Green Days – Dinosaur and I (Jae Hoon An 2011); A Letter to Momo (Hiroyuki Okiura 2012)

Green Days - Dinosaur and I

Qui si tratta dei due migliori film d’animazione degli ultimi tempi. Una sorpresa è che Green Days – Dinosaur and I, il mio preferito fra i due, è un film fantasma. Su IMDB si trovano le cazzate più insignificanti, e anche un buon assortimento di filmini di lauree, matrimoni e nastri di telecamere di sorveglianza dei supermercati, mentre Green Days, uscito un anno fa, non c’è. Sono quasi sicuro non ci sia. Sono andato a ricontrollare, non c’è.

Altro gioiellino dell’animazione sudcoreana fu My Beautiful Girl, Mari; Green Days è più concreto, meno sperimentale, ha in comune i confini sottili delle figure, la leggerezza delle linee e dei colori. È il 1970, in una cittadina luminosa che sogna Seul, che a sua volta sogna l’America e lo sbarco sulla Luna, il tutto concentrato nell’età e i desideri di una manciata di adolescenti. La protagonista è I-Rang, candidamente impegnata a vivere, affascinata dalla nuova compagna di classe Su-Min, più carina e sicura di sé, e intanto coinvolta nell’amicizia col timido Cheol-Su, che ha un certo talento nell’aggiustare le cose e una passione per i viaggio spaziali. Green Days è la sua atmosfera, un realismo leggero e divertente, l’ottima scrittura, la capacità di giocare con la nostalgia senza essere enfatico. In alcune scene (nella prima la ragazza nuova si presenta alla classe, le viene chiesto di cantare una canzone, mentre lo fa parte in leggero controtempo il ritmo sintetico del pezzo originale, lo sguardo abbandona l’aula per mostrare dall’alto immagini quotidiane della vita nella scuola) e alcuni scenari c’è davvero tanto cinema.

(4,5/5) 

a letter to momo

A Letter to Momo

A Letter to Momo, lungometraggio giapponese dell’autore di Jin-Roh, avrà forse più possibilità d’essere visto. È il vincitore del Future Film Festival, e tutto sommato è giusto che sia così. Anche qui la protagonista è una ragazzina, il luogo è una piccola città – un posto stupendo immobile nel tempo, situato su un’isoletta di un pittoresco arcipelago – i bei disegni realistici e dai colori solari. I due film, quindi, hanno parecchio in comune, ancora i dialoghi dai ritmi eccellenti, la capacità di far divertire e commuovere mantenendo un ottimo equilibrio e l’animo sostanzialmente “commerciale”, trattandosi in entrambi i casi di opere potenzialmente appetibili al grande pubblico.

Momo ha un taglio più malinconico: la protagonista ha perso da pochi mesi il padre in un incidente e con la madre lascia (controvoglia) Tokyo per la vita più tranquilla e rallentata del paesino rurale. Nonostante le premesse, Letter to Momo ha una sua affascinante leggerezza, si contamina presto con degli elementi fantastici conservando il piacere per la descrizione dei campi terrazzati, delle strade in pietra e i tuffi nell’acqua brillante. Strutturalmente Momo si pone, in maniera piuttosto singolare e coraggiosa, come una lunghissima premessa (circa due terzi della durata totale) alla rivelazione del nucleo tematico dell’opera. E le invenzioni e le idee sono naturalmente tutte lì, in quella prima parte straordinariamente libera. Nell’epilogo qualcosa si sfilaccia, ma di fronte a tanta gioiosa bellezza sarebbe autolesionista soffermarsi sulle minime carenze.

Due ottimi film, di quelli che dopo averli visti si sta meglio.

(4/5)

Lorax – Il guardiano della foresta (Chris Renaud, Kyle Balda 2012); incontro con Joshua Hollander

Lorax è il nuovo lungometraggio prodotto dalla Illumination Entertainment, la casa che nel 2010, neonata, si fece subito notare col grande successo di Cattivissimo MeDr Seuss’ The Lorax, non da meno, sta sbancando i botteghini statunitensi, e arriverà sugli schermi italiani l’1 giugno col titolo Lorax – Il guardiano della foresta. Il film di Chris Renaud e Kyle Balda, quindi, era una delle anteprime più prestigiose e pubblicizzate del Future Film Festival, e la sala stracolma ha confermato l’attesa.

Tratto da un libro per bambini del Dr. Seuss, autore semimitologico in patria, come le altre sue opere ha un forte impianto morale e in questo caso spiccatamente ambientalista, molte parti scritte in rima e un nutrito parterre di animaletti buffi. Più di Cattivissimo Me, il film di Renaud ricorda l’altrettanto seussiano Ortone e il Mondo dei Chi, creatura del 2008 della Blue Sky Studios.

Thneedville è una città di plastica, dove ogni elemento naturale è stato sostituito da un surrogato industriale, gli abitanti hanno ormai perso memoria di un periodo migliore e si convincono d’essere felici, protetti da grosse mura che celano loro un esterno apocalittico. A comandare la città è lo spiccatamente berlusconiano O’Hare, letteralmente un venditore d’aria, mentre a sconvolgere la situazione sarà Ted, ragazzino in cerca dell’ultimo albero vero. Il film è coloratissimo, spesso divertente (specialmente quando maltratta le sue bestiole bizzarre: orsetti con gli occhioni, papere grassocce, canterini pesci fuor d’acqua), ha un ritmo (a volte fin troppo) serrato, belle forme e architetture ricciolute che ignorano le leggi della fisica. Lorax mantiene quanto promette, senza osare sostanzialmente nulla dal punto di vista narrativo o da quello dell’originalità della costruzione, è veloce e spettacolare, si avvale del doppiaggio di nomi eccellenti come Danny DeVito e Zac Efron e di un 3D piuttosto aggressivo. A voler rompere qualche scatola, suona sempre un po’ strano quando una major assembla per il mercato un prodotto che in maniera tanto ostentata ed esplicita attacca il sistema consumista e capitalista; attenendosi alla favola, Lorax rimane comunque un discreto passatempo.

(3,5/5)

pixar animation studios logo-post01Riallacciandoci al 3D, questo è stato l’oggetto dell’incontro che ha seguito la proiezione, e ha visto come protagonista Joshua Hollander, direttore del 3D di un’altra grande casa americana d’animazione, la celeberrima Pixar. Hollander, affabile e disponibile, ha trattato l’argomento con un approccio piuttosto tecnico, mostrando e ripercorrendo i passaggi che stanno portando alla riproposizione in 3D del catalogo Pixar.

In particolare, è stata l’occasione per vedere scene ancora inedite del rielaborato Alla Ricerca di Nemo, uno dei titoli più amati della casa californiana, i trailer del nuovo lavoro Brave – Ribelle (in sala dal 5 settembre), e altre piccole chicche.

Hollander chiude ogni suo discorso (e lo sottolinea autoironicamente) rimarcando su tutto l’importanza dellostorytelling, la voglia di raccontare storie sorprendenti e che sviluppino un animo spiccatamente “umano” ed emozionale, al di là della natura più bizzarra, animale o meccanica che i personaggi del racconto possano vestire. Sul versante pratico, Hollander mostra come viene modificato il quadro per una buona resa stereoscopica: modifica nella messa a fuoco o cancellazione di elementi che possono risultare di disturbo, identificazione di punti focali dotati di maggiore nitidezza, manipolazione dello spazio in modo da accentuare il senso di profondità. Tutto molto interessante, per quanto di fronte alle cifre che mostrano la crescita esponenziale, anno dopo anno, della fruizione in 3D, viene da chiedersi in che misura questo non sia anche dovuto alla mancanza di alternative, dal momento che molte visioni sono ormai proposte in sala esclusivamente in stereoscopia. Da un punto di vista più spiccatamente umanistico e cinefilo, poi, è lecito chiedersi quanto valga la pena sottrarre luminosità all’opera, guidare lo sguardo dello spettatore a scapito dei dettagli periferici, modificare un prodotto preesistente in nome di un singolo artificio che ha uno scopo quasi esclusivamente spettacolare, e pure opinabile. Ma questo, per il momento, fingiamo sia un’altra storia.

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Monster of Nix, Children who Chase, Alois Nebel, Chico & Rita al Future Film

Intensa prima giornata di visioni al Future Film Festival, ospitate dalla Cineteca – Cinema Lumière. IL 28 marzo si è aperto con la prima rassegna di cortometraggi, per il programma FFshort. Dieci opere di sette paesi, per una bella panoramica sullo stato dell’arte. La selezione mostra mondi fantastici plasmati su stili visivi estremamente eterogenei, ognuno fortemente caratterizzato e teso a differenti finalità. Alcune segnalazioni: su tutti The Monster of Nix (Francia 2011), di Rosto. Probabilmente la produzione più impegnativa, il corto d’animazione dell’artista olandese può vantare la partecipazione delle voci di Tom Waits e Terry Gilliam ed è già transitato per Venezia ed altri festival eropei; avrebbe forse meritato maggiore visibilità anche qui al Future Film. La struttura di Nix ricalca quella di un breve lungometraggio, dal momento che l’avventura di Willy, ragazzino impegnato a cercare la causa della devastazione del suo villaggio, traccia una storia compiuta, disseminata da incontri con personaggi fantastici, spesso solo tratteggiati e pronti a uno sviluppo più ampio. Fra reminiscenze burtoniane e musica dai sapori balcanici o klezmer, che si sposano ottimamente col timbro inconfondibile di Waits, quella offerta da The Monster of Nix è un’esperienza cupa e affascinante, una favola sulle favole ricca di idee visive e sonore.

Molto particolare anche The Wonder Hospital (USA 2010) di Beomsik Shimbe Shim: un incubo dall’atmosfera lynciana, denso d’angosce e suggestioni, coi temi portanti dell’autorappresentazione e la chirurgia estetica nella sua declinazione più grottesca. Vivre ensemble en harmonie (Belgio 2011) di Lucie Thocaven è un ironico corto in “tecnica mista”, un bizzarro apologo sulla rabbia e le estreme conseguenze della sua deflagrazione, mentre The Tannery (Regno Unito 2010) di Iain Gardner è un toccante racconto animalista dalle struggenti tinte pastello. Year Zero (Olanda 2011) di Mischa Rozema, infine, è un’opera quasi interamente live. La più disturbante e cruda della rassegna, si presenta come una sorta di videoclip apocalittico, fantascienza horror con sentori del Tetsuo di Tsukamoto, in un susseguirsi di quadri infetti, morbosi, scene di un’inquietante invasione aliena, interna ed esterna agli esseri in scena. Notevole la forza visiva delle immagini e degli effetti speciali, Year Zero è una convincente vetrina delle capacità dei suoi autori.

Con pause di handmade cigarettes (trend diffuso, la crisi diffonde il fai da te) sono tre i lungometraggi visti. Children who chase lost voices from deep below (Giappone 2011) è il nuovo lavoro dell’autore di 5 Centimetri al Secondo, Makoto Shinkai.  La volontà di proporsi come nuovo Miyazaki è evidente, e tutto sommato la cosa sembra riuscirgli meglio che a molti adepti nello Studio Ghibli. Il tema portante è nel dolore per la perdita e la sua accettazione, ma nel film di Shinkai c’è più o meno di tutto: richiami ecologisti, riti di rinascita, storie d’amore, il mito orfico, un gattino buffo, pacifismo, scene elegiache, luci e ombre. Il riferimento più diretto, tornando a Miyazaki, è Mononoke, di cui si ritrovano anche i colori, le fattezze di alcune creature, l’animismo, la rappresentazione degli scontri cruenti. Ma proprio la moltiplicazione dei temi e gli scenari non permettono a Shinkai d’eguagliare il capolavoro di Hayao, restituendo un film bello da vedere ma non del tutto coinvolgente, piuttosto superficiale, tutto sommato troppo ingenuo e imperfetto rispetto quelle che sono le sue aspirazioni. Le visioni fantastiche sono comunque affascinanti, molto accurate nel disegno – in particolare per quel che riguarda i paesaggi e i dettagli di ambienti naturali e antiche rovine; meno riuscite sembrano le caratterizzazioni “umane” – ed è un film apprezzabile in un periodo in cui l’animazione giapponese non sembra offrire opere di grande respiro e originalità.

Alois Nebel (Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Germania 2011) di Tomàs Lunàk è la trasposizione dell’omonima graphic novel. L’atmosfera noir è assicurata dalla scelta del b/n unita ai contrasti netti dati dal passaggio al rotoscopio. Alois Nebel è controllore in una piccola stazione dei treni nei Sudeti, regione montuosa al confine cecoslovacco, l’anno e il 1989, quello della caduta del muro. Fra allucinazioni del passato, rievocazione di un passaggio storico e costruzione di nuovi affetti, il film di Lunàk procede secco e affilato, tratteggiando pochi personaggi e portando lo spettatore in un mondo colore del piombo, spazzato dalla pioggia e la neve bianca.

chico-e-rita list01Chico & Rita è l’ultimo film della serata, una produzione spagnola del 2010 firmata Tono Errando, Javier Mariscal e Fernado Trueba. “Il futuro non mi ha mai dato niente. Tutte le mie speranze sono riposte nel passato” è la frase fulminante, che indica quale sia lo spirito di Chico & Rita. A pronunciare queste parole è Rita, una bellissima cantante che ne L’Avana del 1948 comincia una travagliata e lunga avventura romantica con Chico, talentuoso pianista jazz. Il film è jazz, è blues, è la musica di Bebo Valdés e i disegni caldi e leggeri dai netti contorni neri, è nostalgia e occasioni perdute, è vanità, tradimento e amore incondizionato.

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SlowFilm al Future Film Festival

SlowFilm e BolognaCult questa settimana sono al Future Film Festival

Il Future Film Festival è uno dei più importanti e interessanti appuntamenti annuali con la visione, non solo della vita culturale bolognese. Il FFF, alla quattordicesima edizione, si terrà dal 27 marzo all’1 aprile, confermando la programmazione nel periodo primaverile adottata con successo nel 2011. Come sempre dedicato alle opere d’animazione e ai film fantastici con effetti speciali, si svilupperà nelle tre sezioni “In Concorso”, “Fuori Concorso” e “Follie di Mezzanotte”, dedicato a opere più estreme, fra grottesco e horror. Si confrontano e incontrano film provenienti da diversi Paesi e frutto di differenti realtà e disponibilità produttive, spesso già apprezzati e premiati in altre manifestazioni di rilevanza internazionale.

Dalla Spagna la storia d’amore jazz Chico & Rita (Fernando Trueba, Javier Mariscal, Tono Errando), vincitrice del premio Goya 2011 per l’animazione, e in anteprima italiana Arrugas – Wrinkles di Ignacio Ferreras, che si è aggiudicato due premi Goya nel 2012. Dal realismo del rotoscopio nasce Alois Nebel(Tomás Lunák), un elegante b/n per la coproduzione di Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca e Germania. Le grandi produzioni internazionali approdano con Pirati! Briganti da Strapazzo del regista di Galline in Fuga Peter Lord, in un avventuroso stop motion 3D; The Lorax (Chris Renaud), degli autori di Cattivissimo Me, tratto da un racconto del Dr. Seuss; e il film live Chronicle di Josh Trank, con ragazzi propensi all’uso sconsiderato di superpoteri, che ricordano la serie britannica di successo Misfits.

L’animazione nipponica presenta la seconda fatica di Goro Miyazaki, figlio di Hayao. From Up on Poppy Hill si spera sia più convincente del precedente I Racconti di Terramare. Esterno allo studio Ghibli, ma affine nelle tematiche e vicino nel tratto, Children Who Chase Lost Voices from Deep Below (Makoto Shinkai), ambientato nel mondo fantastico di Agartha, con un immaginario visivo e concettuale situato fra l’Ade e un luogo edenico.

Molto interessante anche l’italiano The Dark Side of the Sun, di Carlo Shalom Hintermann. Raro esempio nostrano di animazione non esclusivamente per bambini, che si alterna a scene live nel raccontare le vicende di ragazzini affetti da Xeroderma Pigmentosum. La rara malattia impedisce l’esposizione al sole e li costringe a vivere isolati, lontani dal mondo diurno dei loro coetanei.

Il Future Film, inoltre, offre ogni anno interessanti conferenze e incontri, ospitati dalle bellissime sale del Palazzo Re Enzo.

Tutti i titoli in programma:

IN CONCORSO
Alois Nebel, di Tomás Lunák
Arrugas – Wrinkles, di Ignacio Ferreras
Attack the Block, di Joe Cornish
Children who Chase Lost Voices from Deep Below, di Makoto Shinkai
The Great Bear, di Esben Toft Jacobsen
Green Days – Dinosaur and I, di An Jae Hoon
A letter to Momo, Hiroyuki Okiura
Midori-Ko, di Keita Kurosaka
Un mostre à Paris – A Monster in Paris, di Bibo Bergeron
Tibetan Dog, di Masayuki Kojima

FUORI CONCORSO
Adventures in Plymptoons!, di Alexia Anastasio
Chico & Rita, di Fernando Trueba, Javier Mariscal, Tono Errando
Chronicle, di Josh Trank
The Dark Side of the Sun, di Carlo Shalom Hintermann
From Up on Poppy Hill, di Goro Miyazaki
The Lorax, di Chris Renaud
Naki: on the Monster Island, di Takashi Yamazaki e Ryuichi Yagi
Pirati! Briganti da strapazzo, di Peter Lord
The Sorcerer and the White Snake, di Ching Siu-Tung

FOLLIE DI MEZZANOTTE
Deadball, di Yudai Yamaguchi
Zombie Ass, di Noboru Iguchi

Per aggiornamenti e approfondimenti, il sito del Future Film Festival: http://www.futurefilmfestival.org

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Cashback (Sean Ellis 2006)

cashbackCashback, il cortometraggio (visibile qui), nasce nel 2004, viene nominato all’oscar, vince una quantità di altri premi e diventa lungometraggio nel 2006. Il film di Sean Ellis è sufficientemente singolare e piacevole da non trovare alcuna distribuzione in Italia.

Il corto è stato completamente trasferito (non rigirato, proprio implementato) nel Cashback di un’ora e mezza, e in effetti è quella l’ossatura, vengono da lì le scene che danno tono alla cosa, caratterizzate non secondariamente da un’originale (cioè inusuale per la mancanza di (auto)censura, ma anche esteticamente peculiare) rappresentazione della nudità, delle forme femminili, della ricerca di volti e corpi in cui ritrovare la bellezza.

L’insonne Ben Willis dedica le sue otto ore extra al turno di notte in un supermercato, dove ognuno ha un suo modo per ingannare, letteralmente, il tempo. Il film, per raggiungere il giusto minutaggio, introduce Ben in una storia d’amore travagliata, moltiplica le situazioni pseudoromantiche e grottesche, ma nel complesso conserva il suo spirito non quieto. La regia di Ellis e la fotografia di Angus Hudson isolano frontalmente i personaggi, ponendo dietro di loro una vertigine luminosa, collezionando una serie di nature morte, inserite nelle fughe prospettiche di infiniti scaffali colmi di prodotti colorati, ordinati, tutti uguali. Quello di Ellis è una sorta di minimalismo barocco, uno sguardo evidente e ripetuto che riesce (quasi sempre) a evitare le leziosità dell’indie. Ben è un aspirante pittore, e nell’insonnia e la noia provocata dalle otto ore di lavoro ottuso trova il modo per congelare il tempo, per osservare persone e corpi da disegnare, per pensare e andare altrove. La manipolazione del tempo è la base della struttura registica del film: i due movimenti, reiterati, che scandiscono la storia consistono in esasperati ralenti ed efficaci scene in still life, dove Ben è l’unico a muoversi in spazi da esplorare, e sognare di modificare.

Che lo spirito del film sia piuttosto lontano dai sentimentalismi indie, spesso stucchevoli, lo dimostra anche la natura dell’opera seconda di Ellis, il thriller psicologico The Broken (2008), da noi ugualmente inedito. E allora dispiace un po’ dover appuntare a Cashback un’insistente voce narrante fuori campo, a volte veicolo di riflessioni da diario col lucchetto a forma di cuore, e il ricorso a una chiusura solita e addomesticata, sia nel contenuto che nella scelta visiva (e musicale). Diversamente, l’apprezzamento sarebbe stato più pieno e convinto, ma forse Cashback avrebbe rischiato di non essere visto neanche nei cinema meno selettivi dei nostri.

(4/5)

John Carter (Andrew Stanton 2012)

Alcuni film da mercato globalizzato, come Avatar e ora Prometheus (Alien sarà brutto e cattivo, ma evidentemente a Cameron e Scott ha portato bene) si avvicinano lentamente, con un viaggio di mesi, a un pubblico sempre più esaltato da foto, trailer, anticipazioni, riviste pronte a scommettere i mignoli sulla portata epocale della cosa. John Carter, prodotto di un budget altrettanto irragionevole (circa 250 mln), salta fuori quasi all’ultimo momento, e la relativa aneddotica riguarda principalmente il bagaglio di sfighe accumulate nei quasi cent’anni trascorsi a cercare inutilmente di diventare film. Il pubblico lo accoglie già stremato e la nostra critica, travolta dalla notizia oltreoceanica di flop, nota punti deboli, lungaggini e passaggi affrettati su cui solitamente tende a glissare.

John Carter, chi era costui? John Smith, Jimmy Carter, anche ricordare il nome del cugino marziano di Tarzan non è semplice. “Sai di quella guerra per la salvezza del pianeta? Alla fine l’abbiamo sfangata.” “Ottimo. Chi ha preso in pugno la situazione permettendo al nostro popolo di rivendicare il diritto all’autodeterminazione?” “John Carter” “John chi???”. “E ricordi quella irrilevante querelle fra scimmie? Tarzan ha messo tutto a posto.” “Tarzan, fico, come fa di cognome?” “Non ne ha, non ha bisogno di cognome.” “EROE!”.

Insomma John Carter, il film, è più sfortunato che brutto: l’azione c’è, i mostri pure, Andrew Stanton (WallE, Nemo) ci mette spesso uno spunto ironico. Poi ci sono anche i salti logici, la cgi che mica è tanto vero che se ci metti un Dafoe il marziano con la faccia da cavalletta è molto più espressivo, la storia d’amore standardissima: praticamente tutti i must del genere.

(3,5/5)

Alla scoperta di un giovane autore, Alessio Di Zio.

Quello che segue è un post insolito, cosa del tutto positiva. L’argomento è Alessio Di Zio, giovane regista di Caserta. E per giovane intendo diciannovenne, fra l’altro con una già corposa produzione alle spalle. Alessio mi ha colpito con la sua idea di cinema già matura e definita, la sua voglia di sperimentare legata all’ispirazione a modelli precisi. Nei suoi lavori c’è Jarmusch, molto cinema di montaggio (Marker, o chi per lui), Pietro Marcello; un cinema non classicamente narrativo da cui Alessio ha saputo trarre delle espressioni personali, dimostrando un notevole istinto per la scelta delle immagini e la selezione di idee minimali significative, non omologate, comunicative. Il suo non è il modo più semplice e popolare per cominciare a fare cinema, e rispetto alle difficoltà che incontra nel suo percorso dice “neanche sono nato e già sono per una nicchia”; personalmente non posso che condividere e ammirare le sue idee.

Una serie di suoi lavori si presenta come una raccolta di ritratti (Swinging Horses, Il Piacere, Rodolfo Valentino fra gli altri), spesso rinchiusi da quattro mura, elaborati con filtri e caratterizzati da una scelta e un uso di brandelli di musica e suoni, capaci di adottare la stessa qualità dell’immagine, rimanendo incollati alla sua essenzialità. L’impostazione videoartistica, queste opere sembrano intese come “banco di prova” per sperimentare diverse soluzioni visive e di montaggio. I risultati mostrano il coraggio e la capacità di portare avanti precisi punti teorici, regalando a ogni film e quindi ogni personaggio un’identità precisa, fatta di un senso e un’anima.

Alessio si è già cimentato con una produzione più lunga e complessa, Le Favole di Casimiro (50′, più giù il trailer), un ottimo film con spunti autobiografici e una maggiore tensione alla narrazione, per quanto libera e personale. Nelle vicende e immagini di Casimiro, ragazzino alle soglie del suo dodicesimo compleanno, si trova già una riflessione sulla propria infanzia, e una certa paura ad affrontare un primo rito di passaggio verso l’età adulta. Su un racconto tutt’altro che banale, anzi sorprendentemente consapevole, secco, sottilmente ironico, Alessio gestisce gli spazi in cui far muovere la videocamera, alterna i differenti tempi del montaggio e adotta in ogni scena precise scelte estetiche, riuscendo a definire e sottolineare le emozioni e i diversi momenti della storia.

Spero di potervi aggiornare presto, intanto segnate il nome.

Addio Moebius

È morto a 73 anni Jean Giraud, in arte Moebius. Ha collaborato con artisti come Taniguchi e Jodorowsky, e in maniera diretta o indiretta influenzato l’immaginario fantastico di tanto cinema. Le sue fra le visioni più belle, avvolgenti ed elegantemente leggere del secolo scorso. Addio, infinito Moebius.

Bi, don’t be afraid – Bi, dung so! (Dang Di Phan 2010)

bi don't be afraidBi, don’t be afraid può aiutare a sudare via l’eccessiva accumulazione di pellicole del momento, film modaioli o la cui unica identità sia quella data dal pressante battage corrispondente all’uscita in sala. Il film del vietnamita Dang Di Phan, vincitore di un paio di premi a Cannes 2010, ha la silenziosa e scabrosa bellezza che si trovava con più frequenza nelle scoperte orientali di qualche lustro fa.

La scena è una torrida Hanoi, soffocata da un caldo visivamente senza sosta, percettibile anche dallo spettatore, che i personaggi cercano in diversi modi di rendere sopportabile. La storia è quella della famiglia di Bi, bambino di sei anni che incrocia le vicende del padre in precario rapporto con la madre, il nonno malato, la zia in confusione sentimentale. Ma quello di Dang – fortunatamente – non è un film col bimbo, che ha in alcune scene il ruolo dello sguardo innocente o stupito, e talvolta guida lo spettatore, ma non accentra l’attenzione né la narrazione. È un film estremamente fisico, sensoriale e sensuale, che al calore contrappone l’esplorazione e i segreti di una fabbrica di ghiaccio, i corpi coperti dal fango, gli scrosci di pioggia improvvisi, le mani che scavano nell’anguria, la caccia di sensazioni. Una ricerca estetica sempre attenta e non invadente descrive degli spazi labirintici, saturi, in stretta corrispondenza con gli istinti degli uomini.

Istinti che pongono i personaggi in atteggiamenti quasi animali, immediati, accompagnati da esplosioni sessuali a volte liberatorie, più spesso frustranti o frustrate, con frequenti accostamenti fra corpo e dolore. La rappresentazione del corpo e della necessità della cura (fisica o affettiva) ci riporta ai temi di Tsai Ming-Liang; qui si perde forse l’anima disperatamente romantica di Tsai, ma rimane la passione per gli elementi, la forza di immagini, luoghi e situazioni, e la capacità di saper congelare il (melo)dramma.

(4/5)

Take Shelter (Jeff Nichols 2011), The Big Year (David Frankel 2011), The Rum Diary (Bruce Robinson 2010)

Il volto ampio, gli occhi distanti dallo sguardo freddo, i lineamenti peculiari, difficilmente Michael Shannon interpreterà semplicemente il buon padre di famiglia, o il presidente affabile degli Stati Uniti, o l’eroe rassicurante. Michael Shannon non è una faccia per tutte le occasioni, come un Morgan Freeman, è più sul versante Christopher Walken. La sua specialità, fisiognomicamente indotta, è la parte del folle consapevole, e la interpreta alla grande (vogliamo ricordare la bellezza di My Son, My Son, what have ye done??). Da questa apertura si sarà intuito quanto Take Shelter conti sul suo protagonista. Ad affiancarlo c’è Jessica Chastain, ufficialmente l’attrice più in forma del momento. E molto di buono ci mette il regista e sceneggiatore Jeff Nichols, che ha fatto quel che si suol dire “un gioiellino”. Forse quasi invisibile; in rete un po’ se ne parla, ma la rete è sempre più piccola di quanto ci si aspetti, o a maglie più larghe. Peccato.

Avrei preferito essere più puntuale, su Take Shelter, ma l’ho visto già un po’ di tempo fa e i dettagli sono perduti. D’altronde, anche dirne troppo rovinerebbe l’impatto. Si tratta di un film sulla paura, che vede il signor Shannon, prima quieto operaio, preda di sempre più violente allucinazioni oniriche apocalittiche. Tutti i tre ultimi sostantivi  trovano giusta ed efficace rappresentazione nel film di Nichols, che dirige con mano ferma e idee chiare, e costruisce un’originale forma di thriller imploso. Interpretabile come una vicenda lineare attraversata dagli incubi lancinanti del protagonista, o una destrutturazione narrativa che finge di nascondere la sua storia. Probabilmente non s’è capito quasi niente dell’ultima frase, per ovviare alla cosa consiglio caldamente la visione del film.

The Big Year. Si tratta di un piccolo film con dentro tutti: Steve Martin, Jack Black, Owen Wilson e Anjelica Huston, per dire. Il soggetto è bizzarro, con tre birdwatchers intenzionati a conquistare il record del maggior numero di specie avvistate in un anno. Il film di Frankel, basato sul romanzo di Mark Obmascik, è assolutamente potabile, forse meno divertente di quanto si possa sperare ma anche meno frivolo di quanto si possa temere. Al cinema dal 27 giugno.

Assolutamente evitabile, invece, The Rum Diary. Che però, mi rendo conto, è anche quello più difficile da ignorare. Un nuovo film ispirato agli scritti e alla figura di Hunter S. Thompson, di nuovo interpretato da Depp, è un oggetto difficilmente rinunciabile, e quindi destinato a essere una diffusa delusione. Depp è fico e ripulito, rispetto al capolavoro immortale Paura e Delirio a Las Vegas, decisamente meno mimetica la sua interpretazione. Da un certo punto di vista potrebbe essere un dato positivo, aiutando a evitare il confronto con Gilliam. Peccato che il film di Robinson sia stanco e inutile da una quantità di altri punti di vista. Si salva qualche frase laconica e puntuta estrapolata dal testo d’origine, ma un film non può vivere solo di questo. È dalla seconda metà in poi che The Rum Diary diventa francamente imbarazzante, quando la regia scialba ha ormai fiaccato lo spettatore, la storia d’amore patinata si presenta in tutta la sua improbabilità e si assiste alla moltiplicazione di gag per le quali non è stato ancora inventato un pubblico o un senso dell’umorismo di riferimento. Operazione fallimentare, a tratti avvilente.

Take Shelter: 4/5

The Big Year: 3,5/5

The Rum Diary: 2/5

…E Ora Parliamo di Kevin (Lynne Ramsay 2011)

…E Ora Parliamo di Kevin è strano, aggettivo che per un film è quasi sempre un complimento. In questo caso lo è. Lynne Ramsay parte dal romanzo di Lionel Shriver e costruisce la sua opera con una quantità di cliché ed espressioni cinematograficamente consuete, ma li pone in maniera dissonante, in un’operazione di decontestualizzazione e spiazzamento che sa evitare il cattivo gusto per approdare a una nuova, convincente forma di disturbo. Il titolo (anche quello originale, We Need to Talk about Kevin), alcune reazioni d’estenuata insofferenza della madre Eva (un’immensa Tilda Swinton) verso il neonato Kevin hanno il tono della commedia. Ma contemporaneamente, sotterraneamente, la tensione rimane viva, e attraverso i dettagli l’autrice ci ricorda che non c’è niente da sorridere.

Buona parte del film è muto (anche questo un gran pregio), si esprime per immagini e segue una costruzione non cronologica. Nonostante questo le vicende, accordate visivamente sull’insistenza spudorata – videoartistica – del colore rosso, sono facilmente ricostruibili, proprio perché rappresentanti situazioni classiche, collaudate, quotidiane, sporcate da un sadico senso di nausea.

A favorire l’immersione nel film una scelta degli attori destinati a impersonare le diverse età di Kevin accorta e coerente come poche altre volte. Raramente si è visto un personaggio principale, seppure negativo, capace di porsi in maniera tanto odiosa e minacciosa nei confronti dello spettatore. Sono necessari volontà e coraggio. La credibilità degli interpreti permette di tessere un continuo gioco di scambi e immedesimazioni reciproche fra madre e figlio (la somiglianza fra i due è rafforzata dall’estraneità del padre John C. Reilly), su cui tutto si regge, che è la sostanza e il cuore del film. Culminate in un finale estremamente sottile, sconvenientemente realistico.

(4/5)

Oscar per il miglior film, lo stato delle cose

auroraIl prezioso sondaggio qui sotto, a qualche ora dalla premiazione, pennella la maggioranza assoluta dei votanti come un manipolo di utopisti, portati per natura a tifare per il più debole. C’è naturalmente anche il mio voto, in quel 57,69% per The Tree of Life.

Al secondo posto Hugo col 15,38%. Giusto omaggio a Scorsese, uomo a cui è impossibile non voler bene. Esistesse un peluche di Martin Scorsese… no, non lo comprerei, però sarebbe divertente.

11,54% per il terzo posto di The Artist. E questo, che mi sembra un po’ un falso film d’autore, parrebbe anche il favorito per la vittoria finale.

Raggranella qualcosa Midnight in Paris (7,69%), che sul momento non mi entusiasmò, ma che tutto sommato m’ha lasciato un’idea di spontaneità e tenerezza. Sarà che sto diventando sentimentale.

Un minimo colpo di reni (3,85%) lo danno anche Moneyball, per me una piacevole sorpresa, e The Help, un’opera non fastidiosa, ma sul cui ricordo fra qualche settimana costruiranno un parcheggio.

Rimangono al palo Molto Forte, Incredibilmente Vicino, che probabilmente in pochi hanno avuto la possibilità di vedere, Paradiso Amaro, film di un regista di cui sempre meno scorgo la necessità, e War Horse, portandomi a sospettare che la fascia dai 6 ai 13 anni poco frequenti questo sito.

Chi volesse seguire la cerimonia in streaming potrà farlo sul sito ufficiale. Agevolmente, dalle 2.30. Che è anche uno dei motivi per cui gli Oscar, qui, stanno un po’ sul cazzo.

Oscar per il miglior film, il sondaggio

The ArtistL’arte di vincere (Moneyball)The Help - Hugo Cabret (Hugo)Midnight in ParisMolto forte, incredibilmente vicino (Extremely Loud and Incredibly Close) - Paradiso amaro (The Descendants) - The Tree of LifeWar Horse

Hugo Cabret (Martin Scorsese 2011), The Artist (Michel Hazanavicius 2011)

Anche Scorsese, come Spielberg, sembra sentire il richiamo di un cinema dalle storie avventurose e il linguaggio innocente, bambinesco. Se il cinema di Spielberg quest’anima ragazzina l’ha sempre avuta, spesso attualizzata in una forma per occhi più maturi, Scorsese è la prima volta che si aggira per luoghi così esplicitamente “leggeri” e nostalgici. Amplio per un momento il discorso e scorgo degli autori, dei registi con cui siamo cresciuti, che hanno l’età dei nostri padri, e ora sembrano voler tornare alla loro infanzia, a raccontare storie in cui possano ritrovarsi. Fra gli ultimi, penso anche a Malick, che non ha raccontato con The Tree of Life una storia per ragazzi, ma la sua vita da ragazzo, la sua formazione. Per Spielberg è l’avventura, per Scorsese la scoperta dell’amore per il cinema, per Allen le suggestioni giovanili, culturali e sentimentali, per tutti si tratta di ricordi.

E in Hugo Cabret questo sapore agrodolce è forte. Non è uno dei migliori film di Scorsese, ma regala l’impressione di un’emozione autentica, un omaggio sincero al cinema e al fascino dell’illusione, che Martin Scorsese ha la statura e l’entusiasmo necessari per mettere in scena. La storia si getta alla ricerca delle radici del cinema, fino a concentrarsi sulla figura di Meliès e sui suoi trucchi artigianali e lisergici. Del cinema c’è la storia, l’emozione, e il puro meccanismo, che attraverso la ricostruzione di un automa, la coincidenza di rondelle e ingranaggi elegantemente ottocenteschi, si fa semplicemente magico.

Seguendo le avventure di Hugo Cabret, alcuni momenti sembrano dedicati ai più piccoli, altri riferimenti sembrano comprensibili solo per lo spettatore più cresciuto (meglio se con una vena cinefila). Ad ogni modo, le scene migliori sono quelle in cui il regista sembra davvero divertirsi un mondo, e ne approfitta per lasciar coincidere completamente la “novità” del 3D col primitivo cinema delle attrazioni, di cui Meliès era senza dubbio l’artefice più visionario e spettacolare. Quasi a portare ad abbracciarsi le due anime di quello spettacolo, Scorsese inserisce nel suo film un “remake” dell’Arrivo di un treno alla stazione, lasciando che il primo filmato dei documentaristi Lumière incontri la follia di Meliès, e ricordando al pubblico la reazione degli spettatori del 1985, così come leggenda vuole.

Mentre Scorsese per risalire alla nascita del cinema si ritrova inevitabilmente a Parigi, in queste stesse settimane il parigino Michel Hazanavicius torna con The Artist al cinema muto, con un occhio sulla strada tracciata da un classico statunitense, Cantando sotto la Pioggia. Ma Hazanavicius non è un regista – padre, da cui si ha sempre da imparare, e neanche un regista – fratello maggiore, come Jarmusch, che tutto quel che fa è fico. Dietro l’ammirazione per la poesia, la delicatezza e il coraggio che sarebbero di The Artist, si scorge una certa artificialità.

Il film vive di piccoli espedienti e sembra far sfoggio di un’innocenza che per un film muto risulta parecchio urlata. Cito necessariamente la bellezza di Bérénice Bejo e la bravura di entrambi gli interpreti, per quanto anche questa esagerata dalla critica, irrimediabilmente rapita dalla performance di Jean Dujardin. Ma se Scorsese ha il pregio di mettere tutto in evidenza, con la gioia di poter mostrare l’impossibile e l’invisibile, The Artist è un film che si nasconde dietro una confezione, un esercizio di stile che non suscita nostalgie e, pur vivendo di citazioni (più che di omaggi), appare isolato: ha dimostrato il fiuto necessario per individuare un vuoto stilistico, e l’ha già più che saturato.

Hugo Cabret: 3,5/5

The Artist: 3/5

Bennett Miller: Truman Capote: a sangue freddo (2005), L’Arte di Vincere – Moneyball (2011)

Due film decisamente interessanti, quelli di Bennett Miller. Nonostante i soggetti parecchio differenti, sceneggiati fra l’altro da diversi scrittori (in Moneyball c’è anche il pugno di Sorkin), Truman Capote e L’Arte di Vincere hanno parecchio in comune: delle scelte e un’impostazione generale già identificabili (in quanto dotati d’identità), che sono un buon indizio verso il riconoscimento di un autore di cui attendere i film.

È cinema strategico e scacchistico, antispettacolare, poco movimentato. La struttura è in buona parte verbale, ma supportata da ottime scelte di tempi e interpreti, dalle riprese fredde e pulite, eleganti nell’espressione e partecipative nel contenuto. E se occorre sangue freddo per dirigere un attore finché non fornisca la sua prova migliore, Miller dimostra di averne alcuni litri.

Capote è la performance mimetica di Philip Seymour Hoffman, capace di creare un personaggio dalla personalità ipertrofica ed esibita, dando al tempo stesso l’idea di un’interiorità altrettanto presente e contorta. A Sangue Freddo racconta la genesi dell’omonimo libro, l’immersione dello scrittore in un delitto avvenuto nel Kansas del 1959. Capote per anni parla con i due assassini, legandosi in particolar modo a uno di loro, alimentando il materiale necessario al suo scritto e rimanendo consapevolmente vittima del suo stesso gioco, alimentato da uno straordinario cinismo professionale.

Capote è un uomo geniale, brillantemente vanitoso, che ha coltivato la sua diversità fino a farne il tratto distintivo del suo personaggio; perennemente circondato, nell’intensa vita mondana, da claque adoranti che pendono dalle sua labbra, come ripetutamente mostrano alcune delle scene più agghiaccianti del film. Capote è anche l’opposizione fra l’opera d’arte e la presupposizione di atteggiamenti socialmente ed eticamente corretti: l’autore scrive il primo “romanzo documento” e corrompe immediatamente il significato della definizione, influendo in prima persona sulle vicende narrate, oltre che esercitando l’inevitabile diritto all’interpretazione e manipolazione dei fatti. L’incontro della letteratura con la realtà non può che produrre uno scontro, un gioco di reciproche influenze che condiziona entrambi, nonostante nessuno dei due sia disposto ad ammetterlo.

Anche Moneyball si concentra su un uomo, un ex giocatore di baseball dalla carriera fallimentare, divenuto quindi allenatore di una squadra dalle limitate risorse economiche. Anche qui un personaggio pieno di contraddizioni e, cosa essenziale, contraddizioni che rimangono irrisolte.

Al di là del fuorviante titolo italiano, L’Arte di Vincere ha una finalità e una costruzione ben diversa dal classico film di riscatto o inseguimento del sogno americano. Al centro di tutto c’è una paura che non può essere sconfitta, una sensazione umana che, fortunatamente, non dipende dal risultato di una partita di baseball. I riferimenti allo sport sono costanti: numeri, nomi, casistiche, ma tutto assume il ruolo di una mossa all’interno di un meccanismo più ampio e indefinito. Spettacolarmente depotenziato, Moneyball non offre alcuna performance sportiva, accenna delle caratterizzazioni ma torna a concentrarsi sul suo protagonista. Anche qui, un Brad Pitt eccellente, con lo sguardo giusto, lontano anni luce da rampantismi da macchietta americana.

(4/5)