Qui si tratta dei due migliori film d’animazione degli ultimi tempi. Una sorpresa è che Green Days – Dinosaur and I, il mio preferito fra i due, è un film fantasma. Su IMDB si trovano le cazzate più insignificanti, e anche un buon assortimento di filmini di lauree, matrimoni e nastri di telecamere di sorveglianza dei supermercati, mentre Green Days, uscito un anno fa, non c’è. Sono quasi sicuro non ci sia. Sono andato a ricontrollare, non c’è.
Altro gioiellino dell’animazione sudcoreana fu My Beautiful Girl, Mari; Green Days è più concreto, meno sperimentale, ha in comune i confini sottili delle figure, la leggerezza delle linee e dei colori. È il 1970, in una cittadina luminosa che sogna Seul, che a sua volta sogna l’America e lo sbarco sulla Luna, il tutto concentrato nell’età e i desideri di una manciata di adolescenti. La protagonista è I-Rang, candidamente impegnata a vivere, affascinata dalla nuova compagna di classe Su-Min, più carina e sicura di sé, e intanto coinvolta nell’amicizia col timido Cheol-Su, che ha un certo talento nell’aggiustare le cose e una passione per i viaggio spaziali. Green Days è la sua atmosfera, un realismo leggero e divertente, l’ottima scrittura, la capacità di giocare con la nostalgia senza essere enfatico. In alcune scene (nella prima la ragazza nuova si presenta alla classe, le viene chiesto di cantare una canzone, mentre lo fa parte in leggero controtempo il ritmo sintetico del pezzo originale, lo sguardo abbandona l’aula per mostrare dall’alto immagini quotidiane della vita nella scuola) e alcuni scenari c’è davvero tanto cinema.
(4,5/5)
A Letter to Momo, lungometraggio giapponese dell’autore di Jin-Roh, avrà forse più possibilità d’essere visto. È il vincitore del Future Film Festival, e tutto sommato è giusto che sia così. Anche qui la protagonista è una ragazzina, il luogo è una piccola città – un posto stupendo immobile nel tempo, situato su un’isoletta di un pittoresco arcipelago – i bei disegni realistici e dai colori solari. I due film, quindi, hanno parecchio in comune, ancora i dialoghi dai ritmi eccellenti, la capacità di far divertire e commuovere mantenendo un ottimo equilibrio e l’animo sostanzialmente “commerciale”, trattandosi in entrambi i casi di opere potenzialmente appetibili al grande pubblico.
Momo ha un taglio più malinconico: la protagonista ha perso da pochi mesi il padre in un incidente e con la madre lascia (controvoglia) Tokyo per la vita più tranquilla e rallentata del paesino rurale. Nonostante le premesse, Letter to Momo ha una sua affascinante leggerezza, si contamina presto con degli elementi fantastici conservando il piacere per la descrizione dei campi terrazzati, delle strade in pietra e i tuffi nell’acqua brillante. Strutturalmente Momo si pone, in maniera piuttosto singolare e coraggiosa, come una lunghissima premessa (circa due terzi della durata totale) alla rivelazione del nucleo tematico dell’opera. E le invenzioni e le idee sono naturalmente tutte lì, in quella prima parte straordinariamente libera. Nell’epilogo qualcosa si sfilaccia, ma di fronte a tanta gioiosa bellezza sarebbe autolesionista soffermarsi sulle minime carenze.
Due ottimi film, di quelli che dopo averli visti si sta meglio.
(4/5)


Lorax è il nuovo lungometraggio prodotto dalla Illumination Entertainment, la casa che nel 2010, neonata, si fece subito notare col grande successo di
Riallacciandoci al 3D, questo è stato l’oggetto dell’incontro che ha seguito la proiezione, e ha visto come protagonista Joshua Hollander, direttore del 3D di un’altra grande casa americana d’animazione, la celeberrima Pixar. Hollander, affabile e disponibile, ha trattato l’argomento con un approccio piuttosto tecnico, mostrando e ripercorrendo i passaggi che stanno portando alla riproposizione in 3D del catalogo Pixar.
Chico & Rita è l’ultimo film della serata, una produzione spagnola del 2010 firmata Tono Errando, Javier Mariscal e Fernado Trueba. “Il futuro non mi ha mai dato niente. Tutte le mie speranze sono riposte nel passato” è la frase fulminante, che indica quale sia lo spirito di Chico & Rita. A pronunciare queste parole è Rita, una bellissima cantante che ne L’Avana del 1948 comincia una travagliata e lunga avventura romantica con Chico, talentuoso pianista jazz. Il film è jazz, è blues, è la musica di Bebo Valdés e i disegni caldi e leggeri dai netti contorni neri, è nostalgia e occasioni perdute, è vanità, tradimento e amore incondizionato.

Alcuni film da mercato globalizzato, come 
![moebius[1] moebius[1]](http://slowfilm.files.wordpress.com/2012/03/moebius1.jpg?w=136&h=150)







Bi, don’t be afraid può aiutare a sudare via l’eccessiva accumulazione di pellicole del momento, film modaioli o la cui unica identità sia quella data dal pressante battage corrispondente all’uscita in sala. Il film del vietnamita Dang Di Phan, vincitore di un paio di premi a Cannes 2010, ha la silenziosa e scabrosa bellezza che si trovava con più frequenza nelle scoperte orientali di qualche lustro fa.
Il volto ampio, gli occhi distanti dallo sguardo freddo, i lineamenti peculiari, difficilmente Michael Shannon interpreterà semplicemente il buon padre di famiglia, o il presidente affabile degli Stati Uniti, o l’eroe rassicurante. Michael Shannon non è una faccia per tutte le occasioni, come un Morgan Freeman, è più sul versante Christopher Walken. La sua specialità, fisiognomicamente indotta, è la parte del folle consapevole, e la interpreta alla grande (vogliamo ricordare la bellezza di
The Big Year. Si tratta di un piccolo film con dentro tutti: Steve Martin, Jack Black, Owen Wilson e Anjelica Huston, per dire. Il soggetto è bizzarro, con tre birdwatchers intenzionati a conquistare il record del maggior numero di specie avvistate in un anno. Il film di Frankel, basato sul romanzo di Mark Obmascik, è assolutamente potabile, forse meno divertente di quanto si possa sperare ma anche meno frivolo di quanto si possa temere. Al cinema dal 27 giugno.
Assolutamente evitabile, invece, The Rum Diary. Che però, mi rendo conto, è anche quello più difficile da ignorare. Un nuovo film ispirato agli scritti e alla figura di
…E Ora Parliamo di Kevin è strano, aggettivo che per un film è quasi sempre un complimento. In questo caso lo è. Lynne Ramsay parte dal romanzo di Lionel Shriver e costruisce la sua opera con una quantità di cliché ed espressioni cinematograficamente consuete, ma li pone in maniera dissonante, in un’operazione di decontestualizzazione e spiazzamento che sa evitare il cattivo gusto per approdare a una nuova, convincente forma di disturbo. Il titolo (anche quello originale, We Need to Talk about Kevin), alcune reazioni d’estenuata insofferenza della madre Eva (un’immensa Tilda Swinton) verso il neonato Kevin hanno il tono della commedia. Ma contemporaneamente, sotterraneamente, la tensione rimane viva, e attraverso i dettagli l’autrice ci ricorda che non c’è niente da sorridere.
Il prezioso sondaggio
Anche Scorsese, come Spielberg, sembra sentire il richiamo di un cinema dalle storie avventurose e il linguaggio innocente, bambinesco. Se il cinema di Spielberg quest’anima ragazzina l’ha sempre avuta, spesso attualizzata in una forma per occhi più maturi, Scorsese è la prima volta che si aggira per luoghi così esplicitamente “leggeri” e nostalgici. Amplio per un momento il discorso e scorgo degli autori, dei registi con cui siamo cresciuti, che hanno l’età dei nostri padri, e ora sembrano voler tornare alla loro infanzia, a raccontare storie in cui possano ritrovarsi. Fra gli ultimi, penso anche a Malick, che non ha raccontato con
Mentre Scorsese per risalire alla nascita del cinema si ritrova inevitabilmente a Parigi, in queste stesse settimane il parigino Michel Hazanavicius torna con The Artist al cinema muto, con un occhio sulla strada tracciata da un classico statunitense, Cantando sotto la Pioggia. Ma Hazanavicius non è un regista – padre, da cui si ha sempre da imparare, e neanche un regista – fratello maggiore, come Jarmusch, che tutto quel che fa è fico. Dietro l’ammirazione per la poesia, la delicatezza e il coraggio che sarebbero di The Artist, si scorge una certa artificialità.
Due film decisamente interessanti, quelli di Bennett Miller. Nonostante i soggetti parecchio differenti, sceneggiati fra l’altro da diversi scrittori (in Moneyball c’è anche il pugno di Sorkin), Truman Capote e L’Arte di Vincere hanno parecchio in comune: delle scelte e un’impostazione generale già identificabili (in quanto dotati d’identità), che sono un buon indizio verso il riconoscimento di un autore di cui attendere i film.
Anche Moneyball si concentra su un uomo, un ex giocatore di baseball dalla carriera fallimentare, divenuto quindi allenatore di una squadra dalle limitate risorse economiche. Anche qui un personaggio pieno di contraddizioni e, cosa essenziale, contraddizioni che rimangono irrisolte.