Storia di un Matrimonio – Marriage story (Noah Baumbach 2019)

Marriage Story è un film ben diretto e ben scritto (benissimo, rispetto alla media corrente), con due attori, Scarlett Johansson e Adam Driver, che somigliano alle persone reali, perché rappresentano emozioni reali, giustificate dalla storia, e le dividono e condividono, le strattonano e con sapienza le tirano una delle mani dell’altro. Non ha momenti morti e può contare su una manciata di comprimari da urlo, a cominciare da Ray Liotta. Mostra la sofferenza e la disgregazione, e la formalizzazione delle stesse, il modo in cui ogni dolore può e deve essere classificato e soppesato, facendolo rientrare in agili categorie giuridiche sperimentate da migliaia d’altri. Costruisce dettagli significativi e li adagia in movimenti e incidenti quotidiani, dà tempo alle scene ma non le annacqua mai, racconta realisticamente ma mette in sottofondo la musica del cinema che ha visto il suo autore, riuscendo a non tradire nessuno dei due mondi. Appongo il mio sereno e convinto “avercene”.

(4/5) – su Netflix

The Mandalorian, The Witcher, Mrs. Maisel 3, Undone

Un po’ di serie del momento, anche del momento futuro, nel caso di The Mandalorian. In Italia uscirà ufficialmente il 31 marzo, quando degli occhioni di Baby Yoda ne avremo abbastanza già da un po’. Mentre l’umanità arde per l’insoddisfazione dovuta dall’Episodio IX, questa serie che ha il compito di infiltrare nel mondo la piattaforma Disney è generalmente meglio accolta. Senza motivi plausibili, dal momento che intreccio, sceneggiatura, caratterizzazioni, sono a livello base, mentre la confezione – scenografie, integrazione fra digitale e reale, costruzione dell’azione pura – sono anche peggio. Il che, vista la produzione, è una delle cose che sorprende di più. Gran parte dell’ipnosi collettiva viene dal su citato piccolo Yoda, esemplare di una specie con uno stadio infantile che dura decenni, sorprendentemente tendente all’estinzione. L’incarnazione estrema dell’infantilizzazione alla base del trattamento Disney, che per il resto offre uno spettacolo vicino a un telefilm pomeridiano di fine ’90.

(2,5/5) 

Superata la resistenza verso un Henry Cavill col parruccone e degli effetti speciali fra il risparmio e il glitter, The Witcher è invece, fra le serie contemporanee, una di quelle che dà più motivi per farsi vedere. Una storia fantasy con magia, mostri, sesso, sangue e ironia, con il ritmo che mancava al Game of Thrones delle ultime stagioni, finito a prendersi così dannatamente sul serio. Nasce dagli scritti del polacco Andrzej Sapkowski (e dai connessi videogame) e nella prima stagione racconta vite e vicende che si intrecciano progressivamente, attraverso linee temporali frastagliate. Con il proseguire degli episodi anche l’apparato visivo migliora e ci si abitua ai protagonisti, tutti abbastanza in parte ed efficaci, mentre sempre molto curate sono le scene d’azione e la scansione del racconto. Ci sono maledizioni, deformità e cacce alle streghe, ordini segreti e conflitti fra popoli, e su tutti questi piani pure traspare la sapiente tradizione europea. Problema principale della prima stagione è che finisce parecchio in fretta.

(4/5) su Netflix

La Fantastica Signora Maisel mantiene l’ottimo livello delle prime due stagioni? Per alcuni versi sì: la sceneggiatura, intesa come scrittura dei dialoghi e delle singole scene, è ancora eccellente, e la regia, quando segue il tour di Mrs. Maisel, ha i suoi momenti migliori. Con lunghi pianosequenza la macchina da presa scivola sul palco e dietro le quinte, si concentra sulla protagonista e descrive momenti corali e spettacoli canori, insomma è davvero un bel vedere. Qualcosa la paga il soggetto, la storia vera a propria, che sconta alcune ripetizioni nelle dinamiche fra la protagonista e l’ex marito e l’impronta non proprio travolgente di altre linee narrative. Rachel Brosnam rimane bravissima, e questa volta sono le interazioni con Lenny Bruce quelle drammaticamente più riuscite. Comunque, uno dei migliori spettacoli in città.

(3,5/5) su Primevideo

In quota sperimentazione, mi limito a segnare e suggerire Undone, visto troppo tempo fa. Una storia visionaria, intima e dolorosa, che sfrutta il rotoscopio per mettere in scena salti spaziali e temporali ben integrati in un contesto che rimane comunque realistico. Una tecnica storica e affascinante, che può essere più “cubista”, come nel Linklater di Un Oscuro Scrutare, o più morbida, come The Case of Hana & Alice o My Beautiful Girl Mari. Qui associata a una buona storia, un’indagine nel tempo e nelle possibilità di una ragazza e della sua famiglia, che a quanto pare avrà anche un seguito.

(4/5) – su Primevideo

Martin Eden (Pietro Marcello 2019), una storia splendidamente irrisolta

Alla prima prova con il cinema completamente “di finzione” e con una produzione verosimilmente più corposa, Pietro Marcello regala uno dei migliori film visti negli ultimi tempi. Trasposizione italiana e campana del Martin Eden di Jack London, il Martin Eden di Marcello è un film pienamente narrativo, ma ancora sospeso e ricco di digressioni, solido come un romanzo eppure libero, nelle attrazioni visive che può costruire il cinema. Una storia individuale e personale, probabilmente in parte autoriflessiva, che riesce a dissolversi nel tessuto delle immagini e dei ricordi: una visione diffusa, universale, che viene dall’idea autoriale del mezzo cinematografico come fusione fra testimonianza e tradimento.

Ci sono molti motivi per amare Martin Eden. Le ottime interpretazioni – da Luca Marinelli, cui sono concessi picchi istrionici, al resto del cast, spesso chiamato a dare un contesto verista -, l’uso delle musiche, l’introdurre e affrontare temi complessi senza avere l’ambizione di definirli compiutamente o esaurirli. Ancora, il raccordo fra luoghi diversi, fra gli scorci perfettamente fotografati e gli sgranati stralci d’archivio – ricorrenti nel lavoro di Marcello – che conservano l’anima documentaristica, i richiami alle migrazioni contemporanee, agli uomini in ricerca di rifugio. Ma più di tutto, Martin Eden è il racconto di una persona frammentata, in cambiamento ma senza una direzione certa. Incompiuta come le vite sempre in movimento de Il Passaggio della Linea, come la storia d’amore fra Enzo e la transessuale Mary de La Bocca del Lupo, come il viaggio del pulcinella sospeso fra due mondi di Bella e Perduta. È la storia di una persona irrisolta, e sono le mie persone e storie preferite.

(4/5)

Good Omens, la confusione di angeli e demoni in una miniserie che funziona

Piaciuto parecchio, Good Omens (Terry Pratchett, Neil Gaiman, regia Douglas Mackinnon 2019). Una serie (piuttosto) grossa, ma che non se la tira, umorismo pythoniano, ma non forzato. E le molteplici storie di Gaiman, che sono il vero interesse dell’autore (secondo nome, dopo Terry Pratchett, nel romanzo d’origine, unica firma della sceneggiatura della serie), che qui funzionano meglio che in American Gods. Perché più veloci, più definite, e comunque impiantate su una linea narrativa che fa da contenitore, finalmente compiuta.
E poi la fantasia, e [spoiler da qui] quel finale, un po’ alla Frank Capra, che ogni tanto è anche un sollievo. Un finale felice, ma che non si può definire ottimista, perché tutte le premesse da cui la storia e i problemi sono nati, tutto sommato non cambiano. Rimane però uno sguardo positivo sulla natura umana compromissoria e incerta, che è anche e soprattutto quella dei due protagonisti. Nello scontro ricercato dalle due parti, inferno e paradiso, il demone Crowley, David Tennant, e l’angelo Aziraphale, Michael Sheen, sono gli unici a voler evitare la fine del mondo e l’inizio di una guerra. Contagiati uno dall’altro, sono i portatori dell’indefinito, del cambiamento e del dubbio, che rendono loro la possibilità di compiere delle scelte. E quando si parla di inferno e paradiso non si deve pesare a una lotta fra bene e male, ma a una contrapposizione fra due princìpi assolutisti, che alternativamente si muovono per indirizzare la realtà, dove le iniziative di entrambi potranno avere conseguenze positive o catastrofiche, seguendo concatenazioni in molti casi casuali. Vengono spesso dall’alto le iniziative più rancorose e distruttive, mentre possono partire dal basso gli incidenti alla base della nascita e la definizione dell’uomo.
Good Omens funziona nei personaggi, nella costruzione visiva e nei salti temporali. Nel saper trattare argomenti enormi, in quanto tali abusati e difficilmente trattabili, ricorrendo a una ricercata ingenuità, che spesso riesce a scovare l’assurdità autodistruttiva che si dipana e accresce nei millenni di storia. Una storia che nasce dai libri, come l’Antico Testamento, da cui emergono episodi che ricordano anche lo sguardo diretto e stralunato dei Coen. Oltre a mettere sul piatto un sacco di musica dei Queen e delle scene ultrapop semplicemente molto fiche. Il discorso sul Grande Piano e il Piano Ineffabile, infine, è molto bello, nonché sicuramente utile per arricchire le interazioni quotidiane.
Miniserie in 6 puntate, su primevideo.
(4/5)

The Case of Hana & Alice, una cosa piccola ma buona (Shunji Iwai 2015)

The_Case_of_Hana_&_Alice_posterUna cosa che può far stare meglio è un piccolo, grazioso film nascosto. Con una manciata di ottimi film fra gli anni ’90 e gli zero, Shunji Iwai è un autore giapponese che da noi non ha mai avuto una particolare eco, eppure le sue sono opere varie, inventive, visivamente ed emotivamente coinvolgenti, spesso delicatamente caotiche (All About Lily Chou Chou la mia preferita). Non mi dilungo sull’effetto nostalgia e l’emozione del ritorno, ma questi, naturalmente, sono forti.

The Case of Hana & Alice ricorda i personaggi di un film 2004, ma funziona da solo. Ed è un singolare film d’animazione. A portare attori e ambienti del mondo del disegno, un uso del rotoscopio lontano dalla ricerca “cubista” di A Scanner Darkly, vicino alla leggerezza del coreano My Beautiful Girl Mari. I colori delicati e uniformi portano i personaggi e i loro movimenti fluidi in una dimensione onirica, raccontando però una realistica storia di formazione, amicizia, di ricerca di smarrimento. La bellezza di The Case of Hana & Alice, che avvolge il film in sensazioni dal gusto nostalgico, sta nella scelta di non rincorrere le aspettative e i ritmi dello spettatore, è nella sua passione per il racconto, la descrizione lieve di vite e vicende che si intrecciano spesso per caso, riportandoci all’eccezionalità delle emozioni comuni.

(4/5)

La Favorita (2018), il cinema di Yorgos Lanthimos trova un respiro più ampio

la favorita slowfilm recensionePubblicato su BolognaCult

Yorgos Lanthimos, il regista greco più in vista e, in generale, uno degli autori più interessanti su piazza, torna in sala con La Favorita. Ci porta nell’Inghilterra del XVIII secolo, alla corte della regina Anna, tormentata da affari di stato e problemi di salute, contesa nelle attenzioni di due donne, e a sua volta alla ricerca, anche letterale, di sostegno. La Favorita è un dramma al femminile ben supportato dalle tre protagoniste, Olivia Colman, Rachel Weisz ed Emma Stone, che danno spessore ai loro personaggi con una recitazione misurata, ma lontana dal distacco e lo straniamento che caratterizzano le precedenti opere del regista. A rendere La Favorita uno dei film più interessanti degli ultimi tempi ci sono, naturalmente, anche la direzione di Lanthimos, che ha dimostrato di poter ampliare la propria gamma espressiva senza rinunciare al rigore formale, e la scrittura, stavolta affidata a Deborah Davis e Tony McNamara.

Dopo Il Sacrificio del Cervo Sacro, dove lo stile algido e grottesco si era spinto così in là da diventare a tratti goffo, Lanthimos aveva bisogno di discontinuità, che in buona parte è arrivata. La Favorita è una storia in costume che fonde alla classicità del contesto una regia costantemente esasperata, fatta di ottiche distorte e stanze regali dai soffitti incombenti, mostra passatempi decadenti, come bersagliare d’arance un uomo obeso, imparruccato, nudo, sghignazzante, immortalando in poetico ralenti la maschia idiozia della migliore nobiltà (ricordando il lancio del nano di The Wolf of Wall Street). E riesce a fare tutto questo senza spogliare la storia del suo realismo, il racconto della sua verità.

Nel triangolo che si instaura fra la regina e le due cortigiane non mancano, come da storia dell’autore, le oppressioni dettate dalle regole sociali, così come i contrasti feroci fra individui irrimediabilmente soli. Ma c’è anche spazio, stavolta, per una genuina autoconsapevolezza, e scopriamo così un Lanthimos tutto sommato sentimentale, alle prese con figure più sfaccettate, non più semplici funzioni al servizio di una tesi. Sotto i diversi strati della rappresentazione, troviamo un modo doloroso e originale di raccontare una storia d’amore, un attaccamento reale che porta sofferenza, quando i meccanismi di una relazione – contorti ma tutto sommato efficienti – vengono compromessi. La figura drammatica della regina Anna, fragile e autoritaria, prevaricatrice e insicura, è probabilmente fra le più complete dell’opera di Lanthimos, racchiudendo una complessità fino a ora senza centro, diffusa nei quadri alieni di un cinema più cerebrale ed estremo.

La Favorita ha ricevuto dieci nomination agli Oscar, fra le quali miglior film, miglior regia, e la candidatura delle tre protagoniste per la recitazione.

(4,5/5)

My Summer of Love (Paweł Pawlikowski 2004)

my-summer-of-love-slowfilm-recensionePaweł Pawlikowski è l’autore di Cold War, uno dei migliori film dell’anno passato. My Summer of Love, adattamento del romanzo di Helen Cross, è un suo film inglese, un film piccolo ma solido, una storia di amicizia e d’amore ambientata nell’estate dello Yorkshire. Protagoniste due ragazze, Mona (Natalie Press) e Tamsin (l’esordiente Hemily Blunt). Film del 2004, ma girato con un affettuoso distacco nel descrivere la coppia e il loro ambiente, una ricerca dei dettagli, una costruzione di “momenti”, che lo fa sembrare una pellicola degli anni ’70. Caratteristica del tutto positiva. Molto dipende dall’impostazione documentaristica di Pawlikowski, molto altro dalla capacità di misurare i conflitti e le rivelazioni, di saper costruire sensazioni senza imporle né spiegarle, componendo una trama equilibrata di indizi, di frammenti di vita e di scoperte. Pawlikowski abbraccerà con Ida e Cold War un rigore formale fatto di bianco e nero e formato 4:3, concentrando l’attenzione e la tensione sui passaggi sempre necessari, misurati quanto significativi. My Summer of Love ha colori realistici e formato panoramico, ma ha già un fascino essenziale che veste i protagonisti e le loro storie.

(4/5)

Cold War (Paweł Pawlikowski 2018), la distanza è un’invincibile forza drammatica

cold war locandina recensione slowfilmUn finale d’anno immerso nella bellezza del bianco e nero, è forse più di quanto potessimo sperare. Cold War, come Roma, è un film personale, interiore, che rispecchia l’autore e la sua idea dell’arte. Paweł Pawlikowski ha origini polacche e una formazione in giro per l’Europa, prima di stabilirsi in Gran Bretagna, approdare al documentario e negli anni zero alla fiction. Torna alla sua terra, così come al viaggio e al cambiamento come forme di radicamento, con una storia d’amore dalla bellezza ricercata, elegante, essenzialmente classica. La storia di Zula e Wictor, intrecciata e sostenuta dalla musica, nasce nella Polonia del 1948 e in quasi vent’anni attraversa Berlino, la Jugoslavia, Parigi.

Pawlikowski sceglie la nitidezza, la perfetta definizione dell’immagine, delle figure dei protagonisti, della scansione dei tempi, dell’amore. La canzone, la trama musicale nella voce di Zula, è prima popolare, istintiva, quindi sempre più raffinata, in qualche modo in conflitto con la sua essenza. Una tensione che regge una messa in scena non fredda, quanto consapevole di dover inserire, in un arco storico complesso, una linea narrativa archetipica nella sua semplicità. Una storia jazz che cresce nell’improvvisazione di due vite, nella confusione da cui riescono a farsi possedere senza dimenticare la loro unione, specialmente negli anni in cui sono distanti.

Il fascino di Cold War è nelle sue ellissi, nei salti di anni che vedono i protagonisti distanti, per ritrovarli assieme, anche sofferenti, ma senza un dubbio né un’incertezza su quale debba essere il loro destino. La vita scorre nei salti temporali per Zula e Wictor, stralci di dialogo lasciano intravedere altre esistenze, ma la storia torna a fuoco, caricandosi di una forza densa di malinconia, solo per celebrare gli attimi in cui sono assieme. Pawlikowski scolpisce ogni scena con estrema cura, cesellando i volti, le musiche, i movimenti, gli sguardi, costruendo fra i protagonisti la distanza insormontabile che è la loro invincibile forza drammatica.

(4/5)

Fantascienza a basso rendimento: The Cloverfield Paradox e Downsizing

cloverfield paradox slowfilm recensioneC’è questa pratica molto postmoderna, non a caso associata a quell’animale del marketing che è J. J. Abrams, che consiste nel prendere un film non di primo piano, o magari neanche riuscito troppo bene, e dargli visibilità inserendolo nell'”universo Cloverfield”. Si fa tutto più facilmente della maggior parte dei lavoretti di Muciaccia: si azzecca la parola Cloverfield nel titolo e, con abbondante colla vinilica, una scena nel film che confermi la distruzione del mondo da parte di esseri alieni, mostruosi e privi di moventi, come nel primo Cloverfield. Il secondo capitolo 10 Cloverfield Lane, è, per il momento, l’episodio migliore di questa serie (buona atmosfera, ottimi protagonisti, nel complesso un film che ha pure qualcosa da raccontare), mentre questo recente The Cloverfield Paradox (Julius Onah 2018), distribuito da Netflix, è una roba senza senso. C’è gente in orbita alla ricerca di un modo per produrre energia infinita per una Terra ormai spossata, e un piccolo incidente porta all’ingarbugliarsi di realtà alternative e svariati altri effetti collaterali. Paradox si snoda per una serie di scene ingiustificate e ingiustificabili, di stampo soprattutto horror, infarcite da citazioni che vanno da Alien in giù, inseguendo eccentricità letali alla Final Destination e altre bizzarrie alla Twilight Zone, senza avere poi alcuna voglia di renderne conto. Una rassegna di situazioni piuttosto strane, ma neanche così sorprendenti, fini a loro stesse, inframmezzate dalle svampite sdrammatizzazioni di Chris O’Dowd e dal considerevole profilmico di Elizabeth Debicki.

(2,5/5)

downsizing slowfilm recensioneAlexander Payne fa dei film che per qualche motivo mi incuriosiscono, quindi finisco quasi sempre per vederli. Solitamente si tratta di soggetti accattivanti, che però Payne riesce a trattare in modo piuttosto scialbo, come se volesse essere dissacratorio ed elegante allo stesso tempo, e alla fine non riuscisse in nessuna delle due cose. Nonostante questo, Payne riesce spesso a trovare il favore di chi cerca del cinema quasi d’autore, che non sia troppo impegnativo. Downsizing (Alexander Payne 2017), purtroppo, sembra aver lasciato piuttosto indifferenti un po’ tutti. Il tema di un’umanità che si miniaturizza per poter meglio gestire le risorse, non trova una linea convincente. Payne, anche sceneggiatore, sfiora l’aspetto ludico per poi abbandonarlo, sostiene per buona parte del film un tormento privato di cui non frega niente a nessuno, per poi buttarsi sulla critica sociale ed ecologica, spruzzandola di romanticismo rivoluzionario. I diversi aspetti finiscono per inquinarsi fra loro, non riuscendo a restituire nessuna immagine davvero forte o memorabile. Io, almeno, non memoro già quasi più  nulla.

(2,5/5)

Il Filo Nascosto – Phantom Thread (Paul Thomas Anderson 2017), la realtà celata in un abito artificiale

il filo nascostoIl racconto dell’incontro tra due persone, lo stilista della Londra aristocratica degli anni ’50 Reynolds Woodcock e la cameriera Alma, prima che una storia d’amore, della ricerca del completamento di sé, è la storia della lotta a quel che di sé si percepisce come più intimo; dell’attacco, sempre meno inconsapevole, a una vita di scelte consequenziali, dettate dall’adattamento alle influenze e le aspettative delle persone e ai luoghi in cui si è nati e cresciuti. La lotta sottile e sotterranea con la personalità, identificata in un’abitudine e in un abito, porta a intaccare e limitare quel che si è stati fin lì, per ricercare una versione più pura e vulnerabile dei propri bisogni. Una versione più egoisticamente lontana da quelle che sono riconosciute come le proprie capacità, che costituiscono una codificazione semplificata, e comunque accessibile, del proprio ruolo nel mondo.

La vita di Woodcock, nella sua casa lussuosa, circondato dalla sua corte, è spesso intrecciata con musiche lievi per pianoforte e archi, un commento quasi ozioso che non cambia quando a compromettere le abitudini arriva Alma. Attraverso il testo musicale di Jonny Greenwood, Paul Thomas Anderson finge di raccontare una quotidianità che, invece, non è mai tale, non descrive i suoi personaggi in situazioni usuali, ma li porta in condizioni di costante conflitto e ridefinizione. L’impressione è che Woodcock accolga Alma nei suoi spazi, mentre sarà Alma ad affermare una dinamica opposta, a compromettere le architetture, i ricordi, le ossessioni di Reynolds. Quella de Il Filo Nascosto è una storia che riesce a rendere astratte due personalità esasperate, due persone dai tratti estremamente definiti, che finiscono per essere rappresentative di pulsioni e ricerche comuni. È una storia che definisce ancora il bisogno della cura, come momento di contatto con l’altro e di abbandono, un bisogno così essenziale da poter essere preceduto dalla ricerca della malattia. E, bisogna dirlo, è eccezionale Daniel Day-Lewis nel mostrare questo insieme di sensazioni nascoste, come la regia nel lasciare che parlino i suoni di una colazione, le inquadrature quasi sempre in interni sottoposti a enormi pressioni, gli sguardi che nel rubare immagini rivelano il bisogno di nascondersi, più che di osservare.

Anderson, anche sceneggiatore, riesce in un gran lavoro di scrittura letteraria attraverso le immagini del cinema, porta la linearità del romanzo classico  nell’eleganza registica che tocca Hitchcock e Kubrick, il corpo e la malattia di Tsai, la dualità imprecisa del suo The Master. Crea un meccanismo narrativo definito e lo porta in un linguaggio visivo altrettanto presente ed esibito, ma riesce a farlo ricordando proprio le finalità espressive per cui le tecniche sono nate, riportando la realtà e la malinconia di un abito artificiale.

(4,5/5)