Minima Immoralia: I Miserabili, BlaKkKlansman, Border, Favolacce, Pinocchio, La Famosa Invasione degli Orsi in Sicilia, Mià e il Migù

I Miserabili – Les Miserables (Ladj Ly 2019) Una giornata nelle periferie di Parigi che riassume anni di stratificazioni e tensioni sociali. Film forte e doloroso, un discorso ampio e decentrato che vuole essere un’istantanea di molti mondi, riportati a una violenta situazione di stallo. Molto ben fatto anche cinematograficamente: sceneggiatura ritmata e tesa su regia documentaristica, con rimandi a Spike Lee e Scorsese, o anche a un Greengrass con meno affanno. Da vedere. (4/5)

BlaKkKlansman (Spike Lee 2018), forse il mio film preferito di Lee, assieme a Fa’ la Cosa Giusta. Un film schiettamente politico, che ricostruisce una vicenda e degli ambienti degli Stati Uniti razzisti degli anni ’70. Uno di quei casi in cui essere diretti non vuol dire essere didascalici, ma più che altro non volersi perdere nelle stronzate. La cosa è possibile grazie a una storia che si racconta da sola, ed è raccontata meglio da attori (John David Washington e Adam Driver) e autori in perfetto tono. C’è la ricostruzione, c’è il cinema e il suo impatto sulla storia (spettacolare il dito puntato contro Nascita di una Nazione), c’è il richiamo diretto alle follie di qualche anno fa che anticipano perfettamente la follia più recente, successiva al film: l’omicidio di George Floyd, la reazione, la straordinaria capacità dell’Occidente di stare sui social a discettare se le discriminazioni esistano o meno, a ricercare sfumature. (4,5/5)

Border – Creature di confine (Ali Abbasi 2018) Dalle pagine di John Ajvide Lindqvist era già nato l’ottimo Lasciami Entrare, per la regia di Tomas Alfredson; Border ha avuto anche più fortuna, ma a me è appena piaciucchiato. I temi rimangono simili, la diversità, che si rispecchia in una unicità o menomazione sessuale che isola i protagonisti, alla ricerca di un’appartenenza. Chi ha amato Border credo abbia concesso molto alla storia, anche romantica, dei protagonisti, e abbia sottovalutato degli aspetti di violenza – concettuale prima che visiva, di efferata vendetta verso il genere umano – che, non ben amalgamati né giustificati, finiscono per sabotare la forza del racconto. Oltre alle perplessità nella gestione dei temi, Border è più lontano da me anche nelle preferenze estetiche. Lasciami Entrare e Border credo siano due lati della stessa medaglia, su temi vicini il primo è la rivisitazione del mito del vampiro, il secondo guarda ai licantropi (anche se in giro si parla più di troll, ma il lato canino mi pare evidente). Se Lasciami Entrare, che mi è più affine, è la neve, il ghiaccio, i silenzi, le linee chirurgiche, Border è la terra, gli odori, i sensi in continua stimolazione, i colori caldi. (3/5)

Favolacce (Fabio e Damiano D’Innocenzo 2020). Un film che non mi ha convinto. Una rappresentazione molto drammatica e nichilista della famiglia, della società, una disperata cancellazione del futuro. Tutti temi che spesso mi affascinano, e che anche in Italia e di recente hanno trovato, con lo stesso Garrone, con Caligari, in parte anche con Pietro Macello, espressioni eccellenti. Volendo guardare ai cugini greci, Lanthimos ha costruito su questi temi alcuni dei suoi titoli migliori e più spiazzanti, da Dogtooth ad AlpeisQuello dei D’Innocenzo è un approccio che in qualche modo richiama la fissità e il grottesco di Lanthimos, ma sembra un compito che punta tutto sull’impatto della conclusione, sulla chiusura della tesi. Gli adulti esplicitano costantemente la loro violenza, la raccontano, se ne vestono, i bambini sono vittime silenziose, nel mezzo, alla fin fine, ci viene offerto assai poco. (2,5/5)

Pinocchio (Matteo Garrone 2019). La storia di Pinocchio è per tutti ormai così priva di sorprese, che a stupire dev’essere la sua trasposizione. Io non sono un pinocchista, ma la faccio breve: Garrone ha fatto un gran film. È fedele al testo, ma anche superiore allo stesso, lo esalta e lo porta a trovare la dimensione visiva che, a questi livelli, non aveva mai avuto. Così il Pinocchio di Garrone crea un mondo fantastico unico (per certi aspetti, e soprattutto certe luci, vicino al trattamento fatto con Basile, ma senza truculenze, più compatto e con maggiori rimandi alla contemporaneità), degno della fama mondiale dell’opera, un gotico rurale meraviglioso a vedersi per tutta la sua durata. Ma non è solo un esercizio estetico, è anche una parata di personaggi, con in testa Roberto Benigni a incarnare il Geppetto più umano e naturale possibile, che offrono con generosità la loro presenza, rendono reale la fiaba e costruiscono uno splendido omaggio al teatro, tratteggiando i loro caratteri anche in pochi secondi o in una manciata di battute. Garrone è probabilmente il nostro miglior regista. (4,5/5)

La Famosa Invasione degli Orsi in Sicilia (Lorenzo Mattotti 2019). Uno splendore, una favola sul confronto, il conflitto, l’integrazione, riportata in immagini e colori pieni di una bellezza rara. Le animazioni, le linee nette e geometriche che si fanno anche morbide mi hanno ricordato l’altrettanto riuscito The Secret of Kells, ma sono poi i tratti consolidati del bravissimo Mattotti. (4/5)

Mià e il Migù (Jacques-Rémy Girerd 2008) è un altro piccolo grande film per tutti. Qui le immagini sono disegnate, i tratti evidenti di matita a dare le espressioni, i colori sfumati nei campi lunghi, un altro modo per riportare nell’estetica il fascino della natura e del suo respiro. Molteplici ed evidenti i richiami al Miyazaki naturalista di Mononoke e Totoro, e anche al sodale Takahata, nelle sperimentazioni de La Principessa Splendente e, semplicemente, nella figura di Heidi. Una storia profonda trattata con lievità, che si concede ottimismo senza diventare lezioso e riesce a portare calore nei suoi personaggi. (4/5)

Parasite 92° Oscar per il miglior film

La cosa bizzarra con Parasite non è tanto che gli Americani abbiano abboccato al film coreano a misura di occidentale, quanto che, se togliamo il baluardo del partito preso, allora dobbiamo pensare che davvero abbiano creduto che nei precedenti 91 anni il film migliore del mondo fosse statunitense.

JoJo Rabbit, Piccole Donne, The Wonderland, un pacchetto di cose belle

Vi avverto: è un pacchetto di cose buone. Lo so, non capita spesso, ma capita. JoJo Rabbit (Taika Waititi 2019) era un titolo su cui nutrivo molte riserve, invece è uno dei migliori film dell’anno e fra i candidati all’Oscar, assieme a A Marriage Story. Scarlett Johansson, davvero brava in entrambe le pellicole, è un’attrice capace ed espressiva, quando è chiamata a fare film veri (mentre sembra più impacciata di altri colleghi in zavorre come Ghost in the Shell o i circhi Marvel). Sì, il film riprende colori, personaggi e visioni frontali à la Wes Anderson, e anche la rielaborazione faceta del nazismo non è nuova. Eppure JoJo riesce a essere abbastanza originale e soprattutto spontaneo, non è l’ennesima pellicola buttata lì.

È un film che va visto, un insieme di registri, personaggi e situazioni spesso sopra le righe ma non per questo privi di senso, un miscuglio di umanità che rende soprattutto assurda la mancanza della stessa. Bravi gli attori, ottimo il ritmo, c’è anche un pezzo di Tom Waits, molto bene. Tornando a Marriage Story, spunta fuori che assieme a JoJo mettono sul tavolo una sorta di rivincita del cinema indie, i cui canoni da qualche tempo sembravano usurati dalla ripetizione. In più, in un anno in cui molti grandi autori e molti presunti grandi film hanno, invece, una consistenza quasi effimera.

(4/5)

Anche Piccole Donne di Greta Gerwig (2019) può contare su ottime performance, in particolare su Saoirse Ronan, credo la migliore attrice della sua generazione: sembra sempre nata e cresciuta nei film che si trova ad abitare. E lo dicevo già ai tempi del pur brutto Amabili Resti.

Gerwig riesce a dirigere un classico contemporaneo: rispetta la storia, le dà un ritmo moderno, senza compromettere il suo essere un romanzo di formazione in costume. Un film solido e delicato, da cui traspare una reale passione per il soggetto che traspone, un bel lavoro.

(4/5)

Birthday Wonderland, o The Wonderland (Keiichi Hara 2019) mi sembra non abbia fatto molto parlare di sé, neanche negli spazi dei cultori del genere. Si tratta, invece, di uno dei migliori anime dei tempi recenti e, altra buona notizia, lo si può facilmente vedere su Prime Video. L’autore è quello di Miss Hokusai, quindi ambienti curati e figure realistiche, quasi imponenti rispetto alle stilizzazioni spesso offerte dall’animazione giapponese, e ancora momenti poetici ed evocativi, da ritrovare nella visione piena e personale che l’artista dà del mondo. Hanno in effetti questo in comune, i tre titoli di questo articolo: non sono completamente originali, guardano a testi, epoche, mezzi espressivi pre-esistenti, ma sanno rielaborare e riproporre mostrando la necessità della comunicazione e la volontà di farsi conoscere, di entrare in contatto con lo spettatore; in tre modi diversi, sono film intimi, con in primo piano vicende e caratteri femminili.

Birthday Wonderland è una favola dalla forte componente fantastica che prende moltissimo da Miyazaki e Takahata, in particolare nello sviluppo dei personaggi – che non devono mai apparire troppo definiti – e nell’amarezza dei riferimenti al reale. Un richiamo alla ferita atomica, quasi immancabile nei lavori nipponici, che però qui diventa volontà di rielaborazione e di rinascita. Una sovrapposizione simbolica che non riguarda più solamente la compresenza di bene e male nelle caratterizzazioni, ma anche la necessità di condividere il dolore per poterlo assorbire. Oltre questo, Birthday Wonderland richiama Alice, modello immancabile per i viaggi fantastici e di riconoscimento di sé, come La Bella e la Bestia e altri archetipi della fiaba a cavallo fra Oriente e Occidente. Alla piccola di casa (7 anni) è piaciuto molto, e anche ai suoi genitori.

(4/5)

Tolo Tolo (Checco Zalone 2020), la comodità di non dover vedere un film

Lasciare traccia di un film visto da almeno un Italiano su dieci. Un film divisivo, che ha stuzzicato chi, come Ignazio La Russa e migliaia di sostenitori del “centrodestra moderato” (‘sta cosa fa troppo ridere, pensa se fossero smoderati), credeva di vedere due ore di insulti agli immigrati scrocconi (davvero, sei La Russa, capisco tutte le attenuanti del caso, ma perché dovrebbe esserci un film del genere al cinema?), e chi ha visto nel lavoro di Zalone un film che certifica e nutre un sentimento popolare fatto di comprensione e propensione all’accoglienza.

Credo che il motivo principale del successo del film di Zalone sia che non è un film. Il linguaggio è quello dello sketch televisivo, le canzoni “satiriche”, sul modello Crozza o d’avanspettacolo contemporaneo, condiscono pezzi sanremesi o da Zecchino d’Oro, straordinariamente innocui, con qualche parolaccia oltretutto censurata. Le scene si susseguono inconcludenti, spesso l’unico obiettivo è arrivare al bofonchio o alla faccia smarrita del Nostro, per poi chiudersi drasticamente e passare allo sketch successivo. Ma soprattutto, Tolo Tolo ripete ossessivamente le parole d’ordine quotidiane dell’Italiano che affronta eroicamente l’esistenza, combattendo contro Iva, Ici, impedimenti burocratici, contributi, soldi all’ex moglie, e duepalle discorrendo. Sei milioni di persone sono andate al cinema per non trovarci nessuna elaborazione, nessuno sguardo o pensiero, per essere cullati dalla stessa realtà che trovano in tv e nelle cene fra adulti. Una comodità enorme, tutto già sperimentato e compreso, commentato e condiviso.

Apparentemente, il discorso principale riguarda l’odissea di uno Zalone che, in Africa, sperimenta le difficoltà e poi lo spaesamento degli Africani per arrivare in Europa. In pratica questo discorso, probabilmente affidato alle consuete banalizzazioni del co-sceneggiatore Paolo Virzì, sfiora temi terribili – i naufragi in mare, i lager libici, gli atti di guerra diffusi e imprevedibili – non per veicolarli attraverso una lettura ironica, alternativa, ma per seppellirli sotto quella inscalfibile valanga di normalità che è Zalone. Che probabilmente non potrà arricchire la consapevolezza di chi a questi temi era già sensibile, né sposterà di un centimetro chi da tempo ritiene che queste siano realtà molto meno vere e importanti, rispetto a ogni aspetto pur minimo delle italiche vite contributive, professionali e familiari, ma, come ogni prodotto rassicurante e televisivo, potrà certamente far vendere più crema idratante.

(2/5)

Star Wars IX: L’ascesa di Skywalker (J. J. Abrams 2019), il ritorno alla semplicità dell’epica

Cosa abbia il mondo contro Star Wars: l’ascesa di Skywalker, non mi è affatto chiaro. Le critiche, in giro, sono incentrate sul fatto che possa veicolare un “messaggio” conservatore, anche reazionario, rispetto alla confusione da alcuni scambiata per innovazione del precedente episodio di Johnson. Oppure si impegnano in una inspiegabile disamina di tutti testi, in ogni formato, riguardanti la favola inaugurata da Lucas 42 anni fa, per cercare discrepanze ideologiche, spaziotemporali o morali. E il mio filone preferito, quello che si è concentrato sulla legittimità e opportunità della rappresentazione di un bacio fra due donne. Tralasciando, peraltro, di dirci la loro sulla liaison, potenzialmente molto più complessa, fra il rocker di Lost e un lumacone gigante, probabilmente ermafrodita. Insomma, le critiche più diffuse all’Episodio IX hanno una cosa in comune: non c’entrano niente col cinema.

Come film, ché di questo si tratta, l’ultimo Guerre Stellari è, assieme a Solo, il prodotto più gradevole dell’ultimo ciclo della saga. L’Ascesa fa quanto aveva dichiarato di voler fare J. J. Abrams fin dal Risveglio della Forza: raccontare la storia di Rey. Ed è nuovamente un film concentrato sul destino di un personaggio, un film che procede linearmente, per blocchi narrativi ampi che attraverso l’azione “in diretta” ricostruiscono il passato della protagonista e, attraverso la risoluzione dei conflitti, suggeriscono un futuro dalle idee più chiare, per quanto tutto da costruire. Esattamente come fu per Luke Skywalker. Il film scorre velocissimo, il micromontaggio è molto serrato, così come la successione degli avvenimenti e degli scontri. Tutto accade nell’elaborazione del dolore e dei dubbi di Rey, una vigorosa Daisy Ridley che non è chiamata a mostrare un’ampia gamma espressiva, ma che inquadra bene il tipo di emotività richiesta. L’intera parabola è un’unica elaborazione, massima semplicità che taglia fuori quasi ogni elemento di novità, ma ritrova la concentrazione dell’epica e l’interesse per un destino individuale che si fa percorso universale.

Dieci minuti di attesa, di respiro, diluiti all’interno della storia, avrebbero forse migliorato il ritmo del tutto, ma anche l’unitarietà che nasce dalla corsa a testa bassa non mi dispiace affatto. Anche perché visivamente, questa chiusura di Abrams, è fra le più riuscite e coerenti della serie. Il tono vira al cyberpunk, con i colori lividi, gli elementi in burrasca a mostrare e incorniciare l’interiorità dei protagonisti, i relitti tecnologici, un Palpatine che si presenta come la protesi organica di un braccio meccanico. Un burattino, funzionale nel suo ruolo e nel riportare al centro di tutto il percorso dell’eroe. Molti scenari hanno una loro grandezza, l’accumularsi delle navi da guerra – attraversato da un richiamo alla partecipazione alla Dunkirk -, i loro dettagli che formano l’ambiente, la battaglia esterna che ruota attorno a quella interiore. Dal rimettere al centro i nuovi protagonisti – anche Kylo Ren fa un balzo in avanti, essendogli consentito di somigliare di più ad Adam Driver – deriva anche un altro punto di forza della pellicola: la presenza contenuta dei vecchi. I vecchi proprio quelli anziani, quei Mark Hamill e Harrison Ford che hanno continuato a ingombrare, con un certo impaccio, gli ultimi due film, che qui si vedono opportunamente poco, mentre sono richiamati, ricalcati, anche reincarnati i loro personaggi, dal Poe Dameron che rileva Han Solo a Rey, naturalmente vicina al primo Luke.

Un film che avvicina la linearità di A New Hope (1977) al registro più adulto e concitato de La Vendetta dei Sith (2005), dunque due facce dello stesso Lucas, la sua apertura e la sua chiusura, trattate da Abrams in modo rispettoso, asciutto e, specialmente in questo caso, efficace.

(4/5)

The Irishman e Parasite, abbastanza grandi per fallire

Una cosa strana di The Irishman (Martin Scorsese 2019) è che per la maggior parte del film si osservano protagonisti moderatamente vecchi, che si muovono con i gesti circospetti e rallentati di uomini parecchio più vecchi. Anche gli sguardi, sotto la computer grafica, tradiscono la realtà dell’epica rosa di attori – Pacino, De Niro, Pesci – costretti a negare il loro essere a un passo dagli ottanta. La sensazione di dover ricostruire in ogni scena le sembianze reali dell’attore, e confrontarne la versione ringiovanita con quella reale della stessa età, che tutti conosciamo, mi ha accompagnato per tutto il film, e non è una cosa che aiuta.

The Irishman, dunque, è un film apologetico, più che nostalgico o crepuscolare, che invece di un capitolo finale prova a mettere in scena, nell’imponenza delle sue tre ore e mezza, un punto fermo nel genere. Purtroppo, senza riuscirci. Anche lo script sembra una ricostruzione posticcia, e quasi ogni scena, più che mostrare sé stessa, sembra solo rimandare all’espressione omologa dell’epoca d’oro, già pienamente elaborata, memorizzata e catalogata nei dolci e violenti stilemi del cinema. La regia offre grandi sprazzi di eleganza, e la concatenazione fra le scene e gli episodi è fluida e immancabilmente sapiente. L’intreccio, però, non trova un motore convincente, e neanche il caos diabolico di The Wolf of Wall Street, mentre si affaccia, in alcuni toni, la noia autoindulgente di Silence che male si accorda alle aspirazioni del nostro, che ovviamente hanno Goodfellas come principale modello. C’è da dire che io a questa cosa del testamento d’artista non ho mai creduto, Martin lotta insieme a noi portando costantemente avanti una quantità di progetti più interessanti di questo Irishman (sempre su Netflix, poco tempo fa è comparso il nuovo film doc su Dylan), quindi questo è un caloroso “alla prossima”.

(3/5)

Ancora. Ci sono occasioni in cui una parte consistente della critica e del pubblico sembra risvegliarsi all’anno zero del cinema. È il caso del glorificato Parasite (Bong Joon-ho 2019), film appena apprezzabile, in cui si è voluto trovare uno stravolgimento dei generi e del linguaggio. Parasite è un’espressione abbastanza standard del cinema coreano, fatto di passaggi ruvidi imposti dall’egemonia di una tesi narrativa (spesso troppo ingombrante), resi artistici, a volte poetici, dai silenzi e dalla freddezza e immediatezza dello sguardo. È un cinema che, con diversi risultati, da decenni sovrappone i generi, più che ibridarli, e riporta una violenza atona come elemento più rappresentativo e connaturato dell’essere umano.

Parasite, in una struttura ampia e ambiziosa, riporta il confronto fra poveri e ricchi, fra abitazioni sotterranee allagate di merda e architetture perfette, impeccabilmente contemporanee. Le metafore inseguono la loro esplicitazione, lasciando corrispondere i luoghi alle persone e le persone ai loro difetti, disseminando prevedibili imprevedibilità e adottando nelle svolte principali soluzioni pretestuose e, in contrasto con la ricercatezza estetica e formale, a volte rozze. La componente grottesca, che con furia travolge i più poveri rendendoli ovvi e inetti, spazza via qualsiasi plausibile lettura che trovi nel film un nucleo di critica o impegno sociale. Parasite è un film formalmente complesso, effettivamente semplicistico.

(3/5)

Martin Eden (Pietro Marcello 2019), una storia splendidamente irrisolta

Alla prima prova con il cinema completamente “di finzione” e con una produzione verosimilmente più corposa, Pietro Marcello regala uno dei migliori film visti negli ultimi tempi. Trasposizione italiana e campana del Martin Eden di Jack London, il Martin Eden di Marcello è un film pienamente narrativo, ma ancora sospeso e ricco di digressioni, solido come un romanzo eppure libero, nelle attrazioni visive che può costruire il cinema. Una storia individuale e personale, probabilmente in parte autoriflessiva, che riesce a dissolversi nel tessuto delle immagini e dei ricordi: una visione diffusa, universale, che viene dall’idea autoriale del mezzo cinematografico come fusione fra testimonianza e tradimento.

Ci sono molti motivi per amare Martin Eden. Le ottime interpretazioni – da Luca Marinelli, cui sono concessi picchi istrionici, al resto del cast, spesso chiamato a dare un contesto verista -, l’uso delle musiche, l’introdurre e affrontare temi complessi senza avere l’ambizione di definirli compiutamente o esaurirli. Ancora, il raccordo fra luoghi diversi, fra gli scorci perfettamente fotografati e gli sgranati stralci d’archivio – ricorrenti nel lavoro di Marcello – che conservano l’anima documentaristica, i richiami alle migrazioni contemporanee, agli uomini in ricerca di rifugio. Ma più di tutto, Martin Eden è il racconto di una persona frammentata, in cambiamento ma senza una direzione certa. Incompiuta come le vite sempre in movimento de Il Passaggio della Linea, come la storia d’amore fra Enzo e la transessuale Mary de La Bocca del Lupo, come il viaggio del pulcinella sospeso fra due mondi di Bella e Perduta. È la storia di una persona irrisolta, e sono le mie persone e storie preferite.

(4/5)

American Animals e la mancanza di film coi controcazzi

Non vedo film coi controcazzi da un tempo ormai ingombrante. Non che sia brutto, American Animals, il film che Bart Layton ha per la prima volta mostrato al pubblico nello sfavorevole anno di nostro Signore 2018, e portato anche in Italia nello sfavorevole anno di nostro Signore 2019. Dicevo, non che sia brutto, ma ho capito che ha soprattutto investito in una branca del marketing che in qualche modo deve essermi contigua. L’ho visto spuntare fuori ovunque e mi dicevano questo è per te, è una gran figata ficata, non è il film della vita, ma ha in serbo un certo numero di sorprese. Sono nel target di American Animals, mi sta bene, ma proprio per questo avrebbe dovuto darmi di più. Perché non riesco neanche a vedere più tanti film, e allora quelli a cui mi dedico devono essere capaci di ricambiarmi. Scrivere anche del film? Sì, un po’ scrivo anche del film. Solo un po’, che chi diamine legge più di film. Ecco: Si punta tutto sul fatto che la ricostruzione della rapina sia una fedele ricostruzione della rapina che hanno costruito quattro ragazzi nel 2003 per rubare libri con gli animali, molto preziosi, libri grossi e antichi. L’altra cosa su cui si punta molto, ma proprio molto, è che a certificare la fedeltà della ricostruzione della rapina compaiano nel film anche i veri ladri. Detenuti. La rapina non è andata bene. Ci sono gli attori che fanno i ladri, e i veri ladri che certificano la veridicità di quel che dicono gli attori. Come se avessi bisogno di sapere che qualcosa sia reale, per crederci. Come se avessi bisogno di credere che c’è una una realtà in cui credere. Come se la realtà cinematografica non sia sempre stata molto più adeguata della realtà reale. Insomma questi quattro ragazzi pianificano, molto accuratamente. Al punto che vogliono trovare a chi vendere, prima di rubare, disegnare fedeli ricostruzioni della biblioteca universitaria che custodisce i libri molto preziosi, prima di provare a prenderli, studiare i tempi i movimenti le fisionomie le abitudini il ph della pelle di chi lavora nella biblioteca, prima di ogni altra cosa. Ma tutto questo è inutile, perché American Animals racconta il colpo di non ladri, che hanno visto i film di rapine e immaginano come rifarli, ma non possono, perché sono film. E non è che semplicemente le cose vanno male, è che tutti quei preparativi non servono assolutamente a niente. Quindi abbiamo un film di rapina che non può essere un film di rapina, per l’inadeguatezza dei suoi protagonisti, che hanno scambiato, loro, non noi loro, la realtà con dei film e poi viene Bart Layton a infilare la realtà, viziata all’origine, nel suo film dalla sorprendente consistenza documentaria. E insomma il film si regge proprio su questa spirale, sull’essere e non essere, sul rendere filmica la vita ma dimostrando che la vita non è filmica, e per quanto l’idea possa avere un suo senso, ti assicuro, Bart Layton, che non è bastata, da sola, a farmi rimanere con la bocca aperta per due ore. Se mi fossi accorto prima, Bart Layton, che sei lo stesso che sette anni fa aveva fatto The Imposter, avrei visto questo tuo nuovo film con minori aspettative, forse non l’avrei visto, cosciente di essere più che altro incappato in una targetizzazione abbastanza accurata. Ma non è un brutto film, c’è il ragazzo strano de Il Sacrificio del Cervo Sacro, ce n’è un altro che in più di un momento è uguale al giovane Malcolm McDowell, quindi un ragazzo cui affezionarsi. Ma la spirale, gli incroci fortuiti di sguardi fra attori e veri ragazzi ladri, non bastano. Dopo un milione di righe, dai margini puntualmente giustificati, mi sembra chiaro che non bastino, come è chiaro che da troppo tempo non veda più un film coi controcazzi. E lo so, sarà difficile spiegarlo, impossibile far capire che è uno degli autori, forse l’autore, cui in assoluto voglio più bene, ma il prossimo film di Jarmusch sarà il film più brutto con il cast più bello di sempre. Lo si è capito dalle prime foto, da tutti quei nomi stupendi, dal precedente autoreferenziale di Only Lovers Left Alive, dalla distanza fin troppo ricercata dall’ultimo Paterson che è invece una meraviglia. Ma andrà così, succederà fra pochi giorni, ma anche se fossimo già nel 2020, saremmo comunque in uno sfavorevole anno del nostro Signore.

(3/5)

La Favorita (2018), il cinema di Yorgos Lanthimos trova un respiro più ampio

la favorita slowfilm recensionePubblicato su BolognaCult

Yorgos Lanthimos, il regista greco più in vista e, in generale, uno degli autori più interessanti su piazza, torna in sala con La Favorita. Ci porta nell’Inghilterra del XVIII secolo, alla corte della regina Anna, tormentata da affari di stato e problemi di salute, contesa nelle attenzioni di due donne, e a sua volta alla ricerca, anche letterale, di sostegno. La Favorita è un dramma al femminile ben supportato dalle tre protagoniste, Olivia Colman, Rachel Weisz ed Emma Stone, che danno spessore ai loro personaggi con una recitazione misurata, ma lontana dal distacco e lo straniamento che caratterizzano le precedenti opere del regista. A rendere La Favorita uno dei film più interessanti degli ultimi tempi ci sono, naturalmente, anche la direzione di Lanthimos, che ha dimostrato di poter ampliare la propria gamma espressiva senza rinunciare al rigore formale, e la scrittura, stavolta affidata a Deborah Davis e Tony McNamara.

Dopo Il Sacrificio del Cervo Sacro, dove lo stile algido e grottesco si era spinto così in là da diventare a tratti goffo, Lanthimos aveva bisogno di discontinuità, che in buona parte è arrivata. La Favorita è una storia in costume che fonde alla classicità del contesto una regia costantemente esasperata, fatta di ottiche distorte e stanze regali dai soffitti incombenti, mostra passatempi decadenti, come bersagliare d’arance un uomo obeso, imparruccato, nudo, sghignazzante, immortalando in poetico ralenti la maschia idiozia della migliore nobiltà (ricordando il lancio del nano di The Wolf of Wall Street). E riesce a fare tutto questo senza spogliare la storia del suo realismo, il racconto della sua verità.

Nel triangolo che si instaura fra la regina e le due cortigiane non mancano, come da storia dell’autore, le oppressioni dettate dalle regole sociali, così come i contrasti feroci fra individui irrimediabilmente soli. Ma c’è anche spazio, stavolta, per una genuina autoconsapevolezza, e scopriamo così un Lanthimos tutto sommato sentimentale, alle prese con figure più sfaccettate, non più semplici funzioni al servizio di una tesi. Sotto i diversi strati della rappresentazione, troviamo un modo doloroso e originale di raccontare una storia d’amore, un attaccamento reale che porta sofferenza, quando i meccanismi di una relazione – contorti ma tutto sommato efficienti – vengono compromessi. La figura drammatica della regina Anna, fragile e autoritaria, prevaricatrice e insicura, è probabilmente fra le più complete dell’opera di Lanthimos, racchiudendo una complessità fino a ora senza centro, diffusa nei quadri alieni di un cinema più cerebrale ed estremo.

La Favorita ha ricevuto dieci nomination agli Oscar, fra le quali miglior film, miglior regia, e la candidatura delle tre protagoniste per la recitazione.

(4,5/5)