Moby Dick (Herman Melville 1851)

La lettura di Moby Dick non è una passeggiata. D’altra parte, le divinità non sono a portata di mano. Il mio è stato un percorso lungo e frammentato, per diversi motivi, che si è concluso una mattina a letto, come quando si era ragazzini. Affrontare il romanzo di Melville significa, per la sua portata, trovare attorno allo stesso altre storie e possibilità, attirate dal gorgo della balena che s’inabissa. Una curiosa ricerca fra le traduzioni italiane, che dopo quella di Pavese hanno proposto versioni fra loro diverse. Dalla scelta di un linguaggio quanto più vicino all’originale ottocentesco, alle traduzioni approssimative, a una che addirittura non comincia con “Chiamatemi Ismaele”. Come si possa volere affrontare Moby Dick senza leggere le precise parole “Chiamatemi Ismaele” è un mistero; io l’ho praticamente cominciato per vedere cosa e come avrebbe scritto dopo “Chiamatemi Ismaele”. Alla fine ho conservato il mio antico tomo con la traduzione di Pietro Meneghelli, che mi è sembrata equilibrata (al contrario dell’impaginazione, davvero brutale nella sua densità). L’altra digressione, prima di cominciare il libro, è quella sulla vita di Herman Melville e sul destino della sua opera. Entrambe, si sappia, parecchio sfortunate. La lettura di Moby Dick offre un’ampia panoramica sull’incrollabile follia di Melville, al cui confronto quella di Achab è una superficiale intemperanza. La follia di Achab è romantica e intensa, ma marginale rispetto alla minuziosa conoscenza che il lettore può acquisire di aneddoti biblici ed etnologici, filosofici e di costume che la vera anima del libro offre. E sulle balene. Il lettore di Moby Dick otterrà una consapevolezza più che apprezzabile di tutto quanto si conoscesse delle balene a metà dell’Ottocento. Dal punto di vista biologico, delle abitudini individuali, dei frammenti di storia umana di cui sono state in qualsiasi modo partecipi, di come viene prima catturato, poi suddiviso, quindi trattato il loro corpo. E ogni singolo arnese, macchinario, utensile congegnato e utilizzato per rendere possibile il processo.

Moby Dick è un’infinità di suggestioni, l’immersione non tanto nel mondo di Ismaele, Achab e Queequeg, ma in tutto quel che incuriosisce e tormenta l’anima di Melville. È un leviatano, il libro stesso, dalla scrittura spaventosamente moderna, spesso ironica, partecipe ma senza eccessi, che guarda dove vuole, dalla prima all’ultima pagina. Senza sentirsi costretta dall’idea di una narrazione unitaria, inseguendo la molteplicità delle strade del pensiero attraverso digressioni, incisi, note, richiami, incarnando nella sua interezza l’assurdità della ricerca umana, e il suo essere, per alcuni, irresistibile. Melville sa di non poter dominare tutto, ma è estremamente affascinato dalla possibilità di perdersi in tutto quel che può attraversare, con o senza una gamba d’avorio.

A chiusura della mia immersione, la Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa, racconto recente di Sepúlveda, vuole riportare le origini di Moby Dick seguendo la storia dal punto di vista del pesce (in questo modo Melville ci tiene a classificarlo), offrendo uno sguardo ecologista e semplificato su quella che è, soprattutto, l’idea condivisa di cosa sia Moby Dick. “Sono stati loro, i balenieri, a raccontare finora la storia della temutissima balena bianca, ma è venuto il momento che sia lei a prendere la parola e a far giungere fino a noi la sua voce antica come l’idioma del mare.” La cosa che meno mi ha convinto è l’idea di dover restituire qualcosa alla natura, mentre quello di Melville è in ogni caso e da ogni punto di vista un enorme, bellissimo dono.

Star Wars IX: L’ascesa di Skywalker (J. J. Abrams 2019), il ritorno alla semplicità dell’epica

Cosa abbia il mondo contro Star Wars: l’ascesa di Skywalker, non mi è affatto chiaro. Le critiche, in giro, sono incentrate sul fatto che possa veicolare un “messaggio” conservatore, anche reazionario, rispetto alla confusione da alcuni scambiata per innovazione del precedente episodio di Johnson. Oppure si impegnano in una inspiegabile disamina di tutti testi, in ogni formato, riguardanti la favola inaugurata da Lucas 42 anni fa, per cercare discrepanze ideologiche, spaziotemporali o morali. E il mio filone preferito, quello che si è concentrato sulla legittimità e opportunità della rappresentazione di un bacio fra due donne. Tralasciando, peraltro, di dirci la loro sulla liaison, potenzialmente molto più complessa, fra il rocker di Lost e un lumacone gigante, probabilmente ermafrodita. Insomma, le critiche più diffuse all’Episodio IX hanno una cosa in comune: non c’entrano niente col cinema.

Come film, ché di questo si tratta, l’ultimo Guerre Stellari è, assieme a Solo, il prodotto più gradevole dell’ultimo ciclo della saga. L’Ascesa fa quanto aveva dichiarato di voler fare J. J. Abrams fin dal Risveglio della Forza: raccontare la storia di Rey. Ed è nuovamente un film concentrato sul destino di un personaggio, un film che procede linearmente, per blocchi narrativi ampi che attraverso l’azione “in diretta” ricostruiscono il passato della protagonista e, attraverso la risoluzione dei conflitti, suggeriscono un futuro dalle idee più chiare, per quanto tutto da costruire. Esattamente come fu per Luke Skywalker. Il film scorre velocissimo, il micromontaggio è molto serrato, così come la successione degli avvenimenti e degli scontri. Tutto accade nell’elaborazione del dolore e dei dubbi di Rey, una vigorosa Daisy Ridley che non è chiamata a mostrare un’ampia gamma espressiva, ma che inquadra bene il tipo di emotività richiesta. L’intera parabola è un’unica elaborazione, massima semplicità che taglia fuori quasi ogni elemento di novità, ma ritrova la concentrazione dell’epica e l’interesse per un destino individuale che si fa percorso universale.

Dieci minuti di attesa, di respiro, diluiti all’interno della storia, avrebbero forse migliorato il ritmo del tutto, ma anche l’unitarietà che nasce dalla corsa a testa bassa non mi dispiace affatto. Anche perché visivamente, questa chiusura di Abrams, è fra le più riuscite e coerenti della serie. Il tono vira al cyberpunk, con i colori lividi, gli elementi in burrasca a mostrare e incorniciare l’interiorità dei protagonisti, i relitti tecnologici, un Palpatine che si presenta come la protesi organica di un braccio meccanico. Un burattino, funzionale nel suo ruolo e nel riportare al centro di tutto il percorso dell’eroe. Molti scenari hanno una loro grandezza, l’accumularsi delle navi da guerra – attraversato da un richiamo alla partecipazione alla Dunkirk -, i loro dettagli che formano l’ambiente, la battaglia esterna che ruota attorno a quella interiore. Dal rimettere al centro i nuovi protagonisti – anche Kylo Ren fa un balzo in avanti, essendogli consentito di somigliare di più ad Adam Driver – deriva anche un altro punto di forza della pellicola: la presenza contenuta dei vecchi. I vecchi proprio quelli anziani, quei Mark Hamill e Harrison Ford che hanno continuato a ingombrare, con un certo impaccio, gli ultimi due film, che qui si vedono opportunamente poco, mentre sono richiamati, ricalcati, anche reincarnati i loro personaggi, dal Poe Dameron che rileva Han Solo a Rey, naturalmente vicina al primo Luke.

Un film che avvicina la linearità di A New Hope (1977) al registro più adulto e concitato de La Vendetta dei Sith (2005), dunque due facce dello stesso Lucas, la sua apertura e la sua chiusura, trattate da Abrams in modo rispettoso, asciutto e, specialmente in questo caso, efficace.

(4/5)

C’era una Volta a… Hollywood (Quentin Tarantino 2019). Quando parla troppo di sé, il cinema sparisce

Credo che il cinema siano i film, non gli attori, che dovrebbero invece sparire, per potersi poi reincarnare. Quando si guarda troppo agli attori, di solito è il film a sparire: più la pellicola è superflua, più sono affollate le passerelle. Insomma a me il metacinema, se non è un modo per parlare d’altro, stufa in fretta. E ho provato a credere che Quentin Tarantino stesse facendo in realtà un film caotico, anche splendidamente vuoto, ma non è così. Perché troppa è l’accumulazione di vecchie star, nuove star, vecchie star interpretate da nuove star, decine di apparizioni fugaci ad allungare a dismisura il numero dei presenti e degli evocati, per poter credere che buona parte del film non sia effettivamente questo.

Intendiamoci, ho visto con piacere C’era una volta… a Hollywood. Nel suo rimbalzare da un ammiccamento a un indovina chi, fila liscio: Tarantino è stato e sarà sempre un regista che sa ampiamente il fatto suo. Ma il film non è né meravigliosamente inconsistente, né sfrontatamente reale. Erano reali i dialoghi di Bastardi Senza Gloria, un lavoro di scrittura così accurato da rendere la fatica visibile, palpabile. Avevo creduto che quella sarebbe stata la sua nuova strada, riuscire a migliorare e a stupire sempre di più, soprattutto con le parole. Dopo Hateful Eight, che è stato una diversa e più completa delusione, Hollywood presenta un’inattesa mancanza di inventiva nella scrittura. Torna al già visto, ma sceglie i finti b-movie, gli omaggi al cinema che da sempre il nostro fagocita e glorifica. Quando va bene, lo metabolizza per andare molto oltre, nobilita personaggi e meccanismi di genere rendendoli originali e, a modo suo, molto raffinati. In questo caso lo scarto qualitativo non c’è, gli spezzoni sono effettivi stralci di b-movie, velati d’una ironia diffusa quanto facile, che viene soprattutto dall’enorme schieramento di mezzi e nomi. Impiegati per realizzare qualcosa che, per il cinema, è concettualmente molto semplice e di solito è esaltato proprio dalla limitatezza delle risorse.

Ho apprezzato il sentore di marcio che si percepisce in sottofondo, con i divi che non ce la fanno, che forse hanno ucciso la moglie, che annichiliscono con naturalezza un commando di hippie. Ho trovato ingegnoso Brad Pitt stuntman fino alla fine, in casa con la moglie di Di Caprio a prendere le botte al posto suo. Ho gradito, a tratti, la ricostruzione dei fine ’60, ma per la verità un Vinyl, anche “solo” nel pilot di Scorsese, ha molto più ritmo, cattiveria e inventiva. Sono rimasto abbastanza stupito dal fatto che abbia ripreso lo stesso espediente di Bastardi, la storia che, riportata al cinema, diventa permeabile e vulnerabile alle sue reinterpretazioni; m’è sembrata geniale la prima volta, m’è sembrata una seconda volta la seconda volta.

(3/5)

Dilili a Parigi (Michel Ocelot 2018), Penguin Highway (Hiroyasu Ishida 2018)

Michel Ocelot, il padre di Kirikù, torna al cinema con un’altra storia fantastica e una piccola eroina di colore, Dilili, giovane canachi portata nella Parigi di fine ‘800 per mettere in scena la vita del suo popolo, in una sorta di parco a tema. Il settantaseienne Ocelot, studioso d’arte e pittore, mette in Dilili a Parigi il suo sguardo vivace e diretto, definito e raffinato, per comporre una storia dai contenuti anche forti, sostenuti proprio dalla semplicità e l’immediata bellezza delle immagini. Un cinema puro, in senso morale ed etico che si fa senso estetico, che esplicita e nobilita gli intenti didattici e traduce, per i più piccoli, contenuti anche torbidi. Al centro dell’intreccio, infatti, c’è un’organizzazione criminale – i Maschi Maestri – dedita al rapimento di bambine, con lo scopo di farle crescere sottomesse alla superiorità dell’uomo. Parallelamente all’azione, si sviluppa un ammirato e minuzioso viaggio per i luoghi di Parigi, guidato dall’amore per la Belle Époque. Agli orrori e la limitatezza dei Maschi Maestri, Ocelot contrappone proprio la bellezza dell’arte e la ricerca della cultura. Oltre alle sfrenate corse in tricicletta fra i monumenti e le architetture parigine (ricostruiti con il consistente ausilio della computer grafica), l’autore offre una rassegna quasi enciclopedica di artisti e pensatori, presentandoci e introducendo nell’azione, fra gli altri, Marie Curie e Louis Pasteur, Marcel Proust e Sara Bernhardt, Lautrec, Renoir, Monet e, naturalmente, le loro opere.

(4/5)

 

 

Penguin Highway di Hiroyasu Ishida è, invece, uno dei maggiori successi della recente animazione giapponese. Primo lungometraggio delle studio Colorido, emanazione dello studio Ghibli, adotta il fantastico della casa di Miyazaki portandolo nel mondo urbano, più esplicitamente scosso dalle inadeguatezze sociali e relazionali che negli ultimi anni caratterizzano molti titoli nipponici. Da Your Name, a Mirai, a The Boy and the Beast, gli anime stanno vivendo un buon periodo, con la presentazione e l’affermazione di una nuova generazione di autori. Rispetto a capolavori come La Città Incantata o Mononoke, la narrazione è meno sfaccettata e più concentrata sulla storia e sui personaggi, che sul mondo, ma si tratta comunque di produzioni più inventive e stimolanti di quelle proposte dalle ripetitive corazzate americane.

Penguin Highway potrebbe sembrare, dal trailer, un film più limitato di quel che è in realtà. Ci si potrebbe aspettare una storia curiosa e infantile sull’inattesa apparizione di pinguini nell’estate cittadina di un gruppo di ragazzi. È, invece, il contenitore di un insieme – forse anche troppo ricco – di temi, domande e atmosfere. Per il giovane protagonista Aoyama l’identificazione e l’organizzazione logica dei misteri (a volte anche un po’ pedante) è l’attività principale, che lo porta a toccare temi come quelli dell’identità, del bullismo, della mancanza, della memoria, della crescita, incrociati con veri e propri enigmi della percezione e della delimitazione della realtà. Tratto dal romanzo di Tomihiko Morimi, il film di Ishida ha una bella inventiva e resa estetica, e costruisce un intreccio denso di misteri. L’approfondimento di queste domande, e le risposte specifiche offerte dal film, non sono però altrettanto accurate, molte rimangono suggestioni complesse, ma accennate e superficiali. Si tratta comunque di un film bello da vedere, con un buon ritmo e pieno di dettagli e rimandi interni, un film luminoso che sa lasciare una traccia di malinconia.

(3,5/5)

Good Omens, la confusione di angeli e demoni in una miniserie che funziona

Piaciuto parecchio, Good Omens (Terry Pratchett, Neil Gaiman, regia Douglas Mackinnon 2019). Una serie (piuttosto) grossa, ma che non se la tira, umorismo pythoniano, ma non forzato. E le molteplici storie di Gaiman, che sono il vero interesse dell’autore (secondo nome, dopo Terry Pratchett, nel romanzo d’origine, unica firma della sceneggiatura della serie), che qui funzionano meglio che in American Gods. Perché più veloci, più definite, e comunque impiantate su una linea narrativa che fa da contenitore, finalmente compiuta.
E poi la fantasia, e [spoiler da qui] quel finale, un po’ alla Frank Capra, che ogni tanto è anche un sollievo. Un finale felice, ma che non si può definire ottimista, perché tutte le premesse da cui la storia e i problemi sono nati, tutto sommato non cambiano. Rimane però uno sguardo positivo sulla natura umana compromissoria e incerta, che è anche e soprattutto quella dei due protagonisti. Nello scontro ricercato dalle due parti, inferno e paradiso, il demone Crowley, David Tennant, e l’angelo Aziraphale, Michael Sheen, sono gli unici a voler evitare la fine del mondo e l’inizio di una guerra. Contagiati uno dall’altro, sono i portatori dell’indefinito, del cambiamento e del dubbio, che rendono loro la possibilità di compiere delle scelte. E quando si parla di inferno e paradiso non si deve pesare a una lotta fra bene e male, ma a una contrapposizione fra due princìpi assolutisti, che alternativamente si muovono per indirizzare la realtà, dove le iniziative di entrambi potranno avere conseguenze positive o catastrofiche, seguendo concatenazioni in molti casi casuali. Vengono spesso dall’alto le iniziative più rancorose e distruttive, mentre possono partire dal basso gli incidenti alla base della nascita e la definizione dell’uomo.
Good Omens funziona nei personaggi, nella costruzione visiva e nei salti temporali. Nel saper trattare argomenti enormi, in quanto tali abusati e difficilmente trattabili, ricorrendo a una ricercata ingenuità, che spesso riesce a scovare l’assurdità autodistruttiva che si dipana e accresce nei millenni di storia. Una storia che nasce dai libri, come l’Antico Testamento, da cui emergono episodi che ricordano anche lo sguardo diretto e stralunato dei Coen. Oltre a mettere sul piatto un sacco di musica dei Queen e delle scene ultrapop semplicemente molto fiche. Il discorso sul Grande Piano e il Piano Ineffabile, infine, è molto bello, nonché sicuramente utile per arricchire le interazioni quotidiane.
Miniserie in 6 puntate, su primevideo.
(4/5)

American Animals e la mancanza di film coi controcazzi

Non vedo film coi controcazzi da un tempo ormai ingombrante. Non che sia brutto, American Animals, il film che Bart Layton ha per la prima volta mostrato al pubblico nello sfavorevole anno di nostro Signore 2018, e portato anche in Italia nello sfavorevole anno di nostro Signore 2019. Dicevo, non che sia brutto, ma ho capito che ha soprattutto investito in una branca del marketing che in qualche modo deve essermi contigua. L’ho visto spuntare fuori ovunque e mi dicevano questo è per te, è una gran figata ficata, non è il film della vita, ma ha in serbo un certo numero di sorprese. Sono nel target di American Animals, mi sta bene, ma proprio per questo avrebbe dovuto darmi di più. Perché non riesco neanche a vedere più tanti film, e allora quelli a cui mi dedico devono essere capaci di ricambiarmi. Scrivere anche del film? Sì, un po’ scrivo anche del film. Solo un po’, che chi diamine legge più di film. Ecco: Si punta tutto sul fatto che la ricostruzione della rapina sia una fedele ricostruzione della rapina che hanno costruito quattro ragazzi nel 2003 per rubare libri con gli animali, molto preziosi, libri grossi e antichi. L’altra cosa su cui si punta molto, ma proprio molto, è che a certificare la fedeltà della ricostruzione della rapina compaiano nel film anche i veri ladri. Detenuti. La rapina non è andata bene. Ci sono gli attori che fanno i ladri, e i veri ladri che certificano la veridicità di quel che dicono gli attori. Come se avessi bisogno di sapere che qualcosa sia reale, per crederci. Come se avessi bisogno di credere che c’è una una realtà in cui credere. Come se la realtà cinematografica non sia sempre stata molto più adeguata della realtà reale. Insomma questi quattro ragazzi pianificano, molto accuratamente. Al punto che vogliono trovare a chi vendere, prima di rubare, disegnare fedeli ricostruzioni della biblioteca universitaria che custodisce i libri molto preziosi, prima di provare a prenderli, studiare i tempi i movimenti le fisionomie le abitudini il ph della pelle di chi lavora nella biblioteca, prima di ogni altra cosa. Ma tutto questo è inutile, perché American Animals racconta il colpo di non ladri, che hanno visto i film di rapine e immaginano come rifarli, ma non possono, perché sono film. E non è che semplicemente le cose vanno male, è che tutti quei preparativi non servono assolutamente a niente. Quindi abbiamo un film di rapina che non può essere un film di rapina, per l’inadeguatezza dei suoi protagonisti, che hanno scambiato, loro, non noi loro, la realtà con dei film e poi viene Bart Layton a infilare la realtà, viziata all’origine, nel suo film dalla sorprendente consistenza documentaria. E insomma il film si regge proprio su questa spirale, sull’essere e non essere, sul rendere filmica la vita ma dimostrando che la vita non è filmica, e per quanto l’idea possa avere un suo senso, ti assicuro, Bart Layton, che non è bastata, da sola, a farmi rimanere con la bocca aperta per due ore. Se mi fossi accorto prima, Bart Layton, che sei lo stesso che sette anni fa aveva fatto The Imposter, avrei visto questo tuo nuovo film con minori aspettative, forse non l’avrei visto, cosciente di essere più che altro incappato in una targetizzazione abbastanza accurata. Ma non è un brutto film, c’è il ragazzo strano de Il Sacrificio del Cervo Sacro, ce n’è un altro che in più di un momento è uguale al giovane Malcolm McDowell, quindi un ragazzo cui affezionarsi. Ma la spirale, gli incroci fortuiti di sguardi fra attori e veri ragazzi ladri, non bastano. Dopo un milione di righe, dai margini puntualmente giustificati, mi sembra chiaro che non bastino, come è chiaro che da troppo tempo non veda più un film coi controcazzi. E lo so, sarà difficile spiegarlo, impossibile far capire che è uno degli autori, forse l’autore, cui in assoluto voglio più bene, ma il prossimo film di Jarmusch sarà il film più brutto con il cast più bello di sempre. Lo si è capito dalle prime foto, da tutti quei nomi stupendi, dal precedente autoreferenziale di Only Lovers Left Alive, dalla distanza fin troppo ricercata dall’ultimo Paterson che è invece una meraviglia. Ma andrà così, succederà fra pochi giorni, ma anche se fossimo già nel 2020, saremmo comunque in uno sfavorevole anno del nostro Signore.

(3/5)

Game of Thrones, episodio 2 stagione 8, l’astuzia narrativa

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Della seconda puntata di questa ottava e ultima stagione di Game of Thrones, ho molto apprezzato questa tecnica raffinatissima per far sfilare via i confronti importanti, in modo da lasciar dialogare i personaggi, ma senza che si arrivi a niente. Sansa a Daenerys: Allora che ne sarà del Nord? Le mani si staccano, tensione, arriva un tizio REGINA è PRONTO DA MANGIARE SI FREDDA. Daenerys e Snow: Allora sei l’erede maschio al trono? Come possiamo affrontare questa notizia inatteREGINA I DRAGHI HANNO CACATO PER STRADA.

Game of Thrones, una storia di zombie e araldica

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Con spoiler sul primo episodio dell’ottava stagione. Perché la cosa è passata un po’ in sordina, ma è ricominciato.

Primo spoiler: la prima puntata dell’ottava stagione di Game of Thrones dura cinquanta minuti. Ne passano 25 e pensi che succederà tutto nella seconda parte. Non succede neanche nella seconda parte.

Secondo spoiler: nella prima puntata dell’ottava stagione tutti i protagonisti si incontrano, si salutano fra loro e scoprono o si avvicinano a scoprire cose di cui lo spettatore è a conoscenza da millenni.

Terzo spoiler: incredibile come il fenomeno pop televisivo culturale del decennio abbia la scena più brutta che si ricordi, almeno dai tempi del lassismo trash degli anni ’80. Parlo naturalmente della svolazzata posticcia su dorso di drago, esteticamente improbabile, fisicamente impossibile e concettualmente riprovevole. Culminante su un incrocio di sguardi languidi con cascata sullo sfondo, insomma l’avete vista, avete presente l’intensità.

Alcuni attori di Game of Thrones. John S(k)now – la esse è privativa – ormai dovrebbe sapere le cose, ma ha sempre l’aria di quello che non le capisce. La regina dei draghi, madre degli eunuchi, protettrice del trucco e parrucco, semplicemente non ha un grande interesse per la recitazione. Mentre Cersei se togli la musica drammatica e i chiaroscuri medievali e ti concentri sul suo volto è una continua rassegna di espressioni ambigue in stile Occhi del Cuore. Molto italiana.

Quarto spoiler: anche qui, come succede ogni tanto e prevalentemente senza utilità, spunta fuori il figlio del re ammazzato dal cinghiale, quello che fa il fabbro. Sono quasi sicuro che nella frenesia abbiano ucciso, in questi anni, tutti quelli che potevano sapere chi è in realtà. “Merda, Ditocorto (vado a caso, Ditocorto comunque era uno che ne sapeva a pacchi) pure l’abbiamo ammazzato, non c’è più nessuno che sappia chi è questo tizio”. Un personaggio tirato dietro dalla prima stagione, senza uno straccio di documento d’identità.

Questa stagione finale di GoT sarà un preciso alternarsi di scene di zombie con scene di ricerche genealogiche e studi di araldica, necessari per stilare una classifica delle teste coronabili. I momenti migliori quando le linee si incontreranno, studi di araldica condotti da zombie, che strizzano gli occhi, curvi, su tomi polverosi. Spoiler: questa parte prenderà per intero le ultime tre puntate.

Polar (Jonas Åkerlund 2019), quando Mikkelsen non basta

polar-slowfilm-recensioneGuardare i film senza prima saperne niente, non è sempre una buona idea. Nuova poduzione Netflix, Polar, oltre al titolo che identifica una linea precisa del noir, ha in locandina un Mads Mikkelsen sagoma scura in impermeabile, di taglio, mentre nevica, triste con una pistola in mano. Insomma credevo fosse un noir vecchio stile con un approccio contemporaneo all’azione e alla violenza, come Vendicami, e invece è un fumettone pulp anni zero, una cosa che al tempo poteva almeno incuriosire per le scelte tecniche, e che oggi propone solo una collezione di cliché inserita in una sceneggiatura altrettanto frusta. Sin City, Kill Bill, Old Boy e un torture movie a caso sono i riferimenti di Polar, assemblati da un Jonas Åkerlund regista batterista metal svedese che porta al cinema la ridondanza e la teatralità vuota della sua musica preferita.

La storia è quella di Mikkelsen alias Black Kaiser impiegato in una fiorente agenzia di killer. Nel suo lavoro è il migliore e naturalmente la paga è buona, solo la Damocle, come politica aziendale, prevede che tutti i suoi dipendenti – quando ci arrivano vivi – vadano in pensione a cinquant’anni. Per risparmiare la liquidazione, però, spesso li fa ammazzare dai dipendenti più giovani. Che hanno ancora una ventina d’anni buoni davanti e, si sa, a quel’età la lungimiranza non è la prima delle qualità. Contro Mikkelsen, che ha comunque una sua presenza scenica, Matt Lucas incarna uno dei cattivoni più abusati del genere, ciccione unto, ambiguo e depravato con ambizioni nazi-chic vestito da completi dai colori sparati. Davvero uno dei personaggi più stanchi di sempre. Per farla breve, quel che manca con Polar è l’impressione di star vedendo un film. Qualche scena d’azione è quasi apprezzabile, e in generale non ho niente contro la linearità e la semplicità narrativa. C’è pure qualche tentativo estetizzante, per quanto anche questo standardizzato e plastificato nella patina ad alta definizione di molte produzioni Netflix. Polar si risolve nell’inseguimento svogliato di qualcosa che, come nel caso di Sin City, era già nata come una trasposizione meccanica, e quindi sbagliata, dal medium fumetto a quello delle immagini in movimento. Finge di voler essere spinto e cattivo, ma tutto sommato conserva sempre un rassicurante pudore, non riuscendo a trovare una dimensione che non sia puramente consumista.

(2/5)

Ralph Spacca Internet (Phil Johnston, Rich Moore 2018), meno ispirato di quando spaccava Tutto

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Nello spaccare Internet, Ralph non sembra trovare la stessa ispirazione di quando, sei anni fa, spaccava Tutto. Il nuovo Disney di Phil Johnston e Rich Moore ha meno idee, abbozza un’allegoria della rete accurata nell’animazione, ma ferma a una serie di spunti abbastanza ovvi. E, cosa sempre più diffusa e sempre meno sopportabile (da Ready Player One a Stranger Things a molti molti altri), riempie questa vacuità con un citazionismo esasperato, fatto di principesse e videogiochi famosi. Pare che le strizzatone d’occhio attraverso la riproposizione blandamente ironica di icone pop continui a funzionare. Non si può neanche parlare più di decontestualizzazione, dal momento che questi film sono diventati esclusivamente dei contenitori, e gli scatoloni consentono solo di accumulare, non di dare letture alternative.

ralph spacca internet locandinaRalph spacca Internet procede per fasi narrative slegate e messaggi opportuni, come quello dell’amore come necessario riconoscimento dell’indipendenza e l’autonomia dell’altro. Accanto a questo, un messaggio un po’ più sotterraneo, che vede la possibilità di fare migliaia di dollari in poche ore con la produzione di video scemi, aiutati dagli algoritmi filantropi e disinteressati della rete. Altro fattore inquietante, è la scrittura di un Ralph che è né più né meno che uno stalker, rendendo piuttosto difficile al personaggio conservare la sua simpatia. Come nel primo episodio, lo scontro finale richiama immagini horror, e la massa di Ralph striscianti, incoscienti, ammassati nel realizzare un enorme Ralph fatto di massa brulicante, ottusa e rosea di altri Ralph, è una visione abbastanza malsana.

(2,5/5)