Devs: Alex Garland, la libertà e la predeterminazione in un’ottima miniserie

Devs è la miniserie di un Alex Garland in crescita. Ex Machina, suo primo lungometraggio da regista, mi parve un po’ premasticato; Annientamento, al netto di qualche scena abbastanza grossolana, mi piacque (poi ho persino letto la Trilogia dell’Area X, carina, ma non abbastanza epocale da giustificarne la lunghezza); Devs (8 episodi da 45′) conserva le forme più distaccate e asciutte di Annientamento ed è il suo lavoro più uniformemente riuscito.

Si tratta di una serie sci-fi con al centro l’unico, complesso argomento della predeterminazione, e quindi dell’autodeterminazione. Devs è bella perché è abbastanza inutile spiegare cosa la faccia funzionare: se sei in linea con un certo tipo di temi e una certa modalità di narrazione funziona e basta. L’immersione è immediata e costante, in una forma da thriller desaturato che procede in maniera precisa, avvolgente, che guarda argomenti vasti riuscendo a circoscriverli e definirli, trattandoli in modo diretto.

[Con spoiler tematici] Devs (ex machina) adopera la tecnologica come pretesto per dare forma alle ossessioni umane, prima fra tutte la creazione di Dio. Per quanto la parte “tecnica” sia data per scontata, riguardo la sua esistenza e possibilità, la sua raffigurazione visiva è una delle cose più affascinanti della serie, gli spazi simmetrici, definiti eppure eterei, le pareti, superfici e luci dorate, gli schermi che spezzano le figure, sgranano le immagini di altri luoghi, le icone giganti e opprimenti, i suoni bassi che formano il respiro del racconto, costruiscono un’atmosfera coerente, un’idea, uno stato d’animo che sono il veicolo di tutto.

Devs è una macchina che contiene in sé il mondo, ne conosce completamente le dinamiche, gli esseri e le forze che contiene, e può quindi risalire, scorrendo attraverso gli effetti e le loro cause, a ogni momento della sua realtà. Allo stesso modo, padroneggia l’unica concatenazione possibile di ogni causa ed effetto futuro. L’invenzione tecnologica che nella fantascienza è chiamata a rendere plausibile il proprio racconto, qui è volutamente messa da parte, perché quel che si chiede allo spettatore è letteralmente un atto di fede, dalle conseguenze profonde dal significato al tempo stesso opprimente e liberatorio.

Devs è un continuo specchiarsi, viaggia fra il terrore della mancanza di scelta, nell’essere solo spettatori di sé stessi mentre si segue un percorso non modificabile, alla cupa speranza che sia davvero così. E il suo discorso, che unisce molti aspetti, tocca l’esistenza, l’immagine e i sensi, la coscienza della realtà e la sua rinuncia. Gli spazi di Devs sono luoghi mistici e privi di azione, come quelli di Stalker, dove la salvezza e la dannazione sono la stessa cosa, dove tutto accade in risposta a una domanda che non si sa di custodire, mentre fra ogni cosa è ciò che più ci caratterizza e ci consuma. Le immagini che Devs mostra sono nebbia digitale, come i sogni in cui si perdono i protagonisti di Until the End of the World, immagini in cui spiamo noi stessi e da cui discende la nostra stessa esistenza, nella paura e la speranza di essere parte di un unico meccanismo, in cui, alla fine, ogni elemento ha lo stesso motivo di esistere.

(4,5/5)

The New Pope – episodi 1 e 2 (Paolo Sorrentino 2020)

[Con Spoiler generici] Premesso che The Young Pope mi piacque parecchio, The New Pope è uguale ma diverso. Nonostante la continuità sia completa, i primi due episodi trattano la storia in maniera più frammentata, ognuno racconta in modo compiuto una parte della trama orizzontale. Il primo ha un tono decisamente introduttivo, e accoglie anche le soluzioni un po’ forzate delle narrazioni di breve durata. La sfrontatezza visiva di Sorrentino (che credo continui ad avere un apprezzabile fascino) rimane, e se le digressioni musicali nella stagione passata trovavano l’ambasciatrice svedese (o di qualche Paese vicino) coreografare elegantemente Nada, qui ci sono suore cubiste che richiamano più i neon e la sensualità esasperata di Loro (la sessualità e la sua repressione hanno in generale un ruolo importante). In altre occasioni si fa sfoggio di simmetrie, prospettive in profondità e dolly, come nella scena del conclave. Più che per dare solennità, per creare un commento grottesco, accompagnando scene ordinatamente fredde e geometriche con musiche pop e mostrando i calcoli molto terreni che sottendono le cose spirituali. Malkovich (bravissimo) compare nel secondo episodio, spingendo l’acceleratore sui conflitti verbali, l’unica via per contrattare compromessi fra differenti visioni della vita e dell’esercizio del potere.

(4/5)

The Mandalorian, The Witcher, Mrs. Maisel 3, Undone

Un po’ di serie del momento, anche del momento futuro, nel caso di The Mandalorian. In Italia uscirà ufficialmente il 31 marzo, quando degli occhioni di Baby Yoda ne avremo abbastanza già da un po’. Mentre l’umanità arde per l’insoddisfazione dovuta dall’Episodio IX, questa serie che ha il compito di infiltrare nel mondo la piattaforma Disney è generalmente meglio accolta. Senza motivi plausibili, dal momento che intreccio, sceneggiatura, caratterizzazioni, sono a livello base, mentre la confezione – scenografie, integrazione fra digitale e reale, costruzione dell’azione pura – sono anche peggio. Il che, vista la produzione, è una delle cose che sorprende di più. Gran parte dell’ipnosi collettiva viene dal su citato piccolo Yoda, esemplare di una specie con uno stadio infantile che dura decenni, sorprendentemente tendente all’estinzione. L’incarnazione estrema dell’infantilizzazione alla base del trattamento Disney, che per il resto offre uno spettacolo vicino a un telefilm pomeridiano di fine ’90.

(2,5/5) 

Superata la resistenza verso un Henry Cavill col parruccone e degli effetti speciali fra il risparmio e il glitter, The Witcher è invece, fra le serie contemporanee, una di quelle che dà più motivi per farsi vedere. Una storia fantasy con magia, mostri, sesso, sangue e ironia, con il ritmo che mancava al Game of Thrones delle ultime stagioni, finito a prendersi così dannatamente sul serio. Nasce dagli scritti del polacco Andrzej Sapkowski (e dai connessi videogame) e nella prima stagione racconta vite e vicende che si intrecciano progressivamente, attraverso linee temporali frastagliate. Con il proseguire degli episodi anche l’apparato visivo migliora e ci si abitua ai protagonisti, tutti abbastanza in parte ed efficaci, mentre sempre molto curate sono le scene d’azione e la scansione del racconto. Ci sono maledizioni, deformità e cacce alle streghe, ordini segreti e conflitti fra popoli, e su tutti questi piani pure traspare la sapiente tradizione europea. Problema principale della prima stagione è che finisce parecchio in fretta.

(4/5) su Netflix

La Fantastica Signora Maisel mantiene l’ottimo livello delle prime due stagioni? Per alcuni versi sì: la sceneggiatura, intesa come scrittura dei dialoghi e delle singole scene, è ancora eccellente, e la regia, quando segue il tour di Mrs. Maisel, ha i suoi momenti migliori. Con lunghi pianosequenza la macchina da presa scivola sul palco e dietro le quinte, si concentra sulla protagonista e descrive momenti corali e spettacoli canori, insomma è davvero un bel vedere. Qualcosa la paga il soggetto, la storia vera a propria, che sconta alcune ripetizioni nelle dinamiche fra la protagonista e l’ex marito e l’impronta non proprio travolgente di altre linee narrative. Rachel Brosnam rimane bravissima, e questa volta sono le interazioni con Lenny Bruce quelle drammaticamente più riuscite. Comunque, uno dei migliori spettacoli in città.

(3,5/5) su Primevideo

In quota sperimentazione, mi limito a segnare e suggerire Undone, visto troppo tempo fa. Una storia visionaria, intima e dolorosa, che sfrutta il rotoscopio per mettere in scena salti spaziali e temporali ben integrati in un contesto che rimane comunque realistico. Una tecnica storica e affascinante, che può essere più “cubista”, come nel Linklater di Un Oscuro Scrutare, o più morbida, come The Case of Hana & Alice o My Beautiful Girl Mari. Qui associata a una buona storia, un’indagine nel tempo e nelle possibilità di una ragazza e della sua famiglia, che a quanto pare avrà anche un seguito.

(4/5) – su Primevideo

Too Old to Die Young (Nicolas Winding Refn 2019), il migliore esperimento in circolazione

Too Old to Die Youg non è la serie più facile dell’anno, neanche la più trascinante, per la gestione antitelevisiva dei tempi del racconto, e di certo non è la più popolare. Nicolas Winding Refn porta il suo cinema in dieci puntate di circa un’ora e mezza – di fatto dieci film -, ha un’idea precisa di cosa vuole costruire e soprattutto del mondo in cui vuole trascinare lo spettatore. Il risultato è la serie più interessante, diversa e, semplicemente, più bella dell’anno.

Dieci film allucinati, lentissimi e perversi, dove i soggetti principali sono il tempo dilatato dell’azione e la costruzione delle immagini. Al loro interno si sviluppano una moltitudine di personaggi, ognuno fondamentale per lo spazio che gli è concesso, protagonisti di interazioni sospese, funzioni alienate in una realtà eccessiva, esasperata, che dipinge freddamente un mondo dotato di propria vita e volontà, costantemente legato ai peggiori vizi, alle paure e alle degenerazioni conosciute.

Dopo tre episodi che mostrano una tendenza autoconclusiva, le linee narrative cominciano a distendersi e intrecciarsi, fino a delineare una storia concettualmente semplice ma definita, un viluppo di forze (auto)distruttive, dominato dalle modalità del racconto. Too Old to Die Young è un’esperienza complessa ma a suo modo accogliente – per il suo essere estremamente diretta – che cristallizza il linguaggio di Refn: un’immersione nel noir dai colori al neon, nei rari discorsi scanditi da pause anomale, nelle musiche e i rumori sintetici di Cliff Martinez. È un flusso disteso di invenzioni visive, movimenti di macchina rigorosi e aspettative frustrate, dove non mancano le scene da antologia: l’impatto radicale con il primo episodio (da lì, facile capire se è tutto da prendere o lasciare), un infinito inseguimento in auto reso surrealmente romantico dalle note di Mandy, le caratterizzazioni fulminanti date da tic e atteggiamenti innaturali, la miriade di ambienti maniacalmente estetizzanti, simmetrie e specchi, ritratti e spazi immensi, a definire ogni piano dell’intreccio e dei suoi attori.

Il cinema di Refn, negli anni, ha progressivamente ridimensionato il ruolo del plot, ancora forte e “classico” in Pusher, per arrivare all’astrattezza lisergica di Valhalla Rising, la semplicità narrativa di Only God Forgives, l’allucinazione geometrica di The Neon Demon. In Too Old c’è modo di ritrovare tutto, approfondirlo e accentuarlo (ma nella violenza puramente esibita, tutto sommato, non eccede). Alcune sequenze sembrano esperimenti ipnagogici: suoni, pause, movimenti e colori si dilungano fino a lasciare intromettere immagini personali all’interno del flusso audiovisivo. Accostato al Twin Peaks di Lynch, ne condivide la libertà autoriale e la consistenza onirica, oltre la costruzione di sospensioni temporali cariche di incertezza e tensione. Come Twin Peaks (indicato dai Cahiers du Cinéma come miglior film del suo anno), si tratta di un prodotto che trascende le abitudini del mezzo, per confrontarsi con altri aspetti dell’arte. Da Abel Ferrara prende i tratti moralisti della sua parabola, mentre di von Trier, l’altrettanto danese Refn ricorda la costruzione di istituzioni marce e grottesche, grumi simbolici della realtà, su tutte la vicinanza del commissariato con i rituali assurdi dell’ospedale de Il Regno. Al di là dei richiami, gli omaggi e i riferimenti – che sono naturalmente molti di più – Too Old to Die Young è un’esperienza totale, appagante nel suo non essere intrattenimento, un esperimento a cui si deve aver voglia di partecipare.

Su Primevideo.

(4,5/5)

 

Good Omens, la confusione di angeli e demoni in una miniserie che funziona

Piaciuto parecchio, Good Omens (Terry Pratchett, Neil Gaiman, regia Douglas Mackinnon 2019). Una serie (piuttosto) grossa, ma che non se la tira, umorismo pythoniano, ma non forzato. E le molteplici storie di Gaiman, che sono il vero interesse dell’autore (secondo nome, dopo Terry Pratchett, nel romanzo d’origine, unica firma della sceneggiatura della serie), che qui funzionano meglio che in American Gods. Perché più veloci, più definite, e comunque impiantate su una linea narrativa che fa da contenitore, finalmente compiuta.
E poi la fantasia, e [spoiler da qui] quel finale, un po’ alla Frank Capra, che ogni tanto è anche un sollievo. Un finale felice, ma che non si può definire ottimista, perché tutte le premesse da cui la storia e i problemi sono nati, tutto sommato non cambiano. Rimane però uno sguardo positivo sulla natura umana compromissoria e incerta, che è anche e soprattutto quella dei due protagonisti. Nello scontro ricercato dalle due parti, inferno e paradiso, il demone Crowley, David Tennant, e l’angelo Aziraphale, Michael Sheen, sono gli unici a voler evitare la fine del mondo e l’inizio di una guerra. Contagiati uno dall’altro, sono i portatori dell’indefinito, del cambiamento e del dubbio, che rendono loro la possibilità di compiere delle scelte. E quando si parla di inferno e paradiso non si deve pesare a una lotta fra bene e male, ma a una contrapposizione fra due princìpi assolutisti, che alternativamente si muovono per indirizzare la realtà, dove le iniziative di entrambi potranno avere conseguenze positive o catastrofiche, seguendo concatenazioni in molti casi casuali. Vengono spesso dall’alto le iniziative più rancorose e distruttive, mentre possono partire dal basso gli incidenti alla base della nascita e la definizione dell’uomo.
Good Omens funziona nei personaggi, nella costruzione visiva e nei salti temporali. Nel saper trattare argomenti enormi, in quanto tali abusati e difficilmente trattabili, ricorrendo a una ricercata ingenuità, che spesso riesce a scovare l’assurdità autodistruttiva che si dipana e accresce nei millenni di storia. Una storia che nasce dai libri, come l’Antico Testamento, da cui emergono episodi che ricordano anche lo sguardo diretto e stralunato dei Coen. Oltre a mettere sul piatto un sacco di musica dei Queen e delle scene ultrapop semplicemente molto fiche. Il discorso sul Grande Piano e il Piano Ineffabile, infine, è molto bello, nonché sicuramente utile per arricchire le interazioni quotidiane.
Miniserie in 6 puntate, su primevideo.
(4/5)

Game of Thrones, episodio 2 stagione 8, l’astuzia narrativa

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Della seconda puntata di questa ottava e ultima stagione di Game of Thrones, ho molto apprezzato questa tecnica raffinatissima per far sfilare via i confronti importanti, in modo da lasciar dialogare i personaggi, ma senza che si arrivi a niente. Sansa a Daenerys: Allora che ne sarà del Nord? Le mani si staccano, tensione, arriva un tizio REGINA è PRONTO DA MANGIARE SI FREDDA. Daenerys e Snow: Allora sei l’erede maschio al trono? Come possiamo affrontare questa notizia inatteREGINA I DRAGHI HANNO CACATO PER STRADA.

Game of Thrones, una storia di zombie e araldica

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Con spoiler sul primo episodio dell’ottava stagione. Perché la cosa è passata un po’ in sordina, ma è ricominciato.

Primo spoiler: la prima puntata dell’ottava stagione di Game of Thrones dura cinquanta minuti. Ne passano 25 e pensi che succederà tutto nella seconda parte. Non succede neanche nella seconda parte.

Secondo spoiler: nella prima puntata dell’ottava stagione tutti i protagonisti si incontrano, si salutano fra loro e scoprono o si avvicinano a scoprire cose di cui lo spettatore è a conoscenza da millenni.

Terzo spoiler: incredibile come il fenomeno pop televisivo culturale del decennio abbia la scena più brutta che si ricordi, almeno dai tempi del lassismo trash degli anni ’80. Parlo naturalmente della svolazzata posticcia su dorso di drago, esteticamente improbabile, fisicamente impossibile e concettualmente riprovevole. Culminante su un incrocio di sguardi languidi con cascata sullo sfondo, insomma l’avete vista, avete presente l’intensità.

Alcuni attori di Game of Thrones. John S(k)now – la esse è privativa – ormai dovrebbe sapere le cose, ma ha sempre l’aria di quello che non le capisce. La regina dei draghi, madre degli eunuchi, protettrice del trucco e parrucco, semplicemente non ha un grande interesse per la recitazione. Mentre Cersei se togli la musica drammatica e i chiaroscuri medievali e ti concentri sul suo volto è una continua rassegna di espressioni ambigue in stile Occhi del Cuore. Molto italiana.

Quarto spoiler: anche qui, come succede ogni tanto e prevalentemente senza utilità, spunta fuori il figlio del re ammazzato dal cinghiale, quello che fa il fabbro. Sono quasi sicuro che nella frenesia abbiano ucciso, in questi anni, tutti quelli che potevano sapere chi è in realtà. “Merda, Ditocorto (vado a caso, Ditocorto comunque era uno che ne sapeva a pacchi) pure l’abbiamo ammazzato, non c’è più nessuno che sappia chi è questo tizio”. Un personaggio tirato dietro dalla prima stagione, senza uno straccio di documento d’identità.

Questa stagione finale di GoT sarà un preciso alternarsi di scene di zombie con scene di ricerche genealogiche e studi di araldica, necessari per stilare una classifica delle teste coronabili. I momenti migliori quando le linee si incontreranno, studi di araldica condotti da zombie, che strizzano gli occhi, curvi, su tomi polverosi. Spoiler: questa parte prenderà per intero le ultime tre puntate.

La Fantastica Signora Maisel – stagioni 1 e 2 (Amy Sherman-Palladino 2017 – 2018)

maisel locandinaNon so quanto sia conosciuta The Marvelous Mrs. Maisel, ma lo scopo di questo post, altruistico e filantropico, è quello di avvertire come sia, sotto tutti i principali aspetti, la serie tv più riuscita e gradevole in circolazione. Per introdurre l’apprezzamento a La Fantastica Signora Maisel esprimerò prima un superficiale dissenso verso la serie più celebre e amata di Amy Sherman-Palladino, Una Mamma per Amica. Una premessa non indispensabile ma che potrebbe comunque indirizzare verso di me delle piccole dosi di antipatia e disapprovazione. D’altra parte, vivo per lo scandalo e per impressionare la borghesia.

Una mamma per amica un po’ all’inizio la vedevo (anzi forse ne ho vista un bel po’), poi, oltre la logorrea, il tenore stesso della serie mi ha respinto, con gli amorini, la patina e i momenti intensi. Credo anche sia scritta bene, ma non è scritta per me. Mrs. Maisel eredita (almeno una parte del)l’amore smodato per le parole, e la qualità del timbro umoristico; questo in Gilmore Girls era un modo per veicolare una roba melò e straordinariamente prolissa, mentre la scrittura qui è il centro stesso della struttura. Ma seguendo la bravissima Rachel Brosnahan – casalinga ebrea nella New York di fine anni ’50 che scopre progressivamente la propria attitudine istrionica e prova ad affermarsi come comica -, a prendere per mano e far sentire subito coccolato lo spettatore c’è anche una ricerca di regia spesso notevole. Fatta di piani sequenza, ricostruzioni storiche accurate ma non invadenti, sempre funzionali al discorso complessivo, grande cura e inventiva nel trattamento del suono. Si riesce a rendere uno spaccato di quegli anni, della comunità ebraica e il suo rapporto con l’esterno, della condizione della donna e la conquista degli spazi, attraverso il ricercato equilibrio fra realismo e spettacolarizzazione, trovando nell’umorismo la cifra per trattare argomenti e avvenimenti non banali né innocui.

maiselIn generale, ero scettico verso una serie su una comica/sui comici, a me gli stand-up comedians piacciono, ma è rarissimo che trovi un autore/attore che mi convinca in pieno (devono sembrare tuoi amici, e allora la cosa diventa terribilmente soggettiva), e di solito in uno spettacolo le battute davvero riuscite sono una manciata. Temevo quindi una roba stiracchiata, alla ricerca costante di humour che non può sempre arrivare, mentre credo che il punto forte di Maisel sia proprio come riesce a diffondere i monologhi umoristici nell’intera vicenda (la protagonista è sempre all’interno di una performance, con l’ausilio di spalle più che buone e sublimi nel caso di Tony Shalhoub, nei tormentati panni del padre), e, d’altra parte, come riesce a integrare le scene sul palco all’interno dell’intreccio. Gli spettacoli completano dialetticamente le vicende della protagonista, offrendo una sorta di “a parte” che arricchisce la lettura del tutto.

Se la prima stagione ha un incipit folgorante, ma riporta anche alcuni momenti più deboli, in particolare quando la gavetta mostra passaggi piuttosto improbabili,  la seconda è assieme più fluida e complessa, una struttura corale che mette meglio a fuoco i personaggi, lasciando a ognuno gli spazi che consentono di svilupparsi. Deve piacere questo tipo di narrazione un po’ decentrata, e a me piace molto. E come una sorta di angelo guida, un’entità narrativa sospesa fra realtà storica e diegetica, troviamo un adorabile Lenny Bruce.

La serie si trova comodamente su Amazon Prime Video.

(4,5/5)

Top ten 2018 – i dieci film e le dieci serie migliori dell’anno

buster scruggs slowfilm recensioneLa classifica dei film 2018 non è stata semplice, perché da una parte nessun titolo ha sovrastato gli altri, né è riuscito a entrare nel numero ristretto delle ossessioni cinematografiche; dall’altra sono molti, e di ogni genere, i film di buon livello che sono riuscito a vedere. Insomma, non sapevo chi mettere per primo e alcuni ho dovuto lasciarli fuori dalla lista solo per questioni di spazio. Alla fine il primo posto è andato al film che con più probabilità rivedrò, che nella sua antologica discontinuità ha alcune delle immagini più originali dell’anno, che ha Tom Waits che canticchia nel bosco, e che è firmato dalla coppia di autori che (anche) negli ultimi anni ha regalato moltissimo cinema. I Coen se la sono giocata fino all’ultimo con P. T. Anderson, che invece ha firmato il film più compiuto, impreziosito dall’ultima performance di Daniel Day-Lewis. Hanno vinto i campi lunghi contro gli interni.

  1. La Ballata di Buster Scruggs (Joel ed Ethan Coen)
  2. Il Filo Nascosto (Paul Thomas Anderson)
  3. The Other Side of the Wind (Orson Welles)
  4. The Death of Stalin (Armando Iannucci)
  5. Roma (Alfonso Cuaron)
  6. The Florida Project (Sean Baker)
  7. Cold War (Paweł Pawlikowski)
  8. Dogman (Matteo Garrone)
  9. Chiamami col tuo Nome (Luca Guadagnino)
  10. I, Tonya (Craig Gillespie)

transparent slowfilm serie tvBreve premessa anche per la top 10 serie tv. Una delle cose più belle delle serie tv è abbandonarle, e quest’anno ne ho tritate moltissime, da Sabrina in giù. Senti proprio il Dio del Tempo che ti ringrazia. Altre le ho anche finite, ma devo dire che godono di una fama veramente sproporzionata. D’altra parte, quelle belle sono davvero cose belle. Transparent è stata una scoperta: grande scetticismo all’inizio, minaccia di sfighe continue e psicosi ininterrotte, una volta prese le misure è davvero un bell’affresco, familiare, sociale, storico e psicologico. Secondo cenno per James Acaster, non si tratta propriamente di una serie tv, ma di quattro spettacoli dello stand-up comedian inglese. Fra le svariate offerte Netflix del settore, l’unico che mi abbia fatto molto ridere, una cosa stralunata in un mare di Americani sguaiati.

  1. Transparent (stagioni 1 – 4)
  2. Glow 2
  3. Patrick Melrose
  4. Hilda
  5. James Acaster: Repertoire
  6. Babylon Berlin (stagioni 1 – 2)
  7. La Casa di Carta
  8. Atypical
  9. Il Metodo Kominsky
  10. Altered Carbon

Buon anno nuovo e buone visioni

Top 10: i migliori dieci film e le migliori dieci serie del 2017

Blade Runner 2049 slowfilm recensioneL’inevitabile appuntamento col Fantasma del Cinema Passato. È stato un anno non esaltante, con qualche notevole eccezione. Rischiarato, in particolare, da Twin Peaks 3. Sono stato anche tentato dalla mossa Cahiers, e piazzarlo in cima a tutto, che effettivamente nell’opera di Lynch c’è una quantità di cinema non paragonabile con nessun’altra visione. Poi ho scelto di lasciare questi mezzucci ai Francesi, empatizzando con un Villeneuve che viene qui e si trova scalzato da una serie di 18 episodi. È anche l’anno in cui è uscito un nuovo film di Malick, eppure proprio non me la sono sentita di inserirlo in questa pur stiracchiata lista: non è l’unico fallimento d’autore, e rende l’idea dell’aria che tira. Dunkirk avrebbe potuto non esserci, ma non ho trovato niente di meglio; d’altra parte, mi mancano molti titoli promettenti da recuperare in questi mesi. [Update: mi sono ricordato di Civiltà PerdutaDunkirk non c’è più]

Blade Runner 2049 (Denis Villeneuve)
Virgin Mountain (Dagur Kari)
Arrival (Denis Villeneuve)
La Tartaruga Rossa (Michael Dudok de Wit)
Manifesto (Julian Rosefeldt)
Your Name (Makoto Shinkai)
Madre (Darren Aronofsky)
Gatta Cenerentola (Rak, Cappiello, Guarnieri, Sansone)
L’Altro Volto della Speranza (Aki Kaurismaki)
Civiltà Perduta (James Gray)

twin peaks 3È andata meglio la serialità. I primi tre titoli sono in ogni senso stupefacenti, e molto buoni anche tutti gli altri. Superstore alimenta l’indispensabile quota di comedy radicalmente spensierata, mentre Glow è lo svago anche più solido e scritto alla grande, in linea con la tendenza contemporanea alla lunga narrazione. The Orville altalenante, con cambi di registro spesso drastici, ma una sci-fi più ispirata del nuovo Star Trek Discovery, perso nelle sit-com dei Klingon, il popolo più enfatico dell’universo. L’Altra Grace è un lavoro fin troppo classico, ma Sarah Gadon è molto brava e io ho un debole per le miniserie, e ultimamente anche per il Canada.

Twin Peaks 3 – Dall’inizio all’episodio 8Fino alla fine
Legion
American Gods
Glow
Superstore
Samurai Gourmet
Atypical
The Orville
L’Altra Grace
Stranger Things 2

Buon 2018, che la forza scorra potente, almeno in lui.