King of the Belgians – Un re allo sbando (Peter Brosens e Jessica Woodworth 2016). Su Venezia l’aurora belga di un piccolo grande film

king-belgians-slowfilmKing of the Belgians è il quarto frutto della collaborazione fra Peter Brosens e Jessica Woodworth, segue Khadak, Altiplano e La Quinta Stagione, e conferma il valore di due autori fra i più ispirati in circolazione. Presentato in questi giorni a Venezia, ha uno spirito diverso dai tre titoli precedenti, che non sono propriamente degli inni alla gioia. King of the Belgians è invece una commedia, originale, delicata e intelligente. La gestione dei tempi e delle immagini che nel duo produce diversi momenti di sospensione narrativa, qui acquisisce un valore ironico, privo di sarcasmo e forzature, per mostrare una realtà che dev’essere prima di tutto vissuta, tutto sommato disposta ad accoglie benevolmente chi ha voglia di esplorarla.

Il Re del Belgio Nicola III si trova a Istanbul quando, pressoché simultaneamente, la Vallonia si dichiara indipendente e una tempesta solare azzera comunicazioni e viaggi aerei in tutto il mondo. Comincia la sua odissea per i Balcani, con mezzi di fortuna, in compagnia del suo variegato staff.

Un classico road movie alla ricerca di sé, arricchito da un linguaggio lieve e consapevole, dall’estetica ricercata ma non esibita, da esplosioni d’iperrealtà, dalla pennellata felice che descrive ogni personaggio, per un film straordinariamente equilibrato ed eccentrico al tempo stesso. Brosens e Woodworth nascono documentaristi, nelle loro opere di fiction non ricercano il realismo, ma il modo più personale per descrivere la realtà anche attraverso elementi a lei esterna. In King of Belgians isolano elementi reali, ne manipolano la descrizione e li pongono al di fuori della prassi cinematografica. Lasciano scene sospese, accennando a conflitti che non avranno luogo, riportando ogni evento al racconto dell’interiorità, invece di appiattirlo nella funzionalità rivolta all’azione. Un piccolo grande film, immediato e godibile su vari livelli, un’esistenza incerta improvvisamente rischiarata dall’aurora boreale.

(4/5)

 

Khadak, Altiplano (Peter Brosens e Jessica Woodworth 2006, 2009). I primi due capitoli di una splendida trilogia sull’uomo, il tempo e la terra.

khadakBrosens & Woodworth è uno dei marchi più interessanti del cinema contemporaneo, fra le poche cose capaci di scatenare frenesia cinefaga: assaggi e ne vuoi di più. I due autori belgi hanno interiorizzato gli insegnamenti dei più rigorosi, significativi ed esteticamente intensi maestri del cinema, e stanno proponendo un’idea artistica che miscela in modo originale elementi realistici e fantastici, verità fotografiche e inganni visivi.

La trilogia nata dalla collaborazione fra i due, conclusa dal magnifico La Quinta Stagione, si apre nel 2006 con Khadak. Ambientato in Mongolia, Paese che i due autori hanno imparato a conoscere con la loro attività da documentaristi, Khadak segue la vita di una comunità di pastori, gli sconvolgimenti che l’intero villaggio dovrà subire quando il governo centrale impone il trasferimento in un’area urbanizzata, arruolando in questo modo manodopera per gli scavi minerari. Poche parole, le immagini che spaziano sulle linee orizzontali della steppa mongola e tornano a cercare le espressioni, gli sguardi, le rughe dei protagonisti, sospesi fra un passato di credenze, sacrifici e tradizioni e un presente, imposto, che molti non riescono a considerare reale o plausibile.

altiplano recensioneIn un progressivo accentuarsi della visione poetica, all’interno dei singoli film e similmente nell’evolversi della trilogia, Altiplano si avvicina alla pervasività dei simboli che sarà de La Quinta Stagione. La scena, stavolta, sono le Ande peruviane, dove si ripete il dramma di una comunità rurale ferita, e letteralmente avvelenata, dall’invasione della meccanica, della presenza evoluta e invasiva della civilizzazione, qui incarnata da scavi che polverizzano le montagne in cerca di mercurio.

Estremamente ricco e complesso questo secondo film, che mostra un’anima puramente tragica e la sottolinea con suggestioni (quasi) magiche, nasce con un sacrilegio e rincorre l’espiazione. La natura e la cultura, il singolo e la comunità, la credenza e la conoscenza sono raccontati con immagini forti, enfatiche e razionali, che sanno attualizzare la forza degli elementi più potenti del linguaggio filmico. Lunghi e vorticosi pianosequenza seguono un’evoluzione impossibile del quadro, mentre l’intrecciarsi delle vite di diversi personaggi propone esplicite riflessioni sulla natura dell’immagine. Al centro un conflitto fra la necessarietà della testimonianza e la paradossale coincidenza con la profanazione della memoria. Un interrogativo a cui il film non si sottrae, mettendo in scena la sua risposta.

L’artificialità delle immagini di Brosens & Woodworth, la radicalità con cui i personaggi vengono messi al servizio dell’opera, non impedisce la persistenza di una sensazione documentaristica, tanto le vicende e i protagonisti sono legati ai luoghi della storia. Come è riuscito spesso a visualizzare Herzog, tutto nasce dalla terra, il tempo stesso nasce dalla terra per ingaggiare con lei una competizione, e lo sguardo del cinema adopera ogni mezzo per raccontarla.

Khadak 4/5

Altiplano 5/5

La Quinta Stagione (Peter Brosens, Jessica Woodworth 2012)

quinta stagione slowfilm recensioneFinalmente cinema.

In un paesino rurale delle Ardenne si vive seguendo i cicli della natura, si curano i campi, si fanno gare di canto fra galli, i ragazzi si inseguono e ritrovano nei boschi, richiamandosi simulando il verso degli uccelli. L’ultimo giorno d’inverno viene bruciato un fantoccio di vimini, per entrare nel un nuovo ciclo e salutare la primavera. Stavolta il rito non funziona, Zio Inverno non prende fuoco in nessun modo. Con questo presagio inizia una nuova stagione, che non è semplicemente una prosecuzione dell’inverno, durante la quinta stagione gli elementi – la terra, l’acqua – diventano sterili e si svuotano della vita.

La Quinta Stagione è un film di cui parlare sottovoce, bisogna osservare. Quella di Peter Brosens e Jessica Woodworth (autori belgi, che tornano in patria per quest’ultimo capitolo di una trilogia iniziata con Khadak e Altiplano, da recuperare al più presto) è un’opera che trova ispirazione da decine d’altre, accogliendone l’anima e lo sguardo in una forma nuova, in questo periodo poco frequentata e dunque necessaria. Geometrie di cemento spezzano le linee naturali e allo stesso tempo sono trasformate dalla terra e dagli alberi, come in Stalker di Tarkovskij. Gli uomini ricoprono una funzione prevalentemente simbolica, completano un proprio quadro mostrando caratteri abbozzati ed esasperati, come in un dipinto di Bruegel. Si mascherano e si confondono fra loro ricreando un nucleo primitivo e superstizioso, quando la folla torna al pensiero magico, pagano, alla paura dell’estraneo. La Quinta Stagione, ancora, richiama la comunità intimamente guasta de Il Nastro Bianco e gli spunti irreali di Bela Tarr – non è solo il paese a essere affetto dal morbo, anche se la narrazione ne fa l’epicentro, e i rari segni che arrivano dall’esterno suggeriscono un mondo sconosciuto.

La vita che gli uomini portano avanti ogni giorno nasconde la paura, la consapevolezza dell’isolamento, e quando si perde quanto si riteneva acquisito riaffiorano gli istinti violenti e irrazionali, che recidono legami e trovano sfogo nella mutua legittimazione della sopraffazione. I riti edulcorati e trasfigurati rivendicano una funzione reale, si spogliano del simbolismo per ritrovano la ferocia sacrificale.

La Quinta stagione è un film silenzioso e contemplativo attraversato da una pulsante vena d’inquietudine, fatto di immagini bellissime e ambigue, alcune cariche come carte dei tarocchi, unisce il rigore documentaristico ai giochi prospettici, i freddi campi lunghi ai primi piani colmi d’affezione. Quando si conclude ci si perde nei titoli di coda, con la testa piena di suggestioni e di domande, ma ancora lontana nel ricordo delle immagini; e dopo i titoli un’ultima scena, anche questa inspiegata.

(5/5)