The Hateful Eight (Quentin Tarantino 2015), Revenant – Redivivo (Alejandro González Iñárritu 2015)

hatefulPubblicato su Bologna Cult

Sono tra le firme più celebri e significative del cinema contemporaneo, quelle di Quentin Tarantino e Alejandro González Iñárritu, due autori che solitamente non hanno molto in comune, ma si trovano ad aprire assieme il nuovo anno con due personali rivisitazioni del genere classico e americano per eccellenza, il western. Le coincidenze non finiscono qui, perché The Hateful Eight – l’ottavo film di Tarantino – e Revenant sono ben lontani dalle rocce rosse riarse dal sole e dagli eroi granitici di John Ford, trascinandoci nell’inferno bianco delle incessanti tempeste di neve, nel gelo tagliente e i cieli plumbei che, piuttosto, nel 1971 mettevano alla prova i protagonisti di una delle più belle destrutturazioni del genere, il capolavoro di Robert Altman McCabe & Mrs. Miller (in Italia I Compari).

Odiosi, detestabili, l’appellativo hateful non rende piena giustizia al gruppo di implacabili carogne tenuto in cattività nel rifugio di Minnie, nel Wyoming degli anni successivi alla Guerra Civile, intrappolato da una bufera di vento e neve che rende un’impresa mortale anche raggiungere la latrina all’esterno del locale. Una rosa di grandi nomi – da Samuel L. Jackson a Kurt Russell, da Tim Roth a Jennifer Jason Leigh – per mettere in scena l’accumulazione di conflitti che nasce dalla sosta forzata del cacciatore di taglie John Ruth, impegnato a portare al patibolo Daisy Domergue. Durante quasi tutta la prima metà The Hateful Eight anticipa quello che lo stesso Tarantino ha indicato come suo prossimo obiettivo, ovvero la scrittura per il teatro. In principio ospitata dagli angusti spazi di una diligenza trainata da un cavallo bianchissimo e uno nerissimo, l’azione si svolge sui dialoghi cesellati e coinvolgenti dell’autore di Bastardi Senza Gloria (anche quel film, per molti versi il suo migliore, presenta spesso i protagonisti seduti a un tavolo, a scambiarsi raffinatezze di scrittura degne della migliore commedia brillante). Con entrate in scena diversamente scandite, gli Otto si prestano a caratterizzazioni decise, costruiscono aneddoti ed episodi, ognuno prende le misure dell’altro, lasciando montare l’attenzione e la tensione. Dall’istrionismo di Tim Roth all’ostentata strafottenza di Jennifer Jason Leigh, ognuno si dipinge o viene dipinto come una delle peggiori incarnazioni dell’essere umano. Al contrario di Django, l’intento del regista e sceneggiatore è quello di privare lo spettatore di qualsiasi punto di riferimento positivo, di trascinarlo in una baracca senza lasciare neanche intravedere alcuna via di fuga; il film, in questo, è perfettamente riuscito.

È nella seconda parte che The Hateful Hate può dividere nel giudizio. La linearità narrativa si spezza e irrompe brutalmente l’horror o, volendo rimanere sulla traccia teatrale, il grand guignol, e quei confronti e sospetti che riportavano una tessitura alla Agatha Christie e presentavano alcune esplicite velleità socio-politiche, affogano velocemente in esplosioni di sangue e violenza che ricordano, questa volta, più il Tarantino innamorato degli eccessi del cinema di genere, appartenenti a un lavoro come Grindhouse (che lo stesso autore ha indicato come il meno riuscito della sua filmografia, ma tant’è). Rimane, quindi, il dubbio se lasciarsi andare alla follia grottesca o rimpiangere uno svolgimento più in linea con le premesse. Personalmente credo che questa scelta abbia impedito la realizzazione di un’opera più focalizzata e, in un certo senso, più “importante”, per affidarsi a un divertissement che è per molti versi una soluzione shoccante, ma comoda.

revenantÈ invece il gelo del Nord Dakota a contribuire a rendere difficile – davvero, difficilissima – la già complicata esistenza del Redivivo Leonardo DiCaprio, alias Hugh Glass. L’anno è il 1823, gli spazi adesso sono aperti, immensi, la terra, le montagne e il cielo si fondono in una fotografia dai toni uniformemente glaciali. Dopo il pianosequenza – reale e artificiale – dell’ottimo Birdman, Iñárritu cambia decisamente tono e genere, ma conserva l’amore per le sfide e i virtuosismi tecnici. Revenant, infatti, è girato in diverse location, a quanto pare tutte piuttosto ostili, sfruttando la sola luce naturale, prevalentemente nelle ore del tramonto, e mettendo i suoi protagonisti in condizioni quanto più possibile disagevoli. D’altronde, si sa quanto le star hollywoodiane amino inserire nel loro curriculum eclatanti performance fisiche, e anche quanto queste facciano solitamente breccia nei cuori dei giudici dell’Academy.

Cacciatori di pelli, orsi feroci, indiani sanguinari, corpi deturpati e una vedetta da inseguire: Revenant è un film di sofferenza e sopraffazione, un’opera visivamente e concettualmente violenta che mette in stallo l’essenza stessa delle sopravvivenza, che diventa lo spoglio presupposto per lo sfogo di istinti selvaggi. Se la natura Inglobante immancabilmente rievoca la descrittività di Terrence Malick, l’orrore (dis)umano richiama la desolazione de La Strada di McCarthy. Il regista messicano segue l’azione, quando si fa sostenuta, portando la macchina da presa nel caos dello scontro e degli elementi, senza montaggi sincopati ma inseguendo i corpi e le ferite, si avvicina ai volti che si deformano ai lati dell’inquadratura. Iñárritu torna, come in 21 Grammi, ad accumulare sofferenza senza sosta, sfiorando e in alcuni momenti travalicando i limiti del parossismo. Che rappresentano, in buona parte, anche i limiti del film stesso. L’impressione è che la narrazione sia così costantemente piena di eventi e sussulti – fisici ed emotivi – da risultare fin troppo uniforme. Come se svolgesse una lunghissima introduzione concitata a qualcos’altro, e invece quell’introduzione è proprio il film. Ci sono episodi a più bassa intensità, e maestose digressioni visive, ma non sono sufficienti a dettare il ritmo. D’altra parte, Revenant non è nemmeno abbastanza distaccato da interpretare un’operazione radicale di forsennato iperrealismo, presentando DiCaprio in un ruolo da divo classico, con frequentissimi primi piani ed esasperazioni espressive. Rimane, ad ogni modo, una costruzione d’impatto, che per forza e consapevolezza visiva ha, nel nostro tempo, davvero pochi rivali. Per culminare nella più rappresentativa delle forme del western, il duello, incarnato in un’indescrivibile ferocia “stipata nel cuore della natura”.

The Hateful Eight: 3,5/5

Revenant – Redivivo: 3,5/5

The Wolf of Wall Street (Martin Scorsese 2013). Poca paura e molto delirio nell’alta finanza.

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Che io mi ricordi, ho sempre voluto fare il gangster. DiCaprio risponde a Ray Liotta a ventitré anni di distanza, replicando: ho sempre voluto essere ricco. I due capolavori di Scorsese si richiamano in molti modi, eppure molto è cambiato in questi decenni, e se il regista faceva cinema già enorme e barocco adesso è stordente, debordante. Nelle scene di The Wolf of Wall Street che corrono e si rincorrono, vanitose, non c’è più spazio per nessun tipo di dubbio, tensione o per il romanticismo che davano all’epopea dei Goodfellas una dimensione ancora umana, una possibilità di affezione.

Forse The Wolf of Wall Street è davvero una delle cose più sincere che oggi possano accadere al cinema. Jordan Belfort è un broker istintivamente tossicomane, puttaniere, fortemente dipendente dal denaro, dall’affermazione di sé e da un mucchio di altre cose. E tutte queste pulsioni vengono messe in scena azzerando il tono drammatico. Lo spettacolo, il circo, è inarrestabile, ma raramente lo abbiamo visto girare in maniera così naturale, senza lasciare niente su cui interrogarsi. The Wolf of Wall Street è cinema che nella maniera più artefatta riporta un pulsante pezzo di realtà, e allora sembra inevitabile confrontarlo con altri pezzi di cinema.

Le droghe classificate e ampiamente sperimentate, la distruzione per accumulazione, Belfort che non riesce a stare in piedi né muoversi per l’assunzione di sostanze davvero stupefacenti, ricordano tanto Hunter Thompson perso nella sbornia di etere di Paura e Delirio a Las Vegas. Ma se dagli eccessi del film di Gilliam affioravano l’amarezza della disillusione e dalle pagine e la vita di Thompson una peculiare ricerca della giustizia e della morale, i lupi di Scorsese nel loro mondo ci stanno da dio. DiCaprio è una sequenza inarrestabile di espressioni spiritate e smorfie animalesche, un essere il cui istinto primario è lasciare una traccia quanto più possibile evidente sul mondo, e farlo lasciandolo peggio di come l’ha trovato. È un involucro, come il film in tutto, ma è anche l’incarnazione di un’utopia impossibile da contrastare, perché già profondamente compiuta dalla realtà.

Matthew McConaughey / Mark Hanna (in dieci minuti costruisce un personaggio e delle scene di grande fascino, poi non torna più) introduce Belfort alle regole della finanza, cioè alla sua assenza di regole e all’essenzialità della masturbazione, non solo figurata. E il mondo della finanza è dato solo come luogo dove tutto può essere reso possibile, non c’è alcuna intenzione di indagare i suoi trucchi e le strategie con cui usano muoversi i suoi adepti. Cosmopolis è l’altro film che indica i padroni della finanza – o i posseduti dalla finanza – come creature eccezionali, ma DeLillo e Cronenberg le rendono entità sì destinate alla dissoluzione, ma ultraterrene e alla ricerca del perfetto e asettico isolamento. Il capitalismo nichilista ed etereo è sostituito da The Wolf of Wall Street e dal testo autobiografico di Belfort da un’orgia sfrenata e pienamente consapevole.

Un’orgia è accumulazione: di corpi, di denaro, di dialoghi perfetti, di storie che si intrecciano e si avvitano, di naufragi, di mascelle e zanne in mostra, è ripetizione senza controllo in una sequenza di scene memorabili che finisce senza un punto

(4,5/5)