Minima Immoralia: I Miserabili, BlaKkKlansman, Border, Favolacce, Pinocchio, La Famosa Invasione degli Orsi in Sicilia, Mià e il Migù

I Miserabili – Les Miserables (Ladj Ly 2019) Una giornata nelle periferie di Parigi che riassume anni di stratificazioni e tensioni sociali. Film forte e doloroso, un discorso ampio e decentrato che vuole essere un’istantanea di molti mondi, riportati a una violenta situazione di stallo. Molto ben fatto anche cinematograficamente: sceneggiatura ritmata e tesa su regia documentaristica, con rimandi a Spike Lee e Scorsese, o anche a un Greengrass con meno affanno. Da vedere. (4/5)

BlaKkKlansman (Spike Lee 2018), forse il mio film preferito di Lee, assieme a Fa’ la Cosa Giusta. Un film schiettamente politico, che ricostruisce una vicenda e degli ambienti degli Stati Uniti razzisti degli anni ’70. Uno di quei casi in cui essere diretti non vuol dire essere didascalici, ma più che altro non volersi perdere nelle stronzate. La cosa è possibile grazie a una storia che si racconta da sola, ed è raccontata meglio da attori (John David Washington e Adam Driver) e autori in perfetto tono. C’è la ricostruzione, c’è il cinema e il suo impatto sulla storia (spettacolare il dito puntato contro Nascita di una Nazione), c’è il richiamo diretto alle follie di qualche anno fa che anticipano perfettamente la follia più recente, successiva al film: l’omicidio di George Floyd, la reazione, la straordinaria capacità dell’Occidente di stare sui social a discettare se le discriminazioni esistano o meno, a ricercare sfumature. (4,5/5)

Border – Creature di confine (Ali Abbasi 2018) Dalle pagine di John Ajvide Lindqvist era già nato l’ottimo Lasciami Entrare, per la regia di Tomas Alfredson; Border ha avuto anche più fortuna, ma a me è appena piaciucchiato. I temi rimangono simili, la diversità, che si rispecchia in una unicità o menomazione sessuale che isola i protagonisti, alla ricerca di un’appartenenza. Chi ha amato Border credo abbia concesso molto alla storia, anche romantica, dei protagonisti, e abbia sottovalutato degli aspetti di violenza – concettuale prima che visiva, di efferata vendetta verso il genere umano – che, non ben amalgamati né giustificati, finiscono per sabotare la forza del racconto. Oltre alle perplessità nella gestione dei temi, Border è più lontano da me anche nelle preferenze estetiche. Lasciami Entrare e Border credo siano due lati della stessa medaglia, su temi vicini il primo è la rivisitazione del mito del vampiro, il secondo guarda ai licantropi (anche se in giro si parla più di troll, ma il lato canino mi pare evidente). Se Lasciami Entrare, che mi è più affine, è la neve, il ghiaccio, i silenzi, le linee chirurgiche, Border è la terra, gli odori, i sensi in continua stimolazione, i colori caldi. (3/5)

Favolacce (Fabio e Damiano D’Innocenzo 2020). Un film che non mi ha convinto. Una rappresentazione molto drammatica e nichilista della famiglia, della società, una disperata cancellazione del futuro. Tutti temi che spesso mi affascinano, e che anche in Italia e di recente hanno trovato, con lo stesso Garrone, con Caligari, in parte anche con Pietro Macello, espressioni eccellenti. Volendo guardare ai cugini greci, Lanthimos ha costruito su questi temi alcuni dei suoi titoli migliori e più spiazzanti, da Dogtooth ad AlpeisQuello dei D’Innocenzo è un approccio che in qualche modo richiama la fissità e il grottesco di Lanthimos, ma sembra un compito che punta tutto sull’impatto della conclusione, sulla chiusura della tesi. Gli adulti esplicitano costantemente la loro violenza, la raccontano, se ne vestono, i bambini sono vittime silenziose, nel mezzo, alla fin fine, ci viene offerto assai poco. (2,5/5)

Pinocchio (Matteo Garrone 2019). La storia di Pinocchio è per tutti ormai così priva di sorprese, che a stupire dev’essere la sua trasposizione. Io non sono un pinocchista, ma la faccio breve: Garrone ha fatto un gran film. È fedele al testo, ma anche superiore allo stesso, lo esalta e lo porta a trovare la dimensione visiva che, a questi livelli, non aveva mai avuto. Così il Pinocchio di Garrone crea un mondo fantastico unico (per certi aspetti, e soprattutto certe luci, vicino al trattamento fatto con Basile, ma senza truculenze, più compatto e con maggiori rimandi alla contemporaneità), degno della fama mondiale dell’opera, un gotico rurale meraviglioso a vedersi per tutta la sua durata. Ma non è solo un esercizio estetico, è anche una parata di personaggi, con in testa Roberto Benigni a incarnare il Geppetto più umano e naturale possibile, che offrono con generosità la loro presenza, rendono reale la fiaba e costruiscono uno splendido omaggio al teatro, tratteggiando i loro caratteri anche in pochi secondi o in una manciata di battute. Garrone è probabilmente il nostro miglior regista. (4,5/5)

La Famosa Invasione degli Orsi in Sicilia (Lorenzo Mattotti 2019). Uno splendore, una favola sul confronto, il conflitto, l’integrazione, riportata in immagini e colori pieni di una bellezza rara. Le animazioni, le linee nette e geometriche che si fanno anche morbide mi hanno ricordato l’altrettanto riuscito The Secret of Kells, ma sono poi i tratti consolidati del bravissimo Mattotti. (4/5)

Mià e il Migù (Jacques-Rémy Girerd 2008) è un altro piccolo grande film per tutti. Qui le immagini sono disegnate, i tratti evidenti di matita a dare le espressioni, i colori sfumati nei campi lunghi, un altro modo per riportare nell’estetica il fascino della natura e del suo respiro. Molteplici ed evidenti i richiami al Miyazaki naturalista di Mononoke e Totoro, e anche al sodale Takahata, nelle sperimentazioni de La Principessa Splendente e, semplicemente, nella figura di Heidi. Una storia profonda trattata con lievità, che si concede ottimismo senza diventare lezioso e riesce a portare calore nei suoi personaggi. (4/5)

Fireworks – vanno visti di lato o dal basso? (Akiyuki Shinbō, Nobuyuki Takeuchi 2017)

Un bel film d’animazione giapponese, soprattutto un film scritto dal nostro Shunji Iwai. Fireworks – vanno visti di lato o dal basso? racconta, attraverso l’espediente dei salti nel tempo e delle sliding doors, la formazione dei ricordi, dei sentimenti, delle storie, delle speranze e delle perdite, di quando si è ragazzi. L’animazione di Akiyuki Shinbō e Nobuyuki Takeuchi è limpida, inondata di luce come il cinema di Iwai (da cui mi aspetto siano venute anche indicazioni estetiche, avendo inoltre già lavorato con l’animazione di The Case of Hana & Alice), con una splendida costruzione realistica dei contesti e gli ambienti, pronta ad accogliere soluzioni fantastiche, distorsioni della realtà che uniscono sogno e concretezza.

Fireworks è una costruzione onirica che semplicemente si prende la sua libertà, sia dal punto di vista narrativo che da quello estetico, con la sperimentazione di prospettive grandangolari, trasparenze purissime, un uso elegante e ipnotico della computer grafica usata in accordo a tecniche più tradizionali. Quel che vuole rappresentare è la necessità che ha ognuno di costruire il proprio mondo, ipotizzando al tempo stesso scenari differenti, portando diversi punti di vista sulle nostre scelte e i nostri sentimenti. Quella di Iwai è una costruzione romantica, uno sguardo affettuoso sulla solitudine e la ricerca di vicinanza, dove i fuochi d’artificio, a seconda del punto d’osservazione, possono essere piatti o rotondi.  

(4/5)

JoJo Rabbit, Piccole Donne, The Wonderland, un pacchetto di cose belle

Vi avverto: è un pacchetto di cose buone. Lo so, non capita spesso, ma capita. JoJo Rabbit (Taika Waititi 2019) era un titolo su cui nutrivo molte riserve, invece è uno dei migliori film dell’anno e fra i candidati all’Oscar, assieme a A Marriage Story. Scarlett Johansson, davvero brava in entrambe le pellicole, è un’attrice capace ed espressiva, quando è chiamata a fare film veri (mentre sembra più impacciata di altri colleghi in zavorre come Ghost in the Shell o i circhi Marvel). Sì, il film riprende colori, personaggi e visioni frontali à la Wes Anderson, e anche la rielaborazione faceta del nazismo non è nuova. Eppure JoJo riesce a essere abbastanza originale e soprattutto spontaneo, non è l’ennesima pellicola buttata lì.

È un film che va visto, un insieme di registri, personaggi e situazioni spesso sopra le righe ma non per questo privi di senso, un miscuglio di umanità che rende soprattutto assurda la mancanza della stessa. Bravi gli attori, ottimo il ritmo, c’è anche un pezzo di Tom Waits, molto bene. Tornando a Marriage Story, spunta fuori che assieme a JoJo mettono sul tavolo una sorta di rivincita del cinema indie, i cui canoni da qualche tempo sembravano usurati dalla ripetizione. In più, in un anno in cui molti grandi autori e molti presunti grandi film hanno, invece, una consistenza quasi effimera.

(4/5)

Anche Piccole Donne di Greta Gerwig (2019) può contare su ottime performance, in particolare su Saoirse Ronan, credo la migliore attrice della sua generazione: sembra sempre nata e cresciuta nei film che si trova ad abitare. E lo dicevo già ai tempi del pur brutto Amabili Resti.

Gerwig riesce a dirigere un classico contemporaneo: rispetta la storia, le dà un ritmo moderno, senza compromettere il suo essere un romanzo di formazione in costume. Un film solido e delicato, da cui traspare una reale passione per il soggetto che traspone, un bel lavoro.

(4/5)

Birthday Wonderland, o The Wonderland (Keiichi Hara 2019) mi sembra non abbia fatto molto parlare di sé, neanche negli spazi dei cultori del genere. Si tratta, invece, di uno dei migliori anime dei tempi recenti e, altra buona notizia, lo si può facilmente vedere su Prime Video. L’autore è quello di Miss Hokusai, quindi ambienti curati e figure realistiche, quasi imponenti rispetto alle stilizzazioni spesso offerte dall’animazione giapponese, e ancora momenti poetici ed evocativi, da ritrovare nella visione piena e personale che l’artista dà del mondo. Hanno in effetti questo in comune, i tre titoli di questo articolo: non sono completamente originali, guardano a testi, epoche, mezzi espressivi pre-esistenti, ma sanno rielaborare e riproporre mostrando la necessità della comunicazione e la volontà di farsi conoscere, di entrare in contatto con lo spettatore; in tre modi diversi, sono film intimi, con in primo piano vicende e caratteri femminili.

Birthday Wonderland è una favola dalla forte componente fantastica che prende moltissimo da Miyazaki e Takahata, in particolare nello sviluppo dei personaggi – che non devono mai apparire troppo definiti – e nell’amarezza dei riferimenti al reale. Un richiamo alla ferita atomica, quasi immancabile nei lavori nipponici, che però qui diventa volontà di rielaborazione e di rinascita. Una sovrapposizione simbolica che non riguarda più solamente la compresenza di bene e male nelle caratterizzazioni, ma anche la necessità di condividere il dolore per poterlo assorbire. Oltre questo, Birthday Wonderland richiama Alice, modello immancabile per i viaggi fantastici e di riconoscimento di sé, come La Bella e la Bestia e altri archetipi della fiaba a cavallo fra Oriente e Occidente. Alla piccola di casa (7 anni) è piaciuto molto, e anche ai suoi genitori.

(4/5)

Coco (Lee Unkrich, Adrian Molina 2017)

cocoFacendo due conti, alla Pixar non riusciva davvero un film dal 2009, anno di Up. Coco è un buon film, e teniamocelo stretto, che poi si ricomincia con i numeri di Gli Incredibili 2 e Toy Story 4 (quattro). Dopo i ghiacci di Frozen e il sale di Oceania, Disney – Pixar prosegue nel filone “etnico”, ispirato da diverse culture, favole, credenze e religioni. Personalmente, non sono particolarmente attratto dai racconti troppo caldi, dalle chitarre dei mariachi e dalle famiglie allargate, non sono particolarmente attratto dal Messico, ma Coco funziona. E per un’ampia prima parte la sua ispirazione viene da lontano, ricordando in molti modi La Città Incantata. Dal capolavoro di Miyazaki riprende il viaggio inaspettato di un bambino nel mondo degli spiriti, la costruzione di un mondo di architetture fantastiche brulicanti di forme bizzarre, la ricerca dell’identità fino anche al riferimento al senso e al valore del proprio nome. Dall’animismo giapponese si passa all’iconografia del Dìa de Los Muertos, ma Coco conserva una prima parte prevalentemente descrittiva, come nei momenti migliori delle produzioni Pixar.

Coco, che comunque non raggiunge i livelli di ricchezza visiva, astrazione e poesia del maestro giapponese, nella seconda parte torna alla compiuta narrazione occidentale. Lo fa azzeccando una serie di personaggi riusciti, a cominciare dall’allucinato cane Dante, e qualche bella scena, su tutte quella della stessa Coco che, come un delicato omaggio, pur dando il nome al film non ne è la protagonista. Superate le scene più visionarie, il film di Lee Unkrich racconta una storia ben definita e anche ben congegnata, classica nella sua compiutezza e nell’opportunità dei colpi di scena, riportando concretezza – come abitudine dello studio californiano – in un mondo fantastico che, tutto sommato, si muove sempre secondo meccaniche conosciute, che  possano portare un messaggio collaudato e ben riconoscibile.

(4/5)

Your Name. (Makoto Shinkai 2016) Un ottimo script per un successo meritato

your name slowfilm recensioneNel recente gruppone ho colpevolmente dimenticato di citare Your Name, che, lo dico subito, è un gran bel film. Ha avuto un successo enorme in Giappone ed è stato sporadicamente distribuito anche da noi. Il fatto che il soggetto riguardi lo “scambio di corpi” fra una ragazza e un ragazzo mi vedeva piuttosto scettico, essendo una traccia piuttosto logora e spesso non proprio legata a capolavori del cinema. Invece questo aspetto di Your Name è, appunto, una traccia non secondaria, ma che fa parte di un meccanismo molto più complesso, che tratta anche lo scambio in modo funzionale e originale. Per farla breve, quella del film di Makoto Shinkai è una delle migliori sceneggiature in cui mi sia imbattuto negli ultimi tempi, e non parlo solo del settore dell’animazione.

Shinkai è l’autore di Oltre le nuvole, il luogo promessoci, distribuito ultimamente anche in Italia, 5 cm per second e Il Viaggio Verso Agartha – Children Who Chase Lost Voices From Deep Below, che hanno cose buone ma non mi avevano particolarmente convinto. Anche Your Name ha un design dei personaggi piuttosto standard e un labiale che non cerca corrispondenze con il parlato, mentre i fondali e tutte le animazioni che non riguardano le figure umane sono efficaci e curati. E, soprattutto, ha uno script che amalgama e valorizza tutte le sue parti, quella fantastica, sentimentale e giovanile. Un successo, questa volta, ampiamente meritato.

(4,5/5)

Minima immoralia per grandi e piccini: Okja, Meyerovitz Stories, Under the Skin, Wonder Woman, Sasha e il Polo Nord, Ballerina, Capitan Mutanda

okja slowfilm recensioneOkja (Bong Joon-ho 2017) È il film che, con un tecnicismo critico – cinematografico, Marco Giusti ha definito “una cazzatona”. Per quanto stratificato e complesso, dopo attenta riflessione il giudizio appare del tutto condivisibile. La storia del supermaiale – una sorta di ippopotamo intelligente, senza dentoni e con momenti alla Totoro – realizzato in laboratorio per soddisfare gli appetiti del mondo, mette assieme avventura da bambini, macelleria da adulti e scialbe frecciatine ecologiste, riuscendo a trattare tutto con grande pigrizia e mancanza d’ispirazione. Un sacco di attori bravi (Tilda Swinton, Paul Dano, Jack Gyllenhaal) senza uno straccio di ruolo decente, una regia pulita e professionale senza picchi, una sceneggiatura incredibilmente piatta che non mette a fuoco nessuna delle sue parti. (2,5/5)

The_Meyerowitz_Stories slowfilm recensioneMeyerovitz Stories (Noah Baumbach 2017) Seconda pietra dello scandalo all’ultimo festival di Cannes, dove, assieme al film precedente, ha posto il problema della partecipazione a un concorso di cinema di titoli che non passano al cinema, ma solo sulla piattaforma online che li ha prodotti, nella fattispecie Netflix. Viene da dire, per alcuni versi, molto rumore per nulla, perché nessuno dei due titoli avrebbe potuto legittimamente aspirare a grandi riconoscimenti. Mi piace molto Baumbach, ma questo non è il suo miglior film. Aveva trovato un bell’equilibrio con Frances Ha, il suo migliore assieme a Il Calamaro e la Balena. Qui, a parità di bella regia indie ma non leziosa, buone riflessioni sulla famiglia e i rapporti padre – figlio, ricopre tutto con troppe parole, che finiscono col diluire eccessivamente i momenti migliori dei dialoghi e dell’azione. (3/5)

under-the-skinUnder the Skin (Jonathan Glazer 2013) Visto qualche tempo fa, troppo, ma è rimasto, appunto, sottopelle per parecchio tempo. Tratto dall’omonimo romanzo di Michel Faber, Under the Skin è una parabola sci-fi fredda, cupa, desolante, ben interpretata da un’aliena Scarlett Johansson. Glazer si muove su una ricerca visiva spesso sperimentale e radicale, mentre nello svolgimento lineare e nel complesso descrittivo della storia conserva la matrice letteraria. Storia di solitudine, predazione, diversità, che non fa niente per essere gradevole, e questo l’ho gradito. Glazer rende tutto, al tempo stesso, atroce e anestetizzato, riportando anche i picchi emotivi, il passaggio della protagonista da predatrice a preda, all’interno di un’unità estetica compatta e disturbante. Tosto. (4/5)

Wonder Woman (Patty Jenkins 2017) Ennesimo non-film Marvel, ennesima fracassonata digitale che segue ciecamente l’impostazione episodica del non-cinema contemporaneo; l’unico del filone ad aver offerto qualcosa, negli ultimi anni, è Doctor Strange. Però di Wonder Woman è molto buffo il cattivone con armatura posticcia a nascondere il fisico da giocatore di ramino, e i baffetti impiegatizi che spuntano dall’elmo aggressivo. (2,5/5)

sasha e il polo nord slowfilm recensioneSasha e il Polo Nord (Rémi Chayé 2015) Gradevole film francese d’animazione, un’avventura classica con la giovane protagonista alle prese con il viaggio alla scoperta di sé e delle proprie radici. Già assistente alla regia del bellissimo The Secret of Kells, Chayé firma un’animazione semplice ed elegante, resa leggera dai colori chiari e uniformi e dall’assenza di linee nere a delimitare le figure. Una piccola storia dai ritmi distesi, sentimentale senza eccessi di sentimentalismo. (4/5)

Ballerina (Eric Summer, Éric Warin 2016) Film per bambini, non dei più ispirati, né dei più curati (fra i film intendo, non fra i bambini), produzione franco canadese anche di un certo successo. Protagonista orfannella che nella Parigi di fine ‘800 lotta per diventare – indovina – una ballerina, con tutti gli scontri, gli incontri e la raccolta di cliché del caso. capitan mutanda slowfilm recensionePersonaggi monodimensionali e spinti all’estremo, e una proclamata verosimiglianza dei passi di danza che riesce a trasmettere davvero poco, attraverso l’animazione meccanica e poco espressiva. Per un pomeriggio infantile a corto di alternative. (2,5/5)

Capitan Mutanda (David Soren 2017) Produzione Dreamworks, in uscita il primo novembre nelle nostre sale. Tratto da una serie di libri per ragazzi, Captain Underpants: The First Epic Movie mette in scena un “politicamente scorretto” a misura di bambino, attraverso un umorismo scatologico adeguatamente ripulito, ma comunque spensierato e vagamente irriverente. Al centro la passione per i fumetti e la creatività, per una storia dal registro leggero e tutto sommato sufficientemente inventiva. (3/5)

Gatta Cenerentola (Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri, Dario Sansone 2017)

gatta cenerentola slowfilm recensioneÈ vero, Gatta Cenerentola non è un “miracolo”, perché è il frutto della preparazione, l’impegno, l’ispirazione di un grande gruppo di lavoro. Ma non si può evitare di rimanere sbalorditi, se in Italia nasce – finalmente – un’animazione matura e moderna, una delle migliori produzioni degli ultimi anni anche in un’ottica internazionale, e il tutto nasce da un giovane studio napoletano al suo secondo lungometraggio.

Il piano su cui Gatta Cenerentola subito stacca la maggior parte dei titoli contemporanee è quello estetico, indicando una competenza tecnica e un focus concettuale che solitamente si sviluppano in periodi molto più lunghi, prima di diventare il patrimonio distintivo di una casa di produzione. L’animazione di Alessandro Rak e dello studio Mad Entertainment individua un design dei personaggi e degli sfondi che non è né americano né giapponese. Le figura spigolose, i movimenti taglienti e le inquadrature fortemente angolate ricordano il bellissimo e visionario Aeon Flux di Peter Chung, ma con una maggiore propensione a fondere le esasperazioni estetiche con la rappresentazione di una realtà significativamente riconoscibile, al contrario di quella di Chung, quasi astratta e priva di riferimenti spaziali e temporali comuni.

Dal racconto secentesco di Giambattista Basile e l’opera musicale degli anni ’70 di Roberto De Simone, Rak assieme a un manipolo di sceneggiatori (fra i quali Corrado Morra, che in una vita lontana ho avuto il piacere di conoscere e ascoltare) trae un racconto che rispetta le sue ispirazioni e le fonde con una miriade di suggestioni pop (alcune forse fin troppo definite, come quella di Traffic). Il teatro è Napoli, una città immersa in un futuro presente e in un’apocalisse ormai endemica, dove la pioggia di Blade Runner lascia il posto a una precipitazione continua di cenere: tutto è in fiamme, o più probabilmente già bruciato. Come il capolavoro di Ridley Scott, Gatta Cenerentola è fatto di luce, la luce che definisce gli spazi di una gigantesca imbarcazione, squarciata e bloccata nel porto, e i fantasmi che la abitano. Quella dell’enorme nave Megaride, Polo della Scienza e della Memoria, è la storia del suo costruttore Vittorio Basile, di sua figlia Mia, della matrigna Angelica Carannante e delle immancabili sorellastre, di un malavitoso, ‘O Re, che canta le povertà di Napoli e su queste si arricchisce.

Nei corridoi e le cabine della Megaride decaduta la memoria sopravvive nella forma di luminosi ologrammi, che compaiono come fantasmi, presenze accettate dagli abitanti della nave. Come ne L’Invenzione di Morel, le immagini rendono il passato immortale, ma qui, diversamente dal libro di Casares, non acquistano coscienza. Non si tratta, però, di apparizioni casuali, e la stessa nave sembra essere in grado di esprimere quell’opera di regia che permette alle memorie di apparire alle persone giuste, intessendo fra i due mondi una sorta di dialogo e di interdipendenza. Protagonisti rimangono i vivi, non ingabbiati nella nostalgia del passato, che viene invece ad aiutarli, indirizzarli, a fornire il sostegno che consenta di non perdere la speranza.

L’intreccio è estremamente coeso, non ci sono linee narrative parallele o secondarie, e un rilievo che si può fare, rispetto alla moltitudine di personaggi, è che a molti di loro, a partire proprio da Mia, avrebbe fatto bene qualche minuto di caratterizzazione in più. Più che negli snodi narrativi, che anzi trovano un certo fascino anche nel non essere del tutto esplicitati, è ai dettagli che costruiscono i personaggi che si sarebbe potuto dare più spazio. Ma alla base delle soluzioni scelte, con ogni probabilità, ci stanno pure i vincoli di una produzione che di certo non ha risorse economiche illimitate. Questo intreccio, ad ogni modo, riesce a incarnare diversi aspetti e registri, su una struttura unificante fatta di bellissimi commenti e momenti musicali: dal ritorno della voce e la performance teatrale di Ilaria Graziano, già ne L’arte della Felicità, a Guappecartò, Foja, Francesco Di Bella, I Virtuosi di San Martino, la partecipazione di Daniele Sepe ed Enzo Gragnaniello. simposio suinoOgni aspetto è dotato di una propria forza: prendono corpo l’amore drammatico di Angelica, di certo il personaggio più complesso e completo, le esplosioni pulp e ironiche delle sorellastre, i dettagli dolorosi e caotici in chiave futuristica che sostengono una storia antica, una fiaba, come tale radicata nella cultura, le paure, la memoria di un popolo, che di certo non è solo quello napoletano.

Segnalo, in apertura, il bel corto prodotto dalla stessa Mad e realizzato da Francesco Filippini, Simposio Suino in Re Minore. Questo, invece, ha un’anima subito vicina a diverse idee di Miyazaki, da Porco Rosso agli espressivi occhi strabuzzati, dai leggeri ragnetti fuliggine agli edifici che si muovono sulle proprie gambe. Anche qui tutto si distende sulla musica, sul blues, che è già una preziosa scelta identitaria nei lavori dello studio.

(4/5)

Le Stagioni di Louise (Jean-François Laguionie 2016). La leggerezza e la gravità delle cose che compongono la vita

le stagioni di louise slowfilm recensioneIl miglior cinema è da sempre quello che parla della vita e del tempo. Nel tentativo di portare nella ripetizione del cinema i ricordi, le perdite e i sogni di una vita, c’è la possibilità di raccontare lo scorrere di una parentesi temporale pura, dove gli episodi personali rispecchiano il comune succedersi delle età, e i desideri individuali, per quanto intimi e lontani, ricordano quelli di ogni vita. Gli artisti del disegno e dell’animazione rappresentano costantemente loro stessi e le loro idee, attraverso le scelte visive prima ancora che narrative. Succede, quindi, piuttosto spesso che realizzino una o più opere che mostrano direttamente, e ricordano anche a loro stessi, quali sono le vicende e le sensazioni, i tratti della vita, che li hanno portati a formare il proprio linguaggio.

Le Stagioni di Louise è l’ultimo lavoro di Jean-François Laguionie, maestro dell’animazione francese, autore, fra gli altri, del delicato La Tela Animata e del visionario Gwen, Il libro di sabbia. Laguionie non ha bisogno di riferimenti, ma volendo proseguire nella ricerca delle dirette espressioni d’autore, Louise en Hiver sembra unire gli incroci fra natura e poesia de La Tartaruga Rossa con il ricordo, trasfigurato ma realistico, delle proprie radici e della scoperta dell’arte dell’ultimo Miyazaki di Si Alza il Vento.

La storia, semplice come molte cose dal senso profondo, è quella dell’anziana Louise che, perso l’ultimo treno per tornare in città, si ritrova da sola nella località balneare di Bilingen. Per giorni, settimane, mesi. Osserva il mutare dei colori, si misura con i limiti che vengono dall’età, riflette sulla solitudine – in parte ricercata – e su come gli eventi della sua vita l’abbiano portata a essere la persona che è. Louise vive ogni vicenda e contemporaneamente la osserva, non si compatisce e riflette sul ruolo che ha assunto la sua esistenza. Pensa alle scoperte giovanili, le avventure e gli amori, intrecciati con i ricordi e le tracce della guerra, e a come riportare tutto questo in un presente che non sia solo memoria, ma ancora una fonte di esperienze e un’occasione per interrogarsi. Tiene compagnia a Luoise – che in Italia ha la voce di Piera Degli Esposti – un vecchio cane che “sembra un mucchio di stracci”, che, a volte, si confronta in brevi discussioni, e l’accompagna nelle sue passeggiate, aspettandola quando rimane indietro.

Con uno stile visivo lieve e concreto, che unisce visibili tratti di carboncino e pastello a una computer grafica ben integrata, Laguionie mostra flutti, paesaggi, uccelli, la stessa Louise nell’atto di dipingere. E mostra, d’altra parte, i vicoli geometrici e opprimenti del paese e, in una visione ricorrente nella sua produzione, luoghi ricolmi d’ingombranti oggetti quotidiani, divani, telefoni, elettrodomestici abbandonati e ingrigiti, reperti del passato e della sua ripetitività, portando nel suo piccolo film la leggerezza e la gravità delle cose che compongono la vita.

(4/5)

La Tartaruga Rossa – La tortue rouge – The red turtle (Michaël Dudok de Wit 2016). Poesia e natura nella parabola di una vita.

tartaruga-rossa-locandinaPrimo lungometraggio animato dell’olandese Michaël Dudok de Wit, ultima coproduzione della Ghibli di Hayao Miyazaki, La Tartaruga Rossa è una piccola opera d’arte, dove protagonisti sono le immagini, i suoni, il tempo. La storia di un naufrago che non può lasciare l’isola che gli ha offerto la salvezza, non è una storia di solitudine e sopravvivenza, ma la rappresentazione poetica e naturalistica della parabola di una vita. Un film senza parole, delle quali non si sente neppure per un attimo la mancanza, che esprime malinconia, amore, paura, speranza, attraverso i suoni dell’ambiente e dell’uomo, e le musiche essenziali di Laurent Perez. Una forza visiva sorprendente, che nella base artigianale dei carboncini e gli acquerelli unisce delicatezza e realismo. I momenti onirici, le esplorazioni della natura, gli elementi e i pensieri hanno una consistenza tangibile, sensoriale, che rende ogni quadro parte di una narrazione semplice, come ogni racconto di vita, impossibile da comprendere completamente, messaggio singolare per ogni spettatore.

La Tartaruga Rossa esprime qualcosa che potrebbe essere riassunto in poche righe, e lascia che quelle frasi e parole respirino in immagini che sfiorano la densità del tempo. Il racconto, virtualmente infinito, nella fusione riuscita dei personaggi e degli ambienti, crea e rappresenta un unico essere. Cosa che di certo non significa la scoperta di una perfetta armonia, la certezza delle proprie scelte o l’assenza del dolore, perché non è di questo che siamo fatti, ma regala, nei propri conflitti, errori e paure, la speranza di una possibile ricerca.

La Tortue Rouge arriverà nelle nostre sale dal 27 al 30 marzo, ed è certamente uno dei film più belli dell’anno.

(4,5/5)

Sausage Party – Vita segreta di una salsiccia (Greg Tiernan, Conrad Vernon 2016)

sausage party slowfilm recensioneSarebbe assurdo non vedere un film il cui trailer mostra una patata che, sicura d’essere stata liberata dagli Dei umani dall’angustia del supermarket, si trova a essere spellata, “scuoiata viva”, e poi gettata nell’acqua bollente davanti agli occhi inorriditi di un wurstel e del resto della spesa. Infatti, l’ho visto immediatamente. Il lato oscuro di Toy Story, Sausage Party racconta la vita segreta dei prodotti di consumo, dando loro la personalità, e in questo caso le fattezze, ipersessuate e triviali che caratterizzano le creazioni di uno dei più grandi estimatori mondiali della ganja, Seth Rogen, e il consueto gruppo di lavoro e cazzeggio, che va da Jonah Hill a James Franco, più un demenzialmente inedito Edward Norton, che doppia un bagel con la voce di Woody Allen.

Qualora non fosse del tutto chiaro, Sausage Party non è per niente un film per bambini. Sadicamente, non vedo l’ora di scoprire se, come in altre occasioni, si leverà lo scandalo da genitori che portano i pargoli a vedere qualsiasi cosa appartenga al fantastico o all’animazione. Il lubrico salsicciotto sulla locandina dovrebbe essere un avvertimento utile, ma chissà. Ad ogni modo, Sausage Party è, nel suo territorio, un film piuttosto riuscito, che mantiene le promesse con una buona animazione e con ottanta serrati minuti di volgarità, trasposizioni di cupe pagine di storia umana in colorate allegorie culinarie, viaggi nei territori sconosciuti che si celano nell’apparente ordine degli espositori, inni agli stati alterati di coscienza e all’amore orgiastico e pansessuale. Per le libertà che si concede, è anche qualcosa di più di un vacuo sberleffo, offrendo una grottesca quanto realistica trasfigurazione delle religioni e dei conflitti etnici, in un livello che non prende mai in considerazione la serietà, ma non per questo appare vuoto di contenuti e idee. Nel suo genere, un discreto traguardo.

(4/5)