Tieni Ferma la tua Corona, il libro di Yannick Haenel con dentro Michael Cimino

Tieni Ferma la tua Corona (Yannick Haenel 2017) ha una bella copertina porosa che accoglie e restituisce particelle, una copertina che ricorda, delle pagine che in modo piacevolmente percettibile incamerano l’umidità, un’impaginazione che scorre, per l’equilibrata disposizione del testo e per la scelta di Haenel di ripartire il suo romanzo in paragrafi brevi, ulteriormente suddivisi al loro interno, e ognuno con un suo titolo. Era da un po’ che non mi bevevo, e godevo, un romanzo così.

Vorrei dire un sacco di cose, ne dirò qualcuna. Tieni Ferma la tua Corona mi è venuto incontro in molti modi, ma è un ottimo libro anche se non sei me. Si apre su Herman Melville. Il protagonista del romanzo, il parigino Jean Deichel, è l’autore di un’impossibile sceneggiatura dal titolo The Great Melville, che rispecchia così a fondo la follia e l’ossessione per il fallimento dello scrittore americano da essere sostanzialmente improponibile. Quasi improponibile, perché nel discorso entra subito Michael Cimino, autore prima in vetta con Il Cacciatore e poi meravigliosamente naufragato con I Cancelli del Cielo, spirito affine nel porre l’ossessione prima di ogni altra cosa. Nel libro trova spazio l’opera di Cimino e poi Cimino stesso. E tutto attorno ruotano i nomi di Coppola, Apocalypse Now, Marlon Brando, i riferimenti letterari reali o presunti che hanno gravitato attorno a loro, e gli incontri con altri “personaggi” come Isabelle Huppert. Quella di integrare in un romanzo riferimenti cinematografici contemporanei è un’idea che mi ha spesso suggestionato e che Haenel applica alla perfezione.

Tieni Ferma la tua Corona è un romanzo vero e proprio, con un protagonista romanticamente bukowskiano che nella negazione di alcun metodo insegue la bellezza, l’ideale, il sacrificio, il fottersene delle cose che dovrebbe considerare importanti, e nell’ancorarsi alla realtà compone un’ode ai suoi antieroi. Dà corpo a un’atmosfera beat e a una riflessione su sé spietatamente autoindulgente alla Richler. La prosa di Deichel offre frasi ricercate, divertenti senza apparire forzatamente argute, comprime dialoghi in discorsi indiretti che racchiudono brani di quotidianità distillati dal fatalismo di Jean.

“Siccome mi stavo accendendo una sigaretta, Mme Figo ne approfittò per stigmatizzare il mio tabagismo: non soltanto seminavo sterco un po’ dappertutto nelle aiuole di quel giardino di cui lei era responsabile, ma vi schiacciavo anche delle cicche. Questa accusa era ancora più ingiusta della precedente, perché non gettavo mai una cicca e non la nascondevo neanche sottoterra come fanno certuni, dissi, ma le infilavo tutte sistematicamente nei sacchetti insieme con gli escrementi di Sabbat. Ero in regola, dissi a Mme Figo, e forse addirittura irreprensibile.”

Nella trama orizzontale, il libro riesce a dare delle impressioni e poi ribaltarle, illuminando la natura contraddittoria del protagonista e inglobando temi – la cronaca del terrorismo, il lutto condiviso, le moderne epopee dei migranti e quelle raccontate da Cimino – senza mai forzare il tono. D’altra parte, Haenel sa quando l’accenno a una traccia narrativa può essere più forte del suo compimento, abbandona degli spunti consapevole del fatto che non può nascondersi una storia dietro ogni evento, e soprattutto che nessuno dovrebbe conoscere per intero la storia che sta raccontando.

Insomma, Tieni Ferma la tua Corona è un libro che costruisce al meglio tutti i suoi strati, si lascia leggere con voluttà e racchiude pensieri e riferimenti su cui tornare e da cui partire, il tutto con l’eleganza della migliore scrittura, che appare in ogni momento spontanea.

“Poi ho chiamato il canile municipale; mi hanno riposto che non avevano trovato nessun dalmata, cosa che peraltro non succedeva mai, non esistevano dalmata abbandonati.
– Il mio non è abbandonato, è perduto.
– Come sarebbe perduto? Un cane non si perde!
– Come no? Io ne sono la prova.
– Be’, la prossima volta stia più attento.”

(5/5)

Divagando fra Macchine Come Me (Ian McEwan 2019), Hanno Tutti Ragione (Paolo Sorrentino 2010), La Ragazza del Convenience Store (Murata Sayaka 2018)

Lo dico subito, non sono libri che mi hanno fatto impazzire. Sì, quello di McEwan mi è piaciuto, ma, purtroppo per lui, non mi ha cambiato la vita. Verso gli altri due mi lascerò andare a insulti più o meno velati. Comincio con McEwan. In Macchine Come Me c’è l’intelligenza artificiale, gli androidi, c’è Alan Turing con apparizioni da figura de La Lega degli Uomini Straordinari, c’è l’Inghilterra degli anni Ottanta, ma in un mondo in cui la tecnologia è decisamente più avanzata della nostra attuale. McEwan è come sempre (per quel che ho letto) limpido e molto informato, quello che frena un po’ è che mi sembra finisca per scrivere di cose più normali, trame più rodate, di quanto non voglia lasciare intendere, o semplicemente di quanto non vorrei. Forse il romanzo che più riesce ad avvicinare ambizione e contenuto rimane Cortesie per gli Ospiti, di cui ho un ricordo disturbante. Poi ci sono quei libri a cui bisognerebbe dare un senso sterminato, per poterli avvicinare alla grandezza dei loro nomi e della loro fama – e qui arriva il divagare spinto – come La Strada di McCarthy. Quale abisso nasconde La Strada di McCarthy? Forse nessuno, l’ho visto sempre citare per quel che sembra, anche quando spunto (per Recalcati) per analisi psicologiche, a essere richiamati sono l’ambiente e le figure padre-figlio, così come vengono proposti dalle pagine. Forse La Strada è quello che sembra, un libro semplice, breve e asciutto, così tanto da poter sembrare lo scritto di un giovane che limiti in questo modo le possibilità di errore, che descrive alcune scene di un violento e collaudato deserto postapocalittico. L’evidenza di McEwan è molto più tranquilla, è il richiamo a dinamiche di genere, sentimentali, a volte (in Solar) bassamente grottesche, a cliché tutto sommato non stravolti, l’approdo a interrogativi umani ed esistenziali che mi sembrano meno tesi di quanto dovrebbero. Non so, magari sbaglio, probabilmente sbaglio. Ad ogni modo Macchine Come Me è un buon libro, forse un po’ fermo, casalingo, ma si lascia leggere, più dei prossimi due. (3,5/5)

Cominci Hanno Tutti Ragione con la piacevole sensazione di essere entrato in un nuovo film di Sorrentino, dopo poche decine di pagine nasce la sgradevole sensazione di essere incastrati in un film di Sorrentino. Perché le espressioni, le vicende, i dialoghi sono quelli, ma i tempi e la forma della letteratura sono diversi da quelli del cinema. Mentre la ricerca barocca di un’inquadratura o un movimento di macchina posso capirli e anche goderli, una scrittura fatta prevalentemente di brevi sentenze, della ricerca di frasi argute o semplicemente appariscenti, un intero libro scritto così è più di quanto possa sopportare. È stata una lettura lunga e dolorosa, che mi sono imposto di completare proprio per non lasciarci con amarezza e magari costringermi a ripensare anche all’opera filmica. Dovevo sapere che a un certo punto sarebbe finita. I caratteri tipografici prendono in ogni pagina la forma di Toni Servillo, interprete del protagonista Tony Pagoda. Sei proprio costretto a leggere i numerosissimi pensieri di Pagoda con la voce di Servillo. Pensieri che accumulano enormi quantità di immagini per dare forma a un singolo concetto o impressione: Hanno Tutti Ragione sembra per lunghi tratti un dizionario di sinonimi di immagini letterarie, alcune scanzonate, alcune tirate a forza, alcune – brevi, ben delimitate da punti – arrivano a farti pensare che siano davvero troppe. Per molti versi, è qualcosa come l’anti-Carver. Ancora, se in un film posso anche apprezzare un virtuosismo estetico che non accompagni un senso poi così profondo, la scrittura rende evidente l’autocompiacimento del protagonista (e dello scrittore), che glorifica perpetuamente il suo essere e le sue debolezze, in una suggestione imposta che non può sempre collimare con l’effettiva identificazione della frase ben riuscita. Qualcosa di meglio arriva nella parte brasiliana, più o meno centrale, dove l’ambiente e qualche nuovo personaggio riescono sporadicamente a distogliere Pagoda da sé. (2,5/5)

Diamine, ricordo già molto poco de La Ragazza del Convenience Store. Se n’è parlato tanto, se ne parla tanto (cioè, ne leggo ancora piuttosto spesso in giro), cosa inusuale per un libro giapponese, e credo che lo abbiano letto in tanti soprattutto perché si tratta di un libricino, comodo, si legge in un paio di serate. In questo caso, sono piuttosto sicuro che nessun abisso o semplice rivelazione si celi fra queste pagine. E, in genere, io amo i prodotti della cultura nipponica. Ma Murata Sayaka ci porta una storia di grande piattezza, vista attraverso una protagonista che risulta implausibile già nel raccontarla, perché per prima non riconosce nessuna storia da raccontare. Un racconto di inadeguatezza sociale che si svolge nel diffuso disinteresse di tutti i suoi attori. Una descrizione letterariamente non molto riuscita di apatia individuale che stilisticamente, anche nella sua semplicità, finisce per essere incoerente e confusa, quando attribuisce alla protagonista gli stessi slanci sarcastici e, quindi, tutto sommato sociali, di cui si dice generalmente incapace. (2/5)

Minima Immoralia: I Miserabili, BlaKkKlansman, Border, Favolacce, Pinocchio, La Famosa Invasione degli Orsi in Sicilia, Mià e il Migù

I Miserabili – Les Miserables (Ladj Ly 2019) Una giornata nelle periferie di Parigi che riassume anni di stratificazioni e tensioni sociali. Film forte e doloroso, un discorso ampio e decentrato che vuole essere un’istantanea di molti mondi, riportati a una violenta situazione di stallo. Molto ben fatto anche cinematograficamente: sceneggiatura ritmata e tesa su regia documentaristica, con rimandi a Spike Lee e Scorsese, o anche a un Greengrass con meno affanno. Da vedere. (4/5)

BlaKkKlansman (Spike Lee 2018), forse il mio film preferito di Lee, assieme a Fa’ la Cosa Giusta. Un film schiettamente politico, che ricostruisce una vicenda e degli ambienti degli Stati Uniti razzisti degli anni ’70. Uno di quei casi in cui essere diretti non vuol dire essere didascalici, ma più che altro non volersi perdere nelle stronzate. La cosa è possibile grazie a una storia che si racconta da sola, ed è raccontata meglio da attori (John David Washington e Adam Driver) e autori in perfetto tono. C’è la ricostruzione, c’è il cinema e il suo impatto sulla storia (spettacolare il dito puntato contro Nascita di una Nazione), c’è il richiamo diretto alle follie di qualche anno fa che anticipano perfettamente la follia più recente, successiva al film: l’omicidio di George Floyd, la reazione, la straordinaria capacità dell’Occidente di stare sui social a discettare se le discriminazioni esistano o meno, a ricercare sfumature. (4,5/5)

Border – Creature di confine (Ali Abbasi 2018) Dalle pagine di John Ajvide Lindqvist era già nato l’ottimo Lasciami Entrare, per la regia di Tomas Alfredson; Border ha avuto anche più fortuna, ma a me è appena piaciucchiato. I temi rimangono simili, la diversità, che si rispecchia in una unicità o menomazione sessuale che isola i protagonisti, alla ricerca di un’appartenenza. Chi ha amato Border credo abbia concesso molto alla storia, anche romantica, dei protagonisti, e abbia sottovalutato degli aspetti di violenza – concettuale prima che visiva, di efferata vendetta verso il genere umano – che, non ben amalgamati né giustificati, finiscono per sabotare la forza del racconto. Oltre alle perplessità nella gestione dei temi, Border è più lontano da me anche nelle preferenze estetiche. Lasciami Entrare e Border credo siano due lati della stessa medaglia, su temi vicini il primo è la rivisitazione del mito del vampiro, il secondo guarda ai licantropi (anche se in giro si parla più di troll, ma il lato canino mi pare evidente). Se Lasciami Entrare, che mi è più affine, è la neve, il ghiaccio, i silenzi, le linee chirurgiche, Border è la terra, gli odori, i sensi in continua stimolazione, i colori caldi. (3/5)

Favolacce (Fabio e Damiano D’Innocenzo 2020). Un film che non mi ha convinto. Una rappresentazione molto drammatica e nichilista della famiglia, della società, una disperata cancellazione del futuro. Tutti temi che spesso mi affascinano, e che anche in Italia e di recente hanno trovato, con lo stesso Garrone, con Caligari, in parte anche con Pietro Macello, espressioni eccellenti. Volendo guardare ai cugini greci, Lanthimos ha costruito su questi temi alcuni dei suoi titoli migliori e più spiazzanti, da Dogtooth ad AlpeisQuello dei D’Innocenzo è un approccio che in qualche modo richiama la fissità e il grottesco di Lanthimos, ma sembra un compito che punta tutto sull’impatto della conclusione, sulla chiusura della tesi. Gli adulti esplicitano costantemente la loro violenza, la raccontano, se ne vestono, i bambini sono vittime silenziose, nel mezzo, alla fin fine, ci viene offerto assai poco. (2,5/5)

Pinocchio (Matteo Garrone 2019). La storia di Pinocchio è per tutti ormai così priva di sorprese, che a stupire dev’essere la sua trasposizione. Io non sono un pinocchista, ma la faccio breve: Garrone ha fatto un gran film. È fedele al testo, ma anche superiore allo stesso, lo esalta e lo porta a trovare la dimensione visiva che, a questi livelli, non aveva mai avuto. Così il Pinocchio di Garrone crea un mondo fantastico unico (per certi aspetti, e soprattutto certe luci, vicino al trattamento fatto con Basile, ma senza truculenze, più compatto e con maggiori rimandi alla contemporaneità), degno della fama mondiale dell’opera, un gotico rurale meraviglioso a vedersi per tutta la sua durata. Ma non è solo un esercizio estetico, è anche una parata di personaggi, con in testa Roberto Benigni a incarnare il Geppetto più umano e naturale possibile, che offrono con generosità la loro presenza, rendono reale la fiaba e costruiscono uno splendido omaggio al teatro, tratteggiando i loro caratteri anche in pochi secondi o in una manciata di battute. Garrone è probabilmente il nostro miglior regista. (4,5/5)

La Famosa Invasione degli Orsi in Sicilia (Lorenzo Mattotti 2019). Uno splendore, una favola sul confronto, il conflitto, l’integrazione, riportata in immagini e colori pieni di una bellezza rara. Le animazioni, le linee nette e geometriche che si fanno anche morbide mi hanno ricordato l’altrettanto riuscito The Secret of Kells, ma sono poi i tratti consolidati del bravissimo Mattotti. (4/5)

Mià e il Migù (Jacques-Rémy Girerd 2008) è un altro piccolo grande film per tutti. Qui le immagini sono disegnate, i tratti evidenti di matita a dare le espressioni, i colori sfumati nei campi lunghi, un altro modo per riportare nell’estetica il fascino della natura e del suo respiro. Molteplici ed evidenti i richiami al Miyazaki naturalista di Mononoke e Totoro, e anche al sodale Takahata, nelle sperimentazioni de La Principessa Splendente e, semplicemente, nella figura di Heidi. Una storia profonda trattata con lievità, che si concede ottimismo senza diventare lezioso e riesce a portare calore nei suoi personaggi. (4/5)

Devs: Alex Garland, la libertà e la predeterminazione in un’ottima miniserie

Devs è la miniserie di un Alex Garland in crescita. Ex Machina, suo primo lungometraggio da regista, mi parve un po’ premasticato; Annientamento, al netto di qualche scena abbastanza grossolana, mi piacque (poi ho persino letto la Trilogia dell’Area X, carina, ma non abbastanza epocale da giustificarne la lunghezza); Devs (8 episodi da 45′) conserva le forme più distaccate e asciutte di Annientamento ed è il suo lavoro più uniformemente riuscito.

Si tratta di una serie sci-fi con al centro l’unico, complesso argomento della predeterminazione, e quindi dell’autodeterminazione. Devs è bella perché è abbastanza inutile spiegare cosa la faccia funzionare: se sei in linea con un certo tipo di temi e una certa modalità di narrazione funziona e basta. L’immersione è immediata e costante, in una forma da thriller desaturato che procede in maniera precisa, avvolgente, che guarda argomenti vasti riuscendo a circoscriverli e definirli, trattandoli in modo diretto.

[Con spoiler tematici] Devs (ex machina) adopera la tecnologica come pretesto per dare forma alle ossessioni umane, prima fra tutte la creazione di Dio. Per quanto la parte “tecnica” sia data per scontata, riguardo la sua esistenza e possibilità, la sua raffigurazione visiva è una delle cose più affascinanti della serie, gli spazi simmetrici, definiti eppure eterei, le pareti, superfici e luci dorate, gli schermi che spezzano le figure, sgranano le immagini di altri luoghi, le icone giganti e opprimenti, i suoni bassi che formano il respiro del racconto, costruiscono un’atmosfera coerente, un’idea, uno stato d’animo che sono il veicolo di tutto.

Devs è una macchina che contiene in sé il mondo, ne conosce completamente le dinamiche, gli esseri e le forze che contiene, e può quindi risalire, scorrendo attraverso gli effetti e le loro cause, a ogni momento della sua realtà. Allo stesso modo, padroneggia l’unica concatenazione possibile di ogni causa ed effetto futuro. L’invenzione tecnologica che nella fantascienza è chiamata a rendere plausibile il proprio racconto, qui è volutamente messa da parte, perché quel che si chiede allo spettatore è letteralmente un atto di fede, dalle conseguenze profonde dal significato al tempo stesso opprimente e liberatorio.

Devs è un continuo specchiarsi, viaggia fra il terrore della mancanza di scelta, nell’essere solo spettatori di sé stessi mentre si segue un percorso non modificabile, alla cupa speranza che sia davvero così. E il suo discorso, che unisce molti aspetti, tocca l’esistenza, l’immagine e i sensi, la coscienza della realtà e la sua rinuncia. Gli spazi di Devs sono luoghi mistici e privi di azione, come quelli di Stalker, dove la salvezza e la dannazione sono la stessa cosa, dove tutto accade in risposta a una domanda che non si sa di custodire, mentre fra ogni cosa è ciò che più ci caratterizza e ci consuma. Le immagini che Devs mostra sono nebbia digitale, come i sogni in cui si perdono i protagonisti di Until the End of the World, immagini in cui spiamo noi stessi e da cui discende la nostra stessa esistenza, nella paura e la speranza di essere parte di un unico meccanismo, in cui, alla fine, ogni elemento ha lo stesso motivo di esistere.

(4,5/5)

La Vita Nascosta – A Hidden Life – Radegund (Terrence Malick 2019)

A Hidden Life è un film che respira, si espande nel suo senso universale, morale, e si contrae conservando la dimensione intima della vita che racconta e delle esistenze a questa direttamente collegate. La sovrapposizione fra questi due piani è possibile solo attraverso l’esasperazione della vita e delle scelte dell’individuo, così il nuovo film di Terrence Malick è chiamato a esprimere una forza e una tensione immani; è un film doloroso, trattato dall’autore con la sincerità che caratterizza il suo cinema.

La storia, vera, è quella di Franz, che dalla quotidianità rurale e montana nel paese austriaco di Radegund, con la moglie Fani e le figlie, viene strappato quando è chiamato alle armi e a giurare fedeltà a Hitler. Rifiutando entrambe le imposizioni, viene arrestato per tradimento.

La Vita Nascosta riprende con forza i temi principali della poetica di Malick e li riporta in una storia reale, lasciando che che gli elementi concreti ed eterei si diano forza a vicenda. Alla “natura”, femminile, in cui la vita umana s’intromette senza stravolgimenti, ancora si contrappone la “cultura” maschile, la guerra, le geometrie del carcere spezzano le forme irregolari degli spazi aperti e la lontananza trasforma anche il lavoro nei campi in una condanna. Malick porta il suo racconto nella percezione di Franz e secondariamente di Fani: tutto quello che ascoltiamo e vediamo – attraverso i suoni ovattati e le distorsioni grandangolari – è filtrato dal loro pensiero, dalla domanda di cui il protagonista non può negare di possedere già la risposta.

C’è una forte componente religiosa, cattolica, nel pensiero di Franz e nel suo rifiuto a giurare fedeltà al nazismo, ma il film è molto più complesso di così. Sarebbe riduttivo vedere nella sua storia quella di un martirio, a Franz non è richiesto di abiurare la propria fede, quel che caratterizza la sua obiezione, la sua scelta, è l’impossibilità di concedersi di fare la cosa sbagliata. Una scena centrale, in un dialogo con Bruno Ganz – qui nel suo ultimo ruolo – è il fulcro attorno a cui ruotano tutti gli altri dubbi, le sofferenze, gli incontri, i pensieri, le perdite; la resistente certezza, mentre è rinchiuso e torturato, di non poter rinunciare alla propria libertà.

Malick firma una soggettiva – in senso espressivo, non tecnico – imponente e importante. Racconta con tutta la pietas cui l’autore può ricorrere, attraverso un linguaggio visivo avvolgente e totalizzante trasforma il virtuosismo della sospensione, della luce, della ricostruzione del privilegio documentario, nella grazia dell’interiorità resa visibile.

(4,5/5)

Moby Dick (Herman Melville 1851)

La lettura di Moby Dick non è una passeggiata. D’altra parte, le divinità non sono a portata di mano. Il mio è stato un percorso lungo e frammentato, per diversi motivi, che si è concluso una mattina a letto, come quando si era ragazzini. Affrontare il romanzo di Melville significa, per la sua portata, trovare attorno allo stesso altre storie e possibilità, attirate dal gorgo della balena che s’inabissa. Una curiosa ricerca fra le traduzioni italiane, che dopo quella di Pavese hanno proposto versioni fra loro diverse. Dalla scelta di un linguaggio quanto più vicino all’originale ottocentesco, alle traduzioni approssimative, a una che addirittura non comincia con “Chiamatemi Ismaele”. Come si possa volere affrontare Moby Dick senza leggere le precise parole “Chiamatemi Ismaele” è un mistero; io l’ho praticamente cominciato per vedere cosa e come avrebbe scritto dopo “Chiamatemi Ismaele”. Alla fine ho conservato il mio antico tomo con la traduzione di Pietro Meneghelli, che mi è sembrata equilibrata (al contrario dell’impaginazione, davvero brutale nella sua densità). L’altra digressione, prima di cominciare il libro, è quella sulla vita di Herman Melville e sul destino della sua opera. Entrambe, si sappia, parecchio sfortunate. La lettura di Moby Dick offre un’ampia panoramica sull’incrollabile follia di Melville, al cui confronto quella di Achab è una superficiale intemperanza. La follia di Achab è romantica e intensa, ma marginale rispetto alla minuziosa conoscenza che il lettore può acquisire di aneddoti biblici ed etnologici, filosofici e di costume che la vera anima del libro offre. E sulle balene. Il lettore di Moby Dick otterrà una consapevolezza più che apprezzabile di tutto quanto si conoscesse delle balene a metà dell’Ottocento. Dal punto di vista biologico, delle abitudini individuali, dei frammenti di storia umana di cui sono state in qualsiasi modo partecipi, di come viene prima catturato, poi suddiviso, quindi trattato il loro corpo. E ogni singolo arnese, macchinario, utensile congegnato e utilizzato per rendere possibile il processo.

Moby Dick è un’infinità di suggestioni, l’immersione non tanto nel mondo di Ismaele, Achab e Queequeg, ma in tutto quel che incuriosisce e tormenta l’anima di Melville. È un leviatano, il libro stesso, dalla scrittura spaventosamente moderna, spesso ironica, partecipe ma senza eccessi, che guarda dove vuole, dalla prima all’ultima pagina. Senza sentirsi costretta dall’idea di una narrazione unitaria, inseguendo la molteplicità delle strade del pensiero attraverso digressioni, incisi, note, richiami, incarnando nella sua interezza l’assurdità della ricerca umana, e il suo essere, per alcuni, irresistibile. Melville sa di non poter dominare tutto, ma è estremamente affascinato dalla possibilità di perdersi in tutto quel che può attraversare, con o senza una gamba d’avorio.

A chiusura della mia immersione, la Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa, racconto recente di Sepúlveda, vuole riportare le origini di Moby Dick seguendo la storia dal punto di vista del pesce (in questo modo Melville ci tiene a classificarlo), offrendo uno sguardo ecologista e semplificato su quella che è, soprattutto, l’idea condivisa di cosa sia Moby Dick. “Sono stati loro, i balenieri, a raccontare finora la storia della temutissima balena bianca, ma è venuto il momento che sia lei a prendere la parola e a far giungere fino a noi la sua voce antica come l’idioma del mare.” La cosa che meno mi ha convinto è l’idea di dover restituire qualcosa alla natura, mentre quello di Melville è in ogni caso e da ogni punto di vista un enorme, bellissimo dono.

Parasite 92° Oscar per il miglior film

La cosa bizzarra con Parasite non è tanto che gli Americani abbiano abboccato al film coreano a misura di occidentale, quanto che, se togliamo il baluardo del partito preso, allora dobbiamo pensare che davvero abbiano creduto che nei precedenti 91 anni il film migliore del mondo fosse statunitense.

The New Pope – episodi 1 e 2 (Paolo Sorrentino 2020)

[Con Spoiler generici] Premesso che The Young Pope mi piacque parecchio, The New Pope è uguale ma diverso. Nonostante la continuità sia completa, i primi due episodi trattano la storia in maniera più frammentata, ognuno racconta in modo compiuto una parte della trama orizzontale. Il primo ha un tono decisamente introduttivo, e accoglie anche le soluzioni un po’ forzate delle narrazioni di breve durata. La sfrontatezza visiva di Sorrentino (che credo continui ad avere un apprezzabile fascino) rimane, e se le digressioni musicali nella stagione passata trovavano l’ambasciatrice svedese (o di qualche Paese vicino) coreografare elegantemente Nada, qui ci sono suore cubiste che richiamano più i neon e la sensualità esasperata di Loro (la sessualità e la sua repressione hanno in generale un ruolo importante). In altre occasioni si fa sfoggio di simmetrie, prospettive in profondità e dolly, come nella scena del conclave. Più che per dare solennità, per creare un commento grottesco, accompagnando scene ordinatamente fredde e geometriche con musiche pop e mostrando i calcoli molto terreni che sottendono le cose spirituali. Malkovich (bravissimo) compare nel secondo episodio, spingendo l’acceleratore sui conflitti verbali, l’unica via per contrattare compromessi fra differenti visioni della vita e dell’esercizio del potere.

(4/5)

Storia di un Matrimonio – Marriage story (Noah Baumbach 2019)

Marriage Story è un film ben diretto e ben scritto (benissimo, rispetto alla media corrente), con due attori, Scarlett Johansson e Adam Driver, che somigliano alle persone reali, perché rappresentano emozioni reali, giustificate dalla storia, e le dividono e condividono, le strattonano e con sapienza le tirano una delle mani dell’altro. Non ha momenti morti e può contare su una manciata di comprimari da urlo, a cominciare da Ray Liotta. Mostra la sofferenza e la disgregazione, e la formalizzazione delle stesse, il modo in cui ogni dolore può e deve essere classificato e soppesato, facendolo rientrare in agili categorie giuridiche sperimentate da migliaia d’altri. Costruisce dettagli significativi e li adagia in movimenti e incidenti quotidiani, dà tempo alle scene ma non le annacqua mai, racconta realisticamente ma mette in sottofondo la musica del cinema che ha visto il suo autore, riuscendo a non tradire nessuno dei due mondi. Appongo il mio sereno e convinto “avercene”.

(4/5) – su Netflix

The Mandalorian, The Witcher, Mrs. Maisel 3, Undone

Un po’ di serie del momento, anche del momento futuro, nel caso di The Mandalorian. In Italia uscirà ufficialmente il 31 marzo, quando degli occhioni di Baby Yoda ne avremo abbastanza già da un po’. Mentre l’umanità arde per l’insoddisfazione dovuta dall’Episodio IX, questa serie che ha il compito di infiltrare nel mondo la piattaforma Disney è generalmente meglio accolta. Senza motivi plausibili, dal momento che intreccio, sceneggiatura, caratterizzazioni, sono a livello base, mentre la confezione – scenografie, integrazione fra digitale e reale, costruzione dell’azione pura – sono anche peggio. Il che, vista la produzione, è una delle cose che sorprende di più. Gran parte dell’ipnosi collettiva viene dal su citato piccolo Yoda, esemplare di una specie con uno stadio infantile che dura decenni, sorprendentemente tendente all’estinzione. L’incarnazione estrema dell’infantilizzazione alla base del trattamento Disney, che per il resto offre uno spettacolo vicino a un telefilm pomeridiano di fine ’90.

(2,5/5) 

Superata la resistenza verso un Henry Cavill col parruccone e degli effetti speciali fra il risparmio e il glitter, The Witcher è invece, fra le serie contemporanee, una di quelle che dà più motivi per farsi vedere. Una storia fantasy con magia, mostri, sesso, sangue e ironia, con il ritmo che mancava al Game of Thrones delle ultime stagioni, finito a prendersi così dannatamente sul serio. Nasce dagli scritti del polacco Andrzej Sapkowski (e dai connessi videogame) e nella prima stagione racconta vite e vicende che si intrecciano progressivamente, attraverso linee temporali frastagliate. Con il proseguire degli episodi anche l’apparato visivo migliora e ci si abitua ai protagonisti, tutti abbastanza in parte ed efficaci, mentre sempre molto curate sono le scene d’azione e la scansione del racconto. Ci sono maledizioni, deformità e cacce alle streghe, ordini segreti e conflitti fra popoli, e su tutti questi piani pure traspare la sapiente tradizione europea. Problema principale della prima stagione è che finisce parecchio in fretta.

(4/5) su Netflix

La Fantastica Signora Maisel mantiene l’ottimo livello delle prime due stagioni? Per alcuni versi sì: la sceneggiatura, intesa come scrittura dei dialoghi e delle singole scene, è ancora eccellente, e la regia, quando segue il tour di Mrs. Maisel, ha i suoi momenti migliori. Con lunghi pianosequenza la macchina da presa scivola sul palco e dietro le quinte, si concentra sulla protagonista e descrive momenti corali e spettacoli canori, insomma è davvero un bel vedere. Qualcosa la paga il soggetto, la storia vera a propria, che sconta alcune ripetizioni nelle dinamiche fra la protagonista e l’ex marito e l’impronta non proprio travolgente di altre linee narrative. Rachel Brosnam rimane bravissima, e questa volta sono le interazioni con Lenny Bruce quelle drammaticamente più riuscite. Comunque, uno dei migliori spettacoli in città.

(3,5/5) su Primevideo

In quota sperimentazione, mi limito a segnare e suggerire Undone, visto troppo tempo fa. Una storia visionaria, intima e dolorosa, che sfrutta il rotoscopio per mettere in scena salti spaziali e temporali ben integrati in un contesto che rimane comunque realistico. Una tecnica storica e affascinante, che può essere più “cubista”, come nel Linklater di Un Oscuro Scrutare, o più morbida, come The Case of Hana & Alice o My Beautiful Girl Mari. Qui associata a una buona storia, un’indagine nel tempo e nelle possibilità di una ragazza e della sua famiglia, che a quanto pare avrà anche un seguito.

(4/5) – su Primevideo