Moby Dick (Herman Melville 1851)

La lettura di Moby Dick non è una passeggiata. D’altra parte, le divinità non sono a portata di mano. Il mio è stato un percorso lungo e frammentato, per diversi motivi, che si è concluso una mattina a letto, come quando si era ragazzini. Affrontare il romanzo di Melville significa, per la sua portata, trovare attorno allo stesso altre storie e possibilità, attirate dal gorgo della balena che s’inabissa. Una curiosa ricerca fra le traduzioni italiane, che dopo quella di Pavese hanno proposto versioni fra loro diverse. Dalla scelta di un linguaggio quanto più vicino all’originale ottocentesco, alle traduzioni approssimative, a una che addirittura non comincia con “Chiamatemi Ismaele”. Come si possa volere affrontare Moby Dick senza leggere le precise parole “Chiamatemi Ismaele” è un mistero; io l’ho praticamente cominciato per vedere cosa e come avrebbe scritto dopo “Chiamatemi Ismaele”. Alla fine ho conservato il mio antico tomo con la traduzione di Pietro Meneghelli, che mi è sembrata equilibrata (al contrario dell’impaginazione, davvero brutale nella sua densità). L’altra digressione, prima di cominciare il libro, è quella sulla vita di Herman Melville e sul destino della sua opera. Entrambe, si sappia, parecchio sfortunate. La lettura di Moby Dick offre un’ampia panoramica sull’incrollabile follia di Melville, al cui confronto quella di Achab è una superficiale intemperanza. La follia di Achab è romantica e intensa, ma marginale rispetto alla minuziosa conoscenza che il lettore può acquisire di aneddoti biblici ed etnologici, filosofici e di costume che la vera anima del libro offre. E sulle balene. Il lettore di Moby Dick otterrà una consapevolezza più che apprezzabile di tutto quanto si conoscesse delle balene a metà dell’Ottocento. Dal punto di vista biologico, delle abitudini individuali, dei frammenti di storia umana di cui sono state in qualsiasi modo partecipi, di come viene prima catturato, poi suddiviso, quindi trattato il loro corpo. E ogni singolo arnese, macchinario, utensile congegnato e utilizzato per rendere possibile il processo.

Moby Dick è un’infinità di suggestioni, l’immersione non tanto nel mondo di Ismaele, Achab e Queequeg, ma in tutto quel che incuriosisce e tormenta l’anima di Melville. È un leviatano, il libro stesso, dalla scrittura spaventosamente moderna, spesso ironica, partecipe ma senza eccessi, che guarda dove vuole, dalla prima all’ultima pagina. Senza sentirsi costretta dall’idea di una narrazione unitaria, inseguendo la molteplicità delle strade del pensiero attraverso digressioni, incisi, note, richiami, incarnando nella sua interezza l’assurdità della ricerca umana, e il suo essere, per alcuni, irresistibile. Melville sa di non poter dominare tutto, ma è estremamente affascinato dalla possibilità di perdersi in tutto quel che può attraversare, con o senza una gamba d’avorio.

A chiusura della mia immersione, la Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa, racconto recente di Sepúlveda, vuole riportare le origini di Moby Dick seguendo la storia dal punto di vista del pesce (in questo modo Melville ci tiene a classificarlo), offrendo uno sguardo ecologista e semplificato su quella che è, soprattutto, l’idea condivisa di cosa sia Moby Dick. “Sono stati loro, i balenieri, a raccontare finora la storia della temutissima balena bianca, ma è venuto il momento che sia lei a prendere la parola e a far giungere fino a noi la sua voce antica come l’idioma del mare.” La cosa che meno mi ha convinto è l’idea di dover restituire qualcosa alla natura, mentre quello di Melville è in ogni caso e da ogni punto di vista un enorme, bellissimo dono.

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