Star Wars IX: L’ascesa di Skywalker (J. J. Abrams 2019), il ritorno alla semplicità dell’epica

Cosa abbia il mondo contro Star Wars: l’ascesa di Skywalker, non mi è affatto chiaro. Le critiche, in giro, sono incentrate sul fatto che possa veicolare un “messaggio” conservatore, anche reazionario, rispetto alla confusione da alcuni scambiata per innovazione del precedente episodio di Johnson. Oppure si impegnano in una inspiegabile disamina di tutti testi, in ogni formato, riguardanti la favola inaugurata da Lucas 42 anni fa, per cercare discrepanze ideologiche, spaziotemporali o morali. E il mio filone preferito, quello che si è concentrato sulla legittimità e opportunità della rappresentazione di un bacio fra due donne. Tralasciando, peraltro, di dirci la loro sulla liaison, potenzialmente molto più complessa, fra il rocker di Lost e un lumacone gigante, probabilmente ermafrodita. Insomma, le critiche più diffuse all’Episodio IX hanno una cosa in comune: non c’entrano niente col cinema.

Come film, ché di questo si tratta, l’ultimo Guerre Stellari è, assieme a Solo, il prodotto più gradevole dell’ultimo ciclo della saga. L’Ascesa fa quanto aveva dichiarato di voler fare J. J. Abrams fin dal Risveglio della Forza: raccontare la storia di Rey. Ed è nuovamente un film concentrato sul destino di un personaggio, un film che procede linearmente, per blocchi narrativi ampi che attraverso l’azione “in diretta” ricostruiscono il passato della protagonista e, attraverso la risoluzione dei conflitti, suggeriscono un futuro dalle idee più chiare, per quanto tutto da costruire. Esattamente come fu per Luke Skywalker. Il film scorre velocissimo, il micromontaggio è molto serrato, così come la successione degli avvenimenti e degli scontri. Tutto accade nell’elaborazione del dolore e dei dubbi di Rey, una vigorosa Daisy Ridley che non è chiamata a mostrare un’ampia gamma espressiva, ma che inquadra bene il tipo di emotività richiesta. L’intera parabola è un’unica elaborazione, massima semplicità che taglia fuori quasi ogni elemento di novità, ma ritrova la concentrazione dell’epica e l’interesse per un destino individuale che si fa percorso universale.

Dieci minuti di attesa, di respiro, diluiti all’interno della storia, avrebbero forse migliorato il ritmo del tutto, ma anche l’unitarietà che nasce dalla corsa a testa bassa non mi dispiace affatto. Anche perché visivamente, questa chiusura di Abrams, è fra le più riuscite e coerenti della serie. Il tono vira al cyberpunk, con i colori lividi, gli elementi in burrasca a mostrare e incorniciare l’interiorità dei protagonisti, i relitti tecnologici, un Palpatine che si presenta come la protesi organica di un braccio meccanico. Un burattino, funzionale nel suo ruolo e nel riportare al centro di tutto il percorso dell’eroe. Molti scenari hanno una loro grandezza, l’accumularsi delle navi da guerra – attraversato da un richiamo alla partecipazione alla Dunkirk -, i loro dettagli che formano l’ambiente, la battaglia esterna che ruota attorno a quella interiore. Dal rimettere al centro i nuovi protagonisti – anche Kylo Ren fa un balzo in avanti, essendogli consentito di somigliare di più ad Adam Driver – deriva anche un altro punto di forza della pellicola: la presenza contenuta dei vecchi. I vecchi proprio quelli anziani, quei Mark Hamill e Harrison Ford che hanno continuato a ingombrare, con un certo impaccio, gli ultimi due film, che qui si vedono opportunamente poco, mentre sono richiamati, ricalcati, anche reincarnati i loro personaggi, dal Poe Dameron che rileva Han Solo a Rey, naturalmente vicina al primo Luke.

Un film che avvicina la linearità di A New Hope (1977) al registro più adulto e concitato de La Vendetta dei Sith (2005), dunque due facce dello stesso Lucas, la sua apertura e la sua chiusura, trattate da Abrams in modo rispettoso, asciutto e, specialmente in questo caso, efficace.

(4/5)

5 pensieri su “Star Wars IX: L’ascesa di Skywalker (J. J. Abrams 2019), il ritorno alla semplicità dell’epica

  1. Pingback: [film] Star Wars: L’ascesa di Skywalker | Ilcomizietto

  2. Mi sono trattenuto dal commentare la tua recensione dell’ultimo Star Wars nel più ameno e familiare spazio web della tua pagina Facebook, dove gli interlocutori spesso sono più amici e parenti che non veri followers e dove quindi la battuta salace o la pacca sulla spalla prende lo spazio deputato alla critica estetica, per tacere dell’esegesi.

    In questo sito invece, più riservato alla critica filmica, posso confidarti che mi sono avvicinato alla tua recensione con un certo astio nel cuore e non perché ciò che tu hai saputo così bene evidenziare e dettagliare fosse sbagliato, tutt’altro: ciò che mi tratteneva era il mio preconcetto o meglio un certo astio indisponente nei confronti di questo cinema geneticamente modificato che la Disney sta imponendo quasi come un canone, dal sotto genere action e fantasy supereroistico, fino alla pseudo mitologia nerd di Star Wars, trasformando i molteplici modi possibili di affabulare, nel taccuino di appunti dei marketing manager.

    Penso davvero che ciò che mi ha disturbato maggiormente, come appassionato della settima arte, non sia stato il fatto che a suo tempo George Lucas abbia svenduto la sua idea di cosmic-opera fiabesca (non l’ho mai messa su un piedistallo così alto da piangerne una dignità persa), quanto il pensiero che un così grande potere produttivo concentrato in poche mani riducesse la libertà creativa degli altri cineasti.

    In poche parole, il mio astio nei confronti della nuova trilogia era legata a motivi non filmici e come tale un bravo demiurgo quale tu sei me li ha spazzati via: sono andato al cinema ieri sera e quando alla fine della visione ho cominciato a sorridere per tutto il tempo dei titoli di coda, chiunque avrebbe potuto fraintendere, pensando a quanto mi fosse piaciuto il film (che effettivamente mi è piaciuto molto), quando invece stavo sorridendo pensando alla splendida bontà della tua critica.

    Ti auguro tutto il meglio per questo 2020, così potrò egoisticamente continuare a godere in modo gratuito della tua splendida penna.

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  3. Come sai, caro kasa, sulla Disney la penso allo stesso modo. Non perché, fra le tante cose, ha omologato Star Wars (non ho niente di sacro, neanche Tom Waits), ma per la mutazione, l’eterna ripetizione cui ha sottoposto il cinema d’intrattenimento. Detto ciò, la cosa più sensata è non vedere i film da cui con massima probabilità si verrà respinti, ma dal momento in cui un film lo si vede, bisogna solo essere contenti se una serie di eventi più o meno fortuiti lo ha reso gradevole.
    Molti auguri anche a te per il nuovo anno, speriamo possa dimostrarsi inaspettatamente piacevole anche questo.

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  4. Pingback: Film e serie tv: il meglio dell’anno (2019) e del decennio (2010 – 2019) | SlowFilm

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