Parasite 92° Oscar per il miglior film

La cosa bizzarra con Parasite non è tanto che gli Americani abbiano abboccato al film coreano a misura di occidentale, quanto che, se togliamo il baluardo del partito preso, allora dobbiamo pensare che davvero abbiano creduto che nei precedenti 91 anni il film migliore del mondo fosse statunitense.

JoJo Rabbit, Piccole Donne, The Wonderland, un pacchetto di cose belle

Vi avverto: è un pacchetto di cose buone. Lo so, non capita spesso, ma capita. JoJo Rabbit (Taika Waititi 2019) era un titolo su cui nutrivo molte riserve, invece è uno dei migliori film dell’anno e fra i candidati all’Oscar, assieme a A Marriage Story. Scarlett Johansson, davvero brava in entrambe le pellicole, è un’attrice capace ed espressiva, quando è chiamata a fare film veri (mentre sembra più impacciata di altri colleghi in zavorre come Ghost in the Shell o i circhi Marvel). Sì, il film riprende colori, personaggi e visioni frontali à la Wes Anderson, e anche la rielaborazione faceta del nazismo non è nuova. Eppure JoJo riesce a essere abbastanza originale e soprattutto spontaneo, non è l’ennesima pellicola buttata lì.

È un film che va visto, un insieme di registri, personaggi e situazioni spesso sopra le righe ma non per questo privi di senso, un miscuglio di umanità che rende soprattutto assurda la mancanza della stessa. Bravi gli attori, ottimo il ritmo, c’è anche un pezzo di Tom Waits, molto bene. Tornando a Marriage Story, spunta fuori che assieme a JoJo mettono sul tavolo una sorta di rivincita del cinema indie, i cui canoni da qualche tempo sembravano usurati dalla ripetizione. In più, in un anno in cui molti grandi autori e molti presunti grandi film hanno, invece, una consistenza quasi effimera.

(4/5)

Anche Piccole Donne di Greta Gerwig (2019) può contare su ottime performance, in particolare su Saoirse Ronan, credo la migliore attrice della sua generazione: sembra sempre nata e cresciuta nei film che si trova ad abitare. E lo dicevo già ai tempi del pur brutto Amabili Resti.

Gerwig riesce a dirigere un classico contemporaneo: rispetta la storia, le dà un ritmo moderno, senza compromettere il suo essere un romanzo di formazione in costume. Un film solido e delicato, da cui traspare una reale passione per il soggetto che traspone, un bel lavoro.

(4/5)

Birthday Wonderland, o The Wonderland (Keiichi Hara 2019) mi sembra non abbia fatto molto parlare di sé, neanche negli spazi dei cultori del genere. Si tratta, invece, di uno dei migliori anime dei tempi recenti e, altra buona notizia, lo si può facilmente vedere su Prime Video. L’autore è quello di Miss Hokusai, quindi ambienti curati e figure realistiche, quasi imponenti rispetto alle stilizzazioni spesso offerte dall’animazione giapponese, e ancora momenti poetici ed evocativi, da ritrovare nella visione piena e personale che l’artista dà del mondo. Hanno in effetti questo in comune, i tre titoli di questo articolo: non sono completamente originali, guardano a testi, epoche, mezzi espressivi pre-esistenti, ma sanno rielaborare e riproporre mostrando la necessità della comunicazione e la volontà di farsi conoscere, di entrare in contatto con lo spettatore; in tre modi diversi, sono film intimi, con in primo piano vicende e caratteri femminili.

Birthday Wonderland è una favola dalla forte componente fantastica che prende moltissimo da Miyazaki e Takahata, in particolare nello sviluppo dei personaggi – che non devono mai apparire troppo definiti – e nell’amarezza dei riferimenti al reale. Un richiamo alla ferita atomica, quasi immancabile nei lavori nipponici, che però qui diventa volontà di rielaborazione e di rinascita. Una sovrapposizione simbolica che non riguarda più solamente la compresenza di bene e male nelle caratterizzazioni, ma anche la necessità di condividere il dolore per poterlo assorbire. Oltre questo, Birthday Wonderland richiama Alice, modello immancabile per i viaggi fantastici e di riconoscimento di sé, come La Bella e la Bestia e altri archetipi della fiaba a cavallo fra Oriente e Occidente. Alla piccola di casa (7 anni) è piaciuto molto, e anche ai suoi genitori.

(4/5)

Tolo Tolo (Checco Zalone 2020), la comodità di non dover vedere un film

Lasciare traccia di un film visto da almeno un Italiano su dieci. Un film divisivo, che ha stuzzicato chi, come Ignazio La Russa e migliaia di sostenitori del “centrodestra moderato” (‘sta cosa fa troppo ridere, pensa se fossero smoderati), credeva di vedere due ore di insulti agli immigrati scrocconi (davvero, sei La Russa, capisco tutte le attenuanti del caso, ma perché dovrebbe esserci un film del genere al cinema?), e chi ha visto nel lavoro di Zalone un film che certifica e nutre un sentimento popolare fatto di comprensione e propensione all’accoglienza.

Credo che il motivo principale del successo del film di Zalone sia che non è un film. Il linguaggio è quello dello sketch televisivo, le canzoni “satiriche”, sul modello Crozza o d’avanspettacolo contemporaneo, condiscono pezzi sanremesi o da Zecchino d’Oro, straordinariamente innocui, con qualche parolaccia oltretutto censurata. Le scene si susseguono inconcludenti, spesso l’unico obiettivo è arrivare al bofonchio o alla faccia smarrita del Nostro, per poi chiudersi drasticamente e passare allo sketch successivo. Ma soprattutto, Tolo Tolo ripete ossessivamente le parole d’ordine quotidiane dell’Italiano che affronta eroicamente l’esistenza, combattendo contro Iva, Ici, impedimenti burocratici, contributi, soldi all’ex moglie, e duepalle discorrendo. Sei milioni di persone sono andate al cinema per non trovarci nessuna elaborazione, nessuno sguardo o pensiero, per essere cullati dalla stessa realtà che trovano in tv e nelle cene fra adulti. Una comodità enorme, tutto già sperimentato e compreso, commentato e condiviso.

Apparentemente, il discorso principale riguarda l’odissea di uno Zalone che, in Africa, sperimenta le difficoltà e poi lo spaesamento degli Africani per arrivare in Europa. In pratica questo discorso, probabilmente affidato alle consuete banalizzazioni del co-sceneggiatore Paolo Virzì, sfiora temi terribili – i naufragi in mare, i lager libici, gli atti di guerra diffusi e imprevedibili – non per veicolarli attraverso una lettura ironica, alternativa, ma per seppellirli sotto quella inscalfibile valanga di normalità che è Zalone. Che probabilmente non potrà arricchire la consapevolezza di chi a questi temi era già sensibile, né sposterà di un centimetro chi da tempo ritiene che queste siano realtà molto meno vere e importanti, rispetto a ogni aspetto pur minimo delle italiche vite contributive, professionali e familiari, ma, come ogni prodotto rassicurante e televisivo, potrà certamente far vendere più crema idratante.

(2/5)

The New Pope – episodi 1 e 2 (Paolo Sorrentino 2020)

[Con Spoiler generici] Premesso che The Young Pope mi piacque parecchio, The New Pope è uguale ma diverso. Nonostante la continuità sia completa, i primi due episodi trattano la storia in maniera più frammentata, ognuno racconta in modo compiuto una parte della trama orizzontale. Il primo ha un tono decisamente introduttivo, e accoglie anche le soluzioni un po’ forzate delle narrazioni di breve durata. La sfrontatezza visiva di Sorrentino (che credo continui ad avere un apprezzabile fascino) rimane, e se le digressioni musicali nella stagione passata trovavano l’ambasciatrice svedese (o di qualche Paese vicino) coreografare elegantemente Nada, qui ci sono suore cubiste che richiamano più i neon e la sensualità esasperata di Loro (la sessualità e la sua repressione hanno in generale un ruolo importante). In altre occasioni si fa sfoggio di simmetrie, prospettive in profondità e dolly, come nella scena del conclave. Più che per dare solennità, per creare un commento grottesco, accompagnando scene ordinatamente fredde e geometriche con musiche pop e mostrando i calcoli molto terreni che sottendono le cose spirituali. Malkovich (bravissimo) compare nel secondo episodio, spingendo l’acceleratore sui conflitti verbali, l’unica via per contrattare compromessi fra differenti visioni della vita e dell’esercizio del potere.

(4/5)

Film e serie tv: il meglio dell’anno (2019) e del decennio (2010 – 2019)

I film del 2019

La Favorita
Martin Eden
Marriage Story
Star Wars IX: L’ascesa di Skywalker
Aniara

Le serie del 2019

Too Old to Die Young
The Marvelous Mrs. Maisel
Good Omens
The Witcher
Undone

Menzione per 30 Rock (è più vecchia, ma senza dubbio la cosa più divertente vista quest’anno, imperdibile per chi l’ha persa)

2010
Visage | Tron Legacy
2011
The Tree of Life | Non Lasciarmi
2012
Cosmopolis | Vita di Pi
2013
La Quinta Stagione | Only God Forgives
2014
A Proposito di Davis | The Wolf of Wall Street
2015
Sicario | Birdman
2016
Paterson | Little Sister
2017
Blade Runner 2049 | Virgin Mountain
2018
The Death of Stalin | The Florida Project
2019
La Favorita | Martin Eden

Menzione per le due serie del decennio: Twin Peaks 3 e True Detective

Storia di un Matrimonio – Marriage story (Noah Baumbach 2019)

Marriage Story è un film ben diretto e ben scritto (benissimo, rispetto alla media corrente), con due attori, Scarlett Johansson e Adam Driver, che somigliano alle persone reali, perché rappresentano emozioni reali, giustificate dalla storia, e le dividono e condividono, le strattonano e con sapienza le tirano una delle mani dell’altro. Non ha momenti morti e può contare su una manciata di comprimari da urlo, a cominciare da Ray Liotta. Mostra la sofferenza e la disgregazione, e la formalizzazione delle stesse, il modo in cui ogni dolore può e deve essere classificato e soppesato, facendolo rientrare in agili categorie giuridiche sperimentate da migliaia d’altri. Costruisce dettagli significativi e li adagia in movimenti e incidenti quotidiani, dà tempo alle scene ma non le annacqua mai, racconta realisticamente ma mette in sottofondo la musica del cinema che ha visto il suo autore, riuscendo a non tradire nessuno dei due mondi. Appongo il mio sereno e convinto “avercene”.

(4/5) – su Netflix

Star Wars IX: L’ascesa di Skywalker (J. J. Abrams 2019), il ritorno alla semplicità dell’epica

Cosa abbia il mondo contro Star Wars: l’ascesa di Skywalker, non mi è affatto chiaro. Le critiche, in giro, sono incentrate sul fatto che possa veicolare un “messaggio” conservatore, anche reazionario, rispetto alla confusione da alcuni scambiata per innovazione del precedente episodio di Johnson. Oppure si impegnano in una inspiegabile disamina di tutti testi, in ogni formato, riguardanti la favola inaugurata da Lucas 42 anni fa, per cercare discrepanze ideologiche, spaziotemporali o morali. E il mio filone preferito, quello che si è concentrato sulla legittimità e opportunità della rappresentazione di un bacio fra due donne. Tralasciando, peraltro, di dirci la loro sulla liaison, potenzialmente molto più complessa, fra il rocker di Lost e un lumacone gigante, probabilmente ermafrodita. Insomma, le critiche più diffuse all’Episodio IX hanno una cosa in comune: non c’entrano niente col cinema.

Come film, ché di questo si tratta, l’ultimo Guerre Stellari è, assieme a Solo, il prodotto più gradevole dell’ultimo ciclo della saga. L’Ascesa fa quanto aveva dichiarato di voler fare J. J. Abrams fin dal Risveglio della Forza: raccontare la storia di Rey. Ed è nuovamente un film concentrato sul destino di un personaggio, un film che procede linearmente, per blocchi narrativi ampi che attraverso l’azione “in diretta” ricostruiscono il passato della protagonista e, attraverso la risoluzione dei conflitti, suggeriscono un futuro dalle idee più chiare, per quanto tutto da costruire. Esattamente come fu per Luke Skywalker. Il film scorre velocissimo, il micromontaggio è molto serrato, così come la successione degli avvenimenti e degli scontri. Tutto accade nell’elaborazione del dolore e dei dubbi di Rey, una vigorosa Daisy Ridley che non è chiamata a mostrare un’ampia gamma espressiva, ma che inquadra bene il tipo di emotività richiesta. L’intera parabola è un’unica elaborazione, massima semplicità che taglia fuori quasi ogni elemento di novità, ma ritrova la concentrazione dell’epica e l’interesse per un destino individuale che si fa percorso universale.

Dieci minuti di attesa, di respiro, diluiti all’interno della storia, avrebbero forse migliorato il ritmo del tutto, ma anche l’unitarietà che nasce dalla corsa a testa bassa non mi dispiace affatto. Anche perché visivamente, questa chiusura di Abrams, è fra le più riuscite e coerenti della serie. Il tono vira al cyberpunk, con i colori lividi, gli elementi in burrasca a mostrare e incorniciare l’interiorità dei protagonisti, i relitti tecnologici, un Palpatine che si presenta come la protesi organica di un braccio meccanico. Un burattino, funzionale nel suo ruolo e nel riportare al centro di tutto il percorso dell’eroe. Molti scenari hanno una loro grandezza, l’accumularsi delle navi da guerra – attraversato da un richiamo alla partecipazione alla Dunkirk -, i loro dettagli che formano l’ambiente, la battaglia esterna che ruota attorno a quella interiore. Dal rimettere al centro i nuovi protagonisti – anche Kylo Ren fa un balzo in avanti, essendogli consentito di somigliare di più ad Adam Driver – deriva anche un altro punto di forza della pellicola: la presenza contenuta dei vecchi. I vecchi proprio quelli anziani, quei Mark Hamill e Harrison Ford che hanno continuato a ingombrare, con un certo impaccio, gli ultimi due film, che qui si vedono opportunamente poco, mentre sono richiamati, ricalcati, anche reincarnati i loro personaggi, dal Poe Dameron che rileva Han Solo a Rey, naturalmente vicina al primo Luke.

Un film che avvicina la linearità di A New Hope (1977) al registro più adulto e concitato de La Vendetta dei Sith (2005), dunque due facce dello stesso Lucas, la sua apertura e la sua chiusura, trattate da Abrams in modo rispettoso, asciutto e, specialmente in questo caso, efficace.

(4/5)

The Mandalorian, The Witcher, Mrs. Maisel 3, Undone

Un po’ di serie del momento, anche del momento futuro, nel caso di The Mandalorian. In Italia uscirà ufficialmente il 31 marzo, quando degli occhioni di Baby Yoda ne avremo abbastanza già da un po’. Mentre l’umanità arde per l’insoddisfazione dovuta dall’Episodio IX, questa serie che ha il compito di infiltrare nel mondo la piattaforma Disney è generalmente meglio accolta. Senza motivi plausibili, dal momento che intreccio, sceneggiatura, caratterizzazioni, sono a livello base, mentre la confezione – scenografie, integrazione fra digitale e reale, costruzione dell’azione pura – sono anche peggio. Il che, vista la produzione, è una delle cose che sorprende di più. Gran parte dell’ipnosi collettiva viene dal su citato piccolo Yoda, esemplare di una specie con uno stadio infantile che dura decenni, sorprendentemente tendente all’estinzione. L’incarnazione estrema dell’infantilizzazione alla base del trattamento Disney, che per il resto offre uno spettacolo vicino a un telefilm pomeridiano di fine ’90.

(2,5/5) 

Superata la resistenza verso un Henry Cavill col parruccone e degli effetti speciali fra il risparmio e il glitter, The Witcher è invece, fra le serie contemporanee, una di quelle che dà più motivi per farsi vedere. Una storia fantasy con magia, mostri, sesso, sangue e ironia, con il ritmo che mancava al Game of Thrones delle ultime stagioni, finito a prendersi così dannatamente sul serio. Nasce dagli scritti del polacco Andrzej Sapkowski (e dai connessi videogame) e nella prima stagione racconta vite e vicende che si intrecciano progressivamente, attraverso linee temporali frastagliate. Con il proseguire degli episodi anche l’apparato visivo migliora e ci si abitua ai protagonisti, tutti abbastanza in parte ed efficaci, mentre sempre molto curate sono le scene d’azione e la scansione del racconto. Ci sono maledizioni, deformità e cacce alle streghe, ordini segreti e conflitti fra popoli, e su tutti questi piani pure traspare la sapiente tradizione europea. Problema principale della prima stagione è che finisce parecchio in fretta.

(4/5) su Netflix

La Fantastica Signora Maisel mantiene l’ottimo livello delle prime due stagioni? Per alcuni versi sì: la sceneggiatura, intesa come scrittura dei dialoghi e delle singole scene, è ancora eccellente, e la regia, quando segue il tour di Mrs. Maisel, ha i suoi momenti migliori. Con lunghi pianosequenza la macchina da presa scivola sul palco e dietro le quinte, si concentra sulla protagonista e descrive momenti corali e spettacoli canori, insomma è davvero un bel vedere. Qualcosa la paga il soggetto, la storia vera a propria, che sconta alcune ripetizioni nelle dinamiche fra la protagonista e l’ex marito e l’impronta non proprio travolgente di altre linee narrative. Rachel Brosnam rimane bravissima, e questa volta sono le interazioni con Lenny Bruce quelle drammaticamente più riuscite. Comunque, uno dei migliori spettacoli in città.

(3,5/5) su Primevideo

In quota sperimentazione, mi limito a segnare e suggerire Undone, visto troppo tempo fa. Una storia visionaria, intima e dolorosa, che sfrutta il rotoscopio per mettere in scena salti spaziali e temporali ben integrati in un contesto che rimane comunque realistico. Una tecnica storica e affascinante, che può essere più “cubista”, come nel Linklater di Un Oscuro Scrutare, o più morbida, come The Case of Hana & Alice o My Beautiful Girl Mari. Qui associata a una buona storia, un’indagine nel tempo e nelle possibilità di una ragazza e della sua famiglia, che a quanto pare avrà anche un seguito.

(4/5) – su Primevideo

The Irishman e Parasite, abbastanza grandi per fallire

Una cosa strana di The Irishman (Martin Scorsese 2019) è che per la maggior parte del film si osservano protagonisti moderatamente vecchi, che si muovono con i gesti circospetti e rallentati di uomini parecchio più vecchi. Anche gli sguardi, sotto la computer grafica, tradiscono la realtà dell’epica rosa di attori – Pacino, De Niro, Pesci – costretti a negare il loro essere a un passo dagli ottanta. La sensazione di dover ricostruire in ogni scena le sembianze reali dell’attore, e confrontarne la versione ringiovanita con quella reale della stessa età, che tutti conosciamo, mi ha accompagnato per tutto il film, e non è una cosa che aiuta.

The Irishman, dunque, è un film apologetico, più che nostalgico o crepuscolare, che invece di un capitolo finale prova a mettere in scena, nell’imponenza delle sue tre ore e mezza, un punto fermo nel genere. Purtroppo, senza riuscirci. Anche lo script sembra una ricostruzione posticcia, e quasi ogni scena, più che mostrare sé stessa, sembra solo rimandare all’espressione omologa dell’epoca d’oro, già pienamente elaborata, memorizzata e catalogata nei dolci e violenti stilemi del cinema. La regia offre grandi sprazzi di eleganza, e la concatenazione fra le scene e gli episodi è fluida e immancabilmente sapiente. L’intreccio, però, non trova un motore convincente, e neanche il caos diabolico di The Wolf of Wall Street, mentre si affaccia, in alcuni toni, la noia autoindulgente di Silence che male si accorda alle aspirazioni del nostro, che ovviamente hanno Goodfellas come principale modello. C’è da dire che io a questa cosa del testamento d’artista non ho mai creduto, Martin lotta insieme a noi portando costantemente avanti una quantità di progetti più interessanti di questo Irishman (sempre su Netflix, poco tempo fa è comparso il nuovo film doc su Dylan), quindi questo è un caloroso “alla prossima”.

(3/5)

Ancora. Ci sono occasioni in cui una parte consistente della critica e del pubblico sembra risvegliarsi all’anno zero del cinema. È il caso del glorificato Parasite (Bong Joon-ho 2019), film appena apprezzabile, in cui si è voluto trovare uno stravolgimento dei generi e del linguaggio. Parasite è un’espressione abbastanza standard del cinema coreano, fatto di passaggi ruvidi imposti dall’egemonia di una tesi narrativa (spesso troppo ingombrante), resi artistici, a volte poetici, dai silenzi e dalla freddezza e immediatezza dello sguardo. È un cinema che, con diversi risultati, da decenni sovrappone i generi, più che ibridarli, e riporta una violenza atona come elemento più rappresentativo e connaturato dell’essere umano.

Parasite, in una struttura ampia e ambiziosa, riporta il confronto fra poveri e ricchi, fra abitazioni sotterranee allagate di merda e architetture perfette, impeccabilmente contemporanee. Le metafore inseguono la loro esplicitazione, lasciando corrispondere i luoghi alle persone e le persone ai loro difetti, disseminando prevedibili imprevedibilità e adottando nelle svolte principali soluzioni pretestuose e, in contrasto con la ricercatezza estetica e formale, a volte rozze. La componente grottesca, che con furia travolge i più poveri rendendoli ovvi e inetti, spazza via qualsiasi plausibile lettura che trovi nel film un nucleo di critica o impegno sociale. Parasite è un film formalmente complesso, effettivamente semplicistico.

(3/5)