Polar (Jonas Åkerlund 2019), quando Mikkelsen non basta

polar-slowfilm-recensioneGuardare i film senza prima saperne niente, non è sempre una buona idea. Nuova poduzione Netflix, Polar, oltre al titolo che identifica una linea precisa del noir, ha in locandina un Mads Mikkelsen sagoma scura in impermeabile, di taglio, mentre nevica, triste con una pistola in mano. Insomma credevo fosse un noir vecchio stile con un approccio contemporaneo all’azione e alla violenza, come Vendicami, e invece è un fumettone pulp anni zero, una cosa che al tempo poteva almeno incuriosire per le scelte tecniche, e che oggi propone solo una collezione di cliché inserita in una sceneggiatura altrettanto frusta. Sin City, Kill Bill, Old Boy e un torture movie a caso sono i riferimenti di Polar, assemblati da un Jonas Åkerlund regista batterista metal svedese che porta al cinema la ridondanza e la teatralità vuota della sua musica preferita.

La storia è quella di Mikkelsen alias Black Kaiser impiegato in una fiorente agenzia di killer. Nel suo lavoro è il migliore e naturalmente la paga è buona, solo la Damocle, come politica aziendale, prevede che tutti i suoi dipendenti – quando ci arrivano vivi – vadano in pensione a cinquant’anni. Per risparmiare la liquidazione, però, spesso li fa ammazzare dai dipendenti più giovani. Che hanno ancora una ventina d’anni buoni davanti e, si sa, a quel’età la lungimiranza non è la prima delle qualità. Contro Mikkelsen, che ha comunque una sua presenza scenica, Matt Lucas incarna uno dei cattivoni più abusati del genere, ciccione unto, ambiguo e depravato con ambizioni nazi-chic vestito da completi dai colori sparati. Davvero uno dei personaggi più stanchi di sempre. Per farla breve, quel che manca con Polar è l’impressione di star vedendo un film. Qualche scena d’azione è quasi apprezzabile, e in generale non ho niente contro la linearità e la semplicità narrativa. C’è pure qualche tentativo estetizzante, per quanto anche questo standardizzato e plastificato nella patina ad alta definizione di molte produzioni Netflix. Polar si risolve nell’inseguimento svogliato di qualcosa che, come nel caso di Sin City, era già nata come una trasposizione meccanica, e quindi sbagliata, dal medium fumetto a quello delle immagini in movimento. Finge di voler essere spinto e cattivo, ma tutto sommato conserva sempre un rassicurante pudore, non riuscendo a trovare una dimensione che non sia puramente consumista.

(2/5)

2 pensieri su “Polar (Jonas Åkerlund 2019), quando Mikkelsen non basta

  1. Sai bene, perché lo affermò ogni volta che mi sia possibile, quanta stima io riponga nella tua capacità di sintesi critica, basata sia sulla conoscenza diretta di tante visioni, sia su un palato costruito ed arricchito da evidenti passione e studio, ma riesco ugualmente a stupirmi della misura con cui riesci ogni volta a non scomporti, evitando di scadere sia nelle derive del facile “capolavorazionismo” (perdonami il neologismo per descrivere un difetto diffuso, del quale ad esempio io sono affetto), sia in quelle delle stroncature da basso trivio, come invece nel caso di Polar io mi sarei personalmente concesso di fare: con tutta la bonomia un po’ vintage che l’appellativo porta con sè, permettimi di dirti infatti che sei un vero signore, per esserti anche preso del tempo per spiegare persino i motivi per cui andrebbe assolutamente ridimensionato un film che, incredibilmente, sta ricevendo sul web accoglienza positiva (forse la cosa più triste di tutte, per via di un certo diffuso asservimento passivo verso uno standard codificato nell’accogliere ogni finta novità) e che per me è invece soltanto una stronzata di dimensioni elefantiache!

    Se già ultimamente avevo un’opinione altalenante della qualità media delle produzioni Netflix, quest’opera mi ha confermato come il piatto della bilancia della sciatteria ripetitiva stia diventando col tempo più pesante.

  2. Ciao Kasabake, grazie ancora per l’attestato di sintonia :) Le produzioni Netflix credo continuino a essere altalenanti, spesso sembra cercare una propria cifra per provare a riproporre generi ampiamente esplorati, dai blockbuster all’indie. Spesso questa cifra distintiva sembra essere affidata a budget più ristretti e a un’universale patina, che non può coprire la sensazione di déjà vu. Va detto che ci sono anche operazioni assolutamente meritevoli, come l’aver permesso l’uscita del “nuovo film” di Welles, la produzione dei Coen, e sicuramente qualche buona serie.

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