Inside Llewyn Davis – A proposito di Davis, Shirley – visions of reality, Her – Lei. Solitudini al cinema.

llewyn davis recensione slowfilmIl cinema segue delle correnti, dei modi di sentire e di stare, oltre che delle tendenze e a volte coincidenze. Succede che personaggi o idee, tenuti da parte per anni, arrivino in sala in almeno due versioni, come Hitchcock o Capote, o una particolare soluzione narrativa venga adottata da due film che non si conoscono, o più banalmente la produzione cominci a ruotare ossessivamente su temi come i vampiri, gli zombie, gli apprendisti stregoni. Quella di un sentimento che scorre, casualmente e spontaneamente, attraverso diverse pellicole in un breve periodo di tempo, è invece un’idea più affascinante, che s’insinua nella vita dello spettatore in forme diverse, e lo culla nella confortevole finzione che l’universo segua degli accoglienti criteri estetici e ideali. Il sentimento, adesso, è quello della solitudine.

I Coen di Inside Llewyn Davis sono quelli di Barton Fink, già opera opprimente e sospesa con Goodman ad offrire uno sguardo sull’inferno. Quelli di Fratello dove sei, naturalmente per l’amore dei gorgheggi folk, e per l’ispirazione omerica. E quelli di A Serious Man, probabilmente uno dei loro capolavori più sottovalutati. Come per A Serious Man, per apprezzare A proposito di Davis occorre non essere pigri. Nella libera biografia di Dave Van Ronk, folk singer poco noto a cui Davis s’ispira, sono indecifrabili i rapporti fra causa ed effetto. Questo rende romantico lo smarrimento di Llewyn che, da parte sua, assicura una perfetta coerenza nelle scelte e nel comportamento, assicurandosi in questo modo gran parte della sua solitudine. Nei Coen non esistono fortuna e sfortuna, ma la coincidenza (letteralmente) con cui il caso imprime il proprio marchio sull’esistenza.

Davis suona e canta musica folk, storie che hanno sfiorato tutti in ogni tempo, scritte da lui e da altri. “Se non è mai stata nuova e non sarà mai vecchia, allora è una canzone folk”. Il motivo dell’odissea di Davis è, come in tutte le odissee (modello richiamato direttamente dal nome del gatto), il viaggio, che non può avere inizio né fine, ma incontra figure, altri uomini perduti, uomini dietro la scrivania, uomini che si cacano addosso, e strade notturne spazzate dalla neve. Il racconto, circolare, offre molti più spunti, idee ed emozioni dello svolgimento lineare di una sceneggiatura più confortevole. Llewyn Davis, come The Wolf of Wall Street, è il cinema, e da che io ricordi ho sempre voluto essere Llewyn Davis.

Movie-poster-Shirley-IIHIHNei cinema, in alcuni cinema e in determinati momenti, si vede anche Shirley, che invece viene dalla pittura. Il film dell’austriaco Gustav Deutsch attraversa quarant’anni di storia americana – dai ’30 ai ’60 – attraverso la ricostruzione di tredici dipinti di Edward Hopper. Al centro della scena una donna, Shirley, che, nella sua immutabilità pittorica, intreccia le proprie esistenze col racconto della guerra, del maccartismo, del suo rapporto con il teatro e il tradimento di Elia Kazan, dei pensieri di una maschera durante la proiezione di un film, della vita con un reporter, e naturalmente del sentirsi avvolta dalla luce tagliata da una finestra. Il film di Deutsch è piano, complesso, affascinante. Prima di tutto dal punto di vista estetico, nella ricostruzione dei quadri riposta nei colori pieni, le linee nette di luci e ombre, il movimento della macchina all’interno del quadro, il cambiamento d’inquadrature e la ricerca di dettagli, rimanendo sempre nell’ambito di quanto è visibile nell’opera originaria. Alla base del progetto c’è il mito della caverna, il destino di personaggi coscienti rinchiusi in un ambiente e in costante dialogo con il fuori campo. La solitudine di Shirley è nei rumori che vengono dall’esterno, a volte surreali, mostri, rombi, sirene e rumore bianco evocati dai suoi racconti e resoconti, mentre all’interno del quadro le persone incarnano solo la loro funzione, senza dialogare fra loro. Una sala piena e perfettamente silenziosa è la condizione ottimale per vedere Shirley.

Tutte le scene di Shirley – visions of reality sono qui.

her slowfilm recensioneDa una donna sempre al centro del quadro a una che non compare mai sulla scena. La protagonista di Her è una voce, quella dell’intelligenza artificiale che Theodore (Joaquin Fenix) sceglie per provare a riempire la propria vita, e lo smarrimento lasciato dal distacco con la moglie. Spike Jonze si conduce in un filone già piuttosto frequentato: da film non particolarmente riusciti come Thomas in Love e S1m0ne, e da altri decisamente più interessanti, come Ghost in the Shell e l’immortale Blade Runner. A quattro anni di distanza dal bellissimo Where the Wild Things Are, alcuni temi di Her, e il titolo in tutto, erano già iscritti nel cortometraggio del 2010 I’m Here, dove una particolare storia d’amore indagava i confini del corpo, dell’individuo e della coscienza.

Jonze è un amante delle scatole cinesi, ma dai primi film per cui non stravedevo il suo stile si è fatto più delicato. Her conserva una struttura fortemente teorica, ma alla forza dell’ancoraggio con il presente, che viene dalla rappresentazione di un futuro tutt’altro che improbabile, unisce la capacità di dare un’anima a tutti i suoi protagonisti. Nel gioco di scatole cinesi di Jonze una delle prime domande riguarda la finzione. Il lavoro di Theodore consiste nello scrivere su commissione toccanti lettere private, e la sua bravura dipende dalla capacità di sapersi fingere altre persone. Persone che, dal canto loro, fingeranno di aver provato e aver saputo esprimere le emozioni presenti nelle loro lettere. Altra finzione è quella di Samantha, la voce femminile, impersonata da Scarlett Johansson, che interagisce in maniera così naturale con Theodore da spingerlo presto a comportarsi come se avesse a che fare con una persona reale. Her tratta i suoi temi con accuratezza e sensibilità, ha il coraggio di non cedere alla tentazione di dare un corpo o un volto alla sua protagonista, ed è in tutto un ottimo film. Denso nei piani, personali, identitari, etici, culturali, che si intrecciano costantemente, riflessione inevitabile ma non banale sul rapporto con la tecnologia e come questa possa offrire soluzioni sufficienti anche in campo sentimentale. E sulla definizione dei sentimenti, della natura (umana), della realtà e della simulazione, Her si muove intelligentemente, con tono malinconico e dando il giusto peso ai dettagli.

Gli altri titoli che ingrossano la corrente sono Blue Jasmine e I Segreti di Osage County.

Inside Llewyn Davis: 5/5

Shirley: 4/5

Her: 4/5

En Attendandt: Only God Forgives di Nicolas Winding Refn, To the Wonder di Terrence Malick. I trailer.

only god forgives slowfilmC’è tantissimo mestiere dietro il trailer di Only God Forgives, il nuovo film di Nicolas Winding Refn; il mestiere di chi il proprio lavoro lo sa fare, perché l’attesa è enorme, ed è pienamente rivolta al capolavoro. Credo si tratti del promo che ho visto più volte, nella mia carriera di spettatore in cerca di motivi d’entusiasmo. È la prima volta che un film di Refn è così universalmente atteso e, nonostante i suoi film precedenti non siano da meno, è giusto che accada col Ryan Gosling di Drive.

Le sensazioni che si vogliono dare sanno molto di vendetta e Kill Bill, karaoke sintetici e Wong Kar Wai, luci al neon, campi medi frontali e altre cineserie.

Le prime europee sono previste per fine maggio, con una probabile presentazione a Cannes.

to the wonder malick slowfilm trailerTo the Wonder, invece, gran parte del mondo l’ha già visto. Rimandato più volte, l’ultimo Malick dovrebbe arrivare anche da noi il 4 luglio.

Purtroppo molte fonti, fra le quali alcune attendibili, lasciano intendere come il film non possa essere all’altezza di The Tree of Life, quel che si suol dire un capolavoro immortale, un pezzo fresco fresco di storia del cinema.

Ad ogni modo, si parla di Malick, l’attesa è notevole ed esasperata, già da qualche mese.

Walker (Tsai Ming-liang 2012)

walker-tsaiRitrovare Tsai Ming-liang significa tornare alle prime scoperte cinematografiche, ai tempi in cui Fuori Orario era una miniera unica e irrinunciabile, notti da registrare quando il nome di un regista incuriosiva, per poi andare a scoprire. I tempi di The Hole in una sala da 25 posti, con i ritagli di giornale che in breve segnalano il nuovo film di “Sua Maestà La Lentezza”, rimasto per me uno dei più grandi ideatori, realizzatori, sognatori di immagini e solitudini. Il regista che nel modo più incredibile e naturale riesce a trasportare la realtà in una trasfigurazione del tutto personale, che riesca a scoprirla e rinchiuderla in pochi spazi, gesti e quadri; filmando il tempo, l’acqua, la mancanza, l’attesa, lasciando corrispondere alla disperazione l’ironia più nuda e intima.

Sono felice che sia Tsai a occupare questo posto nella mia formazione cinematografica, un autore perdutamente romantico, sentimentale, innamorato (Vive L’Amour!), che da più di vent’anni registra lo stesso corpo, quello di Lee Kang-sheng. Lo osserva, lo stressa, ci gioca, lo ammira, lo guarda crescere e invecchiare, ammalarsi e piegarsi. Quella di Tsai è una perpetua dichiarazione d’amore, per il cinema e per l’uomo, e fra le unioni più forti che i due possano mostrare, e ancora ripetere e prolungare; un tenace rifiuto della separazione, tante volte messa in scena.

Walker, parte del film a episodi Beautiful 2012, è un cortometraggio semplicissimo ed essenziale. Un monaco attraversa squarci di Hong Kong, muovendosi lentamente, lentissimamente, ogni passo è l’obiettivo lontano di un movimento esasperatamente compresso. La performance penitenziale di Lee Kang-sheng sembra riequilibrare le acrobazie sessuali del Gusto dell’Anguria, di Help Me Eros, film dello stesso Lee, la passione di I don’t want to Sleep Alone. E attorno all’esca visiva della tunica rossa si muove e vive tutto il resto, il vero soggetto del film, tutto quanto entra nel quadro per un incidente, volti, sguardi in camera, espressioni curiose, persone che non si accorgono di niente, un taxi che si ferma davanti alla macchina da presa, uno sguardo lontano in cui il monaco è un punto colorato, distaccato, nelle geometrie cittadine.

Iblard Jikan (Naohisa Inoue 2007)

Un cortometraggio inusuale per lo studio Ghibli, che tutto sommato ruota attorno a produzioni dal carattere molto definito, simili nello stile e nella tipologia di storie. Iblard Jikan, invece, presenta trenta minuti puramente artistici, di chiara impronta pittorica. Trenta minuti descrittivi, otto quadri alla scoperta dei colori del mondo fantastico di Iblard. Le otto parti sono accompagnate dai pezzi strumentali di Kiyonori Matsuo, che si adagiano perfettamente sui toni impressionisti di Naohisa Inoue.

Alcune parti sono più realistiche, vicine ai dipinti di Monet, e le uniche variazioni, a volte, sono da trovare nella saturazione progressiva di alcuni colori, o nel movimento appena percettibile dell’acqua. In altri momenti il soggetto è più fantastico, mai astratto, sempre definito dalla ricchissima scelta dei colori, che è il vero tema portante.

La confusione degli elementi, i laghi che perdono il proprio peso ma non la forma, le case e i templi che crescono sulla terra assieme alla vegetazione, i giochi prospettici, tutto in questo film è proposto con enorme grazia, nell’ideale costruzione di paesaggi surreali, d’ispirazione europea, che per mezz’ora sono attraversati da sporadiche figure, in assenza di dialoghi che sarebbero certamente superflui. Un’immersione totale, avvolgente, che culla lo spettatore in un’estetica ideale e poetica.

(4,5/5)

La cosa migliore sarebbe trovarlo in alta definizione e vederlo sullo schermo più grande che avete a disposizione, ma è anche possibile vederlo per intero qui.

Cashback (Sean Ellis 2006)

cashbackCashback, il cortometraggio (visibile qui), nasce nel 2004, viene nominato all’oscar, vince una quantità di altri premi e diventa lungometraggio nel 2006. Il film di Sean Ellis è sufficientemente singolare e piacevole da non trovare alcuna distribuzione in Italia.

Il corto è stato completamente trasferito (non rigirato, proprio implementato) nel Cashback di un’ora e mezza, e in effetti è quella l’ossatura, vengono da lì le scene che danno tono alla cosa, caratterizzate non secondariamente da un’originale (cioè inusuale per la mancanza di (auto)censura, ma anche esteticamente peculiare) rappresentazione della nudità, delle forme femminili, della ricerca di volti e corpi in cui ritrovare la bellezza.

L’insonne Ben Willis dedica le sue otto ore extra al turno di notte in un supermercato, dove ognuno ha un suo modo per ingannare, letteralmente, il tempo. Il film, per raggiungere il giusto minutaggio, introduce Ben in una storia d’amore travagliata, moltiplica le situazioni pseudoromantiche e grottesche, ma nel complesso conserva il suo spirito non quieto. La regia di Ellis e la fotografia di Angus Hudson isolano frontalmente i personaggi, ponendo dietro di loro una vertigine luminosa, collezionando una serie di nature morte, inserite nelle fughe prospettiche di infiniti scaffali colmi di prodotti colorati, ordinati, tutti uguali. Quello di Ellis è una sorta di minimalismo barocco, uno sguardo evidente e ripetuto che riesce (quasi sempre) a evitare le leziosità dell’indie. Ben è un aspirante pittore, e nell’insonnia e la noia provocata dalle otto ore di lavoro ottuso trova il modo per congelare il tempo, per osservare persone e corpi da disegnare, per pensare e andare altrove. La manipolazione del tempo è la base della struttura registica del film: i due movimenti, reiterati, che scandiscono la storia consistono in esasperati ralenti ed efficaci scene in still life, dove Ben è l’unico a muoversi in spazi da esplorare, e sognare di modificare.

Che lo spirito del film sia piuttosto lontano dai sentimentalismi indie, spesso stucchevoli, lo dimostra anche la natura dell’opera seconda di Ellis, il thriller psicologico The Broken (2008), da noi ugualmente inedito. E allora dispiace un po’ dover appuntare a Cashback un’insistente voce narrante fuori campo, a volte veicolo di riflessioni da diario col lucchetto a forma di cuore, e il ricorso a una chiusura solita e addomesticata, sia nel contenuto che nella scelta visiva (e musicale). Diversamente, l’apprezzamento sarebbe stato più pieno e convinto, ma forse Cashback avrebbe rischiato di non essere visto neanche nei cinema meno selettivi dei nostri.

(4/5)

Bi, don’t be afraid – Bi, dung so! (Dang Di Phan 2010)

bi don't be afraidBi, don’t be afraid può aiutare a sudare via l’eccessiva accumulazione di pellicole del momento, film modaioli o la cui unica identità sia quella data dal pressante battage corrispondente all’uscita in sala. Il film del vietnamita Dang Di Phan, vincitore di un paio di premi a Cannes 2010, ha la silenziosa e scabrosa bellezza che si trovava con più frequenza nelle scoperte orientali di qualche lustro fa.

La scena è una torrida Hanoi, soffocata da un caldo visivamente senza sosta, percettibile anche dallo spettatore, che i personaggi cercano in diversi modi di rendere sopportabile. La storia è quella della famiglia di Bi, bambino di sei anni che incrocia le vicende del padre in precario rapporto con la madre, il nonno malato, la zia in confusione sentimentale. Ma quello di Dang – fortunatamente – non è un film col bimbo, che ha in alcune scene il ruolo dello sguardo innocente o stupito, e talvolta guida lo spettatore, ma non accentra l’attenzione né la narrazione. È un film estremamente fisico, sensoriale e sensuale, che al calore contrappone l’esplorazione e i segreti di una fabbrica di ghiaccio, i corpi coperti dal fango, gli scrosci di pioggia improvvisi, le mani che scavano nell’anguria, la caccia di sensazioni. Una ricerca estetica sempre attenta e non invadente descrive degli spazi labirintici, saturi, in stretta corrispondenza con gli istinti degli uomini.

Istinti che pongono i personaggi in atteggiamenti quasi animali, immediati, accompagnati da esplosioni sessuali a volte liberatorie, più spesso frustranti o frustrate, con frequenti accostamenti fra corpo e dolore. La rappresentazione del corpo e della necessità della cura (fisica o affettiva) ci riporta ai temi di Tsai Ming-Liang; qui si perde forse l’anima disperatamente romantica di Tsai, ma rimane la passione per gli elementi, la forza di immagini, luoghi e situazioni, e la capacità di saper congelare il (melo)dramma.

(4/5)

Scatola Nera 29 gennaio – 4 febbraio

venerdì 3 febbraio, rai3 1.50: il motivo per cui sto scrivendo è segnalare L’Uomo di Londra. Meglio, quindi, che lo faccia subito. Tutto quanto ha girato Tarr rientra nel numero non infinito di cose che arricchiscono l’esistenza. Credo si chiamino esperienze, e sono lì a fomentare i discorsi anni ’70 del cinema come arte, il cinema come cinema, la visione come suggestione, elucubrazioni meravigliosamente inconcludenti eppure intimamente sincere, che per un film di Tarr ancora hanno qualche valore. L’Uomo di Londra, tratto da Simenon, è il suo film che più conserva elementi d’immediatezza e meno esaspera le modalità narrative. Il che non intacca il suo essere splendido.

domenica 29 gennaio, iris 18.15: Alì. Bumaye!

domenica 29 gennaio, raimovie 2.50: I’m Still Here. Curioso documentario sulla falsa conversione di Joaquin Phoenix all’hiphop. Il regista Casey Affleck ha tenuto il segreto per ANNI, per poi rivelare alla prima proiezione che era tutto finto. Cosa che me lo fece perdere di vista, ma è un film probabilmente da recuperare.

martedì 31 gennaio, raimovie 16.05: Il Miracolo. Un Winspeare che non ho più rivisto, ma che nella mia ideale tassonomia è il suo film migliore.

mercoledì 1 febbraio, la7 23.15: Riccardo III. ah, figata.

giovedì 2 febbraio, iris 17.15: ha senso continuare a segnalare Il Grande Lebowski? Forse sì, dal momento che è uno dei pochi film che ha senso rivedere ossessivamente.

giovedì 2 febbraio, raimovie 2.50: Factotum. Bent Hamer, Bukowski, un paio di bellissime canzoni di Kristin Asbjønsen.

venerdì 3 febbraio, rai3 21.05: Milk. Il film più quadrato di quanto ti aspetti.

sabato 4 febbraio, sky hits 23.35: The Social Network. La rete è la tomba dell’autocritica.

E un paio di trailer opposti e ugualmente spassosissimi. Per quando sarà possibile vedere il resto la deriva dei continenti avrà fatto un considerevole passo avanti, quindi non allontanatevi troppo dai cinema. Prometheus, il prequel mancato di Alien (e credo sia meglio così).

Moonrise Kingdom, il ritorno di Wes Anderson. Con dentro tutti.

Back in the Crowd, nuovo singolo da Bad as Me e intervista a Tom Waits di Sorrentino

tom waits bad as meL'album in uscita fra dieci giorni, un paio di cose da sapere e sentire per stemperare l'attesa. Si potrà ascoltare in anteprima Bad as Me iscrivendosi alla mailing list sul sito di Waits della Anti. Per l'appuntamento avrebbe fatto comodo una sonnoleta domenica, invece si tratta di un iRriTantE lunedì. In Bad as Me fra le collaborazioni rispunta Keith Richards, già incontrato in Rain Dogs e nel pezzo That Feel in Bone Machine, qui affiancherà Ribot nel brano dal titolo post-stonesiano Satisfied.

Un'intervista a Tom Waits è invece rintracciabile su D di Repubblica in questo preciso istante in edicola, fra un blocco di quindici pagine di pubblicità e l'altro. Corredata di belle foto di Jesse Dylan (figlio di tale Bob e autore degli ultimi booklet di Tom), la sfiziosa intervista è condotta da Paolo Sorrentino, e risulta più interessante dell'articolone di qualche settimana fa de Il Mucchio, che si limitava alla solita rassegna dei dischi passati guarnita da adeguata idolatria. Su D una citazione di Fellini che non arriva, scambi gradevoli e un ritratto fulminate dai ricordi su America Oggi: "Altman era una specie di sceriffo in una cittadina del west. Potevo vedere la pistola e il distintivo. Durante le riprese gli chiesi come voleva inquadrarmi e lui mi rispose di farmi i cazzi miei". Impariamo, inoltre, che "Di cinema, Tom Waits non la smetterebbe più di parlare. Il suo attore preferito in assoluto è Christopher Walken". Dico, Walken.

Infine, ecco Back in the Crowd.
 

Drive (Nicolas Winding Refn 2011); trailer di David Lynch per la Viennale

drive nicolas winding refnSin dai titoli di testa, scritte in corsivo rosa accompagnate da musica sintetica, Drive prende posizione. La posizione, precisamente, è negli anni ’80, tra un Vivere e Morire a Los Angeles di William Friedkin e un Manhunter di Michael Mann. Altro elemento immediatamente descrittivo è la meritata Palma per la miglior regia che il film ha conquistato a Cannes. La storia raccontata da Drive, infatti, è uno standard (nome anche di uno dei protagonisti) che Refn esegue, ancora una volta – come in Bronson e Valhalla Rising – , in una chiave densa di omaggi e riferimenti, ma fortemente personale.

In misura maggiore per la semplicità e classicità dell’intreccio di quest’ultima sua opera, storia di un antierore quasi muto, pilota stuntman alle prese con criminali sanguinari, amicizia virile e amore romantico, l’ambigua incisività di Drive va ricercata nelle capacità del suo autore. Nella costruzione dei tempi, la gestione degli spazi e del sonoro, la messa in scena di momenti di violenza preannunciati ma comunque straordinariamente d’impatto. Tutto è meno eclatante ed evidente rispetto ai suoi film precedenti, ma più diffuso lungo l’intera durata di un film curato nei minimi particolari, che sa proporre rapine fuori campo, città di vetro e artificiali luci notturne riportando lo spettatore a una nuova “prima volta”. Che è poi il senso e l’obiettivo di ogni riuscito film di genere, quello di arrivare a catturare il suo pubblico tanto da immergerlo ancora nella sorpresa di luoghi cinematografici che credeva di conoscere alla perfezione.

Drive, dunque, è un film d’immagini e regia, associa a figure e vicende stereotipate una dimensione indecifrabile e difficile da gestire. La reazione, naturalmente, varia da soggetto a soggetto, e in sala si possono ascoltare i danni fatti da una rappresentazione tarantiniana, grottesca della violenza che viene evocata a sproposito dal pubblico (e anche da alcuni critici) come una via di salvezza punteggiata da risate nervose. Non è tragicomica né catartica la violenza di Refn, e a ben guardare riesce anche a evitare pruriti manichei, vendicativi e apologetici (Padroni della Notte, sto pensando a voi).

(4/5)

Chiudendo passo per il trailer della Viennale girato da David Lynch. Qualora qualcuno non ne fosse ancora sicuro, quell'uomo è pazzo, per quanto trascendentalmente.

L’Alba del Pianeta delle Scimmie – Rise of the planet of the apes (Rupert Wyatt 2011)

l'alba del pianeta delle scimmieIl fascino discreto delle scimmie. È scarso, diciamocelo: in giro per la rete troverete pochi video con milioni di click rapiti dall’irresistibile dolcezza dei primati; quello è il mondo dei gatti, il web è la loro lettiera. Scimmia disinibita e sconveniente, l’ultima volta che ti ho visto sulla rete eri ubriaca e intontita davanti l’ingresso di una sauna thailandese, col fegato a pezzi e una bottiglia di birra locale nella zampa. Così lontana, così vicina.

Bene.

La scimmia dopata di L'Alba del Pianeta delle Scimmie non è molto diversa dal gamberone di District 9, uno straniero che si scontra con serie difficoltà d'integrazione. Il trailer suggerisce un film che si lascia vedere, e così è. L’Alba presenta gli eventi che normalmente sarebbero stati oggetto dei primi quaranta minuti di un film normale, ma nel nome della creazione di una nuova saga questi vengono spalmati in un'ora e quaranta. Mentre i nodi narrativi rimangono sostanzialmente gli stessi, anche con alcune approssimazioni e qualche salto logico, quello che cresce radicalmente è il tempo dedicato al protagonista, lo scimpanzé Caesar. Lo vediamo crescere, ci immergiamo ripetutamente nel suo sguardo che muore dalla voglia di trasmettere umanità, ci stupiamo di come una scimmia data dal costume digitale vestito da Andy Gollum Serkis riesca a monopolizzare la nostra attenzione. Dopo Avatar e più del film di Cameron, essendo L'Alba ambientato nel mondo conosciuto e avendo come protagonisti esseri che abitano normalmente gli zoo, è un esperimento riuscito di sostituzione dell’attore con un surrogato digitale. Lo stesso processo di scollamento dai riferimenti ormai storici del cinema lo subiscono anche alcune riprese, come dei pianosequenza acrobatici che ancora richiamano alla memoria il virtuosismo tecnico, ma solo per equivoco, avendo in realtà perso gran parte della loro difficoltà di realizzazione. Si tratta di un periodo di transizione in cui tecniche ormai puramente estetiche conservano (ancora per poco?) il ricordo fasullo del loro valore documentario.

A parte questo, L’Alba racconta una storia non particolarmente originale ma coinvolgente, fra spinte edipiche, domande sui processi medico-scientifici, istanze ecologiste e, naturalmente, la vicenda individuale di maturazione e presa di coscienza. Il tutto, nonostante gli scontri violenti, in uno stile a volte anche troppo educato e pulito (in questo agli antipodi del film di Blomkamp), preoccupato di non perdere nessuna fascia di possibili spettatori rischiando scene troppo cruente. Buon incipit di una serie che, conoscendo già il punto di arrivo, si spera sappia essere sufficientemente apocalittica.

Al cinema dal 23 settembre.

Infine, l'appropriato monkey with gun, da uno spettacolo di Izzard (grazie Alicesue), surreale comico inglese di cui sto vedendo tutto e mi sta facendo lacrimare.

(3,5/5)