Per il suo primo lavoro totalmente personale Giorgos Lanthimos sceglie un approccio misurato e amichevole: film quasi muto, camera a mano, filo narrativo appena percettibile. E tanta commiserazione per il genere umano.
Kinetta è un buon film, interessante come tutte le pellicole del giovane autore greco, uno dei più radicali in circolazione. Fortemente incentrato su tesi ed idee estetiche che caratterizzeranno la produzione successiva (Dogtooth e Alps), Kinetta è anche più astratto e asciutto, un concentrato d’idee ed enunciazioni sulla visione della vita, nonostante il (e grazie al) suo essere esasperatamente vuoto. Al centro della scena tre personaggi, due uomini e una donna, che s’incontrano periodicamente per ricostruire e riprendere incidenti e scene di violenza. La più coinvolta è la ragazza, addetta alle pulizie di un albergo in una località balneare, che spesso prova la sua parte anche da sola, simulando costrizioni, tentativi di fuga, autosoffocamenti. Il tutto, individualmente o in gruppo, avviene con distacco e meccanicità, lontano dalla spettacolarità e le reali menomazioni di un’opera apparentemente simile come Crash di David Cronenberg.
In tutti i suoi film Lanthimos mette al centro la creazione di una finzione. Particolarmente vicino ad Alps, in Kinetta i protagonisti simulano un’esistenza diversa dalla propria; o meglio, simulano un’esistenza. In mancanza di finzione i personaggi sono immobili, vuoti, e privi di un ruolo imposto dall’esterno – un ruolo comunque squallido, violentato – l’essere umano sembrerebbe non avere alcuna scintilla vitale. Non c’è istinto, né passione o desiderio: ogni azione o emozione proviene da una convenzione esterna. Anche in Alps, dove un gruppo di “attori” si propongono per sostituire la persona scomparsa all’interno di una famiglia colpita dal lutto, non è la persona a mancare, ma il ruolo che ricopriva, che in quanto tale può essere consapevolmente simulato.
Tutto è conseguenza di meccaniche ingiustificate; anche le parole sono vuote e inutili, e mettono in evidenza la loro convenzionalità; tutto è immobile e smorto, anche quando è in movimento o in piena luce.
(4/5)
Napoli, Luciano Ciotola è un pescivendolo con moglie e figli, un certo talento istrionico e il desiderio bruciante di partecipare al Grande Fratello, del quale adora i volti, gli applausi, la sottocultura. Quando un provino rende concreta la possibilità di entrare nella Casa, Luciano si perde nell’attesa, sviluppa un buon armamentario di nevrosi e paranoie, scollandosi progressivamente dalla realtà.
Il migliore della serie. Iron Man 3, dopo la tamarraggine un po’ fascistoide del
Oblivion non raggiunge il livello technosperimentale di
Il minimalismo secondo Terrence Malick. Oppure la conclusione di una riflessione cominciata con
Scelto come film d’apertura del Future Film Festival, Hansel & Gretel cacciatori di streghe non è brutto come sarebbe lecito aspettarsi. Film onesto, produzione USA Germania diretta dal norvegese Tommy Wirkola, mantiene quanto promette il suo primo impatto trash rock, e anzi regala inattesi tocchi di splatter giocoso.
C’è tantissimo mestiere dietro il trailer di Only God Forgives, il nuovo film di Nicolas Winding Refn; il mestiere di chi il proprio lavoro lo sa fare, perché l’attesa è enorme, ed è pienamente rivolta al capolavoro. Credo si tratti del promo che ho visto più volte, nella mia carriera di spettatore in cerca di motivi d’entusiasmo. È la prima volta che un film di Refn è così universalmente atteso e, nonostante i suoi film precedenti non siano da meno, è giusto che accada col Ryan Gosling di
Non avevo mai visto un Bond per intero; è impossibile non conoscerne l’iconografia, non aver sentore dell’oggetto di culto, e ne apprezzo le singole immagini. Un film intero, però, non sono mai riuscito a vederlo, contiene in sé un intero genere che ha la capacità di stancarmi con efficienza e velocità.
Di seguito, piccole amarezze.
Seconda amarezza.
Ho sempre voluto bene a Raimi, con quel suo modo divertito e sfrontato di fare cinema, i tocchi di classe messi lì, come se fosse tutto facile. Questo è il suo film peggiore, il primo realmente deludente. Eppure c’erano i presupposti per qualcosa di notevole, e dall’autore de L’Armata delle Tenebre mi aspettavo una quantità di invenzioni sottopelle, seppure adeguate alla dimensione Disney. Il Grande e Potente Oz è, invece, un film puramente disneyano, così radicalmente classico da essere davvero fuori tempo, ma non, purtroppo, senza tempo. Dopo la debacle per la Pixar di Ribelle – the brave, c’è da credere che dalla Disney venga un morbo normalizzatore davvero irresistibile.
Pat Bradley Cooper esce dall’ospedale psichiatrico dopo otto mesi; è affetto da disturbo bipolare, ha sviluppato diverse ossessioni e spesso esplode in accessi di violenza. Incontra Tiffany Jennifer Lawrence, che ha di recente perso il marito poliziotto; dalla sua una dipendenza patologica dal sesso e una discreta confidenza con una lunga lista di psicofarmaci.
Noi Siamo Infinito è uno dei migliori film di formazione degli ultimi anni, un film riuscito. Diretto da Stephen Chbosky, è la trasposizione del romanzo del 1999 The Perks of Being a Wallflower, di Stephen Chbosky.
Bene, Daniel Day-Lewis piace a tutti. Però. Si trova in un film che lancia stormi di archi a sottolineare i discorsoni più accorati – che qui sono DOZZINE. Che prende 12 nomination agli Oscar, trascinato da recensioni che parlano di Uguaglianza, di America, di Obama. Si può, nel 2013 disilluso e postapocalittico?
È tempo di mattoni. Gli Oscar di quest’anno alle statuine preferiranno dei lingotti. Squadrati, grevi, che possano utilizzarsi come fermaporta o per spaccare un finestrino e rubare autoradio. Di quelle che vanno a cassette.
























La Tela Animata è un film d’animazione del maestro francese Laguionie, un lavoro caldo, colorato, raffinato, arrivato da noi direttamente in home video. Le Tableau ci porta dentro un quadro abitato da tre tipi di figure: i Compiuti, gli Incompiuti e gli Schizzi, dove i primi ostentano superiorità sui secondi e trattano come indesiderabili animali gli ultimi. Un gruppetto formato da Lola, Incompiuta dalle forme gauginiane, Ramo, Compiuto innamorato di un’Incompiuta, e Plume, Schizzo fragile e petulante, parte alla ricerca del pittore. Viaggiando di quadro in quadro, incontrando nuovi personaggi, scoprendo mondi vivi che inscenano il proprio destino seguendo quanto il pittore ha raffigurato.
Vita di Pi è un film grosso, pieno di cose, bello. Tratto dal romanzo di Yann Martel Life of Pi, racconta la tragica avventura del ragazzo indiano Piscine Molitor Patel, naufrago su una scialuppa nel mezzo del Pacifico assieme a una tigre di nome Richard Parker.
Il rischio con un film come Looper è quello di scrivere un elenco di cose più o meno riuscite. E non ne ho tanta voglia. Possiamo chiederci, ed in effetti lo stiamo facendo in questo momento: come mai Looper ispira questo approccio?
Per qualche motivo Robert Zemeckis non riuscirà mai a scolpire il suo (cog)nome nell’immaginario comune. Non sembrerebbe poter dare garanzie di riconoscibilità: un “Film di Zemeckis” non ha assolutamente l’appeal del “Film di Spielberg”. E questo nonostante sia secondo solo a quest’ultimo, nella creazione e definizione del cinema hollywoodiano fino al midollo. E allora ogni nuovo film di Zemeckis dev’essere accompagnato dalla specificazione “Dall’autore di”, seguita di volta in volta, a seconda della tipologia del prodotto, da Ritorno al Futuro, Roger Rabbit, talvolta addirittura 