Minima Immoralia: 12 Anni Schiavo, Nebraska, La Mafia Uccide Solo d’Estate, Captain Harlock, Snowpiercer

12 anni schiavo recensione slowfilmFinché non faccio questa cosa non mi sento tranquillo. Altri sono persi per sempre, per questi sarà ingiustizia sommaria, così è che va. Un nuovo scalpitante episodio della rubrica Poche Parole per Alcuni Film.

12 Anni Schiavo. In giro si dice sia un film Hollywoodiano, reinventato dall’estro autorale di Steve McQueen. Mi sento di concordare con la prima parte dell’affermazione. McQueen ha messo davvero tanto della sua formazione videoartistica in Hunger, era già stanco in Shame e firma con 12 anni una pellicola ampiamente nei ranghi, forte del più Academyco dei mea culpa statunitensi. Mi sento di incomprendere, oltre alla premiazione come miglior film e migliore sceneggiatura non originale, l’Oscar come migliore attrice non protagonista a Lupita Nyong’o, che starà nel film 10 minuti, di cui 5 passati a essere frustata fuori campo. C’è tutta un’idea di espiazione dei sensi di colpa attraverso il riconoscimento di premi catartici che dall’Oscar non si staccherà mai.
(3/5)

nebrasck slowfilm recensioneNebraska. Leviamoci anche il secondo sassolino dalla proverbiale scarpa. Io ho l’umana sensazione che Alexander Payne sia una brava persona, che fa quello che fa perché ci crede, in buona fede. Però quello che fa sembra sempre una versione annacquata di qualcosa che è stata già fatta meglio. Nebraska mi ha irritato meno di un Sideways, ma resta un manualetto per lo svolgimento del filmino indie. Prima lezione, come togliere il colore faccia fico. Roba agrodolce, con echi di Jarmusch, Straight Story e di qualsiasi road movie di riconsiderazione familiare. Male non fa, bene nemmeno.
(3/5)

La Mafia Uccide solo d’Estate. Qui rischio grosso. Pif mi piace assai, quel maledetto è rimasto praticamente l’unica cosa a giustificare l’esistenza di un canale come Mtv. Nei suoi particolarissimi reportage è spontaneo, intelligente, ironico, simpatico, addirittura poetico. Il suo film non è molto di più, anzi è un po’ di meno. Perde quell’immediatezza che Pierfrancesco Diliberto riesce a trasmettere quando interagisce con persone e situazioni di cui gli preme capire e far capire qualcosa. Per quanto parlare di mafia sia ormai una cosa sostanzialmente di nicchia, per passatisti, dietrologi e amanti del fantasy. Quindi Pif fa comunque bene. Ma forse sa troppo di cosa sta parlando, lima la storia e i contenuti lasciandoli sospesi fra una trasfigurazione artistica ancora non del tutto matura e un racconto diretto della proprie esperienze. Dovrei rivederlo, è passato un secolo.
(3/5)

capitano harlock slowfilm recensioneCaptain Harlock. Ho fatto qualche difficoltà ad entrare nella realtà dell’animazione in CGI, poi, a conti fatti, non è malvagio. Soprattutto perché ha una storia, per quanto contraddittoria, forse confusa, interessante anche perché contraddittoria e forse confusa. Quella sottile, forse inesistente, linea giapponese che distingue il distruttore del mondo dal suo salvatore. In meno di due ore Captain Harlock racconta un mucchio di cose, ha il pregio ormai raro di essere un’opera compiuta, e nel frattempo mette in scena anche una quantità di esplosioni, battaglie navali, fumi e raggi laser. Piuttosto contraddittori e confusi anche questi. Va bene così, stiamo parlando di un pirata spaziale con una benda su un occhio e un’astronave modellata sul più tamarro degli anelli teschio per metallari; che sia lasciato libero di fare il cazzo che gli pare.
(3/5)

snowpiercer slowfilm recensioneSnowpiercer. Lo dico subito, è il migliore del gruppo. L’autore è il Bong Joon-ho di The Host. Che è bravo, riesce a rendere serie le cose buffe e concettuali, come mostri e treni arca che solcano la terra ghiacciata, e intanto inietta una dose di assurdità grottesca che mantiene il tutto digeribile. Non è un film del tutto da applaudire, Snowpiercer, che ha le sue sputtanatezze, però fra le uscite recenti è quello che ha più trovate visive, con richiami a Gilliam e Jeunet – Caro, e si preoccupa di creare un’atmosfera. Per chi riesca a esimersi dall’esercitare la sua arguzie alla ricerca di incongruenze e prevedibilità, rimane un film con una quantità ragguardevole di invenzioni e scene memorabili.
(4/5)

Ci sarebbe anche Miyazaki, ma vorrei spenderci qualche rigo in più. È l’ultimo, che diamine, portate rispetto.

Shame (Steve McQueen 2011)

Al secondo lungometraggio Steve McQueen già ricorda molto se stesso. È forse inevitabile, per un autore dalle idee così definite sull’immagine e i tempi della narrazione.  Al contrario di Hunger, però, Shame sembra voler nascondere un vuoto, con l’evidenza del suo cinema.

La storia è semplicissima. Da una parte un Fassbender che si divide fra serrate sessioni di masturbazione e saltuarie prostitute, platealmente incapace di nutrire passioni che presuppongano reale trasporto e interesse. Dall’altra una Carey Mulligan sorella di Fassbender che coltiva simili patologie con una sintomatologia diversa, enfatizzando ogni rapporto affettivo fino a svuotarlo di significato. In una manciata di lunghe scene viene mostrato il presente dei due protagonisti e (pre)supposto un loro passato difficile. Se Carey Mulligan si confonde con una certa efficacia col suo personaggio Sissy, aiutata anche dalla sua minore esposizione, l’onnipresente Fassbender, nell’entusiasmo per il film alternativo e per alcuni provocatorio, offusca il protagonista Brandon. In una bella sequenza McQueen tiene quasi ininterrottamente, per alcuni minuti, un primissimo piano della Mulligan mentre canta una versione sofferente, dimessa e tutto sommato ammiccante di New York New York. La scena segna il film e ricorda da (troppo) vicino il taglio profondo che il lungo dialogo fra Bobby Sands e il sacerdote pratica in Hunger.

Shame è un film freddamente melodrammatico, ricopre ogni immagine di finto distacco inoculando una sensazione sgradevole, probabilmente una buona rappresentazione della vergogna che condiziona i protagonisti (la cui origine sta fra il non detto e il facilmente ipotizzabile) e si offre al pubblico. Eppure il film sembra avvitarsi su di sé, riesce a esprimere le sue idee ma allo stesso tempo mostra di esserne fin troppo affascinato, confidando in una forza e una necessità che in buona parte non possiedono.

(3/5)

Hunger (Steve McQueen 2008)

hunger

Hunger, al cinema dal 27 aprile

Update: al cinema dal 27 aprile.

Prima opera per il cinema del videoartista Steve McQueen, in questi giorni in sala con Shame, che conserva la preminenza e indipendenza estetica proprie della sua formazione. Questo nonostante Hunger sia un film fortemente tematico e storico, narrativo per definizione e finalità. Rappresenta la protesta delle coperte e dello sporco, attuata dai prigionieri dell’IRA dal 1976 al 1980, e la morte di Bobby Sands per lo sciopero della fame del 1981.

Continua a leggere