Minima Immoralia: I Miserabili, BlaKkKlansman, Border, Favolacce, Pinocchio, La Famosa Invasione degli Orsi in Sicilia, Mià e il Migù

I Miserabili – Les Miserables (Ladj Ly 2019) Una giornata nelle periferie di Parigi che riassume anni di stratificazioni e tensioni sociali. Film forte e doloroso, un discorso ampio e decentrato che vuole essere un’istantanea di molti mondi, riportati a una violenta situazione di stallo. Molto ben fatto anche cinematograficamente: sceneggiatura ritmata e tesa su regia documentaristica, con rimandi a Spike Lee e Scorsese, o anche a un Greengrass con meno affanno. Da vedere. (4/5)

BlaKkKlansman (Spike Lee 2018), forse il mio film preferito di Lee, assieme a Fa’ la Cosa Giusta. Un film schiettamente politico, che ricostruisce una vicenda e degli ambienti degli Stati Uniti razzisti degli anni ’70. Uno di quei casi in cui essere diretti non vuol dire essere didascalici, ma più che altro non volersi perdere nelle stronzate. La cosa è possibile grazie a una storia che si racconta da sola, ed è raccontata meglio da attori (John David Washington e Adam Driver) e autori in perfetto tono. C’è la ricostruzione, c’è il cinema e il suo impatto sulla storia (spettacolare il dito puntato contro Nascita di una Nazione), c’è il richiamo diretto alle follie di qualche anno fa che anticipano perfettamente la follia più recente, successiva al film: l’omicidio di George Floyd, la reazione, la straordinaria capacità dell’Occidente di stare sui social a discettare se le discriminazioni esistano o meno, a ricercare sfumature. (4,5/5)

Border – Creature di confine (Ali Abbasi 2018) Dalle pagine di John Ajvide Lindqvist era già nato l’ottimo Lasciami Entrare, per la regia di Tomas Alfredson; Border ha avuto anche più fortuna, ma a me è appena piaciucchiato. I temi rimangono simili, la diversità, che si rispecchia in una unicità o menomazione sessuale che isola i protagonisti, alla ricerca di un’appartenenza. Chi ha amato Border credo abbia concesso molto alla storia, anche romantica, dei protagonisti, e abbia sottovalutato degli aspetti di violenza – concettuale prima che visiva, di efferata vendetta verso il genere umano – che, non ben amalgamati né giustificati, finiscono per sabotare la forza del racconto. Oltre alle perplessità nella gestione dei temi, Border è più lontano da me anche nelle preferenze estetiche. Lasciami Entrare e Border credo siano due lati della stessa medaglia, su temi vicini il primo è la rivisitazione del mito del vampiro, il secondo guarda ai licantropi (anche se in giro si parla più di troll, ma il lato canino mi pare evidente). Se Lasciami Entrare, che mi è più affine, è la neve, il ghiaccio, i silenzi, le linee chirurgiche, Border è la terra, gli odori, i sensi in continua stimolazione, i colori caldi. (3/5)

Favolacce (Fabio e Damiano D’Innocenzo 2020). Un film che non mi ha convinto. Una rappresentazione molto drammatica e nichilista della famiglia, della società, una disperata cancellazione del futuro. Tutti temi che spesso mi affascinano, e che anche in Italia e di recente hanno trovato, con lo stesso Garrone, con Caligari, in parte anche con Pietro Macello, espressioni eccellenti. Volendo guardare ai cugini greci, Lanthimos ha costruito su questi temi alcuni dei suoi titoli migliori e più spiazzanti, da Dogtooth ad AlpeisQuello dei D’Innocenzo è un approccio che in qualche modo richiama la fissità e il grottesco di Lanthimos, ma sembra un compito che punta tutto sull’impatto della conclusione, sulla chiusura della tesi. Gli adulti esplicitano costantemente la loro violenza, la raccontano, se ne vestono, i bambini sono vittime silenziose, nel mezzo, alla fin fine, ci viene offerto assai poco. (2,5/5)

Pinocchio (Matteo Garrone 2019). La storia di Pinocchio è per tutti ormai così priva di sorprese, che a stupire dev’essere la sua trasposizione. Io non sono un pinocchista, ma la faccio breve: Garrone ha fatto un gran film. È fedele al testo, ma anche superiore allo stesso, lo esalta e lo porta a trovare la dimensione visiva che, a questi livelli, non aveva mai avuto. Così il Pinocchio di Garrone crea un mondo fantastico unico (per certi aspetti, e soprattutto certe luci, vicino al trattamento fatto con Basile, ma senza truculenze, più compatto e con maggiori rimandi alla contemporaneità), degno della fama mondiale dell’opera, un gotico rurale meraviglioso a vedersi per tutta la sua durata. Ma non è solo un esercizio estetico, è anche una parata di personaggi, con in testa Roberto Benigni a incarnare il Geppetto più umano e naturale possibile, che offrono con generosità la loro presenza, rendono reale la fiaba e costruiscono uno splendido omaggio al teatro, tratteggiando i loro caratteri anche in pochi secondi o in una manciata di battute. Garrone è probabilmente il nostro miglior regista. (4,5/5)

La Famosa Invasione degli Orsi in Sicilia (Lorenzo Mattotti 2019). Uno splendore, una favola sul confronto, il conflitto, l’integrazione, riportata in immagini e colori pieni di una bellezza rara. Le animazioni, le linee nette e geometriche che si fanno anche morbide mi hanno ricordato l’altrettanto riuscito The Secret of Kells, ma sono poi i tratti consolidati del bravissimo Mattotti. (4/5)

Mià e il Migù (Jacques-Rémy Girerd 2008) è un altro piccolo grande film per tutti. Qui le immagini sono disegnate, i tratti evidenti di matita a dare le espressioni, i colori sfumati nei campi lunghi, un altro modo per riportare nell’estetica il fascino della natura e del suo respiro. Molteplici ed evidenti i richiami al Miyazaki naturalista di Mononoke e Totoro, e anche al sodale Takahata, nelle sperimentazioni de La Principessa Splendente e, semplicemente, nella figura di Heidi. Una storia profonda trattata con lievità, che si concede ottimismo senza diventare lezioso e riesce a portare calore nei suoi personaggi. (4/5)

Devs: Alex Garland, la libertà e la predeterminazione in un’ottima miniserie

Devs è la miniserie di un Alex Garland in crescita. Ex Machina, suo primo lungometraggio da regista, mi parve un po’ premasticato; Annientamento, al netto di qualche scena abbastanza grossolana, mi piacque (poi ho persino letto la Trilogia dell’Area X, carina, ma non abbastanza epocale da giustificarne la lunghezza); Devs (8 episodi da 45′) conserva le forme più distaccate e asciutte di Annientamento ed è il suo lavoro più uniformemente riuscito.

Si tratta di una serie sci-fi con al centro l’unico, complesso argomento della predeterminazione, e quindi dell’autodeterminazione. Devs è bella perché è abbastanza inutile spiegare cosa la faccia funzionare: se sei in linea con un certo tipo di temi e una certa modalità di narrazione funziona e basta. L’immersione è immediata e costante, in una forma da thriller desaturato che procede in maniera precisa, avvolgente, che guarda argomenti vasti riuscendo a circoscriverli e definirli, trattandoli in modo diretto.

[Con spoiler tematici] Devs (ex machina) adopera la tecnologica come pretesto per dare forma alle ossessioni umane, prima fra tutte la creazione di Dio. Per quanto la parte “tecnica” sia data per scontata, riguardo la sua esistenza e possibilità, la sua raffigurazione visiva è una delle cose più affascinanti della serie, gli spazi simmetrici, definiti eppure eterei, le pareti, superfici e luci dorate, gli schermi che spezzano le figure, sgranano le immagini di altri luoghi, le icone giganti e opprimenti, i suoni bassi che formano il respiro del racconto, costruiscono un’atmosfera coerente, un’idea, uno stato d’animo che sono il veicolo di tutto.

Devs è una macchina che contiene in sé il mondo, ne conosce completamente le dinamiche, gli esseri e le forze che contiene, e può quindi risalire, scorrendo attraverso gli effetti e le loro cause, a ogni momento della sua realtà. Allo stesso modo, padroneggia l’unica concatenazione possibile di ogni causa ed effetto futuro. L’invenzione tecnologica che nella fantascienza è chiamata a rendere plausibile il proprio racconto, qui è volutamente messa da parte, perché quel che si chiede allo spettatore è letteralmente un atto di fede, dalle conseguenze profonde dal significato al tempo stesso opprimente e liberatorio.

Devs è un continuo specchiarsi, viaggia fra il terrore della mancanza di scelta, nell’essere solo spettatori di sé stessi mentre si segue un percorso non modificabile, alla cupa speranza che sia davvero così. E il suo discorso, che unisce molti aspetti, tocca l’esistenza, l’immagine e i sensi, la coscienza della realtà e la sua rinuncia. Gli spazi di Devs sono luoghi mistici e privi di azione, come quelli di Stalker, dove la salvezza e la dannazione sono la stessa cosa, dove tutto accade in risposta a una domanda che non si sa di custodire, mentre fra ogni cosa è ciò che più ci caratterizza e ci consuma. Le immagini che Devs mostra sono nebbia digitale, come i sogni in cui si perdono i protagonisti di Until the End of the World, immagini in cui spiamo noi stessi e da cui discende la nostra stessa esistenza, nella paura e la speranza di essere parte di un unico meccanismo, in cui, alla fine, ogni elemento ha lo stesso motivo di esistere.

(4,5/5)

La Vita Nascosta – A Hidden Life – Radegund (Terrence Malick 2019)

A Hidden Life è un film che respira, si espande nel suo senso universale, morale, e si contrae conservando la dimensione intima della vita che racconta e delle esistenze a questa direttamente collegate. La sovrapposizione fra questi due piani è possibile solo attraverso l’esasperazione della vita e delle scelte dell’individuo, così il nuovo film di Terrence Malick è chiamato a esprimere una forza e una tensione immani; è un film doloroso, trattato dall’autore con la sincerità che caratterizza il suo cinema.

La storia, vera, è quella di Franz, che dalla quotidianità rurale e montana nel paese austriaco di Radegund, con la moglie Fani e le figlie, viene strappato quando è chiamato alle armi e a giurare fedeltà a Hitler. Rifiutando entrambe le imposizioni, viene arrestato per tradimento.

La Vita Nascosta riprende con forza i temi principali della poetica di Malick e li riporta in una storia reale, lasciando che che gli elementi concreti ed eterei si diano forza a vicenda. Alla “natura”, femminile, in cui la vita umana s’intromette senza stravolgimenti, ancora si contrappone la “cultura” maschile, la guerra, le geometrie del carcere spezzano le forme irregolari degli spazi aperti e la lontananza trasforma anche il lavoro nei campi in una condanna. Malick porta il suo racconto nella percezione di Franz e secondariamente di Fani: tutto quello che ascoltiamo e vediamo – attraverso i suoni ovattati e le distorsioni grandangolari – è filtrato dal loro pensiero, dalla domanda di cui il protagonista non può negare di possedere già la risposta.

C’è una forte componente religiosa, cattolica, nel pensiero di Franz e nel suo rifiuto a giurare fedeltà al nazismo, ma il film è molto più complesso di così. Sarebbe riduttivo vedere nella sua storia quella di un martirio, a Franz non è richiesto di abiurare la propria fede, quel che caratterizza la sua obiezione, la sua scelta, è l’impossibilità di concedersi di fare la cosa sbagliata. Una scena centrale, in un dialogo con Bruno Ganz – qui nel suo ultimo ruolo – è il fulcro attorno a cui ruotano tutti gli altri dubbi, le sofferenze, gli incontri, i pensieri, le perdite; la resistente certezza, mentre è rinchiuso e torturato, di non poter rinunciare alla propria libertà.

Malick firma una soggettiva – in senso espressivo, non tecnico – imponente e importante. Racconta con tutta la pietas cui l’autore può ricorrere, attraverso un linguaggio visivo avvolgente e totalizzante trasforma il virtuosismo della sospensione, della luce, della ricostruzione del privilegio documentario, nella grazia dell’interiorità resa visibile.

(4,5/5)

La sospensione

satantango

In Stalker la sospensione del tempo è una condizione estranea e imposta, chi si avventura nella Zona lo fa portando con sé delle domande, lo fa alla ricerca di qualcosa; è la Zona stessa, impermeabile alle necessità, a imporsi come pura sospensione. La sospensione di Tsai Ming-liang è la più condivisa e romantica, l’azione è ferma per esprimere stati d’animo che riflettono su loro stessi, si prolungano fino al possibile e si consumano. Peter Greenaway è il più cattivo, del tempo mostra gli effetti, la forza fisica; il tempo stesso, come se avesse volontà, osserva e cataloga le vittime passive dei suoi esercizi. Terrence Malick porta la sospensione all’esterno, gli uomini spesso la ricercano, ma possono solo esserne sfiorati in modo casuale, altrimenti il loro impegno si esaurisce nel peso che ognuno è disposto ad assegnare alle risposte che si dà. La sospensione di Kurosawa è estetica che sottolinea la storia, similmente a quella di Herzog, mentre con Jarmusch la sospensione serve a non prendere niente troppo sul serio. Il tempo sospeso di Bela Tarr è uno stato dormiente che prova a coprire la furia, senza poterci riuscire. La sospensione di Altman nasce dal ricordo, dal portarsi dietro il passato, è la più reale e la più poetica. La sospensione nella vita reale non esiste, è soprattutto attesa del futuro, per questo vale la pena rifugiarsi nel cinema.

I Figli del Mare – Children of the Sea (Ayumu Watanabe 2019), animazione splendida per un racconto non convenzionale

Un’animazione visivamente splendida, un racconto fluido, liquido, non convenzionale, che lascia dialogare quotidianità e grandezze incommensurabili. I Figli del Mare è la nuova produzione dello Studio 4°C, da cui vengono alcuni degli anime più riusciti e memorabili della contemporaneità, a cominciare dal capolavoro Tekkonkinkreet.

Diretto da Ayumu Watanabe e tratto dal manga di Daisuke Igarashi, Children of the Sea è la storia della ragazzina Ruka e dei nuovi amici cresciuti, e “mutati”, in mare, i fratelli Umi (Mare) e Sora (Cielo). Dall’interno verso l’esterno, si esplora l’intimo dell’essere umano, la scintilla che custodisce, quindi il suo corpo, la fusione con gli elementi, l’acqua e l’aria, la corrispondenza con l’Universo e il rispecchiarsi dello stesso nell’essenza dell’individuo. La complementarietà dei due fratelli – uno scuro e vivace, capelli cortissimi, l’altro taciturno e fatalista, evanescente nel suo pallore androgino – è la ricerca dell’equilibrio degli elementi e delle sensazioni, la propensione naturale alla scoperta e allo smarrimento.

Una raffigurazione totalizzante della natura e in particolare dell’acqua, elemento vitale e anteriore a ogni storia, che ricorda in alcuni momenti una versione più adulta di Ponyo, la forza visionaria in crescendo che porta verso una cosmogonia – trasportata dalle musiche di Joe Hisaishi –  vicina a The Tree of Life. La meraviglia è anche e soprattutto nel tratto. Il character design, che anche nelle produzioni più riuscite spesso propone protagonisti standardizzati, qui realizza personaggi originali, figure dagli sguardi enormi in cui si rispecchia la luminosità del cosmo e delle creature marine. Corpi fatti della stessa sostanza del mondo che vivono e delle scoperte che attraversano, un iperrealismo al servizio di dettagli minimali – le espressioni nei lineamenti tenui e nei tratti definiti delle ciglia, i gesti che modificano le possibilità dei corpi – e di ampi scenari pieni di bellezza sgargiante, vitale e malinconica.

In streaming su diverse piattaforme, la più economica VVVVID, molto buono anche l’adattamento.

(4,5/5)

Fireworks – vanno visti di lato o dal basso? (Akiyuki Shinbō, Nobuyuki Takeuchi 2017)

Un bel film d’animazione giapponese, soprattutto un film scritto dal nostro Shunji Iwai. Fireworks – vanno visti di lato o dal basso? racconta, attraverso l’espediente dei salti nel tempo e delle sliding doors, la formazione dei ricordi, dei sentimenti, delle storie, delle speranze e delle perdite, di quando si è ragazzi. L’animazione di Akiyuki Shinbō e Nobuyuki Takeuchi è limpida, inondata di luce come il cinema di Iwai (da cui mi aspetto siano venute anche indicazioni estetiche, avendo inoltre già lavorato con l’animazione di The Case of Hana & Alice), con una splendida costruzione realistica dei contesti e gli ambienti, pronta ad accogliere soluzioni fantastiche, distorsioni della realtà che uniscono sogno e concretezza.

Fireworks è una costruzione onirica che semplicemente si prende la sua libertà, sia dal punto di vista narrativo che da quello estetico, con la sperimentazione di prospettive grandangolari, trasparenze purissime, un uso elegante e ipnotico della computer grafica usata in accordo a tecniche più tradizionali. Quel che vuole rappresentare è la necessità che ha ognuno di costruire il proprio mondo, ipotizzando al tempo stesso scenari differenti, portando diversi punti di vista sulle nostre scelte e i nostri sentimenti. Quella di Iwai è una costruzione romantica, uno sguardo affettuoso sulla solitudine e la ricerca di vicinanza, dove i fuochi d’artificio, a seconda del punto d’osservazione, possono essere piatti o rotondi.  

(4/5)

The New Pope – episodi 1 e 2 (Paolo Sorrentino 2020)

[Con Spoiler generici] Premesso che The Young Pope mi piacque parecchio, The New Pope è uguale ma diverso. Nonostante la continuità sia completa, i primi due episodi trattano la storia in maniera più frammentata, ognuno racconta in modo compiuto una parte della trama orizzontale. Il primo ha un tono decisamente introduttivo, e accoglie anche le soluzioni un po’ forzate delle narrazioni di breve durata. La sfrontatezza visiva di Sorrentino (che credo continui ad avere un apprezzabile fascino) rimane, e se le digressioni musicali nella stagione passata trovavano l’ambasciatrice svedese (o di qualche Paese vicino) coreografare elegantemente Nada, qui ci sono suore cubiste che richiamano più i neon e la sensualità esasperata di Loro (la sessualità e la sua repressione hanno in generale un ruolo importante). In altre occasioni si fa sfoggio di simmetrie, prospettive in profondità e dolly, come nella scena del conclave. Più che per dare solennità, per creare un commento grottesco, accompagnando scene ordinatamente fredde e geometriche con musiche pop e mostrando i calcoli molto terreni che sottendono le cose spirituali. Malkovich (bravissimo) compare nel secondo episodio, spingendo l’acceleratore sui conflitti verbali, l’unica via per contrattare compromessi fra differenti visioni della vita e dell’esercizio del potere.

(4/5)

Martin Eden (Pietro Marcello 2019), una storia splendidamente irrisolta

Alla prima prova con il cinema completamente “di finzione” e con una produzione verosimilmente più corposa, Pietro Marcello regala uno dei migliori film visti negli ultimi tempi. Trasposizione italiana e campana del Martin Eden di Jack London, il Martin Eden di Marcello è un film pienamente narrativo, ma ancora sospeso e ricco di digressioni, solido come un romanzo eppure libero, nelle attrazioni visive che può costruire il cinema. Una storia individuale e personale, probabilmente in parte autoriflessiva, che riesce a dissolversi nel tessuto delle immagini e dei ricordi: una visione diffusa, universale, che viene dall’idea autoriale del mezzo cinematografico come fusione fra testimonianza e tradimento.

Ci sono molti motivi per amare Martin Eden. Le ottime interpretazioni – da Luca Marinelli, cui sono concessi picchi istrionici, al resto del cast, spesso chiamato a dare un contesto verista -, l’uso delle musiche, l’introdurre e affrontare temi complessi senza avere l’ambizione di definirli compiutamente o esaurirli. Ancora, il raccordo fra luoghi diversi, fra gli scorci perfettamente fotografati e gli sgranati stralci d’archivio – ricorrenti nel lavoro di Marcello – che conservano l’anima documentaristica, i richiami alle migrazioni contemporanee, agli uomini in ricerca di rifugio. Ma più di tutto, Martin Eden è il racconto di una persona frammentata, in cambiamento ma senza una direzione certa. Incompiuta come le vite sempre in movimento de Il Passaggio della Linea, come la storia d’amore fra Enzo e la transessuale Mary de La Bocca del Lupo, come il viaggio del pulcinella sospeso fra due mondi di Bella e Perduta. È la storia di una persona irrisolta, e sono le mie persone e storie preferite.

(4/5)

Dilili a Parigi (Michel Ocelot 2018), Penguin Highway (Hiroyasu Ishida 2018)

Michel Ocelot, il padre di Kirikù, torna al cinema con un’altra storia fantastica e una piccola eroina di colore, Dilili, giovane canachi portata nella Parigi di fine ‘800 per mettere in scena la vita del suo popolo, in una sorta di parco a tema. Il settantaseienne Ocelot, studioso d’arte e pittore, mette in Dilili a Parigi il suo sguardo vivace e diretto, definito e raffinato, per comporre una storia dai contenuti anche forti, sostenuti proprio dalla semplicità e l’immediata bellezza delle immagini. Un cinema puro, in senso morale ed etico che si fa senso estetico, che esplicita e nobilita gli intenti didattici e traduce, per i più piccoli, contenuti anche torbidi. Al centro dell’intreccio, infatti, c’è un’organizzazione criminale – i Maschi Maestri – dedita al rapimento di bambine, con lo scopo di farle crescere sottomesse alla superiorità dell’uomo. Parallelamente all’azione, si sviluppa un ammirato e minuzioso viaggio per i luoghi di Parigi, guidato dall’amore per la Belle Époque. Agli orrori e la limitatezza dei Maschi Maestri, Ocelot contrappone proprio la bellezza dell’arte e la ricerca della cultura. Oltre alle sfrenate corse in tricicletta fra i monumenti e le architetture parigine (ricostruiti con il consistente ausilio della computer grafica), l’autore offre una rassegna quasi enciclopedica di artisti e pensatori, presentandoci e introducendo nell’azione, fra gli altri, Marie Curie e Louis Pasteur, Marcel Proust e Sara Bernhardt, Lautrec, Renoir, Monet e, naturalmente, le loro opere.

(4/5)

 

 

Penguin Highway di Hiroyasu Ishida è, invece, uno dei maggiori successi della recente animazione giapponese. Primo lungometraggio delle studio Colorido, emanazione dello studio Ghibli, adotta il fantastico della casa di Miyazaki portandolo nel mondo urbano, più esplicitamente scosso dalle inadeguatezze sociali e relazionali che negli ultimi anni caratterizzano molti titoli nipponici. Da Your Name, a Mirai, a The Boy and the Beast, gli anime stanno vivendo un buon periodo, con la presentazione e l’affermazione di una nuova generazione di autori. Rispetto a capolavori come La Città Incantata o Mononoke, la narrazione è meno sfaccettata e più concentrata sulla storia e sui personaggi, che sul mondo, ma si tratta comunque di produzioni più inventive e stimolanti di quelle proposte dalle ripetitive corazzate americane.

Penguin Highway potrebbe sembrare, dal trailer, un film più limitato di quel che è in realtà. Ci si potrebbe aspettare una storia curiosa e infantile sull’inattesa apparizione di pinguini nell’estate cittadina di un gruppo di ragazzi. È, invece, il contenitore di un insieme – forse anche troppo ricco – di temi, domande e atmosfere. Per il giovane protagonista Aoyama l’identificazione e l’organizzazione logica dei misteri (a volte anche un po’ pedante) è l’attività principale, che lo porta a toccare temi come quelli dell’identità, del bullismo, della mancanza, della memoria, della crescita, incrociati con veri e propri enigmi della percezione e della delimitazione della realtà. Tratto dal romanzo di Tomihiko Morimi, il film di Ishida ha una bella inventiva e resa estetica, e costruisce un intreccio denso di misteri. L’approfondimento di queste domande, e le risposte specifiche offerte dal film, non sono però altrettanto accurate, molte rimangono suggestioni complesse, ma accennate e superficiali. Si tratta comunque di un film bello da vedere, con un buon ritmo e pieno di dettagli e rimandi interni, un film luminoso che sa lasciare una traccia di malinconia.

(3,5/5)

Too Old to Die Young (Nicolas Winding Refn 2019), il migliore esperimento in circolazione

Too Old to Die Youg non è la serie più facile dell’anno, neanche la più trascinante, per la gestione antitelevisiva dei tempi del racconto, e di certo non è la più popolare. Nicolas Winding Refn porta il suo cinema in dieci puntate di circa un’ora e mezza – di fatto dieci film -, ha un’idea precisa di cosa vuole costruire e soprattutto del mondo in cui vuole trascinare lo spettatore. Il risultato è la serie più interessante, diversa e, semplicemente, più bella dell’anno.

Dieci film allucinati, lentissimi e perversi, dove i soggetti principali sono il tempo dilatato dell’azione e la costruzione delle immagini. Al loro interno si sviluppano una moltitudine di personaggi, ognuno fondamentale per lo spazio che gli è concesso, protagonisti di interazioni sospese, funzioni alienate in una realtà eccessiva, esasperata, che dipinge freddamente un mondo dotato di propria vita e volontà, costantemente legato ai peggiori vizi, alle paure e alle degenerazioni conosciute.

Dopo tre episodi che mostrano una tendenza autoconclusiva, le linee narrative cominciano a distendersi e intrecciarsi, fino a delineare una storia concettualmente semplice ma definita, un viluppo di forze (auto)distruttive, dominato dalle modalità del racconto. Too Old to Die Young è un’esperienza complessa ma a suo modo accogliente – per il suo essere estremamente diretta – che cristallizza il linguaggio di Refn: un’immersione nel noir dai colori al neon, nei rari discorsi scanditi da pause anomale, nelle musiche e i rumori sintetici di Cliff Martinez. È un flusso disteso di invenzioni visive, movimenti di macchina rigorosi e aspettative frustrate, dove non mancano le scene da antologia: l’impatto radicale con il primo episodio (da lì, facile capire se è tutto da prendere o lasciare), un infinito inseguimento in auto reso surrealmente romantico dalle note di Mandy, le caratterizzazioni fulminanti date da tic e atteggiamenti innaturali, la miriade di ambienti maniacalmente estetizzanti, simmetrie e specchi, ritratti e spazi immensi, a definire ogni piano dell’intreccio e dei suoi attori.

Il cinema di Refn, negli anni, ha progressivamente ridimensionato il ruolo del plot, ancora forte e “classico” in Pusher, per arrivare all’astrattezza lisergica di Valhalla Rising, la semplicità narrativa di Only God Forgives, l’allucinazione geometrica di The Neon Demon. In Too Old c’è modo di ritrovare tutto, approfondirlo e accentuarlo (ma nella violenza puramente esibita, tutto sommato, non eccede). Alcune sequenze sembrano esperimenti ipnagogici: suoni, pause, movimenti e colori si dilungano fino a lasciare intromettere immagini personali all’interno del flusso audiovisivo. Accostato al Twin Peaks di Lynch, ne condivide la libertà autoriale e la consistenza onirica, oltre la costruzione di sospensioni temporali cariche di incertezza e tensione. Come Twin Peaks (indicato dai Cahiers du Cinéma come miglior film del suo anno), si tratta di un prodotto che trascende le abitudini del mezzo, per confrontarsi con altri aspetti dell’arte. Da Abel Ferrara prende i tratti moralisti della sua parabola, mentre di von Trier, l’altrettanto danese Refn ricorda la costruzione di istituzioni marce e grottesche, grumi simbolici della realtà, su tutte la vicinanza del commissariato con i rituali assurdi dell’ospedale de Il Regno. Al di là dei richiami, gli omaggi e i riferimenti – che sono naturalmente molti di più – Too Old to Die Young è un’esperienza totale, appagante nel suo non essere intrattenimento, un esperimento a cui si deve aver voglia di partecipare.

Su Primevideo.

(4,5/5)