I Figli del Mare – Children of the Sea (Ayumu Watanabe 2019), animazione splendida per un racconto non convenzionale

Un’animazione visivamente splendida, un racconto fluido, liquido, non convenzionale, che lascia dialogare quotidianità e grandezze incommensurabili. I Figli del Mare è la nuova produzione dello Studio 4°C, da cui vengono alcuni degli anime più riusciti e memorabili della contemporaneità, a cominciare dal capolavoro Tekkonkinkreet.

Diretto da Ayumu Watanabe e tratto dal manga di Daisuke Igarashi, Children of the Sea è la storia della ragazzina Ruka e dei nuovi amici cresciuti, e “mutati”, in mare, i fratelli Umi (Mare) e Sora (Cielo). Dall’interno verso l’esterno, si esplora l’intimo dell’essere umano, la scintilla che custodisce, quindi il suo corpo, la fusione con gli elementi, l’acqua e l’aria, la corrispondenza con l’Universo e il rispecchiarsi dello stesso nell’essenza dell’individuo. La complementarietà dei due fratelli – uno scuro e vivace, capelli cortissimi, l’altro taciturno e fatalista, evanescente nel suo pallore androgino – è la ricerca dell’equilibrio degli elementi e delle sensazioni, la propensione naturale alla scoperta e allo smarrimento.

Una raffigurazione totalizzante della natura e in particolare dell’acqua, elemento vitale e anteriore a ogni storia, che ricorda in alcuni momenti una versione più adulta di Ponyo, la forza visionaria in crescendo che porta verso una cosmogonia – trasportata dalle musiche di Joe Hisaishi –  vicina a The Tree of Life. La meraviglia è anche e soprattutto nel tratto. Il character design, che anche nelle produzioni più riuscite spesso propone protagonisti standardizzati, qui realizza personaggi originali, figure dagli sguardi enormi in cui si rispecchia la luminosità del cosmo e delle creature marine. Corpi fatti della stessa sostanza del mondo che vivono e delle scoperte che attraversano, un iperrealismo al servizio di dettagli minimali – le espressioni nei lineamenti tenui e nei tratti definiti delle ciglia, i gesti che modificano le possibilità dei corpi – e di ampi scenari pieni di bellezza sgargiante, vitale e malinconica.

In streaming su diverse piattaforme, la più economica VVVVID, molto buono anche l’adattamento.

(4,5/5)

Fireworks – vanno visti di lato o dal basso? (Akiyuki Shinbō, Nobuyuki Takeuchi 2017)

Un bel film d’animazione giapponese, soprattutto un film scritto dal nostro Shunji Iwai. Fireworks – vanno visti di lato o dal basso? racconta, attraverso l’espediente dei salti nel tempo e delle sliding doors, la formazione dei ricordi, dei sentimenti, delle storie, delle speranze e delle perdite, di quando si è ragazzi. L’animazione di Akiyuki Shinbō e Nobuyuki Takeuchi è limpida, inondata di luce come il cinema di Iwai (da cui mi aspetto siano venute anche indicazioni estetiche, avendo inoltre già lavorato con l’animazione di The Case of Hana & Alice), con una splendida costruzione realistica dei contesti e gli ambienti, pronta ad accogliere soluzioni fantastiche, distorsioni della realtà che uniscono sogno e concretezza.

Fireworks è una costruzione onirica che semplicemente si prende la sua libertà, sia dal punto di vista narrativo che da quello estetico, con la sperimentazione di prospettive grandangolari, trasparenze purissime, un uso elegante e ipnotico della computer grafica usata in accordo a tecniche più tradizionali. Quel che vuole rappresentare è la necessità che ha ognuno di costruire il proprio mondo, ipotizzando al tempo stesso scenari differenti, portando diversi punti di vista sulle nostre scelte e i nostri sentimenti. Quella di Iwai è una costruzione romantica, uno sguardo affettuoso sulla solitudine e la ricerca di vicinanza, dove i fuochi d’artificio, a seconda del punto d’osservazione, possono essere piatti o rotondi.  

(4/5)

Dilili a Parigi (Michel Ocelot 2018), Penguin Highway (Hiroyasu Ishida 2018)

Michel Ocelot, il padre di Kirikù, torna al cinema con un’altra storia fantastica e una piccola eroina di colore, Dilili, giovane canachi portata nella Parigi di fine ‘800 per mettere in scena la vita del suo popolo, in una sorta di parco a tema. Il settantaseienne Ocelot, studioso d’arte e pittore, mette in Dilili a Parigi il suo sguardo vivace e diretto, definito e raffinato, per comporre una storia dai contenuti anche forti, sostenuti proprio dalla semplicità e l’immediata bellezza delle immagini. Un cinema puro, in senso morale ed etico che si fa senso estetico, che esplicita e nobilita gli intenti didattici e traduce, per i più piccoli, contenuti anche torbidi. Al centro dell’intreccio, infatti, c’è un’organizzazione criminale – i Maschi Maestri – dedita al rapimento di bambine, con lo scopo di farle crescere sottomesse alla superiorità dell’uomo. Parallelamente all’azione, si sviluppa un ammirato e minuzioso viaggio per i luoghi di Parigi, guidato dall’amore per la Belle Époque. Agli orrori e la limitatezza dei Maschi Maestri, Ocelot contrappone proprio la bellezza dell’arte e la ricerca della cultura. Oltre alle sfrenate corse in tricicletta fra i monumenti e le architetture parigine (ricostruiti con il consistente ausilio della computer grafica), l’autore offre una rassegna quasi enciclopedica di artisti e pensatori, presentandoci e introducendo nell’azione, fra gli altri, Marie Curie e Louis Pasteur, Marcel Proust e Sara Bernhardt, Lautrec, Renoir, Monet e, naturalmente, le loro opere.

(4/5)

 

 

Penguin Highway di Hiroyasu Ishida è, invece, uno dei maggiori successi della recente animazione giapponese. Primo lungometraggio delle studio Colorido, emanazione dello studio Ghibli, adotta il fantastico della casa di Miyazaki portandolo nel mondo urbano, più esplicitamente scosso dalle inadeguatezze sociali e relazionali che negli ultimi anni caratterizzano molti titoli nipponici. Da Your Name, a Mirai, a The Boy and the Beast, gli anime stanno vivendo un buon periodo, con la presentazione e l’affermazione di una nuova generazione di autori. Rispetto a capolavori come La Città Incantata o Mononoke, la narrazione è meno sfaccettata e più concentrata sulla storia e sui personaggi, che sul mondo, ma si tratta comunque di produzioni più inventive e stimolanti di quelle proposte dalle ripetitive corazzate americane.

Penguin Highway potrebbe sembrare, dal trailer, un film più limitato di quel che è in realtà. Ci si potrebbe aspettare una storia curiosa e infantile sull’inattesa apparizione di pinguini nell’estate cittadina di un gruppo di ragazzi. È, invece, il contenitore di un insieme – forse anche troppo ricco – di temi, domande e atmosfere. Per il giovane protagonista Aoyama l’identificazione e l’organizzazione logica dei misteri (a volte anche un po’ pedante) è l’attività principale, che lo porta a toccare temi come quelli dell’identità, del bullismo, della mancanza, della memoria, della crescita, incrociati con veri e propri enigmi della percezione e della delimitazione della realtà. Tratto dal romanzo di Tomihiko Morimi, il film di Ishida ha una bella inventiva e resa estetica, e costruisce un intreccio denso di misteri. L’approfondimento di queste domande, e le risposte specifiche offerte dal film, non sono però altrettanto accurate, molte rimangono suggestioni complesse, ma accennate e superficiali. Si tratta comunque di un film bello da vedere, con un buon ritmo e pieno di dettagli e rimandi interni, un film luminoso che sa lasciare una traccia di malinconia.

(3,5/5)

The Case of Hana & Alice, una cosa piccola ma buona (Shunji Iwai 2015)

The_Case_of_Hana_&_Alice_posterUna cosa che può far stare meglio è un piccolo, grazioso film nascosto. Con una manciata di ottimi film fra gli anni ’90 e gli zero, Shunji Iwai è un autore giapponese che da noi non ha mai avuto una particolare eco, eppure le sue sono opere varie, inventive, visivamente ed emotivamente coinvolgenti, spesso delicatamente caotiche (All About Lily Chou Chou la mia preferita). Non mi dilungo sull’effetto nostalgia e l’emozione del ritorno, ma questi, naturalmente, sono forti.

The Case of Hana & Alice ricorda i personaggi di un film 2004, ma funziona da solo. Ed è un singolare film d’animazione. A portare attori e ambienti del mondo del disegno, un uso del rotoscopio lontano dalla ricerca “cubista” di A Scanner Darkly, vicino alla leggerezza del coreano My Beautiful Girl Mari. I colori delicati e uniformi portano i personaggi e i loro movimenti fluidi in una dimensione onirica, raccontando però una realistica storia di formazione, amicizia, di ricerca di smarrimento. La bellezza di The Case of Hana & Alice, che avvolge il film in sensazioni dal gusto nostalgico, sta nella scelta di non rincorrere le aspettative e i ritmi dello spettatore, è nella sua passione per il racconto, la descrizione lieve di vite e vicende che si intrecciano spesso per caso, riportandoci all’eccezionalità delle emozioni comuni.

(4/5)