Nick Cave spoglia l’arte e la vita in One More Time with Feeling (Andrew Dominik 2016). Splendido film performance, intensa immersione nella realtà, completa l’album Skeleton Tree e va oltre

nick-cave_one-more-time-with-feeling-poster-locandina-2016Pubblicato su Bolognacult

L’arte è bellezza. La bellezza è arte e sofferenza, è la forza di descrivere aspetti universali dell’esistenza e della realtà, proprio quando ci si sente più distaccati dalla stessa, incapaci di gestirla. One More Time with Feeling è arte visiva, musicale, narrativa, una delle cose più reali ed emozionanti che si possa incontrare in un tempo di prodotti impersonali, progettati e realizzati per il consumo. One More Time with Feeling non è un film concerto, o un film (solo) musicale, è un varco che porta lo spettatore a immergersi nella vita di Nick Cave, nella sua arte e nel dolore più terribile e privato che si possa immaginare, quello che viene dalla perdita di un figlio.

Il regista, Andrew Dominik, con una camera in 3D e bianco e nero, riprende Nick Cave e Warren Ellis in primissimo piano, in auto, ne cerca lo sguardo e questo scivola via; li segue nello studio di registrazione esaltando la mimica e l’improvvisazione della creazione musicale, recepisce e stimola un discorso che porta alle radici più profonde dell’album Skeleton Tree, accostando la struttura dei testi e la scelta delle parole alle modalità narrative scelte per rinchiudere la propria vita, lasciando che i suoni e la musica dell’album rispecchino un’idea ormai inafferrabile del tempo e degli eventi. Ancora, Dominik riprende Susie Bick, moglie di Cave, senza forzare la quotidianità, e lasciando spazio alla sua grazia; riprende luoghi, città, dà un corpo unico e definito a ognuna delle canzoni che riporta nel suo racconto.

Arriva, forse per ogni artista, un momento in cui i suoi strumenti principali, qui le parole e la musica, sembrano volersi spogliare di quelle connotazioni che fino a certo momento gli hanno consentito di esprimersi, consolidando la sua poetica. Tante storie ha raccontato Nick Cave, fino a trovare artificiale l’ambizione di voler definire un racconto, compiuto nel suo svolgimento. Già con Push the Sky Away, e più ancora in Skeleton Tree, i testi perdono linearità, le musiche descrivono un percorso circolare in cui immagini ed eventi diversi, legati ad esperienza diverse, sono sovrapponibili. Questa mutata percezione del tempo e del racconto è resa ed esplicitata perfettamente nel film, che segue l’impulso estremo di mostrare le cose nella loro superficiale evidenza, non vestirle d’altro perché possa essere visibile il loro portato emozionale. Anche il meccanismo della messa in scena viene denudato, e nello studio il carrello circolare che permette alla macchina da presa di orbitare attorno a Cave seduto al piano, dopo aver espresso il suo movimento, il risultato del suo sguardo, entra nella scena. Il meccanismo diventa soggetto dell’inquadratura, così come le luci, i microfoni, i mixer diventano scenografia, il fuori campo e il dietro le quinte sono protagonisti obbligati nella scelta di restituire un’esperienza, un’idea, nel modo più autentico. Dominik non rinuncia del tutto alla costruzione di una mediazione artificiale, e realizza comunque dei momenti poetici molto coinvolgenti, come il viaggio siderale che, sulla voce limpida di Else Torp in Distant Sky, porta lo sguardo a introdursi in fessure infinitesimali attraversando i muri, per poi innalzarsi fino al cielo.

One More Time with Feeling è una visione di rara intensità, per certi versi simile al capolavoro di Terrence Malick The Tree of Life: avvicinandoci a un’esperienza estremamente intima e individuale riesce a trasmettere sensazioni reali e universali, da cui è impossibile non rimanere catturati, lasciando che il pensiero torni all’evento, all’immersione nell’arte.

(5/5)

King of the Belgians – Un re allo sbando (Peter Brosens e Jessica Woodworth 2016). Su Venezia l’aurora belga di un piccolo grande film

king-belgians-slowfilmKing of the Belgians è il quarto frutto della collaborazione fra Peter Brosens e Jessica Woodworth, segue Khadak, Altiplano e La Quinta Stagione, e conferma il valore di due autori fra i più ispirati in circolazione. Presentato in questi giorni a Venezia, ha uno spirito diverso dai tre titoli precedenti, che non sono propriamente degli inni alla gioia. King of the Belgians è invece una commedia, originale, delicata e intelligente. La gestione dei tempi e delle immagini che nel duo produce diversi momenti di sospensione narrativa, qui acquisisce un valore ironico, privo di sarcasmo e forzature, per mostrare una realtà che dev’essere prima di tutto vissuta, tutto sommato disposta ad accoglie benevolmente chi ha voglia di esplorarla.

Il Re del Belgio Nicola III si trova a Istanbul quando, pressoché simultaneamente, la Vallonia si dichiara indipendente e una tempesta solare azzera comunicazioni e viaggi aerei in tutto il mondo. Comincia la sua odissea per i Balcani, con mezzi di fortuna, in compagnia del suo variegato staff.

Un classico road movie alla ricerca di sé, arricchito da un linguaggio lieve e consapevole, dall’estetica ricercata ma non esibita, da esplosioni d’iperrealtà, dalla pennellata felice che descrive ogni personaggio, per un film straordinariamente equilibrato ed eccentrico al tempo stesso. Brosens e Woodworth nascono documentaristi, nelle loro opere di fiction non ricercano il realismo, ma il modo più personale per descrivere la realtà anche attraverso elementi a lei esterna. In King of Belgians isolano elementi reali, ne manipolano la descrizione e li pongono al di fuori della prassi cinematografica. Lasciano scene sospese, accennando a conflitti che non avranno luogo, riportando ogni evento al racconto dell’interiorità, invece di appiattirlo nella funzionalità rivolta all’azione. Un piccolo grande film, immediato e godibile su vari livelli, un’esistenza incerta improvvisamente rischiarata dall’aurora boreale.

(4/5)