Minima Immoralia: I Miserabili, BlaKkKlansman, Border, Favolacce, Pinocchio, La Famosa Invasione degli Orsi in Sicilia, Mià e il Migù

I Miserabili – Les Miserables (Ladj Ly 2019) Una giornata nelle periferie di Parigi che riassume anni di stratificazioni e tensioni sociali. Film forte e doloroso, un discorso ampio e decentrato che vuole essere un’istantanea di molti mondi, riportati a una violenta situazione di stallo. Molto ben fatto anche cinematograficamente: sceneggiatura ritmata e tesa su regia documentaristica, con rimandi a Spike Lee e Scorsese, o anche a un Greengrass con meno affanno. Da vedere. (4/5)

BlaKkKlansman (Spike Lee 2018), forse il mio film preferito di Lee, assieme a Fa’ la Cosa Giusta. Un film schiettamente politico, che ricostruisce una vicenda e degli ambienti degli Stati Uniti razzisti degli anni ’70. Uno di quei casi in cui essere diretti non vuol dire essere didascalici, ma più che altro non volersi perdere nelle stronzate. La cosa è possibile grazie a una storia che si racconta da sola, ed è raccontata meglio da attori (John David Washington e Adam Driver) e autori in perfetto tono. C’è la ricostruzione, c’è il cinema e il suo impatto sulla storia (spettacolare il dito puntato contro Nascita di una Nazione), c’è il richiamo diretto alle follie di qualche anno fa che anticipano perfettamente la follia più recente, successiva al film: l’omicidio di George Floyd, la reazione, la straordinaria capacità dell’Occidente di stare sui social a discettare se le discriminazioni esistano o meno, a ricercare sfumature. (4,5/5)

Border – Creature di confine (Ali Abbasi 2018) Dalle pagine di John Ajvide Lindqvist era già nato l’ottimo Lasciami Entrare, per la regia di Tomas Alfredson; Border ha avuto anche più fortuna, ma a me è appena piaciucchiato. I temi rimangono simili, la diversità, che si rispecchia in una unicità o menomazione sessuale che isola i protagonisti, alla ricerca di un’appartenenza. Chi ha amato Border credo abbia concesso molto alla storia, anche romantica, dei protagonisti, e abbia sottovalutato degli aspetti di violenza – concettuale prima che visiva, di efferata vendetta verso il genere umano – che, non ben amalgamati né giustificati, finiscono per sabotare la forza del racconto. Oltre alle perplessità nella gestione dei temi, Border è più lontano da me anche nelle preferenze estetiche. Lasciami Entrare e Border credo siano due lati della stessa medaglia, su temi vicini il primo è la rivisitazione del mito del vampiro, il secondo guarda ai licantropi (anche se in giro si parla più di troll, ma il lato canino mi pare evidente). Se Lasciami Entrare, che mi è più affine, è la neve, il ghiaccio, i silenzi, le linee chirurgiche, Border è la terra, gli odori, i sensi in continua stimolazione, i colori caldi. (3/5)

Favolacce (Fabio e Damiano D’Innocenzo 2020). Un film che non mi ha convinto. Una rappresentazione molto drammatica e nichilista della famiglia, della società, una disperata cancellazione del futuro. Tutti temi che spesso mi affascinano, e che anche in Italia e di recente hanno trovato, con lo stesso Garrone, con Caligari, in parte anche con Pietro Macello, espressioni eccellenti. Volendo guardare ai cugini greci, Lanthimos ha costruito su questi temi alcuni dei suoi titoli migliori e più spiazzanti, da Dogtooth ad AlpeisQuello dei D’Innocenzo è un approccio che in qualche modo richiama la fissità e il grottesco di Lanthimos, ma sembra un compito che punta tutto sull’impatto della conclusione, sulla chiusura della tesi. Gli adulti esplicitano costantemente la loro violenza, la raccontano, se ne vestono, i bambini sono vittime silenziose, nel mezzo, alla fin fine, ci viene offerto assai poco. (2,5/5)

Pinocchio (Matteo Garrone 2019). La storia di Pinocchio è per tutti ormai così priva di sorprese, che a stupire dev’essere la sua trasposizione. Io non sono un pinocchista, ma la faccio breve: Garrone ha fatto un gran film. È fedele al testo, ma anche superiore allo stesso, lo esalta e lo porta a trovare la dimensione visiva che, a questi livelli, non aveva mai avuto. Così il Pinocchio di Garrone crea un mondo fantastico unico (per certi aspetti, e soprattutto certe luci, vicino al trattamento fatto con Basile, ma senza truculenze, più compatto e con maggiori rimandi alla contemporaneità), degno della fama mondiale dell’opera, un gotico rurale meraviglioso a vedersi per tutta la sua durata. Ma non è solo un esercizio estetico, è anche una parata di personaggi, con in testa Roberto Benigni a incarnare il Geppetto più umano e naturale possibile, che offrono con generosità la loro presenza, rendono reale la fiaba e costruiscono uno splendido omaggio al teatro, tratteggiando i loro caratteri anche in pochi secondi o in una manciata di battute. Garrone è probabilmente il nostro miglior regista. (4,5/5)

La Famosa Invasione degli Orsi in Sicilia (Lorenzo Mattotti 2019). Uno splendore, una favola sul confronto, il conflitto, l’integrazione, riportata in immagini e colori pieni di una bellezza rara. Le animazioni, le linee nette e geometriche che si fanno anche morbide mi hanno ricordato l’altrettanto riuscito The Secret of Kells, ma sono poi i tratti consolidati del bravissimo Mattotti. (4/5)

Mià e il Migù (Jacques-Rémy Girerd 2008) è un altro piccolo grande film per tutti. Qui le immagini sono disegnate, i tratti evidenti di matita a dare le espressioni, i colori sfumati nei campi lunghi, un altro modo per riportare nell’estetica il fascino della natura e del suo respiro. Molteplici ed evidenti i richiami al Miyazaki naturalista di Mononoke e Totoro, e anche al sodale Takahata, nelle sperimentazioni de La Principessa Splendente e, semplicemente, nella figura di Heidi. Una storia profonda trattata con lievità, che si concede ottimismo senza diventare lezioso e riesce a portare calore nei suoi personaggi. (4/5)

La Vita Nascosta – A Hidden Life – Radegund (Terrence Malick 2019)

A Hidden Life è un film che respira, si espande nel suo senso universale, morale, e si contrae conservando la dimensione intima della vita che racconta e delle esistenze a questa direttamente collegate. La sovrapposizione fra questi due piani è possibile solo attraverso l’esasperazione della vita e delle scelte dell’individuo, così il nuovo film di Terrence Malick è chiamato a esprimere una forza e una tensione immani; è un film doloroso, trattato dall’autore con la sincerità che caratterizza il suo cinema.

La storia, vera, è quella di Franz, che dalla quotidianità rurale e montana nel paese austriaco di Radegund, con la moglie Fani e le figlie, viene strappato quando è chiamato alle armi e a giurare fedeltà a Hitler. Rifiutando entrambe le imposizioni, viene arrestato per tradimento.

La Vita Nascosta riprende con forza i temi principali della poetica di Malick e li riporta in una storia reale, lasciando che che gli elementi concreti ed eterei si diano forza a vicenda. Alla “natura”, femminile, in cui la vita umana s’intromette senza stravolgimenti, ancora si contrappone la “cultura” maschile, la guerra, le geometrie del carcere spezzano le forme irregolari degli spazi aperti e la lontananza trasforma anche il lavoro nei campi in una condanna. Malick porta il suo racconto nella percezione di Franz e secondariamente di Fani: tutto quello che ascoltiamo e vediamo – attraverso i suoni ovattati e le distorsioni grandangolari – è filtrato dal loro pensiero, dalla domanda di cui il protagonista non può negare di possedere già la risposta.

C’è una forte componente religiosa, cattolica, nel pensiero di Franz e nel suo rifiuto a giurare fedeltà al nazismo, ma il film è molto più complesso di così. Sarebbe riduttivo vedere nella sua storia quella di un martirio, a Franz non è richiesto di abiurare la propria fede, quel che caratterizza la sua obiezione, la sua scelta, è l’impossibilità di concedersi di fare la cosa sbagliata. Una scena centrale, in un dialogo con Bruno Ganz – qui nel suo ultimo ruolo – è il fulcro attorno a cui ruotano tutti gli altri dubbi, le sofferenze, gli incontri, i pensieri, le perdite; la resistente certezza, mentre è rinchiuso e torturato, di non poter rinunciare alla propria libertà.

Malick firma una soggettiva – in senso espressivo, non tecnico – imponente e importante. Racconta con tutta la pietas cui l’autore può ricorrere, attraverso un linguaggio visivo avvolgente e totalizzante trasforma il virtuosismo della sospensione, della luce, della ricostruzione del privilegio documentario, nella grazia dell’interiorità resa visibile.

(4,5/5)

Parasite 92° Oscar per il miglior film

La cosa bizzarra con Parasite non è tanto che gli Americani abbiano abboccato al film coreano a misura di occidentale, quanto che, se togliamo il baluardo del partito preso, allora dobbiamo pensare che davvero abbiano creduto che nei precedenti 91 anni il film migliore del mondo fosse statunitense.

Star Wars IX: L’ascesa di Skywalker (J. J. Abrams 2019), il ritorno alla semplicità dell’epica

Cosa abbia il mondo contro Star Wars: l’ascesa di Skywalker, non mi è affatto chiaro. Le critiche, in giro, sono incentrate sul fatto che possa veicolare un “messaggio” conservatore, anche reazionario, rispetto alla confusione da alcuni scambiata per innovazione del precedente episodio di Johnson. Oppure si impegnano in una inspiegabile disamina di tutti testi, in ogni formato, riguardanti la favola inaugurata da Lucas 42 anni fa, per cercare discrepanze ideologiche, spaziotemporali o morali. E il mio filone preferito, quello che si è concentrato sulla legittimità e opportunità della rappresentazione di un bacio fra due donne. Tralasciando, peraltro, di dirci la loro sulla liaison, potenzialmente molto più complessa, fra il rocker di Lost e un lumacone gigante, probabilmente ermafrodita. Insomma, le critiche più diffuse all’Episodio IX hanno una cosa in comune: non c’entrano niente col cinema.

Come film, ché di questo si tratta, l’ultimo Guerre Stellari è, assieme a Solo, il prodotto più gradevole dell’ultimo ciclo della saga. L’Ascesa fa quanto aveva dichiarato di voler fare J. J. Abrams fin dal Risveglio della Forza: raccontare la storia di Rey. Ed è nuovamente un film concentrato sul destino di un personaggio, un film che procede linearmente, per blocchi narrativi ampi che attraverso l’azione “in diretta” ricostruiscono il passato della protagonista e, attraverso la risoluzione dei conflitti, suggeriscono un futuro dalle idee più chiare, per quanto tutto da costruire. Esattamente come fu per Luke Skywalker. Il film scorre velocissimo, il micromontaggio è molto serrato, così come la successione degli avvenimenti e degli scontri. Tutto accade nell’elaborazione del dolore e dei dubbi di Rey, una vigorosa Daisy Ridley che non è chiamata a mostrare un’ampia gamma espressiva, ma che inquadra bene il tipo di emotività richiesta. L’intera parabola è un’unica elaborazione, massima semplicità che taglia fuori quasi ogni elemento di novità, ma ritrova la concentrazione dell’epica e l’interesse per un destino individuale che si fa percorso universale.

Dieci minuti di attesa, di respiro, diluiti all’interno della storia, avrebbero forse migliorato il ritmo del tutto, ma anche l’unitarietà che nasce dalla corsa a testa bassa non mi dispiace affatto. Anche perché visivamente, questa chiusura di Abrams, è fra le più riuscite e coerenti della serie. Il tono vira al cyberpunk, con i colori lividi, gli elementi in burrasca a mostrare e incorniciare l’interiorità dei protagonisti, i relitti tecnologici, un Palpatine che si presenta come la protesi organica di un braccio meccanico. Un burattino, funzionale nel suo ruolo e nel riportare al centro di tutto il percorso dell’eroe. Molti scenari hanno una loro grandezza, l’accumularsi delle navi da guerra – attraversato da un richiamo alla partecipazione alla Dunkirk -, i loro dettagli che formano l’ambiente, la battaglia esterna che ruota attorno a quella interiore. Dal rimettere al centro i nuovi protagonisti – anche Kylo Ren fa un balzo in avanti, essendogli consentito di somigliare di più ad Adam Driver – deriva anche un altro punto di forza della pellicola: la presenza contenuta dei vecchi. I vecchi proprio quelli anziani, quei Mark Hamill e Harrison Ford che hanno continuato a ingombrare, con un certo impaccio, gli ultimi due film, che qui si vedono opportunamente poco, mentre sono richiamati, ricalcati, anche reincarnati i loro personaggi, dal Poe Dameron che rileva Han Solo a Rey, naturalmente vicina al primo Luke.

Un film che avvicina la linearità di A New Hope (1977) al registro più adulto e concitato de La Vendetta dei Sith (2005), dunque due facce dello stesso Lucas, la sua apertura e la sua chiusura, trattate da Abrams in modo rispettoso, asciutto e, specialmente in questo caso, efficace.

(4/5)

Martin Eden (Pietro Marcello 2019), una storia splendidamente irrisolta

Alla prima prova con il cinema completamente “di finzione” e con una produzione verosimilmente più corposa, Pietro Marcello regala uno dei migliori film visti negli ultimi tempi. Trasposizione italiana e campana del Martin Eden di Jack London, il Martin Eden di Marcello è un film pienamente narrativo, ma ancora sospeso e ricco di digressioni, solido come un romanzo eppure libero, nelle attrazioni visive che può costruire il cinema. Una storia individuale e personale, probabilmente in parte autoriflessiva, che riesce a dissolversi nel tessuto delle immagini e dei ricordi: una visione diffusa, universale, che viene dall’idea autoriale del mezzo cinematografico come fusione fra testimonianza e tradimento.

Ci sono molti motivi per amare Martin Eden. Le ottime interpretazioni – da Luca Marinelli, cui sono concessi picchi istrionici, al resto del cast, spesso chiamato a dare un contesto verista -, l’uso delle musiche, l’introdurre e affrontare temi complessi senza avere l’ambizione di definirli compiutamente o esaurirli. Ancora, il raccordo fra luoghi diversi, fra gli scorci perfettamente fotografati e gli sgranati stralci d’archivio – ricorrenti nel lavoro di Marcello – che conservano l’anima documentaristica, i richiami alle migrazioni contemporanee, agli uomini in ricerca di rifugio. Ma più di tutto, Martin Eden è il racconto di una persona frammentata, in cambiamento ma senza una direzione certa. Incompiuta come le vite sempre in movimento de Il Passaggio della Linea, come la storia d’amore fra Enzo e la transessuale Mary de La Bocca del Lupo, come il viaggio del pulcinella sospeso fra due mondi di Bella e Perduta. È la storia di una persona irrisolta, e sono le mie persone e storie preferite.

(4/5)

The Case of Hana & Alice, una cosa piccola ma buona (Shunji Iwai 2015)

The_Case_of_Hana_&_Alice_posterUna cosa che può far stare meglio è un piccolo, grazioso film nascosto. Con una manciata di ottimi film fra gli anni ’90 e gli zero, Shunji Iwai è un autore giapponese che da noi non ha mai avuto una particolare eco, eppure le sue sono opere varie, inventive, visivamente ed emotivamente coinvolgenti, spesso delicatamente caotiche (All About Lily Chou Chou la mia preferita). Non mi dilungo sull’effetto nostalgia e l’emozione del ritorno, ma questi, naturalmente, sono forti.

The Case of Hana & Alice ricorda i personaggi di un film 2004, ma funziona da solo. Ed è un singolare film d’animazione. A portare attori e ambienti del mondo del disegno, un uso del rotoscopio lontano dalla ricerca “cubista” di A Scanner Darkly, vicino alla leggerezza del coreano My Beautiful Girl Mari. I colori delicati e uniformi portano i personaggi e i loro movimenti fluidi in una dimensione onirica, raccontando però una realistica storia di formazione, amicizia, di ricerca di smarrimento. La bellezza di The Case of Hana & Alice, che avvolge il film in sensazioni dal gusto nostalgico, sta nella scelta di non rincorrere le aspettative e i ritmi dello spettatore, è nella sua passione per il racconto, la descrizione lieve di vite e vicende che si intrecciano spesso per caso, riportandoci all’eccezionalità delle emozioni comuni.

(4/5)

Ida (Paweł Pawlikowski 2013)

ida-locandina-slowfilm-recensioneSi completa con Ida, almeno per il momento, la mia retrospettiva Pawlikowski. Per la breve durata del film – poco più di un mediometraggio -, le sue caratteristiche, e per la visione profondamente notturna, è stata un’esperienza quasi onirica. Ida si svolge in un numero contenuto di quadri e situazioni, è un film spesso silenzioso che si racconta attraverso l’incontro di immagini essenziali, malinconiche, perfettamente limate. È il film con cui Pawlikowski adotta il bianco e nero e il formato 4:3, poi ripresi da Cold War, con cui ha anche un vero e proprio incrocio. Qui il quadro è sfruttato in modo da manipolare gli spazi, i rapporti fra vuoto e pieno; l’impostazione è spesso verticale, con le figure, specialmente nelle scene in convento o a carattere religioso, schiacciate sulla parte bassa dell’immagine e sovrastate da spazi vuoti, ma terribilmente pressanti. Nelle diverse situazioni, i protagonisti cercano un posizionamento all’interno della loro storia, rimanendo comunque spesso ai margini, negli angoli, alla ricerca di un equilibrio introvabile, ma riuscendo ad assaporare attimi di scoperta. Un viaggio nella storia, nella memoria e nella sua elaborazione, e nel passato e il presente di due donne, alle prese con scelte possibili e scelte, in maniera più o meno consapevole, irrimediabilmente subite.

(4/5)

My Summer of Love (Paweł Pawlikowski 2004)

my-summer-of-love-slowfilm-recensionePaweł Pawlikowski è l’autore di Cold War, uno dei migliori film dell’anno passato. My Summer of Love, adattamento del romanzo di Helen Cross, è un suo film inglese, un film piccolo ma solido, una storia di amicizia e d’amore ambientata nell’estate dello Yorkshire. Protagoniste due ragazze, Mona (Natalie Press) e Tamsin (l’esordiente Hemily Blunt). Film del 2004, ma girato con un affettuoso distacco nel descrivere la coppia e il loro ambiente, una ricerca dei dettagli, una costruzione di “momenti”, che lo fa sembrare una pellicola degli anni ’70. Caratteristica del tutto positiva. Molto dipende dall’impostazione documentaristica di Pawlikowski, molto altro dalla capacità di misurare i conflitti e le rivelazioni, di saper costruire sensazioni senza imporle né spiegarle, componendo una trama equilibrata di indizi, di frammenti di vita e di scoperte. Pawlikowski abbraccerà con Ida e Cold War un rigore formale fatto di bianco e nero e formato 4:3, concentrando l’attenzione e la tensione sui passaggi sempre necessari, misurati quanto significativi. My Summer of Love ha colori realistici e formato panoramico, ma ha già un fascino essenziale che veste i protagonisti e le loro storie.

(4/5)