Crooner, La Banda dei Brocchi, Il Senso di una Fine, Un Artista del Mondo Fluttuante, Un Pallido Orizzonte di Colline, Stoner, Absurdistan

Crooner (Kazuo Ishiguro, edizione del 2018, ma compare in realtà nella raccolta Notturni del 2008) non è solo un racconto, è un piccolo volume molto elegante, che è bello osservare e sfogliare. Uno sguardo su due uomini, una donna e Venezia illustrato da Bianca Bagnarelli, che contribuisce decisamente a dare identità al tutto.

Un’idea sul tempo, e sulle strategie che ogni persona si costringe a intraprendere per fingere di saperlo contrastare. Un libro di solitudini autoinflitte, che celebra la poesia e la nega, denunciandone l’artificialità. Una bella lettura, per un pomeriggio da passare in altri luoghi e in altri corpi.

[Tutto il resto viene dal passato]

[12 gennaio 2019]

Sabato mattina, finito il primo libro del 2019, La Banda dai Brocchi (Jonathan Coe 2001). Fino a ora l’avevo messo da parte perché l’impaginazione dell’economica Feltrinelli è disumana anche rispetto ai suoi standard.

Bello, un Coe che mi aspettavo vicino alla famiglia Winshaw, mentre ricorda più la formazione umana e sentimentale de La Casa del Sonno. Di Winshaw riprende, in parte, l’ampiezza della struttura e la molteplicità delle linee narrative, pur rimanendo sempre di lettura assolutamente immediata e piacevole.

Adesso sono quasi commosso al pensiero di ritrovare l’interlinea, gli spazi fra le lettere, la dimensione del carattere superiore a quella per un bugiardino, nell’opulenza del tascabile Einaudi.

[18 gennaio 2019]

Il Senso di una Fine (Julian Barnes 2011), chiuso giovedì sera a scuola di danza. Nonostante il tono molto differente la prima metà del libro – quindi le prime 70 pagine – raccontano qualcosa di simile a La Banda dei Brocchi: la scuola, gli amici, il primo amore. Mi ha lasciato, quindi, la sensazione di un riassunto di qualcosa di molto più romanzabile.

Quindi si passa all’attualità di un uomo maturo che fa i conti col tempo, col suo tempo e con la rilettura della sua storia personale, che muta in relazione agli avvenimenti presenti. Mi ha stupito il tono forzato delle frasi di gioventù che dovrebbero essere argute e illuminate, mi ha lasciato abbastanza freddo l’attenzione a un “mistero” dell’intreccio su cui si concentra la seconda metà, non ho trovato la prosa brillante che cercavo in “uno dei maestri del postmoderno”. Rimane una lettura veloce, qualche spunto, un breve scambio di battute con l’avvocato.

[31 gennaio 2019]

Un Artista del Mondo Fluttuante, Kazuo Ishiguro (1986), finito mercoledì sera. Secondo libro nella carriera di Ishiguro, fresco di ristampa causa Nobel, è un’opera già matura, limata, dove si trova la capacità di cambiare il tono della scrittura conservando una riconoscibilità di temi e un’impeccabile pulizia formale.

Narrato in prima persona, da un anziano pittore divenuto celebre in tempo di guerra per l’attitudine patriottica, intento a fare i conti, alla fine degli anni ’40, con la rielaborazione personale e condivisa del passato. Avvolgente e ricercatamente sospeso nell’impossibilità di definire il percorso che traccia la storia di un individuo, lo stile di Ishiguro si conferma fra quelli a me più congeniali.

[Un pallido Orizzonte di Colline, 1982, segna l’esordio di Ishiguro, altrettanto riuscito. Come per Mondo Fluttuante lo sguardo è sull’attitudine giapponese, ritrovando nelle peculiarità di un popolo il modo per descrivere una pressione sociale e uno spaesamento dell’individuo che sono universali, come mostra nei suoi romanzi successivi, a cominciare da Quel che Resta del Giorno (1989)]

[Bonus Tracks: un paio di altri titoli che ricordo di aver letto non troppo tempo fa. Stoner (Edward Williams 1965) è un libro che mi ha profondamente irritato. Lo accosto a quello di Barnes, come opera di cui ho letto lodi ingiustificate, che dovrebbe restituire uno sguardo sull’esistenza e invece offre solo dei personaggi quasi inermi.

Stoner è una delle persone più passive e ottuse che abbia trovato in un libro. Se nella prima parte ho cercato di inquadrarlo, il modo in cui non prova in alcun modo a difendere il rapporto con sua figlia dalla follia della moglie mi ha del tutto spossato. Anche la scrittura è scolastica, sembra quella di una persona che segue delle istruzioni su come scrivere un libro.

Infine Absurdistan (Gary Shteyngart 2006) è stata un’esperienza singolare, ma anche troppo prolungata, troppo intensa. In principio la prosa di Shteyngart è fulminante, un capolavoro di ironia, cinismo, autodistruzione, perdizione.

Rimane tale per tutto il libro, e le numerose vicende di Misha Vainberg, corpulentissimo figlio e orfano di uno degli uomini più ricchi della Russia, diventano sempre più viscose, cupe, si avvitano su un linguaggio che nella reiterazione perde la sua novità per lasciare posto a un personaggio sempre in trappola, ma troppo disinteressato a sé per reagire. Una scoperta, ad ogni modo, che certamente lascia il segno]

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