anni, un cenno alla fine è d'obbligo.
Serenity è un film di fantascienza del 2005 che conclude la serie Firefly del 2002, stroncata alla quindicesima puntata. Un po’ dispiace pure, ma vuoi mettere la soddisfazione d’avere apparecchiati un’intera serie e il film annesso, senza dover aspettare altro? Firefly è il miglior film di fantascienza di sempre, a sentire gli Inglesi che votano i sondaggi del 2007 della rivista SFX.
Sarà perché i Visitors degli anni '80 li ho visti solo a stralci, ma questa nuova serie non m'è parsa affatto male. Raccontando di spietati alieni infiltrati nelle sale di comando della Terra (che siano abitate da orrendi rettili è un'idea affascinante, oltre che plausibile) e di enormi dischi volanti/schermi televisivi che persuadono attraverso il volto perfetto e impassibile di Morena Baccarin, V ha un plot comune, immediatamente comprensibile e senza incertezze di ruoli, trattato in modo coinvolgente. Non c'è nessun viluppo di misteri e metamisteri alla Lost, il che rende il soggetto automaticamente "vecchio stampo", rispetto al fiorire di dubbi esistenziali delle ultime stagioni seriali, eppure funziona. La produzione ha girato solo i primi quattro episodi, per procedere nel frattempo con monitoraggi ed eventuali deviazioni verso le preferenze dell'audience, dal che si intuisce per quale delle due parti abbia una sincera simpatia.
Freedom Project è un oav (cioè un anime che nasce per l’home video) diretto da Shuhei Morita (cioè l’autore di Kakurenbo, 24 minuti di incubi infantili, demoni tradizionali e nichilismi universali), che riprende i personaggi di Akira, avvalendosi di Otomo (cioè un tipo che a muoversi ci mette almeno dieci anni, però poi capisci perché) nelle vesti di character designer. Si comincia, come si conviene, con gare motociclistiche, si scopre di essere sulla luna perché la terra si sente uno straccio, si viaggia dalla luna alla terra in cerca dell’amore. Storia d’amicizia, ecologia, fratellanza e sentimento, dalla quale m’aspettavo qualcosa in più. Strutturato in sette puntate di venti minuti, di cui l’ultima doppia, dura quindi poco più di un film medio e poco meno di un finale di un film di Spielberg. Nonostante questo, si prova a mettere un accento in ogni puntata, frammentando la storia in aneddoti compressi e a volte prescindibili, invece di cercare un intreccio più disteso con i soliti tre picchi di tensione nel principio-mezzo-fine. A questo va aggiunto che, pur essendo una serie sostanzialmente d’azione, nessuno è veramente cattivo e nessuno rischia più di tanto, il che un po’ ammoscia, e l’ampio uso del computer, nelle frequenti fughe e inseguimenti come nei movimenti dei singoli personaggi, è settato in modo da rendere tutto un po’ più lento di quanto ci si aspetti. Non mancano neanche i richiami diretti agli scontri fra Tetsuo e Kaneda: i loro omologhi si urlano in faccia, si sputano e si tirano i capelli, però in Akira Tetsuo diventava un orrendo incontrollato mostro di carne nucleare, qui tutti rispettano i confini del proprio corpo e, neanche troppo sotto sotto, si amano alla follia. Si lascia vedere, per carità, però…
Samurai Champloo, invece, conta 26 episodi, anche questi di 20 minuti ciascuno, sigle escluse. È legato agli autori dell’indimenticato Cowboy Bebop, buona serie con un gran finale, è ambientato nel Giappone medievale, contaminato con hip hop e altri elementi occidentali anacronisticamente recenti. Due samurai, uno rozzo e maledetto, l’altro più raffinato e taciturno alla Goemon, assieme ad una ragazza, attraversano lentamente il Giappone per arrivare a Nagasaki. L’anime parte violento, divertente e movimentato (davvero belle le prime 3-4 puntate), poi si catechizza per lasciare spazio solo saltuariamente a scene notevoli e cattive, che portano in primo piano una colonna sonora di soli rullanti. Per il resto, in ogni puntata si racconta la storia di un personaggio secondario, che viene in contatto col trio per poi sparire, e nel frattempo si alimenta il mistero sui protagonisti e si incrociano elementi come la pittura di Van Gogh o il baseball americano, riportando su tutto la supremazia nipponica. Prendendo solo la manciata di episodi cardine, ne uscirebbe fuori un bel film d’animazione, nella totalità tiene svegli solo a tratti.
Ergo Proxy, Shukō Murase 2006, è un’anime di fantascienza in 23 episodi. È una di quelle cose complicate a base di cyborg che discettano sulla propria coscienza, memorie che spariscono, immortalità dubbie, regimi teocratici, amori e apocalissi. In alcuni temi ricorda
Paranoia Agent è la serie di Satoshi Kon del 2004, in 13 agili puntate. Anche questa una storia abbastanza inquietante e contorta, dove s’indaga, in un mondo sempre meno reale, su un ragazzo sui rollerblade che colpisce con una mazza da baseball le persone disperate e depresse. Detta così, sembra un po’ una cazzata. Invece, come sappiamo, Kon ci sa fare, ed il suo scopo principale è la rappresentazione dell’alienazione del cittadino medio di Tokyo (e del cittadino consumista in generale), l’avvicinarsi a personaggi diversamente esasperati o dediti ad efferatezze. Non mancano alcune puntate deboli, che all’interno di una serie così breve si sarebbero potute evitare, e anche la soluzione finale è forse discutibile, nel cercare una logica e una concretezza che mette in discussione l’assurdità ricercata fino a quel momento, ma nel complesso è un lavoro particolare ed efficace. (3,5/5)
Bored to Death è una cosa che in teoria dovrebbe piacermi parecchio. Ha un tono un po’ freddo, un andamento un po’ snob, e parla di Jason Schwartzman che fa lo scrittore o il detective con uguale mancanza di consapevolezza. E nel terzo episodio c’è un reiterato cameo di Jarmusch, che interpreta se stesso. Questo episodio lo conservo, e vedere Jim è sempre bello, però il tutto è molto meno interessante di quanto dovrebbe. Forse troppo meta meta. Forse Schwartzman a vederselo sempre davanti che fa il Woody Allen, stanca. Forse questo telefilm ispira troppi forse. (2,5/5)
fissa che non riesco a immaginare come possano proporla per cinque stagioni. Forse semplicemente ricorrendo alla mancanza di scrupoli. Comunque, sono quelle cose autoconclusive anni ’90, con battute umane e divertenti, che se cerchi qualcosa di leggero è di certo la formula migliore. (3,5/5)
Glee. Sul coro di un liceo americano. Tanti personaggi, molti ben fatti, si segue molto la storia, che non teme la riproposizione di cliché, si sorride, la qualità della puntata dipende principalmente da quella delle performance interne di canto e ballo. (3,5/5)
Flash Forward. Pubblicizzato come il telefilm che impedirà il suicidio agli orfani di Lost, andando così in aperto conflitto con le più avvedute teorie darwiniste. Tutto il mondo sviene per 2 minuti e diciassette secondi, con inevitabili catastrofi annesse (aerei che si schiantano, uova pensate alla coque che passano irrimediabilmente a sode, e cose così), e durante il black out ciascuno ha la propria esperienza di quel che starà facendo sei mesi dopo, per quei due minuti e rotti. In realtà, se l’Uomo si vedesse in una determinata porzione di futuro e poi dovesse aspettare l’arrivo della stessa, tre quarti della popolazione mondiale avrebbe dovuto scoprirsi a fare ciao mamma, molti a guardarsi nervosamente le punte delle scarpe aspettando che il momento finisca, un nutrito gruppo per l’occasione si farebbe trovare vestito da Neo di Matrix per fare il figo. Paradossi a parte, anche se il meccanismo non è ancora chiaro, Flash Forward sembra meno ingessato di quanto facesse temere. (3,5/5)
Non ha niente a che fare con l’Avatar di Cameron, mentre ha molto a che fare con la trilogia, The Last Airbender, che sarà di Shyamalan. Avatar è una serie animata fantasy americana, modellata sugli anime giapponesi. In un mondo diviso in quattro regni, ciascuno caratterizzato da un elemento (aria, acqua, terra, fuoco) che può essere controllato da alcuni "dominatori", l’avatar, dodicenne dalle sembianze tibetane rimasto surgelato cento anni, nonché simbolo d’equilibrio, si oppone alla guerra di conquista del regno del fuoco. Il tipo di storia e il disegno, dai tratti netti e i colori pieni, porterebbero in un primo momento a credere che Avatar sia un prodotto esclusivamente per bambini. In realtà, pur essendo effettivamente un ottimo cartone per imberbi, la prima qualità che mutua dalle realizzazioni di Miyazaki, e dalla tendenza estremorientale a non limitare le possibilità di un’opera ad un solo target e ad un solo genere, è appunto nella capacità di sapersi rivolgere anche ad un pubblico adulto, costruendo storie e messaggi non banali con un linguaggio semplice.
Lo so che siete tutti occupati con le nuove puntate di lost, Il Telefilm Conosciuto Come Lynchiano, per giustificare il fatto che niente avrà mai alcun senso. Sono in piena fase telefilmica e, anche se non può assolutamente vantare lo stesso numero di crescendo d’archi, segnalo Weeds. Magari già lo vedete tutti, ma io lo segnalo, avendolo scoperto da poco, per caso. Weeds parla di una giovane vedova che la sfanga spacciando erba. È un telefilm anomalo, molto ironico, spesso cinico, volutamente spiazzante, a tratti estremamente volgare. Ma sempre con quel piglio “non ti starai mica scandalizzando? Di’ la verità, che ti stai divertendo”. In realtà qualcuno che ha avuto la sfacciataggine di scandalizzarsi dev’esserci stato, visto che Weeds va su raidue di martedì notte all’1.20. Comunque, weeds ricorda un po’ altri telefilm, ma strafatti di ganja. La prima serie è bella all’inizio, poi scema un po’, poi si riprende, la seconda è uniformemente meglio, più alla ricerca di ganci alla fine di ogni puntata e ancor più spudorata. Ce n’è anche una terza, ma non ci sono ancora arrivato.
Poi, un telefilm di cui ho letto da più parti, in rete e non, è Mad Men. Questo è dannatamente raffinato: vi dico, Raffinatissimo. E le luci e Hopper e la ricostruzione dei ’60 e il ruolo delle donne e i sottili giochi psicologici. Però che palle. Sono fermo alla settima puntata, la storia è ferma lì dove era alla prima. E la storia in un telefilm deve esserci. Perché per quanto possa essere raffinato, la maggior parte del tempo sono comunque primi piani, campi controcampi, dialoghi. E poi, con tutta la buona volontà, non ci si può sorbire puntare di 45 minuti senza una digressione, una battutina, un personaggio con cui empatizzare. La gradazione umana in Mad Men va dallo sciacallo al verme, ma tutti declinano il proprio ruolo con espressioni impeccabilmente sottili. Telefilm sideralmente pretenzioso, magari non è per me il momento adatto, mi è antipatica persino la sigla.
Di visione più recente Possible Worlds, film canadese di Robert Lepage con Tilda Swinton. Qui siamo dalle parti della speculazione pura: sulla percezione del mondo, di se stessi, sull’importanza delle scelte e la possibilità di cambiarle. Purtroppo, la speculazione è così pura che il film, che alcune cose buone le ha, è però di una staticità che rasenta il fondamentalismo. La speculazione, a volte, andrebbe tagliata. Film dai colori freddi, di tanta acqua, acciaio e vetro, parte come un giallo ma immediatamente vira nel frullato di piani spazio temporali e nell’inseguimento dell’ammore.
Vado avanti, che, come per l’ottimo porco, qui non si butta via niente. Speed Racer, tratto da Mach 5, un cartone che non ha segnato la mia infanzia. I Wachowski riescono a dimostrare che lo sfoggio di nuove tecnologie ed accortezze estetiche, in mancanza di una giustificazione data da una motivazione superiore, non suscita in me alcun interesse. Il fatto che nel film l’aria di quello che la sa più lunga ce l’abbia la scimmia, qualche considerazione dovrebbe portare a tirarla.