La perfetta trasposizione di questo periodo

La perfetta trasposizione artistica di questo periodo c’è già, è un film del 1998 di Tsai Ming-liang

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Fireworks – vanno visti di lato o dal basso? (Akiyuki Shinbō, Nobuyuki Takeuchi 2017)

Un bel film d’animazione giapponese, soprattutto un film scritto dal nostro Shunji Iwai. Fireworks – vanno visti di lato o dal basso? racconta, attraverso l’espediente dei salti nel tempo e delle sliding doors, la formazione dei ricordi, dei sentimenti, delle storie, delle speranze e delle perdite, di quando si è ragazzi. L’animazione di Akiyuki Shinbō e Nobuyuki Takeuchi è limpida, inondata di luce come il cinema di Iwai (da cui mi aspetto siano venute anche indicazioni estetiche, avendo inoltre già lavorato con l’animazione di The Case of Hana & Alice), con una splendida costruzione realistica dei contesti e gli ambienti, pronta ad accogliere soluzioni fantastiche, distorsioni della realtà che uniscono sogno e concretezza.

Fireworks è una costruzione onirica che semplicemente si prende la sua libertà, sia dal punto di vista narrativo che da quello estetico, con la sperimentazione di prospettive grandangolari, trasparenze purissime, un uso elegante e ipnotico della computer grafica usata in accordo a tecniche più tradizionali. Quel che vuole rappresentare è la necessità che ha ognuno di costruire il proprio mondo, ipotizzando al tempo stesso scenari differenti, portando diversi punti di vista sulle nostre scelte e i nostri sentimenti. Quella di Iwai è una costruzione romantica, uno sguardo affettuoso sulla solitudine e la ricerca di vicinanza, dove i fuochi d’artificio, a seconda del punto d’osservazione, possono essere piatti o rotondi.  

(4/5)

Crooner, La Banda dei Brocchi, Il Senso di una Fine, Un Artista del Mondo Fluttuante, Un Pallido Orizzonte di Colline, Stoner, Absurdistan

Crooner (Kazuo Ishiguro, edizione del 2018, ma compare in realtà nella raccolta Notturni del 2008) non è solo un racconto, è un piccolo volume molto elegante, che è bello osservare e sfogliare. Uno sguardo su due uomini, una donna e Venezia illustrato da Bianca Bagnarelli, che contribuisce decisamente a dare identità al tutto.

Un’idea sul tempo, e sulle strategie che ogni persona si costringe a intraprendere per fingere di saperlo contrastare. Un libro di solitudini autoinflitte, che celebra la poesia e la nega, denunciandone l’artificialità. Una bella lettura, per un pomeriggio da passare in altri luoghi e in altri corpi.

[Tutto il resto viene dal passato]

[12 gennaio 2019]

Sabato mattina, finito il primo libro del 2019, La Banda dai Brocchi (Jonathan Coe 2001). Fino a ora l’avevo messo da parte perché l’impaginazione dell’economica Feltrinelli è disumana anche rispetto ai suoi standard.

Bello, un Coe che mi aspettavo vicino alla famiglia Winshaw, mentre ricorda più la formazione umana e sentimentale de La Casa del Sonno. Di Winshaw riprende, in parte, l’ampiezza della struttura e la molteplicità delle linee narrative, pur rimanendo sempre di lettura assolutamente immediata e piacevole.

Adesso sono quasi commosso al pensiero di ritrovare l’interlinea, gli spazi fra le lettere, la dimensione del carattere superiore a quella per un bugiardino, nell’opulenza del tascabile Einaudi.

[18 gennaio 2019]

Il Senso di una Fine (Julian Barnes 2011), chiuso giovedì sera a scuola di danza. Nonostante il tono molto differente la prima metà del libro – quindi le prime 70 pagine – raccontano qualcosa di simile a La Banda dei Brocchi: la scuola, gli amici, il primo amore. Mi ha lasciato, quindi, la sensazione di un riassunto di qualcosa di molto più romanzabile.

Quindi si passa all’attualità di un uomo maturo che fa i conti col tempo, col suo tempo e con la rilettura della sua storia personale, che muta in relazione agli avvenimenti presenti. Mi ha stupito il tono forzato delle frasi di gioventù che dovrebbero essere argute e illuminate, mi ha lasciato abbastanza freddo l’attenzione a un “mistero” dell’intreccio su cui si concentra la seconda metà, non ho trovato la prosa brillante che cercavo in “uno dei maestri del postmoderno”. Rimane una lettura veloce, qualche spunto, un breve scambio di battute con l’avvocato.

[31 gennaio 2019]

Un Artista del Mondo Fluttuante, Kazuo Ishiguro (1986), finito mercoledì sera. Secondo libro nella carriera di Ishiguro, fresco di ristampa causa Nobel, è un’opera già matura, limata, dove si trova la capacità di cambiare il tono della scrittura conservando una riconoscibilità di temi e un’impeccabile pulizia formale.

Narrato in prima persona, da un anziano pittore divenuto celebre in tempo di guerra per l’attitudine patriottica, intento a fare i conti, alla fine degli anni ’40, con la rielaborazione personale e condivisa del passato. Avvolgente e ricercatamente sospeso nell’impossibilità di definire il percorso che traccia la storia di un individuo, lo stile di Ishiguro si conferma fra quelli a me più congeniali.

[Un pallido Orizzonte di Colline, 1982, segna l’esordio di Ishiguro, altrettanto riuscito. Come per Mondo Fluttuante lo sguardo è sull’attitudine giapponese, ritrovando nelle peculiarità di un popolo il modo per descrivere una pressione sociale e uno spaesamento dell’individuo che sono universali, come mostra nei suoi romanzi successivi, a cominciare da Quel che Resta del Giorno (1989)]

[Bonus Tracks: un paio di altri titoli che ricordo di aver letto non troppo tempo fa. Stoner (Edward Williams 1965) è un libro che mi ha profondamente irritato. Lo accosto a quello di Barnes, come opera di cui ho letto lodi ingiustificate, che dovrebbe restituire uno sguardo sull’esistenza e invece offre solo dei personaggi quasi inermi.

Stoner è una delle persone più passive e ottuse che abbia trovato in un libro. Se nella prima parte ho cercato di inquadrarlo, il modo in cui non prova in alcun modo a difendere il rapporto con sua figlia dalla follia della moglie mi ha del tutto spossato. Anche la scrittura è scolastica, sembra quella di una persona che segue delle istruzioni su come scrivere un libro.

Infine Absurdistan (Gary Shteyngart 2006) è stata un’esperienza singolare, ma anche troppo prolungata, troppo intensa. In principio la prosa di Shteyngart è fulminante, un capolavoro di ironia, cinismo, autodistruzione, perdizione.

Rimane tale per tutto il libro, e le numerose vicende di Misha Vainberg, corpulentissimo figlio e orfano di uno degli uomini più ricchi della Russia, diventano sempre più viscose, cupe, si avvitano su un linguaggio che nella reiterazione perde la sua novità per lasciare posto a un personaggio sempre in trappola, ma troppo disinteressato a sé per reagire. Una scoperta, ad ogni modo, che certamente lascia il segno]

Moby Dick (Herman Melville 1851)

La lettura di Moby Dick non è una passeggiata. D’altra parte, le divinità non sono a portata di mano. Il mio è stato un percorso lungo e frammentato, per diversi motivi, che si è concluso una mattina a letto, come quando si era ragazzini. Affrontare il romanzo di Melville significa, per la sua portata, trovare attorno allo stesso altre storie e possibilità, attirate dal gorgo della balena che s’inabissa. Una curiosa ricerca fra le traduzioni italiane, che dopo quella di Pavese hanno proposto versioni fra loro diverse. Dalla scelta di un linguaggio quanto più vicino all’originale ottocentesco, alle traduzioni approssimative, a una che addirittura non comincia con “Chiamatemi Ismaele”. Come si possa volere affrontare Moby Dick senza leggere le precise parole “Chiamatemi Ismaele” è un mistero; io l’ho praticamente cominciato per vedere cosa e come avrebbe scritto dopo “Chiamatemi Ismaele”. Alla fine ho conservato il mio antico tomo con la traduzione di Pietro Meneghelli, che mi è sembrata equilibrata (al contrario dell’impaginazione, davvero brutale nella sua densità). L’altra digressione, prima di cominciare il libro, è quella sulla vita di Herman Melville e sul destino della sua opera. Entrambe, si sappia, parecchio sfortunate. La lettura di Moby Dick offre un’ampia panoramica sull’incrollabile follia di Melville, al cui confronto quella di Achab è una superficiale intemperanza. La follia di Achab è romantica e intensa, ma marginale rispetto alla minuziosa conoscenza che il lettore può acquisire di aneddoti biblici ed etnologici, filosofici e di costume che la vera anima del libro offre. E sulle balene. Il lettore di Moby Dick otterrà una consapevolezza più che apprezzabile di tutto quanto si conoscesse delle balene a metà dell’Ottocento. Dal punto di vista biologico, delle abitudini individuali, dei frammenti di storia umana di cui sono state in qualsiasi modo partecipi, di come viene prima catturato, poi suddiviso, quindi trattato il loro corpo. E ogni singolo arnese, macchinario, utensile congegnato e utilizzato per rendere possibile il processo.

Moby Dick è un’infinità di suggestioni, l’immersione non tanto nel mondo di Ismaele, Achab e Queequeg, ma in tutto quel che incuriosisce e tormenta l’anima di Melville. È un leviatano, il libro stesso, dalla scrittura spaventosamente moderna, spesso ironica, partecipe ma senza eccessi, che guarda dove vuole, dalla prima all’ultima pagina. Senza sentirsi costretta dall’idea di una narrazione unitaria, inseguendo la molteplicità delle strade del pensiero attraverso digressioni, incisi, note, richiami, incarnando nella sua interezza l’assurdità della ricerca umana, e il suo essere, per alcuni, irresistibile. Melville sa di non poter dominare tutto, ma è estremamente affascinato dalla possibilità di perdersi in tutto quel che può attraversare, con o senza una gamba d’avorio.

A chiusura della mia immersione, la Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa, racconto recente di Sepúlveda, vuole riportare le origini di Moby Dick seguendo la storia dal punto di vista del pesce (in questo modo Melville ci tiene a classificarlo), offrendo uno sguardo ecologista e semplificato su quella che è, soprattutto, l’idea condivisa di cosa sia Moby Dick. “Sono stati loro, i balenieri, a raccontare finora la storia della temutissima balena bianca, ma è venuto il momento che sia lei a prendere la parola e a far giungere fino a noi la sua voce antica come l’idioma del mare.” La cosa che meno mi ha convinto è l’idea di dover restituire qualcosa alla natura, mentre quello di Melville è in ogni caso e da ogni punto di vista un enorme, bellissimo dono.

Parasite 92° Oscar per il miglior film

La cosa bizzarra con Parasite non è tanto che gli Americani abbiano abboccato al film coreano a misura di occidentale, quanto che, se togliamo il baluardo del partito preso, allora dobbiamo pensare che davvero abbiano creduto che nei precedenti 91 anni il film migliore del mondo fosse statunitense.

JoJo Rabbit, Piccole Donne, The Wonderland, un pacchetto di cose belle

Vi avverto: è un pacchetto di cose buone. Lo so, non capita spesso, ma capita. JoJo Rabbit (Taika Waititi 2019) era un titolo su cui nutrivo molte riserve, invece è uno dei migliori film dell’anno e fra i candidati all’Oscar, assieme a A Marriage Story. Scarlett Johansson, davvero brava in entrambe le pellicole, è un’attrice capace ed espressiva, quando è chiamata a fare film veri (mentre sembra più impacciata di altri colleghi in zavorre come Ghost in the Shell o i circhi Marvel). Sì, il film riprende colori, personaggi e visioni frontali à la Wes Anderson, e anche la rielaborazione faceta del nazismo non è nuova. Eppure JoJo riesce a essere abbastanza originale e soprattutto spontaneo, non è l’ennesima pellicola buttata lì.

È un film che va visto, un insieme di registri, personaggi e situazioni spesso sopra le righe ma non per questo privi di senso, un miscuglio di umanità che rende soprattutto assurda la mancanza della stessa. Bravi gli attori, ottimo il ritmo, c’è anche un pezzo di Tom Waits, molto bene. Tornando a Marriage Story, spunta fuori che assieme a JoJo mettono sul tavolo una sorta di rivincita del cinema indie, i cui canoni da qualche tempo sembravano usurati dalla ripetizione. In più, in un anno in cui molti grandi autori e molti presunti grandi film hanno, invece, una consistenza quasi effimera.

(4/5)

Anche Piccole Donne di Greta Gerwig (2019) può contare su ottime performance, in particolare su Saoirse Ronan, credo la migliore attrice della sua generazione: sembra sempre nata e cresciuta nei film che si trova ad abitare. E lo dicevo già ai tempi del pur brutto Amabili Resti.

Gerwig riesce a dirigere un classico contemporaneo: rispetta la storia, le dà un ritmo moderno, senza compromettere il suo essere un romanzo di formazione in costume. Un film solido e delicato, da cui traspare una reale passione per il soggetto che traspone, un bel lavoro.

(4/5)

Birthday Wonderland, o The Wonderland (Keiichi Hara 2019) mi sembra non abbia fatto molto parlare di sé, neanche negli spazi dei cultori del genere. Si tratta, invece, di uno dei migliori anime dei tempi recenti e, altra buona notizia, lo si può facilmente vedere su Prime Video. L’autore è quello di Miss Hokusai, quindi ambienti curati e figure realistiche, quasi imponenti rispetto alle stilizzazioni spesso offerte dall’animazione giapponese, e ancora momenti poetici ed evocativi, da ritrovare nella visione piena e personale che l’artista dà del mondo. Hanno in effetti questo in comune, i tre titoli di questo articolo: non sono completamente originali, guardano a testi, epoche, mezzi espressivi pre-esistenti, ma sanno rielaborare e riproporre mostrando la necessità della comunicazione e la volontà di farsi conoscere, di entrare in contatto con lo spettatore; in tre modi diversi, sono film intimi, con in primo piano vicende e caratteri femminili.

Birthday Wonderland è una favola dalla forte componente fantastica che prende moltissimo da Miyazaki e Takahata, in particolare nello sviluppo dei personaggi – che non devono mai apparire troppo definiti – e nell’amarezza dei riferimenti al reale. Un richiamo alla ferita atomica, quasi immancabile nei lavori nipponici, che però qui diventa volontà di rielaborazione e di rinascita. Una sovrapposizione simbolica che non riguarda più solamente la compresenza di bene e male nelle caratterizzazioni, ma anche la necessità di condividere il dolore per poterlo assorbire. Oltre questo, Birthday Wonderland richiama Alice, modello immancabile per i viaggi fantastici e di riconoscimento di sé, come La Bella e la Bestia e altri archetipi della fiaba a cavallo fra Oriente e Occidente. Alla piccola di casa (7 anni) è piaciuto molto, e anche ai suoi genitori.

(4/5)

Tolo Tolo (Checco Zalone 2020), la comodità di non dover vedere un film

Lasciare traccia di un film visto da almeno un Italiano su dieci. Un film divisivo, che ha stuzzicato chi, come Ignazio La Russa e migliaia di sostenitori del “centrodestra moderato” (‘sta cosa fa troppo ridere, pensa se fossero smoderati), credeva di vedere due ore di insulti agli immigrati scrocconi (davvero, sei La Russa, capisco tutte le attenuanti del caso, ma perché dovrebbe esserci un film del genere al cinema?), e chi ha visto nel lavoro di Zalone un film che certifica e nutre un sentimento popolare fatto di comprensione e propensione all’accoglienza.

Credo che il motivo principale del successo del film di Zalone sia che non è un film. Il linguaggio è quello dello sketch televisivo, le canzoni “satiriche”, sul modello Crozza o d’avanspettacolo contemporaneo, condiscono pezzi sanremesi o da Zecchino d’Oro, straordinariamente innocui, con qualche parolaccia oltretutto censurata. Le scene si susseguono inconcludenti, spesso l’unico obiettivo è arrivare al bofonchio o alla faccia smarrita del Nostro, per poi chiudersi drasticamente e passare allo sketch successivo. Ma soprattutto, Tolo Tolo ripete ossessivamente le parole d’ordine quotidiane dell’Italiano che affronta eroicamente l’esistenza, combattendo contro Iva, Ici, impedimenti burocratici, contributi, soldi all’ex moglie, e duepalle discorrendo. Sei milioni di persone sono andate al cinema per non trovarci nessuna elaborazione, nessuno sguardo o pensiero, per essere cullati dalla stessa realtà che trovano in tv e nelle cene fra adulti. Una comodità enorme, tutto già sperimentato e compreso, commentato e condiviso.

Apparentemente, il discorso principale riguarda l’odissea di uno Zalone che, in Africa, sperimenta le difficoltà e poi lo spaesamento degli Africani per arrivare in Europa. In pratica questo discorso, probabilmente affidato alle consuete banalizzazioni del co-sceneggiatore Paolo Virzì, sfiora temi terribili – i naufragi in mare, i lager libici, gli atti di guerra diffusi e imprevedibili – non per veicolarli attraverso una lettura ironica, alternativa, ma per seppellirli sotto quella inscalfibile valanga di normalità che è Zalone. Che probabilmente non potrà arricchire la consapevolezza di chi a questi temi era già sensibile, né sposterà di un centimetro chi da tempo ritiene che queste siano realtà molto meno vere e importanti, rispetto a ogni aspetto pur minimo delle italiche vite contributive, professionali e familiari, ma, come ogni prodotto rassicurante e televisivo, potrà certamente far vendere più crema idratante.

(2/5)

The New Pope – episodi 1 e 2 (Paolo Sorrentino 2020)

[Con Spoiler generici] Premesso che The Young Pope mi piacque parecchio, The New Pope è uguale ma diverso. Nonostante la continuità sia completa, i primi due episodi trattano la storia in maniera più frammentata, ognuno racconta in modo compiuto una parte della trama orizzontale. Il primo ha un tono decisamente introduttivo, e accoglie anche le soluzioni un po’ forzate delle narrazioni di breve durata. La sfrontatezza visiva di Sorrentino (che credo continui ad avere un apprezzabile fascino) rimane, e se le digressioni musicali nella stagione passata trovavano l’ambasciatrice svedese (o di qualche Paese vicino) coreografare elegantemente Nada, qui ci sono suore cubiste che richiamano più i neon e la sensualità esasperata di Loro (la sessualità e la sua repressione hanno in generale un ruolo importante). In altre occasioni si fa sfoggio di simmetrie, prospettive in profondità e dolly, come nella scena del conclave. Più che per dare solennità, per creare un commento grottesco, accompagnando scene ordinatamente fredde e geometriche con musiche pop e mostrando i calcoli molto terreni che sottendono le cose spirituali. Malkovich (bravissimo) compare nel secondo episodio, spingendo l’acceleratore sui conflitti verbali, l’unica via per contrattare compromessi fra differenti visioni della vita e dell’esercizio del potere.

(4/5)

Film e serie tv: il meglio dell’anno (2019) e del decennio (2010 – 2019)

I film del 2019

La Favorita
Martin Eden
Marriage Story
Star Wars IX: L’ascesa di Skywalker
Aniara

Le serie del 2019

Too Old to Die Young
The Marvelous Mrs. Maisel
Good Omens
The Witcher
Undone

Menzione per 30 Rock (è più vecchia, ma senza dubbio la cosa più divertente vista quest’anno, imperdibile per chi l’ha persa)

2010
Visage | Tron Legacy
2011
The Tree of Life | Non Lasciarmi
2012
Cosmopolis | Vita di Pi
2013
La Quinta Stagione | Only God Forgives
2014
A Proposito di Davis | The Wolf of Wall Street
2015
Sicario | Birdman
2016
Paterson | Little Sister
2017
Blade Runner 2049 | Virgin Mountain
2018
The Death of Stalin | The Florida Project
2019
La Favorita | Martin Eden

Menzione per le due serie del decennio: Twin Peaks 3 e True Detective

Storia di un Matrimonio – Marriage story (Noah Baumbach 2019)

Marriage Story è un film ben diretto e ben scritto (benissimo, rispetto alla media corrente), con due attori, Scarlett Johansson e Adam Driver, che somigliano alle persone reali, perché rappresentano emozioni reali, giustificate dalla storia, e le dividono e condividono, le strattonano e con sapienza le tirano una delle mani dell’altro. Non ha momenti morti e può contare su una manciata di comprimari da urlo, a cominciare da Ray Liotta. Mostra la sofferenza e la disgregazione, e la formalizzazione delle stesse, il modo in cui ogni dolore può e deve essere classificato e soppesato, facendolo rientrare in agili categorie giuridiche sperimentate da migliaia d’altri. Costruisce dettagli significativi e li adagia in movimenti e incidenti quotidiani, dà tempo alle scene ma non le annacqua mai, racconta realisticamente ma mette in sottofondo la musica del cinema che ha visto il suo autore, riuscendo a non tradire nessuno dei due mondi. Appongo il mio sereno e convinto “avercene”.

(4/5) – su Netflix