Hunger Games – La ragazza di fuoco (Francis Lawrence 2013). Hunger Games for dummies.

hunger games la ragazza di fuoco recensione slowfilmMai visto un “secondo capitolo” così uguale al precedente. Hunger Games – La ragazza di fuoco segue in maniera pedissequa il percorso del primo, con alcune fondamentali differenze, tutte peggiorative. Francis Lawrence, regista che si occuperà anche degli ultimi due film della saga, chiamato a sostituire Gary Ross, al contrario del suo predecessore non riserva alcuna sorpresa. Dilata (ulteriormente) la parte introduttiva in una rappresentazione neutrale, pressoché invisibile, senza riuscire a suscitare interesse né per le parti descrittive, né per i rapporti fra i protagonisti. Dopo aver replicato persino la presentazione di Katniss vestita dalla griffe di Lenny Kravitz, ci si ritrova negli hunger games a metà del secondo tempo. Molto lontani dalla ferocia, insolita per un prodotto mainstream, che aveva permesso di accostare il film di Ross a un cult come Battle Royale. La lotta fra i tributi, che non suscita più stupore o emozione, è ridotta all’osso, e il pericolo viene esclusivamente dalle trappole disposte dai registi esterni, figure ispirate alle antiche divinità greche che possono manipolare tutto quanto è contenuto nel terreno di gioco. Con una meccanicità degna di un parco divertimenti, si susseguono alcune minacce mortali quali nebbia pruriginosa e mulinello d’acqua.

Pleonastica introduzione al lungo epilogo che, come da tradizione, si svolgerà in due pellicole, La ragazza di fuoco abbassa considerevolmente l’interesse per una saga che sembrava fra le più coraggiose, negando la ricerca d’identità e originalità viste nella prima parte.

(2/5)

Piccolo Grande Uomo (Arthur Penn 1970), Alice’s Restaurant (Arthur Penn 1969), Io Sono Leggenda (Francis Lawrence 2007)

Credevo di trovarci una scena con Hoffman che si arrampica su una collina, piangendo sotto la pioggia, in Piccolo Grande Uomo, invece no. Si trattava di un altro film e quasi certamente non c’entra neanche Hoffman. Ma era comunque da rivedere, questo pseudo western che ancora una ventina d’anni fa passava spesso in tv. Una delle cose belle del cinema di Arthur Penn è che ogni classificazione di genere può essere preceduta da pseudo: pseudo western, pseudo gangster, pseudo sessantottino. Questo perché è uno di quelli che il genere l’ha arricchito snaturandolo, trovando un nuovo modo di fare epica. Credo sia unico il modo che ha Penn di lasciar seguire ad una parte grottesca o anche esplicitamente comica un’altra scena totalmente realistica e drammatica; e questo lo fa costruendo ogni sezione con lo stesso impegno, curando dialoghi e personaggi, raccontando storie e mostrando il mondo.  E qui Hoffman è il suo burattino ideale,  (pseudo)eroe non in cerca di identità, ma istintivamente consapevole che sia dannoso averne una. Hoffman è la nostra guida attraverso mondi e modi di pensare, come Zelig indiano fra gli indiani, pistolero fra i pistoleri, religioso fra i religiosi, sempre pronto a mollare quando si trova di fronte all’incarnazione umana compiuta e necessariamente ottusa di uno stock di idee. Film complesso, curatissimo eppure spontaneo,  una recensione non particolarmente benevola del 1971 lo indica come “nuovo cinema per famiglie”, ed era vero. Più in là siamo stati educati ad essere di bocca buona.

Il dubbio di essermi ormai affezionato alla firma di Penn, rischiando il pregiudizio positivo, è stato confutato da Alice’s Restaurant, con e su Arlo Guthrie, che deve essere una persona piacevole, ma il suo racconto fricchettone non è altrettanto convincente. Segno che le cose è meglio costeggiarle, prenderle alla larga, e che la leggerezza e l’ironia non sono connaturate ad una situazione, ma vanno costruite.

Sembra non entrarci per niente, ma il nuovo cinema di intrattenimento è Io Sono Leggenda. Che non è male, prima di tutto perché si parla straordinariamente poco. Bestie come leoni e gazzelle sono orrendamente finte, quindi l’effetto sul tipo de L’esercito delle Dodici Scimmie, dove animali selvaggi in città desolate facevano la loro porca figura, qui lo si ricerca ma non riesce. Però le scenografie sono belle (immagino di pixel e  blue screen anche quelle, ma almeno le città deserte non hanno gli occhi e il problema di doversi muovere), il cane simpatico, alcune scene notevoli, e poi, non so se lo sapete, ma si parla straordinariamente poco. Appurato che il film non è noioso e che vedere schiacciare zombie da un’auto in corsa è sempre una scena efficace, questi film racchiudono qualcosa di tremendo. Dico questi perché Io Sono Leggenda, Iron Man, Io Robot, sono sicuro anche Hulk, pur non avendolo visto, e poi un paio di eccetera eccetera non sono semplicemente prodotti commerciali, non sono necessariamente brutti, sono inquietantemente vuoti. Ognuno di questi film è solamente lo spot di se stesso, non nasce da nessuna esigenza, è mediocremente perfetto, in modo da non mettere in imbarazzo il successivo; ognuno è il sequel e il prequel dell’altro, in una studiata mancanza di anima. E’ una sensazione di vacuità, ma non è la stessa leggerezza dei blockbuster di qualche anno fa, c’è una vena più forte di corporazione e di calcolo aritmetico.

Piccolo Grande Uomo: 4/5

Alice’s Restaurant: 2,5/5

Io Sono Leggenda: 3/5