Tieni Ferma la tua Corona, il libro di Yannick Haenel con dentro Michael Cimino

Tieni Ferma la tua Corona (Yannick Haenel 2017) ha una bella copertina porosa che accoglie e restituisce particelle, una copertina che ricorda, delle pagine che in modo piacevolmente percettibile incamerano l’umidità, un’impaginazione che scorre, per l’equilibrata disposizione del testo e per la scelta di Haenel di ripartire il suo romanzo in paragrafi brevi, ulteriormente suddivisi al loro interno, e ognuno con un suo titolo. Era da un po’ che non mi bevevo, e godevo, un romanzo così.

Vorrei dire un sacco di cose, ne dirò qualcuna. Tieni Ferma la tua Corona mi è venuto incontro in molti modi, ma è un ottimo libro anche se non sei me. Si apre su Herman Melville. Il protagonista del romanzo, il parigino Jean Deichel, è l’autore di un’impossibile sceneggiatura dal titolo The Great Melville, che rispecchia così a fondo la follia e l’ossessione per il fallimento dello scrittore americano da essere sostanzialmente improponibile. Quasi improponibile, perché nel discorso entra subito Michael Cimino, autore prima in vetta con Il Cacciatore e poi meravigliosamente naufragato con I Cancelli del Cielo, spirito affine nel porre l’ossessione prima di ogni altra cosa. Nel libro trova spazio l’opera di Cimino e poi Cimino stesso. E tutto attorno ruotano i nomi di Coppola, Apocalypse Now, Marlon Brando, i riferimenti letterari reali o presunti che hanno gravitato attorno a loro, e gli incontri con altri “personaggi” come Isabelle Huppert. Quella di integrare in un romanzo riferimenti cinematografici contemporanei è un’idea che mi ha spesso suggestionato e che Haenel applica alla perfezione.

Tieni Ferma la tua Corona è un romanzo vero e proprio, con un protagonista romanticamente bukowskiano che nella negazione di alcun metodo insegue la bellezza, l’ideale, il sacrificio, il fottersene delle cose che dovrebbe considerare importanti, e nell’ancorarsi alla realtà compone un’ode ai suoi antieroi. Dà corpo a un’atmosfera beat e a una riflessione su sé spietatamente autoindulgente alla Richler. La prosa di Deichel offre frasi ricercate, divertenti senza apparire forzatamente argute, comprime dialoghi in discorsi indiretti che racchiudono brani di quotidianità distillati dal fatalismo di Jean.

“Siccome mi stavo accendendo una sigaretta, Mme Figo ne approfittò per stigmatizzare il mio tabagismo: non soltanto seminavo sterco un po’ dappertutto nelle aiuole di quel giardino di cui lei era responsabile, ma vi schiacciavo anche delle cicche. Questa accusa era ancora più ingiusta della precedente, perché non gettavo mai una cicca e non la nascondevo neanche sottoterra come fanno certuni, dissi, ma le infilavo tutte sistematicamente nei sacchetti insieme con gli escrementi di Sabbat. Ero in regola, dissi a Mme Figo, e forse addirittura irreprensibile.”

Nella trama orizzontale, il libro riesce a dare delle impressioni e poi ribaltarle, illuminando la natura contraddittoria del protagonista e inglobando temi – la cronaca del terrorismo, il lutto condiviso, le moderne epopee dei migranti e quelle raccontate da Cimino – senza mai forzare il tono. D’altra parte, Haenel sa quando l’accenno a una traccia narrativa può essere più forte del suo compimento, abbandona degli spunti consapevole del fatto che non può nascondersi una storia dietro ogni evento, e soprattutto che nessuno dovrebbe conoscere per intero la storia che sta raccontando.

Insomma, Tieni Ferma la tua Corona è un libro che costruisce al meglio tutti i suoi strati, si lascia leggere con voluttà e racchiude pensieri e riferimenti su cui tornare e da cui partire, il tutto con l’eleganza della migliore scrittura, che appare in ogni momento spontanea.

“Poi ho chiamato il canile municipale; mi hanno riposto che non avevano trovato nessun dalmata, cosa che peraltro non succedeva mai, non esistevano dalmata abbandonati.
– Il mio non è abbandonato, è perduto.
– Come sarebbe perduto? Un cane non si perde!
– Come no? Io ne sono la prova.
– Be’, la prossima volta stia più attento.”

(5/5)

Divagando fra Macchine Come Me (Ian McEwan 2019), Hanno Tutti Ragione (Paolo Sorrentino 2010), La Ragazza del Convenience Store (Murata Sayaka 2018)

Lo dico subito, non sono libri che mi hanno fatto impazzire. Sì, quello di McEwan mi è piaciuto, ma, purtroppo per lui, non mi ha cambiato la vita. Verso gli altri due mi lascerò andare a insulti più o meno velati. Comincio con McEwan. In Macchine Come Me c’è l’intelligenza artificiale, gli androidi, c’è Alan Turing con apparizioni da figura de La Lega degli Uomini Straordinari, c’è l’Inghilterra degli anni Ottanta, ma in un mondo in cui la tecnologia è decisamente più avanzata della nostra attuale. McEwan è come sempre (per quel che ho letto) limpido e molto informato, quello che frena un po’ è che mi sembra finisca per scrivere di cose più normali, trame più rodate, di quanto non voglia lasciare intendere, o semplicemente di quanto non vorrei. Forse il romanzo che più riesce ad avvicinare ambizione e contenuto rimane Cortesie per gli Ospiti, di cui ho un ricordo disturbante. Poi ci sono quei libri a cui bisognerebbe dare un senso sterminato, per poterli avvicinare alla grandezza dei loro nomi e della loro fama – e qui arriva il divagare spinto – come La Strada di McCarthy. Quale abisso nasconde La Strada di McCarthy? Forse nessuno, l’ho visto sempre citare per quel che sembra, anche quando spunto (per Recalcati) per analisi psicologiche, a essere richiamati sono l’ambiente e le figure padre-figlio, così come vengono proposti dalle pagine. Forse La Strada è quello che sembra, un libro semplice, breve e asciutto, così tanto da poter sembrare lo scritto di un giovane che limiti in questo modo le possibilità di errore, che descrive alcune scene di un violento e collaudato deserto postapocalittico. L’evidenza di McEwan è molto più tranquilla, è il richiamo a dinamiche di genere, sentimentali, a volte (in Solar) bassamente grottesche, a cliché tutto sommato non stravolti, l’approdo a interrogativi umani ed esistenziali che mi sembrano meno tesi di quanto dovrebbero. Non so, magari sbaglio, probabilmente sbaglio. Ad ogni modo Macchine Come Me è un buon libro, forse un po’ fermo, casalingo, ma si lascia leggere, più dei prossimi due. (3,5/5)

Cominci Hanno Tutti Ragione con la piacevole sensazione di essere entrato in un nuovo film di Sorrentino, dopo poche decine di pagine nasce la sgradevole sensazione di essere incastrati in un film di Sorrentino. Perché le espressioni, le vicende, i dialoghi sono quelli, ma i tempi e la forma della letteratura sono diversi da quelli del cinema. Mentre la ricerca barocca di un’inquadratura o un movimento di macchina posso capirli e anche goderli, una scrittura fatta prevalentemente di brevi sentenze, della ricerca di frasi argute o semplicemente appariscenti, un intero libro scritto così è più di quanto possa sopportare. È stata una lettura lunga e dolorosa, che mi sono imposto di completare proprio per non lasciarci con amarezza e magari costringermi a ripensare anche all’opera filmica. Dovevo sapere che a un certo punto sarebbe finita. I caratteri tipografici prendono in ogni pagina la forma di Toni Servillo, interprete del protagonista Tony Pagoda. Sei proprio costretto a leggere i numerosissimi pensieri di Pagoda con la voce di Servillo. Pensieri che accumulano enormi quantità di immagini per dare forma a un singolo concetto o impressione: Hanno Tutti Ragione sembra per lunghi tratti un dizionario di sinonimi di immagini letterarie, alcune scanzonate, alcune tirate a forza, alcune – brevi, ben delimitate da punti – arrivano a farti pensare che siano davvero troppe. Per molti versi, è qualcosa come l’anti-Carver. Ancora, se in un film posso anche apprezzare un virtuosismo estetico che non accompagni un senso poi così profondo, la scrittura rende evidente l’autocompiacimento del protagonista (e dello scrittore), che glorifica perpetuamente il suo essere e le sue debolezze, in una suggestione imposta che non può sempre collimare con l’effettiva identificazione della frase ben riuscita. Qualcosa di meglio arriva nella parte brasiliana, più o meno centrale, dove l’ambiente e qualche nuovo personaggio riescono sporadicamente a distogliere Pagoda da sé. (2,5/5)

Diamine, ricordo già molto poco de La Ragazza del Convenience Store. Se n’è parlato tanto, se ne parla tanto (cioè, ne leggo ancora piuttosto spesso in giro), cosa inusuale per un libro giapponese, e credo che lo abbiano letto in tanti soprattutto perché si tratta di un libricino, comodo, si legge in un paio di serate. In questo caso, sono piuttosto sicuro che nessun abisso o semplice rivelazione si celi fra queste pagine. E, in genere, io amo i prodotti della cultura nipponica. Ma Murata Sayaka ci porta una storia di grande piattezza, vista attraverso una protagonista che risulta implausibile già nel raccontarla, perché per prima non riconosce nessuna storia da raccontare. Un racconto di inadeguatezza sociale che si svolge nel diffuso disinteresse di tutti i suoi attori. Una descrizione letterariamente non molto riuscita di apatia individuale che stilisticamente, anche nella sua semplicità, finisce per essere incoerente e confusa, quando attribuisce alla protagonista gli stessi slanci sarcastici e, quindi, tutto sommato sociali, di cui si dice generalmente incapace. (2/5)

Crooner, La Banda dei Brocchi, Il Senso di una Fine, Un Artista del Mondo Fluttuante, Un Pallido Orizzonte di Colline, Stoner, Absurdistan

Crooner (Kazuo Ishiguro, edizione del 2018, ma compare in realtà nella raccolta Notturni del 2008) non è solo un racconto, è un piccolo volume molto elegante, che è bello osservare e sfogliare. Uno sguardo su due uomini, una donna e Venezia illustrato da Bianca Bagnarelli, che contribuisce decisamente a dare identità al tutto.

Un’idea sul tempo, e sulle strategie che ogni persona si costringe a intraprendere per fingere di saperlo contrastare. Un libro di solitudini autoinflitte, che celebra la poesia e la nega, denunciandone l’artificialità. Una bella lettura, per un pomeriggio da passare in altri luoghi e in altri corpi.

[Tutto il resto viene dal passato]

[12 gennaio 2019]

Sabato mattina, finito il primo libro del 2019, La Banda dai Brocchi (Jonathan Coe 2001). Fino a ora l’avevo messo da parte perché l’impaginazione dell’economica Feltrinelli è disumana anche rispetto ai suoi standard.

Bello, un Coe che mi aspettavo vicino alla famiglia Winshaw, mentre ricorda più la formazione umana e sentimentale de La Casa del Sonno. Di Winshaw riprende, in parte, l’ampiezza della struttura e la molteplicità delle linee narrative, pur rimanendo sempre di lettura assolutamente immediata e piacevole.

Adesso sono quasi commosso al pensiero di ritrovare l’interlinea, gli spazi fra le lettere, la dimensione del carattere superiore a quella per un bugiardino, nell’opulenza del tascabile Einaudi.

[18 gennaio 2019]

Il Senso di una Fine (Julian Barnes 2011), chiuso giovedì sera a scuola di danza. Nonostante il tono molto differente la prima metà del libro – quindi le prime 70 pagine – raccontano qualcosa di simile a La Banda dei Brocchi: la scuola, gli amici, il primo amore. Mi ha lasciato, quindi, la sensazione di un riassunto di qualcosa di molto più romanzabile.

Quindi si passa all’attualità di un uomo maturo che fa i conti col tempo, col suo tempo e con la rilettura della sua storia personale, che muta in relazione agli avvenimenti presenti. Mi ha stupito il tono forzato delle frasi di gioventù che dovrebbero essere argute e illuminate, mi ha lasciato abbastanza freddo l’attenzione a un “mistero” dell’intreccio su cui si concentra la seconda metà, non ho trovato la prosa brillante che cercavo in “uno dei maestri del postmoderno”. Rimane una lettura veloce, qualche spunto, un breve scambio di battute con l’avvocato.

[31 gennaio 2019]

Un Artista del Mondo Fluttuante, Kazuo Ishiguro (1986), finito mercoledì sera. Secondo libro nella carriera di Ishiguro, fresco di ristampa causa Nobel, è un’opera già matura, limata, dove si trova la capacità di cambiare il tono della scrittura conservando una riconoscibilità di temi e un’impeccabile pulizia formale.

Narrato in prima persona, da un anziano pittore divenuto celebre in tempo di guerra per l’attitudine patriottica, intento a fare i conti, alla fine degli anni ’40, con la rielaborazione personale e condivisa del passato. Avvolgente e ricercatamente sospeso nell’impossibilità di definire il percorso che traccia la storia di un individuo, lo stile di Ishiguro si conferma fra quelli a me più congeniali.

[Un pallido Orizzonte di Colline, 1982, segna l’esordio di Ishiguro, altrettanto riuscito. Come per Mondo Fluttuante lo sguardo è sull’attitudine giapponese, ritrovando nelle peculiarità di un popolo il modo per descrivere una pressione sociale e uno spaesamento dell’individuo che sono universali, come mostra nei suoi romanzi successivi, a cominciare da Quel che Resta del Giorno (1989)]

[Bonus Tracks: un paio di altri titoli che ricordo di aver letto non troppo tempo fa. Stoner (Edward Williams 1965) è un libro che mi ha profondamente irritato. Lo accosto a quello di Barnes, come opera di cui ho letto lodi ingiustificate, che dovrebbe restituire uno sguardo sull’esistenza e invece offre solo dei personaggi quasi inermi.

Stoner è una delle persone più passive e ottuse che abbia trovato in un libro. Se nella prima parte ho cercato di inquadrarlo, il modo in cui non prova in alcun modo a difendere il rapporto con sua figlia dalla follia della moglie mi ha del tutto spossato. Anche la scrittura è scolastica, sembra quella di una persona che segue delle istruzioni su come scrivere un libro.

Infine Absurdistan (Gary Shteyngart 2006) è stata un’esperienza singolare, ma anche troppo prolungata, troppo intensa. In principio la prosa di Shteyngart è fulminante, un capolavoro di ironia, cinismo, autodistruzione, perdizione.

Rimane tale per tutto il libro, e le numerose vicende di Misha Vainberg, corpulentissimo figlio e orfano di uno degli uomini più ricchi della Russia, diventano sempre più viscose, cupe, si avvitano su un linguaggio che nella reiterazione perde la sua novità per lasciare posto a un personaggio sempre in trappola, ma troppo disinteressato a sé per reagire. Una scoperta, ad ogni modo, che certamente lascia il segno]

Moby Dick (Herman Melville 1851)

La lettura di Moby Dick non è una passeggiata. D’altra parte, le divinità non sono a portata di mano. Il mio è stato un percorso lungo e frammentato, per diversi motivi, che si è concluso una mattina a letto, come quando si era ragazzini. Affrontare il romanzo di Melville significa, per la sua portata, trovare attorno allo stesso altre storie e possibilità, attirate dal gorgo della balena che s’inabissa. Una curiosa ricerca fra le traduzioni italiane, che dopo quella di Pavese hanno proposto versioni fra loro diverse. Dalla scelta di un linguaggio quanto più vicino all’originale ottocentesco, alle traduzioni approssimative, a una che addirittura non comincia con “Chiamatemi Ismaele”. Come si possa volere affrontare Moby Dick senza leggere le precise parole “Chiamatemi Ismaele” è un mistero; io l’ho praticamente cominciato per vedere cosa e come avrebbe scritto dopo “Chiamatemi Ismaele”. Alla fine ho conservato il mio antico tomo con la traduzione di Pietro Meneghelli, che mi è sembrata equilibrata (al contrario dell’impaginazione, davvero brutale nella sua densità). L’altra digressione, prima di cominciare il libro, è quella sulla vita di Herman Melville e sul destino della sua opera. Entrambe, si sappia, parecchio sfortunate. La lettura di Moby Dick offre un’ampia panoramica sull’incrollabile follia di Melville, al cui confronto quella di Achab è una superficiale intemperanza. La follia di Achab è romantica e intensa, ma marginale rispetto alla minuziosa conoscenza che il lettore può acquisire di aneddoti biblici ed etnologici, filosofici e di costume che la vera anima del libro offre. E sulle balene. Il lettore di Moby Dick otterrà una consapevolezza più che apprezzabile di tutto quanto si conoscesse delle balene a metà dell’Ottocento. Dal punto di vista biologico, delle abitudini individuali, dei frammenti di storia umana di cui sono state in qualsiasi modo partecipi, di come viene prima catturato, poi suddiviso, quindi trattato il loro corpo. E ogni singolo arnese, macchinario, utensile congegnato e utilizzato per rendere possibile il processo.

Moby Dick è un’infinità di suggestioni, l’immersione non tanto nel mondo di Ismaele, Achab e Queequeg, ma in tutto quel che incuriosisce e tormenta l’anima di Melville. È un leviatano, il libro stesso, dalla scrittura spaventosamente moderna, spesso ironica, partecipe ma senza eccessi, che guarda dove vuole, dalla prima all’ultima pagina. Senza sentirsi costretta dall’idea di una narrazione unitaria, inseguendo la molteplicità delle strade del pensiero attraverso digressioni, incisi, note, richiami, incarnando nella sua interezza l’assurdità della ricerca umana, e il suo essere, per alcuni, irresistibile. Melville sa di non poter dominare tutto, ma è estremamente affascinato dalla possibilità di perdersi in tutto quel che può attraversare, con o senza una gamba d’avorio.

A chiusura della mia immersione, la Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa, racconto recente di Sepúlveda, vuole riportare le origini di Moby Dick seguendo la storia dal punto di vista del pesce (in questo modo Melville ci tiene a classificarlo), offrendo uno sguardo ecologista e semplificato su quella che è, soprattutto, l’idea condivisa di cosa sia Moby Dick. “Sono stati loro, i balenieri, a raccontare finora la storia della temutissima balena bianca, ma è venuto il momento che sia lei a prendere la parola e a far giungere fino a noi la sua voce antica come l’idioma del mare.” La cosa che meno mi ha convinto è l’idea di dover restituire qualcosa alla natura, mentre quello di Melville è in ogni caso e da ogni punto di vista un enorme, bellissimo dono.

Cose che avrei voluto scrivere

dogmanDogman (Matteo Garrone 2018) è, per il suo autore, un nuovo racconto, che si aggiunge a quelli di Basile. Un racconto stavolta contemporaneo, ma ancora affidato a figure stilizzate, immerse in architetture che vincolano l’esistenza e le azioni. Uno scenario post apocalittico, quello di Villaggio Coppola a Castel Volturno, descritto con sguardo realistico ma in qualche modo affettuoso. Come a voler fare i conti con qualcosa che fa comunque parte di noi. È lo stesso affetto, (auto)compassionevole, che investe anche Marcello, interpretato dal giustamente celebrato Marcello Fonte, che attraverso la sua voce e il suo volto ha aggiunto un personaggio memorabile nel nostro cinema. È l’affetto verso uno straw (dog)man che, anche rispetto alle cronache di riferimento, è vittima degli eventi, un uomo che nella post apocalisse, tutto sommato, aveva trovato un suo equilibrio e creato un suo tessuto sociale. Il racconto della perdita di questo equilibrio è tratteggiato con episodi semplici e scarni, immagini nette, raramente violente, più guidate dalla sofferenza per quel che è già perduto e quanto ancora c’è da perdere. (4/5)

Manga Do. Igort e la via del manga (Domenico Distilo 2018) è il bel documentario che segue parte del viaggio del fumettista Igor Tuveri in Giappone. Dalla sua esperienza di vita e di lavoro sono nati i suoi primi Quaderni Giapponesi, dal recente ritorno a quell’isola, a quelle persone, a quel modo di interpretare la vita, i secondi Quaderni Giapponesi. Entrambi i volumi, bene specificarlo, sono dei capolavori. Mi sarebbe piaciuto, già dalla lettura dei quaderni, delineare un percorso che seguisse lo sguardo occidentale sul Giappone. Che toccasse L’Impero dei Segni di Roland Barthes, Sans Soleil di Chris Marker, i Quaderni di Igort e ora questo documentario. Testi e suggestioni che avrei voluto rispolverare, ma che al momento posso solo appuntare come traccia. Lo sguardo affascinato sul Giappone è probabilmente quello che gli dona la sua massima ricchezza; dalla curiosità, l’ammirazione a volte l’ironia rispetto alle differenze, nasce un discorso sulle diverse, possibili interpretazioni del tempo, dell’estetica e dell’etica, della natura, del senso del dovere e degli spazi che ognuno si ritaglia per riempirli con i propri desideri. Dalla ferita atomica alla spiritualità, dal lavoro alla sublimazione attraverso l’arte e i rituali antichi, Manga Do, guidato dall’osservazione pacata e ammirata di Igort, ripercorre diversi topoi nipponici, rifuggendo (forse anche troppo!) immagini turistiche o consumate. Di grande bellezza i momenti in cui Igort mostra i disegni, meravigliosi, alla base dei suoi primi Quaderni: acquarelli realizzati sui piccoli taccuini Mujirushi Ryōhin, i “buoni prodotti senza marchio”, pagine piene, vissute, ondulate dal colore, che portano delle vere opere d’arte nell’immediatezza di un oggetto povero e perfettamente funzionale. (4/5)

Nella seconda foto, due delle mie pagine preferite dei secondi Quaderni Giapponesi, con i toni viola che si riversano dalle pareti al cielo, alle strade da percorrere sotto la pioggia. La terza è un fotogramma del film, col taccuino originale.

L’Isola dei Cani (Wes Anderson 2018) incarna perfettamente la definizione di “carino”. E non c’è un’inquadratura che non sia un’opera di design. Queste affermazioni non hanno un valore necessariamente, o esclusivamente, positivo.  Il lavoro che c’è dietro è enorme, molto arguto e di buon gusto, e il film mi è piaciuto. Ma è un Wes Anderson in bellissima copia di sé. (3,5/5)

The Breadwinner – I racconti di Parvana (Nora Twomey 2017) dalla co-autrice di The Secret of Kellsla storia di una ragazza afghana, della sua condizione di donna, della guerra e della ricerca d’umanità attraverso la narrazione. Un’animazione semplice e raffinata, espressiva nelle sue linee nette e i colori pieni, che nella stilizzazione rispetta la drammaticità del soggetto. (4/5)

a beautiful dayA Beautiful Day – You were never really here (Lynne Ramsay 2018), dall’autrice di Ora Parliamo di Kevin, è Ghost Dog girato da Refn con le musiche (del Greenwood) di P.T. Anderson. È un buon film, soprattutto capace nel creare un’atmosfera coerente quanto opprimente, ma, a distanza di qualche settimana, fatico nel mettere a fuoco delle singole scene. Vidi nello stesso giorno I Segreti di Wind River (Taylor Sheridan 2017), per andare incontro a una solida depressione cumulativa. Con Wind River Sheridan conclude la trilogia della frontiera, da lui scritta, iniziata con Sicario e proseguita con Hell or High Water. Qui Sheridan tiene per sé anche la regia. Se la neve e i segreti che prova incessantemente a seppellire hanno sempre il loro fascino, la trama risulta forse troppo semplice, e innervata di una cultura bronsoniana di giustizia fai da te, che da qualche decennio stona. Se Sicario aveva più di un punto in comune, c’era la grandezza della regia di Villeneuve a dare complessità al film; una mano e uno sguardo, quelli di Sheridan, non altrettanto efficaci nello stravolgere una pista un po’ troppo battuta. A Beautiful Day 3,5/5 – Wind River 3/5

famiglia fangLa Famiglia Fang (Jason Bateman 2015), visto soprattutto in quanto “film con Christopher Walken”. Bateman è avanti e dietro la macchina da presa, per la trasposizione di un romanzo di Kevin Wilson che ben si adegua alle abitudini della commedia drammatica del cinema indie americano. Family Fang si poggia sulle vicende di una famiglia di artisti situazionisti, dove il capofamiglia, assieme alla moglie, riporta i due figli, fin da piccoli, all’interno delle proprie performance. Se il discorso sulla forza e il ruolo dell’arte riesce fino a un certo punto, identificandosi troppo con un fanatismo del padre che finisce per semplificare troppo le cose, viaggia meglio il rapporto tra fratello e sorella e l’irrimediabile difficoltà di diventare adulti, di distaccarsi dai propri genitori, in qualche modo uccidendoli. Il film non raggiunge vette incredibili, ma ha delle idee, una direzione tutto sommato adeguata e consapevole del suo peso specifico, e il cast, da Walken a Nicole Kidman, funziona. (3,5/5)

Il Gigante Sepolto (Kazuo Ishiguro 2015)

il gigante sepolto kazuo ishiguro slowfilm recensioneDopo la lettura non sempre serrata del pur bellissimo La Versione di Barney, l’ultimo libro del fresco Nobel Kazuo Ishiguro è stato, come recita la quarta di copertina, un’esperienza di travolgente leggibilità. Il Gigante Sepolto ci porta in un’Inghilterra medievale, sprofondata, dopo il regno di Artù, in una sorta di apatica involuzione. Una nebbia ottunde le menti delle persone, confonde il loro passato e porta a cancellare anche i ricordi più recenti. Ciò nonostante gli anziani Axl e Beatrice, coppia protagonista del libro, vivono in un raro tempo di pace, fra il popolo dei Sassoni e quello dei Britanni, che spesso si sono contesi le terre e hanno lottato per cancellare la cultura dell’altro.

Ishiguro descrive con eleganza ed efficacia un mondo e un tempo dove può trovare posto anche il fantastico, ma che è soprattutto il racconto del viaggio di Axl e Beatrice, punteggiato da incontri diversi e significativamente simbolici e dall’immersione nei boschi e nei piccoli villaggi. Tutto sembra sospeso e quasi irreale, eppure estremamente concreto, reso fisico e tangibile da abili descrizioni e dai pensieri – la paura di dimenticare, la paura di ricordare – che ogni evento porta nella coppia e nei personaggi che l’accompagnano. Axl e Beatrice sperano che il passato possa legittimare il loro presente, e si ritrovano spesso a dover confrontare il valore della verità con quello dell’inganno.

Ishiguro scrive il suo libro utilizzando un linguaggio arcaico ma non greve, richiama costruzioni ricche di artifici retorici e ripetizioni, riuscendo attraverso queste a dare concretezza a un mondo antico che parla di temi eterni e condivisi. Accanto al racconto astratto, dagli echi shakespeariani che portano a bellissimi picchi di scrittura, costruisce un mondo fisico e tangibile, fatto di terra e sangue, di odori e umori, di uomini che vivono rintanati nei loro villaggi, di folle ottuse e violente, ricordando gli Strugackij di È Difficile Essere un Dio. Ishiguro abbraccia diversi temi, su tutti quello della vecchiaia, al tempo stesso condizione individuale e universale, porta la stanchezza in scene rallentate che trovano nell’andamento della pagina il torpore indotto dalla nebbia, offusca la vista e quindi colpisce con dettagli di lancinante chiarezza. Riesce ancora a creare dubbi sulla memoria e il suo ruolo nella Storia, sulla capacità di inventarsi e raccontarsi per formare sé stessi, sull’oblio come modo per perdonarsi.

(4,5/5)

La Versione di Barney – Barney’s Version, il libro di Mordecai Richler (1997) e il film di Richard J. Lewis (2010)

la versione di barneyLa Versione di Barney, Mordecai Richler, 1997, è un libro che non ho letto tutto d’un fiato. Ci ho messo un po’, non sempre brilla per appetibilità, specialmente quando sei su un bus affollato e devi scegliere se dedicare mezz’ora a Richler o buttarti su Facebook e gli auricolari. Ma questo non gli impedisce di essere un gran bel libro. Uno dei più sarcastici, burberi e romantici della mia carriera da lettore, scritto con quella difficilissima spontaneità che hanno i grandi autori, da Bukowski a Carver. Il racconto, autobiografico per Barney Panofsky e, pare, per molti versi anche per Richler, parte con un turbinio di ricordi che, dagli anni ’50, attraversano i decenni, le città, le età, mescolando epoche e affetti per tornare periodicamente all’ormai anziano narratore. Che confonde citazioni, gli sfuggono i nomi di almeno due dei sette nani, s’incazza perché non riesce a ricordare che quella cosa per prendere il brodo si chiama mestolo. Sulla copertina del libro c’è la faccia del Richler giovane, e le migliori battute sprezzanti, i colpi più forti incassati da Barney non senza dolore, mi hanno sempre riportato a quel volto e quell’espressione.

Non posso certo stare a raccontare La Versione di Barney, i suoi tre matrimoni, i tre figli, Toronto e Parigi, gli ebrei e i gentili, gli amici, i sigari e lo smarrimento. C’è un libro scritto per questo, che per buona parte procede saltando liberamente fra le vicende e i tempi differenti, gradualmente si concentra in una storia sempre più definita, mettendo al loro posto tutti i pezzi che precedentemente erano stati offerti quasi alla rinfusa. Un percorso di focalizzazione praticamente contrario a quello del suo narratore, che invece vive lo sfilacciamento progressivo dovuto all’Alzheimer.

Barney Panofsky è un personaggio davvero bello, cui mi sono affezionato molto. Ammira l’arte, una via scelta da quasi tutte le sue amicizie, sempre con delle conseguenze. Ma produce discutibili serial televisivi, che lo hanno reso ricco. È spietatamente sarcastico nei confronti della normalità, ma raggiungerla rimane anche uno dei suoi desideri più profondi. Barney racconta senza autoindulgenza il rapporto anche di sudditanza che ha con l’amico scrittore Boogie, descrive una parabola di vita fatta di incontri e conflitti, quasi sempre ricostruendo le scene, i dialoghi, gli avvenimenti, senza ridurre le cose all’evocazione diretta dell’emozione. Tranne quando parla di Miriam, la mia adorata Miriam,  con cui avrebbe voluto invecchiare. E allora si sente tutta la malinconia del libro, tutto il tempo che, pure confusamente, è passato lasciando migliaia di tracce, tutto il desiderio di ritrovare una persona con cui costruire un rifugio per ripararsi dalla confusione.

la versione di barney filmLa Versione di Barney è un gran bel libro, quello di Richard J. Lewis non è un gran bel film. Neanche orribile, intendiamoci, ma non abbastanza fuori dal comune, e da questo punto di vista un tradimento grave del testo d’origine. Il film, Paul Giamatti protagonista, da una parte compie una scelta anche coraggiosa, ovvero quella di non introdurre una voce narrante. Una scelta anche raffinata, ma che può dirsi riuscita solo quando il film riesce a sviluppare un suo linguaggio alternativo, come nel caso di Villeneuve alle prese con Saramago o di Tarr che traduce Simenon. Lewis, invece, non riesce a costruire un’identità differente, a sostituire la parola scritta, i pensieri, con qualcosa di altrettanto potente, e soprattutto continua a rincorrere le vicende del libro. Ne fanno le spese personaggi appena abbozzati, dov’erano, invece, accuratamente delineati, ne fa le spese la stessa visione del mondo che il libro veicola, qui drasticamente semplificata. Pur non mancando qualche guizzo recitativo, è molto sacrificato anche il protagonista stesso, che spesso evoca velocemente ossessioni e piccoli atti di ribellione – le lettere anonime di Barney sono fra le cose che più ho amato del libro – senza riuscire a riportarle a una descrizione di un modo d’essere. La produzione è italo canadese, il che probabilmente spiega la sostituzione di Parigi con Roma, e sembra non aver voluto avvertire quanto di doloroso e violento ci sia in quelle pagine spesso ironiche, ma piene di paura per tutto quello che si perde nel percorso. Un film che vuole richiamare le tante vicende, ma non cerca un suo metodo, e il cui peccato maggiore è quello di aver provato a ridurre in alcuni cliché cinematografici un’umanissima  storia di ordinaria follia.

La Versione di Barney, libro di Mordecai Richler: 4,5/5

La Versione di Barney, film di Richard J. Lewis: 3/5

Domani nella Battaglia Pensa a Me, appunti sul libro di Javier Marías

domaninellabattagliapensaamejaviermariasArrivo a Domani nella Battaglia Pensa a Me, libro del 1994 di Javier Marías, dopo Zero K, libro del 2016 di Don DeLillo. Il passaggio arriva in un momento particolare perché, con l’eccezione di una manciata di titoli giovanili, Zero K segna il completamento dell’era DeLillo, negli ultimi cinque anni sicuramente l’autore che ho letto di più. DeLillo scrive due tipi di libri, quelli con pochi personaggi e ampie speculazioni teoriche, impiantate su un numero molto limitato di avvenimenti, e quelli con molti personaggi e complessi intrecci di numerosi eventi, variamente contestualizzati. Preferisco sicuramente i primi, mi trovo bene a seguire le divagazioni paranoiche, mentre, quando le cose si ingarbugliano troppo e gli attori si moltiplicano, mi perdo nei nomi e nelle funzioni. Zero K è sulla prima linea, la stessa di Cosmopolis e Rumore Bianco, e naturalmente è un libro sulla morte.

L’impatto con Domani nella Battaglia Pensa a Me è quello con un muro di testo: nella penisola iberica devono aver scelto di fare un uso molto oculato della carta, perché Javier Marìas, come Saramago, riempie completamente le pagine con blocchi di parole, molto di rado va a capo, per nessun motivo delimita dei paragrafi con un rigo vuoto. Adattarsi non è immediato e il contrasto è netto. DeLillo si esprime spesso con frasi brevi e secche, spezzando anche il discorso con riflessioni esterne ed eccentriche. Marías, meno pedante di Saramago nelle ripetizioni, costruisce comunque delle frasi lunghe e autoriflessive, che approfondiscono e ridefiniscono più volte gli stessi concetti. In una forma differente, ritrovo una scrittura prevalentemente speculativa, dove anche i protagonisti vengono spesso traditi, messi da parte, la loro costruzione e le storie accennate. Si racconta piuttosto poco, e i personaggi sono segnaposto per pensieri ossessivi ed espansi. Il discorso va avanti per pagine, fluido, e non è raro trovarsi davanti un blocco di due o tre facciate che, pure definito dalla punteggiatura, si legge come un’unica frase.

Mi piace molto la copertina, L’Altare di Isenheim di Matthias Grünewald, com’è scritto in quarta. Un particolare, quasi nascosto, un uomo in armatura che si accascia nella parte  destra, oscura, del dipinto. Nel libro sembra esserci una descrizione dell’immagine, a pagina 76: “”mentre lui rimaneva per un istante con un ginocchio a terra, l’ultimo resto di equilibrio, il ginocchio come coltello mal conficcato nel legno e le mani che stringono le tempie”.

In un numero molto ristretto di situazioni, di cornici, Marías parla soprattutto di tempo, di coincidenze, e di inganno. L’essere ingannati come condizione inevitabile dell’esistenza, più che come conseguenza di un’iniziativa cosciente. Parla di come vicende comuni siano l’occasione per avvenimenti grotteschi e spesso drammatici. Questi segnano profondamente chi li vive, ma sono tutt’altro che insoliti, funzionano secondo meccanismi ordinari. Lo sguardo è sulle usuali eccezioni che regolano la vita, che accadono in momenti in tutto simili a quelli che l’hanno preceduto e che lo seguiranno – per quanto noi, subendoli, li percepiamo come dotati di una diversa qualità. Oltre al titolo, preso dal Riccardo III, un’altra citazione shakespeariana guida il libro di Marías, la nera schiena del tempo richiamata da La Tempesta. La dimensione in cui possibilità e realizzazioni coesistono, in cui i percorsi si combinano per dare forma a un presente che s’impone immediato, solo in parte comprensibile e ormai già passato.

La forma non è quella del flusso di coscienza, dell’indagine soggettiva. Il protagonista di lavoro fa il ghost writer, o negro come usa dire lui, che si presta fra l’altro a fare il negro dei negri; è uno sceneggiatore destinato a non veder crescere i suoi scritti, uno scrittore che immancabilmente sopravvive ai suoi testi. Osserva e rimugina, costantemente, ma lo fa enunciando delle regole generali, cercando degli effetti comuni a delle cause che rimangono astratte e imprevedibili, non indaga le proprie sensazioni ma osserva lo svolgersi degli avvenimenti indipendente dalle nostre azioni. Marías ispeziona il nostro stare nel mondo, l’inadeguatezza con cui dobbiamo fare i conti ogni volta che sottoponiamo a giudizio le nostre azioni passate; un’inadeguatezza inevitabile, dovuta al vivere costantemente un tempo in cui la realtà rimane, in gran parte, in ombra.

Domani nella battaglia pensa a me, e cada la tua spada senza filo, dispera e muori.

Storie della tua vita – I racconti di Ted Chiang, all’origine di Arrival

9788820095833_0_0_1526_80Incuriosito dall’idea della raccolta sci-fi e dalla ricerca delle radici del recente film di Denis Villeneuve, mi sono buttato su questa fresca riedizione di Storie della tua Vita, antologia di otto racconti scritti da Ted Chiang dal 1990 al 2001. Storia della tua vita, lo scritto più corposo, è appunto quello alla base di Arrival.

Chiang ha vinto, negli anni, i più importanti premi del settore, e dovrebbe essere la prima volta che mi confronto con quella che credo si definisca hard science fiction, cioè una narrativa con un’attenzione particolare ed effettiva agli aspetti tecnici della questione. La cosa non mi ha convinto del tutto. Ho letto Dick, Gibson, gli Strugackij, Lem, altri in ordine sparso, e tutti, pur ricercando una coerenza interna, si rivolgono al fantastico e alla fantascienza per trovare il proprio modo di esprimere temi prettamente umanisti. Nuove tecnologie offrono possibilità e costrizioni utili a estremizzare e quindi raccontare aspetti della società, dei sentimenti, del pensiero, ma l’esistenza di quelle tecnologie rimane del tutto funzionale, affidata al piano concettuale. Nei racconti di Chiang, invece, l’idea tecnologica e la sua plausibilità conservano un ruolo centrale nel testo e nelle motivazioni che hanno spinto alla sua scrittura.

Il confronto fra il racconto di Chiang e il film di Villeneuve e dello sceneggiatore Eric Heisserer non è stimolante come quello fra Enemy e il libro di Saramago, L’uomo Duplicato. Lì le differenze sostanziali danno due opere vicine nei contenuti, ma nei toni, e alla fine anche nel messaggio, molto differenti, un notevole incontro di autori che rispecchia l’essenza e lo stile di ognuno, su medium differenti. Con Ted Chiang ho avuto più l’impressione di avere a che fare con il frutto del lavoro di un accorto scrittore part time, che con della letteratura, cosa che potrebbe, per me, rappresentare il limite del genere. Quello che sorprende, di un autore letterario, è la capacità di dar vita ai dettagli, alle vicende secondarie, alle costruzioni inattese della frase, con cui spesso racconta davvero, senza raccontare, al di fuori dell’intreccio. La scrittura di Chiang è estremamente diretta, dimostrativa, enuncia le sensazioni senza giustificarle, e in alcuni casi mi ha ricordato le sinossi di opere più ampie, dove lo scopo è comunicare il contenuto di un libro, non la sua anima. A Chiang va riconosciuta la paternità delle idee cardine di Arrival, ma il confronto vale soprattutto per valorizzare le scelte di regia e riscrittura. Il film riesce, infatti, a trasformare le idee in qualcosa di più complesso e significativo, di vicino ai nostri intimi timori.

La lettura del libro di Chiang, comunque piacevole e veloce, è spinta soprattutto dalla curiosità per la scoperta dell’idea che sarà al centro del racconto. Il contesto non è sempre futuristico, spesso l’ispirazione tocca figure e temi religiosi, domande tecnologiche si esprimono attraverso la descrizione di realtà fantastiche, in Settantadue lettere,  ad esempio, intrecciando contatti fra i golem, la robotica e la riproduzione artificiale. In alcune occasioni, come nel racconto finale Amare ciò che si vede, lo scrittore sembra individuare la suggestione tecnologica, senza dar conto delle connessioni e le moltitudini di effetti che la stessa provocherebbe sull’esistenza umana. L’esperienza e l’esistenza appaiono soggette a drastiche semplificazioni. In chiusura, anche nelle sue note, Chiang si dichiara ipoteticamente favorevole a una tecnologia che inibisca il riconoscimento della bellezza, cancellando dalla visione individuale le differenze estetiche. Lascia intendere una concezione piuttosto ristretta degli impulsi e le sensazioni degli esseri umani, che sembrerebbero dover esistere per tendere a finalità più integre e definite, non umane.

Addio Jirō Taniguchi, artista straordinario.

Lo zen di Gourmet e L’uomo che cammina, la collaborazione fantastica con Moebius, il codice de Il libro del vento, l’intimità di In una lontana città, e moltissimo altro. Jiro Taniguchi è stato uno dei più grandi artisti contemporanei, grazie per tanta bellezza.