Licorice Pizza (Paul Thomas Anderson 2021). Tutto molto bello, ma non al solito modo

C’è un sacco di roba in Licorice Pizza di PT Anderson. Apparentemente un film generazionale e di formazione, evita poi la linearità e in molti casi la rilevanza del racconto. Anderson ha firmato con Il Petroliere, tratto dal romanzo di Sinclair, forse l’ultima grande epica, ma nei film che si è scritto da solo l’approccio è molto più vicino al Pynchon di Vizio di Forma. Licorice Pizza è in Vizio di Forma e in The Master, che pure raccontava, con maggiore grevità e pressione, la storia di una coppia.

Anderson offre la sua idea personale di romanticismo, di ricostruzione di un’epoca, gli anni ’70, e di ambizione, portando tutto in una dimensione di casualità e disconnessione, dove l’importante è correre, per il gusto di farlo, senza sapere perché o per andare dove. A sottolineare lo scarto rispetto l’abitudine, i due protagonisti sui generis, meno avvenenti di quanto si conviene, Cooper Hoffman, figlio di P. S., e Alana Haim, cantante, entrambi al primo lungometraggio.

I loro scontri con il mondo adulto portano sempre a relazionarsi con personaggi grotteschi, lasciando alle nuove generazioni il compito di provare a muoversi in una realtà profondamente immatura, cercando di non farsi troppo male. Fra gli incontri, cito per ossessione personale quello con Tom Waits, in una parte neanche troppo secondaria, che riporta la sua voce di catrame al centro di un palcoscenico. Naturalmente colonna sonora d’impatto, a cominciare dalla Nina Simone in apertura. Tutto molto bello, ma non al solito modo.

(4/5)

25 registi in ordine personale di importanza

Da un giochino che sta girando, 25 registi in ordine personale di importanza (sì, ne mancano alcuni fondamentali, perché sono solo 25):

1. Andrej Tarkovskij
2. Robert Altman
3. Jim Jarmusch
4. Stanley Kubrick
5. Tsai Ming-liang
6. Terrence Malick
7. Joel ed Ethan Coen
8. Takeshi Kitano
9. Nanni Moretti
10. Wim Wenders
11. Bela Tarr
12. Hayao Miyazaki
13. Wong Kar-wai
14. Martin Scorsese
15. Quentin Tarantino
16. Lars von Trier
17. Terry Gilliam
18. Mamoru Oshii
19. Woody Allen
20. Michael Cimino
21. Nicolas Winding Refn
22. Abel Ferrara
23. Sergio Leone
24. Akira Kurosawa
25. Peter Greenaway

The Tragedy of Macbeth (Joel Coen 2021), un concentrato di talenti e amore per il cinema

The Tragedy of Macbeth del fratello Coen è un concentrato di talenti enormi e amore smisurato per il cinema. Una lama formato 4:3 in un bianco e nero onirico e lattiginoso, a tagliare la coltre di serialità, moda, banalità, ripetizioni. Che The Tragedy of Macbeth sia una meraviglia da ogni punto di vista, è evidente sin dalla prima inquadratura e rimane evidente fino all’ultima. È sufficiente quindi solo accennare alle performance impeccabili di Denzel Washington e Frances McDormand, che rendono impassibile la loro follia, alle linee spezzate dei corpi delle streghe nel corpo di Kathryn Hunter, alla sensazione che la tragedia di Shakespeare sia stata rispettata da Joel Coen fino a renderla qualcosa di estremamente personale e organica alla sua filmografia.

Gli spazi siderali ricreati nei teatri di posa fanno da contrappunto alle spoglie architetture metafisiche, che nella fotografia di Bruno Delbonnel separano in modo netto le luci dal buio e dalle ombre. Gli archi, i portici, le stanze, si adattano alle esigenze narrative e ai tempi degli attori, allungandosi, restringendosi, costruendo gabbie e pareti forse alte fino alle stelle; sottraggono punti di riferimento, portando tutto in un limbo, un non luogo che è, però, il luogo dello scorrere del tempo.

Fra le tante suggestioni di questo Macbeth la principale è forse nell’inutilità dell’azione, nell’insistere sulla sterilità dell’avventura intrapresa dal Lord e dalla Lady. I suoni con cui Carter Burwell definisce le vicende sono spesso rintocchi che nascono dall’amplificazione di passi o dal cadere di gocce su una superficie, sono scansioni temporali che si pongono su una linea ininterrotta e sovrastano le ambizioni e gli omicidi. La parabola di Macbeth sembra così solo una parte di una storia sempre simile nelle intenzioni, ma molto più grande, un susseguirsi di violenze perpetrate con la giustificazione di un destino assegnato, tutto nel segno dell’ingordigia e della sterilità.


(4,5/5)

Monomanie a scadenza breve: Strappare Lungo i Bordi, Get Back, Don’t Look Up

L’attenzione social(mente) condivisa dura circa una settimana, ma quella settimana si concentra su un solo prodotto con un’ossessività totalizzante. Con le parti, sempre due, impegnate nel mettere in scena l’eterno scontro fra amore e odio. Strappare Lungo i Bordi (Zerocalcare 2021) ci tira fuori dalla sbornia di Squid Game per gettarci in un mondo di incomprensione linguistica, in cui migliaia di utenti si sono smarriti nel romanesco di Zerocalcare, doppiatore di tutti i personaggi della sua serie animata. Non sono romano, ma il tutto mi è parso comprensibile e le discussioni che ho letto mi hanno fatto sentire come se io avessi ricevuto il dono delle lingue, e loro fossero stati privati del dono di mettere i sottotitoli e non rompere le palle.

A parte questo, la serie di Calcare (6 episodi da meno di 20′ l’uno) funziona, fa molto ridere, fa riconoscimento generazionale e riflessione sul presente di tutti, è personale e universale. Il linguaggio di Calcare è quello dei suoi fumetti e delle prime sperimentazioni animate andate a Propaganda in tempi di lockdown. Della serie si è parlato tanto, personalmente l’unico appunto che mi sento di muovere è qualche discrepanza psicologico comportamentale. Specialmente quando i nostri vanno a incontrare i genitori di Alice e il racconto per un po’ continua a far finta che si tratti di due persone qualsiasi, da subire in quanto anziani molesti, senza dare peso alla loro condizione reale per poter offrire una sorta di colpo di scena più funzionale al racconto. La serie, comunque, vive più di singoli momenti che del suo intreccio complessivo, che serve più che altro da contenitore. (4/5)

Non ricordo se c’è stato qualcosa nel frattempo, comunque, a stretto giro, è scoppiata la beatlesmania. Niente da dire, Get Back (Peter Jackson 2021) è una cosa veramente bella, 8 ore confezionate da Peter Jackson mettendo mano alle circa 60 di riprese fatte da Michael Lindsay-Hogg nel 1969. Si potrebbe dire tantissimo, ma l’esperienza è vederlo. Il materiale di partenza è impressionante, con più camere, e quindi punti di vista, a riprendere i quattro e i loro ospiti, primi piani, dettagli ricercati e rubati. La scena è la crisi, la lavorazione ai pezzi di Let it Be porta a qualcosa che, per dirla come Giovanni Lindo Ferretti, “non è un disco, è psicoterapia selvaggia”.

I piccoli atti di sopraffazione dell’insostenibile Yoko Ono su Lennon, il modo di pensare continuamenti in musica di Paul, l'(auto)allontanamento di John, consapevole ma non meno doloroso, il cazzeggio musicale ininterrotto, che suggerisce come la sacralità dei Beatles sia un’idea cui tengono molto più i fan che il gruppo stesso. Il tutto per arrivare al famoso concerto sul tetto, l’ultimo live, anche questo documentato con fantastiche riprese “di contorno” in strada, nell’edificio, interviste ai passanti, ritratti di poliziotti che scalpitano. Momento marginale stupendo nel montaggio del concerto: una signora inglese che è esattamente Terry Jones travestito da signora inglese sbotta “Per me non ha nessun senso! Mi hanno svegliata e non mi ha fatto piacere!”. A completare il distillato di Monty Python i poliziotti accorsi per il frastuono che sostengono: Visto che è un film potete riprendere senza volume, poi lo doppiate. (4,5/5)

In questi giorni è arrivato da Netflix il nuovo argomento ghiottissimo, forte dei volti di Leonardo DiCaprio e Jennifer Lawrence e del naturale magnetismo dell’apocalisse. Don’t Look Up (Adam McKay 2021) è molto buono nella prima parte, un giusto mix di angoscia per la fine del mondo e divertimento per la sua credibilissima sottovalutazione, un po’ meno ricco di idee nella seconda, ma in tutto un lavoro godibile. Il film diretto da Adam McKay è scritto in stampatello maiuscolo, eppure ci sono moltitudini di interpretazioni preferibilmente sballate o troppo letterali.

In sostanza, con la minaccia della cometa fine di mondo si mette in scena l’incapacità di comprendere la gravità di una situazione anche quando questa sia ben visibile e immediata, e si rimanda amaramente alle scarsissime possibilità che ha, quindi, un problema come quello del riscaldamento globale di essere preso sul serio. Incrociano inevitabilmente il discorso l’attualità pandemica e lo scarso appeal comunicativo di scienziati e titolati. Ancora, incompetenza dei politici, avidità dei multimiliardari tecnologici, confusione delle masse e stupidità assuefatta e autoindulgente dei media sono tutti argomenti messi sul piatto, spesso in maniera efficace. (3,5/5)

Classificone 2021 – Top 11 film e Top 7 serie tv

È inutile che stia a dire quanto la distribuzione sia diventata fluida. Come noi tutti, d’altronde. Alcuni film possono essere stati distribuiti prima del 2021, nei Paesi di origine, ed essere arrivati da noi con calma, su piattaforme o in sala, o anche possono essere stati disponibili prima del 2021, ma io li ho visti qualche mese dopo. Quindi, come discrimine, mi sono dato le nuove uscite cui non ero già arrivato con la classifica dell’anno scorso.

Sicuro dell’interesse suscitato da questa nota metodologica, aggiungo che ben 7 titoli su 11 sono su Netflix (e uno su Prime), complice anche l’aver spulciato nel catalogo estremorientale e aver trovato alcuni filmoni seminascosti. I taiwanesi, i giapponesi, come ai vecchi tempi, come quando giocavamo per strada, felici anche solo spingendo un cerchio di ferro con una mazza di legno. Alcune cose, specialmente serie tv, mancheranno perché al momento non ricordo di averle viste, forse le aggiungerò, non possiamo mai dire quali sorprese riservi il futuro, perché siamo troppo impegnati a guardarci le spalle.

Top 11 del 2021, i film

A Sun (Chung Mong-hong)
La Vetta degli Dei (Patrick Imbert)
The Lighthouse (Robert Eggers)
La Ragazza d’Autunno (Kantemir Balagov)
È Stata la Mano di Dio (Paolo Sorrentino)
A Family (Michihito Fujii)
Dune (Denis Villeneuve)
Malcolm & Marie (Sam Levinson)
The French Dispatch (Wes Anderson)
I Mitchell Contro le Macchine (Michael Rianda)
Words Bubble Up Like Soda Pop (Kyohei Ishiguro)

Top 7 Top 8 Top 9 Top 10 del 2021, le serie tv

Fosse Verdon
Get Back
Legion 3
The Third Day
Succession
Foundation
Strappare Lungo i Bordi
High Fidelity
Scene da un Matrimonio
Ted Lasso

La Vetta degli Dei (Patrick Imbert 2021), recensione

Tratto dal manga di Jiro Taniguchi e Baku Yumemakura, diretto dal francese Patrick Imbert, La Vetta degli Dei è una delle cose più belle viste quest’anno. Il disegno di Taniguchi è fedelmente riportato ed è meraviglioso vederlo in un’animazione in tutto rispettosa, nella costruzione dei personaggi e della storia, nella creazione dei tempi e delle atmosfere.

Era da tanto che non vedevo un film così reale. La montagna disegnata è la montagna vera, ed è il suo racconto possibile. Il disegno fonde la natura all’umano, realizza la sintesi fra l’assoluta alterità – le rocce, il vento, la neve, il gelo – e la coscienza umana. Consapevolezza di stare attraversando spazi estranei, l’immersione in quella stessa estraneità come mezzo per trovare la dimensione di sé.

La Vetta degli Dei è un film classico, e mi sto convincendo che allo stato niente riesca a essere davvero contemporaneo se non un film che nasce con una forte impostazione classica. La tendenza delle rappresentazioni che scivolano via è quella di concentrarsi su un definito aspetto stilistico, o gergale, che durante la visione è facilmente classificabile, e a fine visione è già in buona parte invecchiato. Il regalo di Imbert è un corpo narrativo compiuto, rotondo, dove ogni elemento si mostra con naturalezza, le musiche sottolineano con garbo alcune scene e spesso lasciano spazio al silenzio, come nell’ultima splendida parte del film. Un romanzo visivo di cui è difficile suggerire la bellezza, la necessità, l’umanità, la semplicità, è essenziale esserne spettatori.

(5/5)

Scene da un Matrimonio, la serie tv di Hagai Levi, 2021

Problemi di una coppia borghese, affrontati in interni, attraverso lunghi dialoghi sostenuti quasi esclusivamente dai due protagonisti. Chi non può sopportare Scene da un Matrimonio probabilmente lo sa, gli altri, più o meno per gli stessi motivi, potranno trovare nel lavoro di Hagai Levi una buona serie (molto buona, per quanto mi riguarda). Il campo in cui ci muoviamo è, naturalmente, quello di Malcolm & Marie e Storia di un Matrimonio.

Levi riprende la serie di Bergman del 1973 e costruisce qualcosa di apprezzabile anche e soprattutto perché si distacca dal modello, sostanzialmente fa qualcosa di non bergmaniano. Prima di tutto attraverso la dichiarata inversione dei ruoli, che porta a trovare una dimensione forse più limitata, ma fortemente contemporanea. In maniera indiretta, inoltre, denuncia come certi comportamenti prevaricatori fossero più facilmente accettati, quando perpetrati dalla figura maschile. In secondo luogo, mentre Bergman, anche grazie alla forte costruzione estetica, cristallizza il racconto per metterlo da parte e indagare su di sé, il nuovo Scene da un Matrimonio è realmente incentrato sulle dinamiche della coppia e sul loro evolversi.

Oscar Isaac e Jessica Chastain (i suoi primi piani sono forse la cosa che più ricorda l’estetica di Bergman) riportano individualmente caratteristiche costituzionali e culturali che li rendono differenti, riuscendo a dare vita ai personaggi e portandoli al tempo stesso a essere la sola voce delle condizioni che si vuole esporre e mettere in conflitto. Lo scontro è costantemente dialettico, ed è sempre al centro della scena, in un paritario scambio di rifiuti e ricerche di compromesso. Cinque episodi da un’ora su sky/nowtv.

(4/5)

Squid Game (Hwang Dong-hyuk 2021), impressioni veloci

Trovo sempre piuttosto fastidioso che la dimensione pop prevalga su tutto, con l’immediata frenesia emulativa per bambole meccaniche, biscotti, maschere. Soprattutto quando il tema dichiarato è l’opposto del lasciarsi dominare da quel che è richiesto e da quanto ti rende conforme. Ovviamente l’aspetto glam della produzione non è un incidente, è parte della sua impostazione, anche se non credo avessero previsto un impatto tale. Ma questo riguarda soprattutto il rapporto fra opera e pubblico, che in tutte le produzioni a loro modo spettacolari si basa sul fraintendimento.

La serie in sé non mi è dispiaciuta, certo è sfacciatamente didascalica e alcune cose, come la resa dei VIP, sono realizzate in maniera molto rozza, con frasi e circostanze terribilmente stereotipate. Ma Squid Game è tutto sommato meno esasperato e morboso di altri prodotti coreani, e il meccanismo e la direzione nel complesso funzionano, anche grazie a qualche momento di scrittura ben calibrato.

(3,5/5)

Letture: Fiori per Algernon (Daniel Keyes 1966), Berta Isla (Javier Marías 2017)

Due libri che speravo mi sarebbero piaciuti di più. Fiori per Algernon, “capolavoro della narrativa di anticipazione”, come si proclama in prima e quarta di copertina, lo avevo più volte visto indicare come punto di riferimento per la fantascienza, la narrativa più o meno distopica, non so cos’altro. Racconta, in prima persona, la storia di Charlie Gordon, uomo con ritardo cognitivo sottoposto a un’operazione che ne accresce a dismisura le capacità. Una prima parte del libro faticosa, nel riportare per decine di pagine il diario sgrammaticato di Charlie. Quindi una lunga presa di coscienza delle angherie subite, quando non in grado di comprendere il trattamento sprezzante, o prevaricante, o peggio, perpetrato da persone e familiari nei suoi confronti. Una scrittura piuttosto piatta, un’impostazione da indagine psicosociale con tendenze alla commozione forzata (spoiler: un po’ come un Pinocchio che finisce male), non mi ha offerto spunti che non fossero prevedibili fin dai primi passi.

(2,5/5)

Ho apprezzato davvero tanto Domani nella Battaglia pensa a Me, avevo in programma da tempo un ritorno a Javier Marías. L’altissimo livello della scrittura di Marías è indiscutibile, l’impatto con Berta Isla è affasciante, avvolgente, una costruzione meticolosa dei personaggi prima di tutto, quindi dei tempi e contesti storici e infine delle vicende. Una scrittura estremamente descrittiva, tanto che ho pensato volesse essere, a volte, ostentatamente eccessiva nella sistematica specificazione dei dettagli. A cominciare dalla minuziosa disamina delle caratteristiche fisiche di ogni attore, passando per il prolungamento delle situazioni di confronto, diluite in pensieri interiori, rappresentazioni di gesti, ipotesi e citazioni. Sono assolutamente d’accordo con quanto dice Marías nell’appendice, ovvero che “la parte raccontabile del romanzo è solo quella che sarebbe possibile dire in poche parole qualunque” (ed è una cosa che che vale almeno altrettanto per i film), e che da preferire sono “quei dettagli o episodi che si manifestano o accadono senza un motivo, nella vita come nei romanzi, senza avere altro significato o rapporto con la storia che quello che l’autore o il lettore vogliono attribuirvi in base alle loro facoltà associative”. Quelle parti che quindi definisce come divagazione, digressione, inciso, invocazione lirica, invettiva, metafora proliferante e autonoma.

Tutto estremamente condivisibile, ma la mia lettura di Berta Isla mi ha portato a consideralo un libro dall’impronta estremamente definita, che non riesce ad affascinare con la sua costruzione per tutto il suo lungo svolgersi. Ad ogni modo, un secondo incontro con una scrittura eccezionale, da autore di letteratura vera, che quando sarà il momento giusto porterà a un terzo.

(3/3)

È andata così

I Mitchell contro le macchine: 4/5
Molto divertente e ben fatto I Mitchell contro le Macchine, storia di famiglia mediamente incasinata alla prese con l’apocalisse robot. Animazione con tratti di ibridazione, ritmo veloce ma non epilettico, la migliore produzione occidentale vista negli ultimi tempi. Sta su Netflix.

Luca: 4/5
Un film vero, ben scritto, pieno di riferimenti ma anche di idee, bravi tutti.

A man in love: 4/5
Taiwanese agrodolce alla massima potenza.

The suicide squad: 2/5
Francamente imbarazzante.

Shinko e la magia millenaria: 3,5/5
È un Gualtiero Cannarsi in piena forma, quello dell’adattamento recente di Shinko e la Magia Millenaria. Una lucidità che al confronto l’Hunter Thompson di Paura e Delirio è un monaco birmano. Lui rimane uno dei più grandi misteri italiani, detestato da decenni, è sempre lì. Shinko è un film del 2009 di Sunao Katabuchi, animatore Ghibli che conserva una forte impronta Ghibli. Giappone anni ’50, storie di gioventù agreste, squarci di quotidianità a tratti molto dura (come nel suo più recente In Questo Angolo di Mondo), mitigata dalla voglia di scoprire la vita dei ragazzini protagonisti. Ogni dialogo è reso in maniera assurda e forzata, a volte con errori evidenti di denominazione degli oggetti. L’imbarazzo dei doppiatori è palpabile. Se si riesce a sopportare l’opera del Distruttore, il film è bello, dal taglio letterario, descrittivo e delicatamente biografico.

Riflessi sulla Pelle: 4/5
Scritto e diretto da Philip Ridley, nel 1990. Film con un giovane Viggo Mortensen e protagonista un bambino che ha fatto solo questo, per poi rimanere probabilmente traumatizzato a vita. L’ambiente è l’America delle case di legno oblique, alla Hopper, sperdute nei campi di grano. Una manciata di figure perse nell’isolamento spaziale ed emotivo, in continua relazione con la violenza, la perdita e la morte. Un’impostazione espressionista con luci nette, linee spezzate e balzi su primi piani allucinati. Spazi modellati dallo smarrimento dei protagonisti, una ferocia costante e interiorizzata che sovrappone la specifica realtà – con il completo rifiuto del “diverso”, la negazione e il ribaltamento dell’innocenza – alla violenza e l’abbandono universale. Adotta cornici e personaggi da fiaba cupa, ma senza concedere la scappatoia dell’irrealtà o dell’incubo. Una bestia strana, complessa e disturbante, che difficilmente potrebbe essere realizzata in questo periodo. Si trova su Prime.

A single man: 4,5/5
I film a Tom Ford vengono straordinariamente bene, peccato ne faccia così pochi. Recuperato con ritardo, questo è un film potente ed equilibrato, una grande prova in ogni comparto.

Sing street: 4/5
Storia giovanile romantica agrodolce divertente anniottanta con molta musica. Va dritto per la sua strada, se ne fotte della plausibilità, ma è anche il suo bello.

Vi presento Toni Erdmann: 2,5/5
Mi domandavo se esista l’umorismo tedesco. La risposta definitiva è: no.

Minari: 3/5
Vincitore di varie cose e candidato a molti Oscar importanti, fra i quali film e regia. Avevo letto recensioni solari, speravo in una cosa alla Kikujiro, ma non è precisamente così. Minari è una storia familiare e pionieristica, negli Stati Uniti reaganiani, con genitori, due figli e nonna coreana a cercare di sfangarla negli spazi dell’Arkansas. Un film di confronto umano, interno ed esterno al nucleo, che accosta, nella crescita del figlio minore, il disincanto ancestrale della nonna (personaggio migliore) ai nuovi riti della comunità cristiana d’adozione. Il tutto in diretta dipendenza con le forze della natura e della fortuna. Non è un film opprimente o cupo, ma neanche una passeggiata di salute. Ben diretto, piacevole da vedere, ma non epocale, nel bene e nel male non calca mai la mano.

1917: 2,5/5
Non nutro particolare rancore verso 1917, ma quel che mi viene da dire è che la complessità dell’intreccio se la gioca con L’innaffiatore innaffiato dei Lumière, e che in generale ho avuto l’impressione di attraversare un’installazione sulla prima guerra mondiale. Una World War Experience spesso vuota, visitata fuori dalle ore di punta.

On the rocks: 3/5
Bill Murray è una specie di Berlusconi colto e liberal, e lo fanno recitare più del solito. Dice un buon numero di cose, canta, si muove pure un po’, non si limita a comparire ogni tanto con sguardo Murray. Il film è effettivamente un filmino, Coppola direi invisibile, ma per vedere un piccolo film garbato va bene.

Dov’è il mio corpo?: 4/5
Un bel film, triste ma non mortale, che integra bene il fantastico in modo da dare senso e originalità alla storia di vita.

Uncut gems: 3/5
Non è brutto, ma speravo nel filmone invece è un filmino. Sì c’è Scorsese, De Palma, una gestione del suono che ricorda le voci di Altman, tutte sullo stesso piano, ma più di tutti Ferrara. Quel Ferrara sconclusionato e un po’ pretestuoso di New Rose Hotel e soprattutto Go Go Tales che a me stava assai simpatico, ma che il resto del mondo – che adesso insegue questo titolo dei Safdie – prendeva per il culo e vedeva perso senza l’aiuto di Nicholas St. John. Ferrara aveva la spontaneità del tossico, qui invece ci si prende sul serio e Sandler, visto che ha fatto un film che a lui sarà parso bizzarro, è stato mesi a reclamare Oscar, Nobel, Orsi di pezza. La miriade di riferimenti lascia intendere come l’impianto non sia propriamente rivoluzionario, ma almeno è uno dei pochi titoli a distribuzione Netflix che non ha la patina Netflix.

Ema: 3,5/5
Molto bello da vedere, fotografia limpida, begli interni postindustriali e spazi urbani, azzeccati gli attori, mi aspettavo però qualcosa in più. Specialmente nella scrittura che, dati gli argomenti trattati, rimane forse non troppo d’impatto, come le numerose scene di danza che scandiscono la storia. Comunque un interessante melò moderno. Divertente l’invettiva contro il reggaeton.

Alita: 4/5
Action sci-fi che funziona. Infatti lo hanno mollato a metà della storia.

Dear ex: 3,5/5
Taiwanese un po’ melò, un po’ fumetto. Si lascia vedere, con alcuni momenti buoni.

Raya e l’ultimo drago: 3/5
Esteticamente buono, tutto il resto inconsistente.

Uncle Frank: 3/5
Storia familiare molto minimal, con una protagonista che sembra debba essere tale, e invece è solo un pretesto.

City of lost things: 2,5/5
Un espediente pretenzioso per un film con molti cali.

Gentlemen: 3,5/5
Guy Ritchie funzionante.

Hanna: 3/5
Molto tirato, così tirato da diventare piatto. Saoirse Ronan sempre brava.

Hamilton: 4/5
Spettacolone.

Little Joe: 2,5/5
Un messaggio non banale, ma non basta a fare il film.

Tesnota: 3/5
Kantemir Balagov molto meglio nella sua prova successiva, La ragazza d’autunno. Film per me inquinato dalla violenza reale.

Days (Rizi): 3,5/5
Tsai Ming-liang pittorico, radicale, ma se hai visto tutto il resto hai visto anche questo.

Bande à part: 4/5
Folle.

Anchorman: 2,5/5
Pensavo meglio.

Primo amore: 4/5
Duro, ben fatto, un film vero.

Over the Moon: 3/5
Carino ma anche un po’ troppo plastificato.

Baby Driver: 4/5
(S)corre bene, ci sa mettere il suo, oltre a tanta buona musica.

Mister Link: 4/5
Bella stop motion, molto filmica.

First cow: 3,5/5
Piccolo e poetico racconto western.

Cafè society: 3/5
Si lascia vedere, si dimentica in fretta.

Il mistero Henry Pick: 2,5/5
Speravo meglio, si sorride un paio di volte.

Paura del portiere: 3/5
Le origini di Wenders, interessante.

I origin: 2,5/5
Un film a tema, un po’ new age, tanti sospiri, ma abbastanza inconcludente.

Un altro giro: 3/5
Poco centrato, purtroppo.

Chaos walking: 2,5/5
Sci-fi abbozzata, esteticamente e narrativamente.

Crudelia: 3/5
Bello da vedere, colonna sonora ruffianissima ma ovviamente d’impatto, mantiene non più della metà delle sue promesse.

Vivo: 2,5/5
Un’animazione stravista e poco curata, noiose anche le canzoni.

Words Bubble Up Like Soda Pop: 4/5
Anime ben fatto, forte di una cifra personale. Riuscita rappresentazione dei nuovi mezzi, profili digitali per nuove generazioni e aspiranti idol, che si mescola alla ricerca di emozioni e supporti passati. Bel film sentimentale, che non cade nel sentimentalismo.