Kinetta (Giorgos Lanthimos 2005)

kinettaPer il suo primo lavoro totalmente personale Giorgos Lanthimos sceglie un approccio misurato e amichevole: film quasi muto, camera a mano, filo narrativo appena percettibile. E tanta commiserazione per il genere umano.

Kinetta è un buon film, interessante come tutte le pellicole del giovane autore greco, uno dei più radicali in circolazione. Fortemente incentrato su tesi ed idee estetiche che caratterizzeranno la produzione successiva (Dogtooth e Alps), Kinetta è anche più astratto e asciutto, un concentrato d’idee ed enunciazioni sulla visione della vita, nonostante il (e grazie al) suo essere esasperatamente vuoto. Al centro della scena tre personaggi, due uomini e una donna, che s’incontrano periodicamente per ricostruire e riprendere incidenti e scene di violenza. La più coinvolta è la ragazza, addetta alle pulizie di un albergo in una località balneare, che spesso prova la sua parte anche da sola, simulando costrizioni, tentativi di fuga, autosoffocamenti. Il tutto, individualmente o in gruppo, avviene con distacco e meccanicità, lontano dalla spettacolarità e le reali menomazioni di un’opera apparentemente simile come Crash di David Cronenberg.

In tutti i suoi film Lanthimos mette al centro la creazione di una finzione. Particolarmente vicino ad Alps, in Kinetta i protagonisti simulano un’esistenza diversa dalla propria; o meglio, simulano un’esistenza. In mancanza di finzione i personaggi sono immobili, vuoti, e privi di un ruolo imposto dall’esterno – un ruolo comunque squallido, violentato – l’essere umano sembrerebbe non avere alcuna scintilla vitale. Non c’è istinto, né passione o desiderio: ogni azione o emozione proviene da una convenzione esterna. Anche in Alps, dove un gruppo di “attori” si propongono per sostituire la persona scomparsa all’interno di una famiglia colpita dal lutto,  non è la persona a mancare, ma il ruolo che ricopriva, che in quanto tale può essere consapevolmente simulato.

Tutto è conseguenza di meccaniche ingiustificate; anche le parole sono vuote e inutili, e mettono in evidenza la loro convenzionalità; tutto è immobile e smorto, anche quando è in movimento o in piena luce.

(4/5)

Reality (Matteo Garrone 2012)

reality garrone slowfilm recensioneNapoli, Luciano Ciotola è un pescivendolo con moglie e figli, un certo talento istrionico e il desiderio bruciante di partecipare al Grande Fratello, del quale adora i volti, gli applausi, la sottocultura. Quando un provino rende concreta la possibilità di entrare nella Casa, Luciano si perde nell’attesa, sviluppa un buon armamentario di nevrosi e paranoie, scollandosi progressivamente dalla realtà.

Reality è il film italiano più bello degli ultimi anni – e lo dico da non garroniano – su cui si potrebbe scrivere un libretto, a ricostruirne la portata estetica e contenutistica, l’amore per il cinema e la sua storia, lo specchio della riflessione sociale, le personalità attoriali, e anche l’importanza negata da una critica volontariamente o genuinamente miope. Ma non è questa la sede, qui l’opera di Garrone sarà trattata epidermicamente.

Garrone e Sorrentino hanno seguito un percorso per molti versi sincronico; giovani registi, si sono fatti notare con un pugno di film e nel 2008 hanno raggiunto assieme l’apice, il primo con Gomorra e il secondo con Il Divo, di gran lunga le pellicole italiane più note e discusse degli ultimi anni. Hanno definito i loro nomi e gli stili, e i film successivi sono quindi chiamati ad esprimere prima di tutto spontaneità e urgenza artistica. Il confronto è fra due virtuosismi differenti: chiuso nelle geometrie Sorrentino, creatore di spazi artificiali fotografati da una macchina da presa statica e frontale, lunghi pianosequenza in perpetuo movimento per Garrone, alla ricerca di un cinema più affettivo.

Reality è un’amarissima commedia dall’originale alchimia. I suoi protagonisti provengono dagli strati popolari di Napoli, e hanno a che fare con i luoghi comuni del caso: matrimoni neobarocchi, piccole truffe, abitudini propiziatorie e figure iconiche. Nonostante questo, regia e scrittura trovano un equilibrio che rende universale il messaggio e conserva il carattere eccessivo e iperreale del soggetto senza scivolare nel grottesco, un registro in alcuni casi troppo facile e accogliente. A rivoluzionare e nobilitare il film un’impostazione nostalgica, neorealista, che effettivamente richiama le parabole felliniane, ma anche l’eleganza e la cura per le scene di Visconti. La luce, il volti, lo sguardo che segue le vicende in lunghe sequenze naturali e pittoriche, gli scambi fra i personaggi che nascondono e costruiscono costantemente la propria personalità, sono le tensioni artistiche che sorreggono Reality.

Sarebbe riduttivo limitare il soggetto alla citazione e la presenza del circo che ruota attorno al Grande Fratello. Nel suo impianto classico, il film inquadra una modernissima paura di non essere osservati e un’assunzione della finzione (televisiva, ma  non necessariamente) come unica vera realtà; una realtà più densa, compiuta e sensata, per la quale la vita terrena viene considerata una propedeutica preparazione. E allora è ferocemente ironica la ricorrenza di figure e manifestazioni religiose (un’ossessione che ricorda un Abel Ferrara disintossicato: siamo i nuovi italoamericani), in una rilettura della spiritualità, del sacrificio e della ricerca del paradiso che si risolve nelle luci eterne e spettrali del reality.

(4,5/5)

Iron Man 3 (Shane Black 2013)

iron man 3 slowfilm recensioneIl migliore della serie. Iron Man 3, dopo la tamarraggine un po’ fascistoide del primo e l’immemorabile inconsistenza del secondo, è finalmente un film d’azione con un certo ritmo, uno script che fila liscio e sprazzi d’(auto)ironia dai tempi esatti. Shane Black esce nettamente vincitore dal confronto con John Favreau, adottando un registro a metà fra Whedon, autore del maggior successo del franchising, e un’action anni 80/90 che non si senta obbligato ad ammiccare senza sosta all’origine fumettistica.

Il motivo principale per cui Iron Man 3 è meglio dei primi due, è che non c’è Iron Man. Mentre Robert Downey Jr. era una maschera ridicola, specialmente nel secondo episodio, costretto a girare in armatura con la maschera alzata per far vedere contemporaneamente la corazza e il pizzetto, qui il costume finalmente si sgancia dal protagonista. Si porta in secondo piano, o si moltiplica e si fa personaggio a sua volta, viene indossato da altri, o comandato a distanza. La stessa ritrovata vulnerabilità dell’oggetto sposta l’attenzione verso scene più complesse e movimentate, e consente a Tony Stark di mutarsi in un personaggio di un qualche interesse, ottimo in coppia con la Pepper Paltrow Gwyneth Potts. Non hanno resistito a metterci dentro il bambino empatico, ma non si può avere, o non avere, tutto.

La sceneggiatura si dipana fra due elementi principali: una minaccia terroristica incarnata da Mandarino, innesto fra Bin Laden e Ming di Flash Gordon, e una storiaccia di gente che si rigenera, esplode e fa esplodere. Alle prese col tutto naturalmente Tony Stark, finalmente stanco, fallibile, impanicato, e come sempre sbruffone, fintamente cinico, intimamente sicuro che le cose non possano che andare per il meglio. Un personaggio notevolmente cresciuto, un film divertente che diverte.

(4/5)

Oblivion (Joseph Kosinski 2013)

oblivion recensione slowfilmOblivion non raggiunge il livello technosperimentale di Tron Legacy, il film di fantascienza visivamente e ritmicamente più originale degli ultimi anni, ma riesce a tenere alta l’attenzione su Joseph Kosinski, giovane autore molto promettente.

Tratto da una graphic novel scritta dallo stesso Kosinski e mai realizzata in quanto tale, anche Oblivion ricerca un’intensa partecipazione della colonna sonora, qui affidata ai francesi M83; in una misura più contenuta e meno innovativa, dove l’uso della musica dei Daft Punk ha fatto invece di Tron l’opera totale che non era riuscita con Interstella 5555. Con Oblivion Kosinski ripropone un modo di fare cinema riconoscibile, bene prezioso nel mainstream, costruendo campi vuoti e orizzonti digitali in equilibrio tra meccanica perfezione e umana desolazione.

Il film perde molto nella scrittura, dove si susseguono una serie di premesse puntualmente smarcate dai colpi di scena più tipici e codificati del genere. L’intera sceneggiatura di Oblivion è rintracciabile nei soggetti di altre opere, su tutti Wall-e e l’animazione di Oshii Sky Crawlers (quello sì un soggetto autenticamente devastante). Al di là del citazionismo, di per sé non necessariamente mortale in un genere che si nutre di suggestioni ricorrenti, quello che caratterizza Oblivion è la prevedibilità con cui si succedono i colpi di scena, riservando allo spettatore la certezza dell’incertezza di quanto sta seguendo. La cosa è probabilmente dovuta alla struttura, che nei nodi principali ha una realizzazione fortemente verbale. Molto del mondo in rovina e della sua storia viene raccontato, e non si aspetta altro che le parole vengano rivelate come fasulle, in una rievocazione del mito della caverna e, più da vicino, di Matrix diventata ormai inevitabile.

Oblivion, dunque, è un film spesso vuoto, troppo vuoto, dove le immagini non riescono ad essere all’altezza degli scenari, più epici e radicali, evocati dal racconto.

(3/5)

To the Wonder (Terrence Malick 2012)

to the wonder malick slowfilm recensione anteprimaIl minimalismo secondo Terrence Malick. Oppure la conclusione di una riflessione cominciata con The Tree of Life, con uno stile visivo simile e un’inversione di sostanza e contenuto. È sicuramente il film meno importate di Malick, quello dalla gestazione più breve e apparentemente legato a una minore ispirazione comunicativa.

To the Wonder, primo dei tre film che dovrebbero uscire in tempi ristretti di un autore fino ad ora tutt’altro che prolifico, è ancora uno sguardo unico e inconfondibile, una danza di immagini e luce, stavolta trattenuta dalla terra, da una forza di gravità che opprime i personaggi, spinti verso il basso. Il tono elegiaco, l’ininterrotta musica panica, s’incontrano con vicende di notevole banalità e pochezza. Rimane la ricerca del luogo dell’anima, degli spazi geometrici a raffigurare i rapporti fra personaggi e a stravolgere le convenzioni filmiche, in una tavolozza più limitata ma comunque vicina allo splendido Tree of Life, del quale peraltro ospita del materiale filmato.

Un Ben Affleck poco credibile, anche e soprattutto quando di nuca e muto, gestisce svogliatamente una scialba storia d’amore con Olga Kurylenko, figura femminile eterea, coerentemente con la poetica dell’autore, ma lontanissima dal fascino realmente drammatico di una Brooke Adams ne I Giorni del Cielo. A voler riassumere le svolte narrative di To the Wonder non ci si discosterebbe dai temi di un film da Mtv. Con la differenza che un film da Mtv sarebbe un gioco fatto di montaggio colorato e musica pop, mentre l’ambizione e la smisurata grandezza connaturate al cinema di Malick stridono fastidiosamente con l’inconsistenza dell’operazione. Tutta questa bellezza, questa ricerca della meraviglia, per cosa?

To the Wonder parla d’amore, non c’è dubbio, perché il film è commentato dalla familiare voce over, che per l’occasione recita brevi frasi e aforismi contenenti una concentrazione strenua della parola amore, fino alla perversione definitiva: “cos’è questo amore che ci ama?”. La voce, come nei capolavori di Malick, non ha una stretta connessione con le immagini, non contribuisce a spiegarle, o a creare nessi logici. Mentre il montaggio rivendica possibilità quasi ejzenstejniane, con sequenze interrotte e valorizzate da attrazioni ideali e visive, il commento rincorre se stesso con uguale libertà, ma inevitabilmente e per pura coincidenza temporale, limita le possibilità di quanto si sta osservando.

Privato delle parole, compresi i rari e improbabili dialoghi, To the Wonder sarebbe un film più interessante. Così com’è somiglia a un incontro imbarazzato fra umano e divino.

(2,5/5)

Hansel & Gretel: cacciatori di streghe (Tommy Wirkola 2013)

hansel & gretel recensione slowfilmScelto come film d’apertura del Future Film Festival, Hansel & Gretel cacciatori di streghe non è brutto come sarebbe lecito aspettarsi. Film onesto, produzione USA Germania diretta dal norvegese Tommy Wirkola, mantiene quanto promette il suo primo impatto trash rock, e anzi regala inattesi tocchi di splatter giocoso.

Lavoro compatto – in 90 minuti ormai finisce a stento un primo tempo – s’impone come fra i più digeribili fra i prodotti dell’ondata neofantasy, ricordando il capostipite di Gilliam I Fratelli Grimm e aggiungendo al modello del salvifico ritmo.

Hansel & Gretel è un giocattolo steampunk (o steampulp), pieno di svisate, teste che esplodono, montaggio lacunoso e strafottente, streghe che sembrano vittime di mutazioni postatomiche, e qualche intuizione divertente, a cominciare da un Hansel divenuto diabetico dopo la prigionia nella casa di marzapane.

In sala dal primo maggio.

(3,5/5)

Antiviral (Brandon Cronenberg 2012)

antiviral cronenberg brandon slowfilm recensioneBrandon Cronenberg è figlio, e non lo nasconde. Antiviral insegue l’ossessione per le ossessioni del primo David Croneberg (adesso siamo almeno al terzo), ne ricerca l’amore per le mutazioni autodistruttive, le fusioni, le nuove forme di vita, lo schifo. Lo fa in maniera più educata rispetto agli eccessi geniali e profetici del padre, ma dimostra anche di avere un’idea di cinema in cui tutto sommato sembra credere sinceramente – scene secche, tagliate col bisturi, immagini fintamente asettiche, fredde ma in qualche modo incerte.

Antiviral racconta un tempo e un mondo in cui esistono agenzie che inoculano a chi ne faccia richiesta, e dietro adeguato compenso, le malattie delle celebrità. Ambientazione sempre (pseudo)ospedaliera, bianche geometrie virate verso la nausea, puntualmente macchiate da fiotti di sangue rosso scuro; protagonista Syd March, malaticcio impiegato della clinica Lucas, che oltre a fare il suo lavoro si dedica alla pirateria dei suddetti virus, adoperando il proprio corpo come contenitore.

La morbosità, la dipendenza, il parassita e l’ospite, la ricerca di una figura cui accordare la devozione che spetta alle divinità sono i temi subito evidenti. L’individuazione di un soggetto originale e intrigante è riuscita a metà. Il concentrarsi sui virus porta con sé un utile corredo estetico e il tema forte della malattia rivisto in chiave paradossale, ma di per sé condividere il morbo del proprio idolo non consente un vero contatto con lo stesso. Il virus non assume niente del corpo che lo ospita, quindi non consente nessuna condivisione nel passaggio da un soggetto all’altro. La comunione è solo ideale e affettiva, un legame debole rispetto all’insistenza sui corpi, i fluidi, la confusione degli stessi e l’adorazione dell’individuo. In un certo senso risulta più centrata una storia a margine, che mostra delle colture cellulari vendute come “bistecche di celebrità”, finalmente cristianamente ingerite e assimilate, nel corpo e nel sangue.

Lo stesso ruolo delle celebrità non è chiaro: esteriormente perfette, trattate – e forzatamente mutate – come esseri ultraterreni, l’ossessione per le stesse rimane rinchiusa nelle stanze che ospitano il film, senza che la ricerca del legame e la passione mostrino la loro influenza nel mondo reale, sulle masse; tutto rimane nei limiti dell’adorazione malata di pochi individui. La possibilità, poi, che in scena sia rappresentata la semplice insofferenza verso il feticismo e l’adorazione con cui i fan di David Cronenberg devono aver colpito l’immaginazione del piccolo Brandon, dà un appoggio concreto al tema e inevitabilmente lo limita.

Adeguato il protagonista Caleb Landry Jones, sottoutilizzati e poco definiti Sarah Gadon e Malcolm McDowell.

(2,5/5)

Skyfall (Sam Mendes 2012)

slowfilm skyfall recensioneNon avevo mai visto un Bond per intero; è impossibile non conoscerne l’iconografia, non aver sentore dell’oggetto di culto, e ne apprezzo le singole immagini. Un film intero, però, non sono mai riuscito a vederlo, contiene in sé un intero genere che ha la capacità di stancarmi con efficienza e velocità.

Skyfall è di Sam Mendes, ottimo regista, ma di Mendes non c’è tanto. Eppure si parla del film come del passaggio di James Bond alla modernità, all’autorialità, e ad altri concetti astratti.

Skyfall è un film d’azione dai tempi e le sequenze universali e riconoscibili, tempestato da gongolanti citazioni autoreferenziali. Troppo lineare per essere realmente considerato un film di spionaggio, la peculiarità sta nel suo abitare un mondo totalmente chiuso e artefatto. Niente nel mondo di Bond è reale, l’intero creato è una messa in scena allestita a suo uso e consumo, dove ogni figura è un attore che manifesta il far parte di una finzione e attende di essere chiamato dal protagonista a recitare il suo ruolo. Anche le leggi della fisica e della logica narrativa, senza mostrare alcun imbarazzo, si piegano alle esigenze dello 007.

La prima parte di Skyfall, con un buon ritmo, degli ammiccamenti divertenti, un azzeccato Javier Bardem, funziona. Nonostante Daniel Craig sia brutto e inespressivo, e sostanzialmente privo di qualsiasi forma di carisma. Poi il film s’allenta un bel po’, l’azione abbraccia un tenore molto più rozzo, con sentori di b-movie e MacGyver, brutalizzando la personalità dei comprimari. In primis Judi Dench, che parte donna di ferro e finisce mamma da fornelli, totalmente fagocitata dall’idea che vuole Bond e il villain fratellastri in lotta per accaparrarsi l’attenzione della genitrice.

Skyfall nel complesso mi ha stancato con efficienza e velocità, ed egoisticamente spero che la serie non sequestri Mendes.

(2,5/5)

7 Psicopatici (Martin McDonagh 2012), Stand Up Guys (Fischer Stevens 2013)

Di seguito, piccole amarezze.

Non siete necessariamente tenuti a sapere come Christopher Walken sia uno dei miei interpreti preferiti, praticamente l’unico attore che mi spinga a vedere film per la sua presenza. Adesso lo sapete. E probabilmente sapete anche quanto siano rari i film in cui compare in ruoli di primo piano, e ancora di più quelli che non sono delle cosette di serie b, o al massimo in zona retrocessione.

Un film con Walken e Tom Waits, diretto dal regista che con In Bruges s’era dimostrato apprezzabile, è un evento che richiederebbe l’istituzione di una festa pagana.

7 Psicopatici, da vedere assolutamente in lingua originale sennò davvero non ha senso, è un filmetto dove s’intrecciano un po’ di storielle violente, con un gusto per l’aneddotica e lo storytelling che si annoda su sé e sceglie sempre la soluzione grottesca. Il film mantiene sempre lo stesso tono e la stessa tensione, arrivando al paradosso di una manciata di storie dove gli snodi narrativi passano (involontariamente) inosservati.

(3/5)

Seconda amarezza.

Questa più decisa. Di nuovo Walken, stavolta con Al Pacino, in un film di vecchi gangster che sparano le ultime cartucce. Se la pellicola di McDonagh almeno offre qualche guizzo attoriale soddisfacente, l’esordio di Fischer Stevens trasuda stanchezza.

La parola “crepuscolare” viene solitamente accostata a un’opera cinematografica con un significato profondamente commosso e positivo: comprende nostalgia, epica e antiepica, eroi colpevoli e silenziosi, rughe, sacrificio e rassegnazione. Non in questo caso. Stand Up Guys è crepuscolare nel modo più spietato e realistico, presentando un tris di vecchie glorie (c’è anche Alan Arkin) costrette a uno script banale e ripetitivo, crivellato da inspiegabili salti logici e malinconicamente risibile, quando addirittura scimmiotta Tarantino.

(2,5/5)

Il Grande e Potente Oz (Sam Raimi 2013)

grande potente oz recensione slowfilmHo sempre voluto bene a Raimi, con quel suo modo divertito e sfrontato di fare cinema, i tocchi di classe messi lì, come se fosse tutto facile. Questo è il suo film peggiore, il primo realmente deludente. Eppure c’erano i presupposti per qualcosa di notevole, e dall’autore de L’Armata delle Tenebre mi aspettavo una quantità di invenzioni sottopelle, seppure adeguate alla dimensione Disney. Il Grande e Potente Oz è, invece, un film puramente disneyano, così radicalmente classico da essere davvero fuori tempo, ma non, purtroppo, senza tempo. Dopo la debacle per la Pixar di Ribelle – the brave, c’è da credere che dalla Disney venga un morbo normalizzatore davvero irresistibile.

Oz è assolutamente un film per bambini: se c’è qualcuno che ha la possibilità di goderselo, probabilmente non ha ancora spento dieci candeline. L’escursione del mago ciarlatano James Franco nel mondo di Oz è colorata quanto vuota, e in tanta creatività e accumulazione visiva, non c’è una virgola che non sia dove te l’aspetti. Franco, attore che ho spesso trovato eccellente, qui non ha mai la possibilità d’uscire dagli eccessi gigioni del personaggio, non gli è richiesto né consentito. E neanche aiutano i costumi carnevaleschi e una Michelle Williams particolarmente inadatta al ruolo.

Sul finale si gioca la carta nostalgica e metacinefila, ricercando delle fascinazioni che hanno molto in comune con quelle al centro di Hugo Cabret. Come nel film di Scorsese, il cinema delle origini richiama una lettura fanciullesca, lasciando che gli albori della settima arte riportino alla meraviglia con cui il bambino guarda il mondo. Eppure anche nel viaggio dentro le meccaniche di lanterne magiche e macchine da presa c’è molto calcolo e poca emozione.

(2,5/5)

Il Lato Positivo (David O. Russell 2012)

il lato positivo slowfilm recensionePat Bradley Cooper esce dall’ospedale psichiatrico dopo otto mesi; è affetto da disturbo bipolare, ha sviluppato diverse ossessioni e spesso esplode in accessi di violenza. Incontra Tiffany Jennifer Lawrence, che ha di recente perso il marito poliziotto; dalla sua una dipendenza patologica dal sesso e una discreta confidenza con una lunga lista di psicofarmaci.

Il Lato Positivo, specialmente nella prima parte, è un film dai temi puramente drammatici, attenuati da una trattazione vicina alla commedia. E la cosa funziona. L’equilibrio fra le due anime è così ricercato e riuscito da ricostruire un tono che si potrebbe azzardare a definire originale. Certo è una cosa che fanno in tanti, Alexander Payne, recentemente Zemeckis, ma se solitamente si vedono drammi alleggeriti da scene di disimpegno, qui la compresenza dei due toni è costante.

Anche stavolta mi tocca rilevare quanto siano bravi e adeguati gli interpreti, che in questa situazione fanno buona parte del lavoro. Bradley Cooper sempre nervoso, consapevolmente e inevitabilmente teso; Jennifer Lawrence a prima vista troppo giovane, poi riesce ad attirare costantemente a sé gli sguardi, recitando in ogni singolo istante; De Niro padre di Pat convincente come non sempre negli ultimi anni, contenuto e a suo agio con un personaggio ben scritto. Queste impeccabili professionalità si muovono all’interno di uno script – dello stesso Russell su testo di Matthew Quick – attento a disinnescare i cliché della commedia, accennando ai ripetuti meccanismi classici per poi non dal loro seguito, comprimendo tutto dentro i personaggi.

E poco importa se nell’ultima frazione il film si fa più educato e puramente sentimentale. Anzi, meglio così, ché lo sento, siamo tutti un po’ stanchi.

(4/5)

Black Mirror 2 (Charlie Brooker 2013)

black mirror 2 slowfilm recensioneBlack Mirror è una delle serie più singolari e interessanti degli ultimi tempi, come sa chi ha visto la prima stagione. La seconda, iniziata e conclusa in UK a febbraio, conserva la stessa struttura: tre episodi da un’ora – durata perfetta per il tipo di prodotto e scrittura -, indipendenti ma tematicamente accomunati dalla riflessione sul lato oscuro della tecnologia mediatica. Le storie scritte da Charlie Brooker, showman e autore britannico, sono caratterizzate da un approccio più o meno futurista, fantastico o realista, e sempre finalizzate a farci dormire male.

Nello scrivere degli episodi scriverò un po’ di cosa succede negli episodi; è inevitabile, fatevi i vostri conti.

Black Mirror the right back slowfilm recensioneE subito la sorpresa: Be Right Back, per la regia di Owen Harris, è la prima puntata davvero bruttina di Black Mirror.

Della coppia formata da Martha e Ash, il secondo vive in simbiosi con lo smartphone, in perenne connessione col mondo. Ma non è questo il suo problema principale, dal momento che in una manciata di minuti si ritrova deprecabilmente morto. Martha non la prende bene, ma trova in un software sperimentale il sollievo alla mancanza del compagno. L’applicazione in questione raccoglie le tracce lasciate nel web da Ash, e si nutre di ogni altra testimonianza digitale: filmati, foto, mail. Attraverso questa quantità di informazioni riesce a ricreare la persona scomparsa, ricostruendone i ricordi e sostanzialmente anche la personalità.

L’idea di una Creatura di Frankenstein del terzo millennio non è affatto male. Gli automatismi con cui smembriamo e disseminiamo le nostre vite nella rete; il cambiamento dell’oggetto del racconto dalla carne all’identità; le differenze fra testimonianza memoriale ed esistenza, tutte da definire. Purtroppo Be Right Back non approfondisce queste possibilità, al contrario degli altri episodi della serie rimane concentrato sulla singola storia, e sceglie la realizzazione più banale inseguendo la sostituzione anche fisica dell’affetto perduto. Il risultato è molto simile a un episodio minore di Twilight Zone, più concentrato sull’idea e il paradosso, che sulla riflessione. (2,5/5)

black mirror white bear slowfilm recensioneWhite Bear, regia di Carl Tibbetts, fortunatamente è molto più interessante, e nuovamente in linea con lo stile della serie. I riferimenti qui sono tanti, tendenzialmente virati in chiave horror. Dalla coazione a ripetere di Groundhog Day, qui incubo semicosciente, ai giochi sadici e sanguinari di Hunger Games. Senza che mi perda a ricostruire la trama complessa, basti sapere che White Bear mette nuovamente a fuoco il soggetto principale delle speculazioni di Black Mirror: il pubblico. Qui un pubblico ossessivo, morboso e voyeurista, impegnato a inseguire e registrare le sofferenze di vittime designate.

Un continuo gioco di specchi, rivelazioni e rovesciamenti, rende l’episodio efficacemente accusatorio nei confronti della presunta morale spettatoriale. White Bear opera nella definizione e ridefinizione di cosa sia plausibile mostrare, cosa siamo disposti a fare alle persone perché possano offrirci intrattenimento, e quanto lo spettatore sia propenso ad assolversi, non aspettando altro che una scappatoia che legittimi la sua ferocia. (4/5)

black mirror waldo moment slowfilm recensioneThe Waldo Moment, regia di Bryn Higgins, è un episodio su Beppe Grillo. Inquietante, realistico, segue l’ascesa di un pupazzo digitale, un cartone animato raffigurante uno sboccato orso blu di nome Waldo. Comandato in diretta da un attore comico nascosto dietro le quinte, da personaggio di uno show televisivo acquisisce sempre maggiore presa e potere sulle folle. Waldo fa leva sulle insoddisfazioni del pubblico, umilia gli ospiti politici, fomenta generici sentimenti di rivolta, nutrendo con attenzione il culto di sé.

Il tempismo con cui Waldo è andato in onda, il 25 febbraio, una manciata di ore dopo l’apertura delle urne in Italia, rende il tutto particolarmente suggestivo. La scelta di un personaggio umoristico, l’appello agli istinti e le insoddisfazioni della massa portato attraverso i mezzi tecnologici, il rifiuto di contenuti ideologici, avvicinano l’episodio alla nostra realtà più di una generica rievocazione degli elementi di un regime totalitarista – che pure rivisti in un film come L’Onda, ripassato in tv ieri sera, ci mettono in una posizione innegabilmente da manuale -.

Se Black Mirror avesse più seguito in Italia tutti già chiameremmo Grillo Waldo, waldini i suoi seguaci, e mancherebbero circa sei mesi dal dichiarare guerra alla Gran Bretagna. (4/5)

Noi siamo Infinito – The Perks of Being a Wallflower (Stephen Chbosky 2012)

noi siamo infinito recensione slowfilmNoi Siamo Infinito è uno dei migliori film di formazione degli ultimi anni, un film riuscito. Diretto da Stephen Chbosky, è la trasposizione del romanzo del 1999 The Perks of Being a Wallflower, di Stephen Chbosky.

Regia e fotografia presenti ed efficaci senza eccedere in ambizioni d’autore, ottima musica, equilibrato approccio dolceamaro alla nostalgia, tre protagonisti perfettamente incarnati da giovani attori in fuga, almeno per l’occasione, da blockbuster fatati. Logan Lerman, ex Percy Jackson, è il ragazzo instabile e con più di un problemone alle spalle; Emma Watson si scrolla di dosso l’Hermione potteriana con una certa classe, per incarnare la fragile protagonista femminile, in equilibrio instabile sulla via che conduce al suo futuro prossimo; Ezra Miller, artisticamente il più indipendente dei tre, era l’impeccabile Kevin di Tilda Swinton. Volto singolare dai lineamenti affilati, interpreta gli eccessi catartici di Patrik, alle prese con la complessa definizione della propria identità.

Mentre scorrono Heroes di David Bowie, i New Order, gli Smiths, Galaxie 500 e Cocteau Twins, per un 1991 a Pittsburgh acusticamente di tutto rispetto, sognante e doloroso, s’incontrano le figure e i momenti classici del genere, che l’autore sa rivestire di uno sguardo personale e sincero. Nel filone recentemente s’era affacciato l’ottimo Un’Estate da Giganti, ma l’originalità dell’opera di Bouli Lanners l’avvicina all’istantanea di un racconto, molto più compiuto proprio perché definitivamente sospeso. Noi Siamo Infinito, con digeriti e rielaborati richiami a Stand by Me e Ferris Bueller’s Day Off (memorabili, in questo senso, le performance Rocky Horror), ricostruisce le mancanze e le perdite delle sue figure per restituire l’opportunità di un futuro incerto.

(4/5)

Lincoln (Steven Spielberg 2012), Les Misérables (Tom Hooper 2013)

lincoln slowfilm recensioneBene, Daniel Day-Lewis piace a tutti. Però. Si trova in un film che lancia stormi di archi a sottolineare i discorsoni più accorati – che qui sono DOZZINE. Che prende 12 nomination agli Oscar, trascinato da recensioni che parlano di Uguaglianza, di America, di Obama. Si può, nel 2013 disilluso e postapocalittico?

Lincoln persegue un’idea monolitica e ottocentesca di enfasi cinematografica: per esaltare le parole le registra tutte, le mette in controluce, ne fa silhouette col cilindrone, primi piani, sguardi intensi, luce antica, drammatica, epocale. Disinteressato alla visione della guerra civile, tiene programmaticamente fuori campo qualsiasi azione per dedicarsi ad aneddoti, parabole e arringhe, moralmente edificanti quanto fisicamente debilitanti. L’insieme offre il modo più semplice e collaudato che ha il cinema di mentire; non in senso positivo né poetico, ma realizzando una patina che aderisca sulla presunta ingenuità spettatoriale, e sicuramente sull’idea che ha l’Academy del cinema e dello spettatore.

(2/5)

les miserables recensione slowfilmÈ tempo di mattoni. Gli Oscar di quest’anno alle statuine preferiranno dei lingotti. Squadrati,  grevi, che possano utilizzarsi come fermaporta o per spaccare un finestrino e rubare autoradio. Di quelle che vanno a cassette.

Quella de I Miserabili è una delle storie più raccontate al cinema. Di certo non presenta il problema di come riempire la pellicola, vista la paradossale quantità di sfighe che mette a disposizione. Les Misérables è la versione musical-operistica dello scritto di Hugo, una revisione che pare vada fortissimo nei teatri londinesi da almeno tre decenni. Questi attoroni internazionali, c’è da dirlo, sono degli schiacciasassi, e per fare cose del genere prendono lezioni di canto, si tagliano i capelli, invecchiano e ringiovaniscono, i pickpocket Sacha Baron Cohen e Helena Bonham Carter, per una manciata di dettagli, sono andati a scuola di borseggio. Tutti bravi, Hugh Jackman, Russell Crowe, Anne Hathaway, il ragazzino Daniel Huttlestone – la sua una delle migliori entrate in scena, con Gavroche albionico punk - che hanno cantato in scena. Il melodramma con al centro il confronto fra Valjean e Javert, nonostante si scorgano alle loro spalle accurate ricostruzioni e scorci di Parigi vessata e stracciona, in massima parte ci viene offerto da Tom Hooper (Il Discorso del Re) con una serie di piani ravvicinati in movimento, lunghe sequenze liriche che immancabilmente contengono almeno una disgrazia. Non c’è tempo di soffrire per un dramma appena concluso, che il gorgheggio di un’altra scena madre sovrasta il ricordo di quanto accaduto.

Spossante.

(2,5/5)

Walker (Tsai Ming-liang 2012)

walker-tsaiRitrovare Tsai Ming-liang significa tornare alle prime scoperte cinematografiche, ai tempi in cui Fuori Orario era una miniera unica e irrinunciabile, notti da registrare quando il nome di un regista incuriosiva, per poi andare a scoprire. I tempi di The Hole in una sala da 25 posti, con i ritagli di giornale che in breve segnalano il nuovo film di “Sua Maestà La Lentezza”, rimasto per me uno dei più grandi ideatori, realizzatori, sognatori di immagini e solitudini. Il regista che nel modo più incredibile e naturale riesce a trasportare la realtà in una trasfigurazione del tutto personale, che riesca a scoprirla e rinchiuderla in pochi spazi, gesti e quadri; filmando il tempo, l’acqua, la mancanza, l’attesa, lasciando corrispondere alla disperazione l’ironia più nuda e intima.

Sono felice che sia Tsai a occupare questo posto nella mia formazione cinematografica, un autore perdutamente romantico, sentimentale, innamorato (Vive L’Amour!), che da più di vent’anni registra lo stesso corpo, quello di Lee Kang-sheng. Lo osserva, lo stressa, ci gioca, lo ammira, lo guarda crescere e invecchiare, ammalarsi e piegarsi. Quella di Tsai è una perpetua dichiarazione d’amore, per il cinema e per l’uomo, e fra le unioni più forti che i due possano mostrare, e ancora ripetere e prolungare; un tenace rifiuto della separazione, tante volte messa in scena.

Walker, parte del film a episodi Beautiful 2012, è un cortometraggio semplicissimo ed essenziale. Un monaco attraversa squarci di Hong Kong, muovendosi lentamente, lentissimamente, ogni passo è l’obiettivo lontano di un movimento esasperatamente compresso. La performance penitenziale di Lee Kang-sheng sembra riequilibrare le acrobazie sessuali del Gusto dell’Anguria, di Help Me Eros, film dello stesso Lee, la passione di I don’t want to Sleep Alone. E attorno all’esca visiva della tunica rossa si muove e vive tutto il resto, il vero soggetto del film, tutto quanto entra nel quadro per un incidente, volti, sguardi in camera, espressioni curiose, persone che non si accorgono di niente, un taxi che si ferma davanti alla macchina da presa, uno sguardo lontano in cui il monaco è un punto colorato, distaccato, nelle geometrie cittadine.

La Tela Animata – Le Tableau (Jean-François Laguionie 2011)

La Tela Animata è un film d’animazione del maestro francese Laguionie, un lavoro caldo, colorato, raffinato, arrivato da noi direttamente in home video. Le Tableau ci porta dentro un quadro abitato da tre tipi di figure: i Compiuti, gli Incompiuti e gli Schizzi, dove i primi ostentano superiorità sui secondi e trattano come indesiderabili animali gli ultimi. Un gruppetto formato da Lola, Incompiuta dalle forme gauginiane, Ramo, Compiuto innamorato di un’Incompiuta, e Plume, Schizzo fragile e petulante, parte alla ricerca del pittore. Viaggiando di quadro in quadro, incontrando nuovi personaggi, scoprendo mondi vivi che inscenano il proprio destino seguendo quanto il pittore ha raffigurato.

Le Tableau, come Vita di Pi che pure è passato di qui di recente, ha un’anima fortemente spirituale, e lascia coincidere la ricerca di sé con quella di un creatore, una guida. Laguionie mette in scena dei disegni semplici, pieni, di grande fascino, e rispetto a Gwen, il Libro di Sabbia, suo importante film del 1985, sceglie una narrazione che ha la leggerezza della semplicità e dell’immediatezza, riuscendo a trattare temi profondi con poetica spontaneità e ricercata ingenuità.

(3,5/5)

Vita di Pi (Ang Lee 2012)

vita di pi slowfilm recensioneVita di Pi è un film grosso, pieno di cose, bello. Tratto dal romanzo di Yann Martel Life of Pi, racconta la tragica avventura del ragazzo indiano Piscine Molitor Patel, naufrago su una scialuppa nel mezzo del Pacifico assieme a una tigre di nome Richard Parker.

Vita di Pi è un film mistico, ma non specificamente religioso; non fugge dalla durezza dei racconti marinareschi – Richard Parker prende il nome di uno dei personaggi del Gordon Pym – ma conserva un registro fantastico che inscena una visione fantasiosamente positiva; al centro ha una barchetta e un solo essere umano, ma riesce a portare da lui il mondo intero.

Ang Lee, autore che si è confrontato con più temi e generi, sempre con un occhio al grande pubblico, dirige una delle megaproduzioni (Cina e Stati Uniti) più interessanti degli ultimi anni. L’uso del digitale è massiccio, crea gran parte delle forme di vita visibili e veste anche i luoghi e le cose realmente esistenti. La computer grafica, però, invece di limitarsi a offrire una realizzazione dell’idea verosimile e realistica del proprio soggetto, si muove verso la definizione di un mondo dominato da una visione poetica; un tratto unificante che immerge lo spettatore in un denso susseguirsi di sorprese, scoperte ed emozioni. Una trasfigurazione che rispecchia la necessità per il protagonista di rendere la sua storia accessibile a se stesso.

Le migliaia di persone coinvolte nella realizzazione di Vita di Pi concorrono alla creazione di una precisa proposta estetica, fatta di meraviglia, di colori brillanti e immagini enfatiche, di grandezze che si contengono e si attraggono fra loro, in un delicato equilibrio fra surrealismo pittorico e persistenza di concreta vulnerabilità.

(4/5)

Looper (Rian Johnson 2012)

looper recensione slowfilmIl rischio con un film come Looper è quello di scrivere un elenco di cose più o meno riuscite. E non ne ho tanta voglia. Possiamo chiederci, ed in effetti lo stiamo facendo in questo momento: come mai Looper ispira questo approccio?

Perché è un film che stupisce non fosse già stato fatto, e visto, e in effetti lo abbiamo incrociato, spezzettato in decine di altre pellicole, e fumetti e libri. Tutti questi riferimenti, l’incasellarsi perfettamente nel cinema fantascientifico umanista spaziotemporale e problematico, fanno di Looper un patchwork di richiami e suggestioni.

In questo sgangherato resoconto è giusto, adesso, tornare indietro e precisare: Looper è bello da vedere, ti prende, è piuttosto fico, e anche cattivo. Come nei buoni film del genere, spinge ad arrovellarsi su rapporti causa effetto, e su come questi possano essere mutati dai girotondi temporali e giustificati negli stessi. E ha una scena di tortura sull’uomo del presente con effetto estemporaneo e visibile sullo stesso uomo del futuro, in un atroce supplizio dei cento pezzi, che raggiunge un livello ragguardevole di sadismo.

Visto che siamo in vena di domande: cos’è, allora, che soprattutto a distanza di tempo lascia dell’amaro in bocca? È la sensazione un po’ malinconica e di seconda mano che Rian Johnson, ormai al suo terzo film assolutamente godibile, non sarà mai completamente né un buon esecutore, né un autore con un suo stile, delle motivazioni e una poetica. Brick è un teen noir fra Twin Peaks, Goodfellas e Piramide di Paura, The Brothers Bloom è una buona rilettura del cinema di Wes Anderson – in parte basata su un equivoco, perché sembra ricercare una maggiore maturità perdendo quanto fa di Anderson Anderson, senza riuscire a individuare tutto quanto sarebbe utile a fare Rian Johnson. A proposito di Looper ci troverete Terminator, Ritorno al Futuro, Blade Runner, L’Esercito delle 12 Scimmie, e magari anche Akira e La Zona Morta. E per questo, anche se non rivoluziona nulla, funziona.

(4/5)

Flight (Robert Zemeckis 2012)

flight slowfilm recensionePer qualche motivo Robert Zemeckis non riuscirà mai a scolpire il suo (cog)nome nell’immaginario comune. Non sembrerebbe poter dare garanzie di riconoscibilità: un “Film di Zemeckis” non ha assolutamente l’appeal del “Film di Spielberg”. E questo nonostante sia secondo solo a quest’ultimo, nella creazione e definizione del cinema hollywoodiano fino al midollo. E allora ogni nuovo film di Zemeckis dev’essere accompagnato dalla specificazione “Dall’autore di”, seguita di volta in volta, a seconda della tipologia del prodotto, da Ritorno al FuturoRoger Rabbit, talvolta addirittura Beowulf.

Flight è un film dell’autore di Forrest Gump – una delle corazzate più massicce del secolo passato – e di Cast Away.

La prima immagine di Flight è un seno di Nadine Velazquez, che poi gira per tre minuti nuda in una stanza d’albergo, mentre Denzel Washington steso a letto dice cose di nessun interesse. Un inizio promettente, maturo; non che ci si possa aspettare qualcosa alla Onora il Padre e la Madre, ma Robert (Zemeckis, il regista) sembra voler prendere velocemente le distanze dalle sperimentazioni più o meno riuscite dei suoi ultimi film, rivolti a un confuso target fra l’adolescenziale e il bambinesco.

Il film prosegue adeguatamente, con Washington pilota d’aereo che si barcamena fra alcolismo e cocaina, quindi la scena dell’avaria, l’atterraggio spettacoloso. Poi si perde la necessità del tutto, quando lo script rientra bruscamente nei ranghi e ridimensiona ogni cosa, gettandosi nel più codificato apologo della responsabilità, dell’espiazione, delle seconde opportunità tutte da guadagnare. E non bastano un paio di apparizioni del pusher John Goodman, strenuo concentrato di paradossi coeniani, che anzi fanno risaltare il tono propagandistico e addomesticato che caratterizza in pieno questo nuovo lavoro dell’autore di Forrest Gump.

(2,5/5)

A Royal Affair (Nikolaj Arcel 2012)

royal affairA Royal Affair è il film in costume come Iddio comanda. All’insaputa dei più, nella Danimarca del ’700 si svolgeva, spontaneamente, il perfetto dramma storico. Intrighi di palazzo, monarchi psicotici, pericolose idee progressiste, imprescindibili intrecci amorosi. Christian VII è il giovane re danese, Caroline Matilda, sorella del re d’Inghilterra Giorgio III, la sposa, Johann Friedrich Struensee, incarnato da Mads “Valhalla” Mikkelsen, il medico di origini tedesche. Chiamato a corte, Struensee, fervido sostenitore di ideali illuministi, accresce costantemente la propria influenza nei confronti del re – e naturalmente della moglie -, mettendosi contro tutti gli altri rappresentanti del potere costituito.

Le azioni riassumono pagine di libri di storia, dando alla scena una notevole densità. Al respiro ampio ed epocale, alimentato da un registro classico ma non desueto, A Royal Affair affianca la capacità di conservare interesse per gli individui, mostrando come i cambiamenti e le decisioni di poche persone si riflettano drasticamente sui destini comuni. E in un significativo secondo piano si svolge il gioco inverso, dove la capacità di saper indirizzare e plasmare il volere del popolo lo rende uno strumento eccellente per la distruzione del singolo, costringendo cinicamente le classi sociali più basse ad operare contro il miglioramento del proprio stato.

Fra ricostruzione storica, melodramma romantico e raffinata rappresentazione del potere, quella di Nikolaj Arcel è un’avvolgente immersione in un cinema solido e denso di pathos, che rispecchiando gli ideali del suo protagonista incarna una riflessione universale e moderna sulle forme di potere e sulla manipolazione delle masse.

A Royal Affair è candidato all’Oscar per il Miglior film straniero, qualsiasi cosa questo significhi.

(4/5)