Devs: Alex Garland, la libertà e la predeterminazione in un’ottima miniserie

Devs è la miniserie di un Alex Garland in crescita. Ex Machina, suo primo lungometraggio da regista, mi parve un po’ premasticato; Annientamento, al netto di qualche scena abbastanza grossolana, mi piacque (poi ho persino letto la Trilogia dell’Area X, carina, ma non abbastanza epocale da giustificarne la lunghezza); Devs (8 episodi da 45′) conserva le forme più distaccate e asciutte di Annientamento ed è il suo lavoro più uniformemente riuscito.

Si tratta di una serie sci-fi con al centro l’unico, complesso argomento della predeterminazione, e quindi dell’autodeterminazione. Devs è bella perché è abbastanza inutile spiegare cosa la faccia funzionare: se sei in linea con un certo tipo di temi e una certa modalità di narrazione funziona e basta. L’immersione è immediata e costante, in una forma da thriller desaturato che procede in maniera precisa, avvolgente, che guarda argomenti vasti riuscendo a circoscriverli e definirli, trattandoli in modo diretto.

[Con spoiler tematici] Devs (ex machina) adopera la tecnologica come pretesto per dare forma alle ossessioni umane, prima fra tutte la creazione di Dio. Per quanto la parte “tecnica” sia data per scontata, riguardo la sua esistenza e possibilità, la sua raffigurazione visiva è una delle cose più affascinanti della serie, gli spazi simmetrici, definiti eppure eterei, le pareti, superfici e luci dorate, gli schermi che spezzano le figure, sgranano le immagini di altri luoghi, le icone giganti e opprimenti, i suoni bassi che formano il respiro del racconto, costruiscono un’atmosfera coerente, un’idea, uno stato d’animo che sono il veicolo di tutto.

Devs è una macchina che contiene in sé il mondo, ne conosce completamente le dinamiche, gli esseri e le forze che contiene, e può quindi risalire, scorrendo attraverso gli effetti e le loro cause, a ogni momento della sua realtà. Allo stesso modo, padroneggia l’unica concatenazione possibile di ogni causa ed effetto futuro. L’invenzione tecnologica che nella fantascienza è chiamata a rendere plausibile il proprio racconto, qui è volutamente messa da parte, perché quel che si chiede allo spettatore è letteralmente un atto di fede, dalle conseguenze profonde dal significato al tempo stesso opprimente e liberatorio.

Devs è un continuo specchiarsi, viaggia fra il terrore della mancanza di scelta, nell’essere solo spettatori di sé stessi mentre si segue un percorso non modificabile, alla cupa speranza che sia davvero così. E il suo discorso, che unisce molti aspetti, tocca l’esistenza, l’immagine e i sensi, la coscienza della realtà e la sua rinuncia. Gli spazi di Devs sono luoghi mistici e privi di azione, come quelli di Stalker, dove la salvezza e la dannazione sono la stessa cosa, dove tutto accade in risposta a una domanda che non si sa di custodire, mentre fra ogni cosa è ciò che più ci caratterizza e ci consuma. Le immagini che Devs mostra sono nebbia digitale, come i sogni in cui si perdono i protagonisti di Until the End of the World, immagini in cui spiamo noi stessi e da cui discende la nostra stessa esistenza, nella paura e la speranza di essere parte di un unico meccanismo, in cui, alla fine, ogni elemento ha lo stesso motivo di esistere.

(4,5/5)

La Vita Nascosta – A Hidden Life – Radegund (Terrence Malick 2019)

A Hidden Life è un film che respira, si espande nel suo senso universale, morale, e si contrae conservando la dimensione intima della vita che racconta e delle esistenze a questa direttamente collegate. La sovrapposizione fra questi due piani è possibile solo attraverso l’esasperazione della vita e delle scelte dell’individuo, così il nuovo film di Terrence Malick è chiamato a esprimere una forza e una tensione immani; è un film doloroso, trattato dall’autore con la sincerità che caratterizza il suo cinema.

La storia, vera, è quella di Franz, che dalla quotidianità rurale e montana nel paese austriaco di Radegund, con la moglie Fani e le figlie, viene strappato quando è chiamato alle armi e a giurare fedeltà a Hitler. Rifiutando entrambe le imposizioni, viene arrestato per tradimento.

La Vita Nascosta riprende con forza i temi principali della poetica di Malick e li riporta in una storia reale, lasciando che che gli elementi concreti ed eterei si diano forza a vicenda. Alla “natura”, femminile, in cui la vita umana s’intromette senza stravolgimenti, ancora si contrappone la “cultura” maschile, la guerra, le geometrie del carcere spezzano le forme irregolari degli spazi aperti e la lontananza trasforma anche il lavoro nei campi in una condanna. Malick porta il suo racconto nella percezione di Franz e secondariamente di Fani: tutto quello che ascoltiamo e vediamo – attraverso i suoni ovattati e le distorsioni grandangolari – è filtrato dal loro pensiero, dalla domanda di cui il protagonista non può negare di possedere già la risposta.

C’è una forte componente religiosa, cattolica, nel pensiero di Franz e nel suo rifiuto a giurare fedeltà al nazismo, ma il film è molto più complesso di così. Sarebbe riduttivo vedere nella sua storia quella di un martirio, a Franz non è richiesto di abiurare la propria fede, quel che caratterizza la sua obiezione, la sua scelta, è l’impossibilità di concedersi di fare la cosa sbagliata. Una scena centrale, in un dialogo con Bruno Ganz – qui nel suo ultimo ruolo – è il fulcro attorno a cui ruotano tutti gli altri dubbi, le sofferenze, gli incontri, i pensieri, le perdite; la resistente certezza, mentre è rinchiuso e torturato, di non poter rinunciare alla propria libertà.

Malick firma una soggettiva – in senso espressivo, non tecnico – imponente e importante. Racconta con tutta la pietas cui l’autore può ricorrere, attraverso un linguaggio visivo avvolgente e totalizzante trasforma il virtuosismo della sospensione, della luce, della ricostruzione del privilegio documentario, nella grazia dell’interiorità resa visibile.

(4,5/5)

Tolo Tolo (Checco Zalone 2020), la comodità di non dover vedere un film

Lasciare traccia di un film visto da almeno un Italiano su dieci. Un film divisivo, che ha stuzzicato chi, come Ignazio La Russa e migliaia di sostenitori del “centrodestra moderato” (‘sta cosa fa troppo ridere, pensa se fossero smoderati), credeva di vedere due ore di insulti agli immigrati scrocconi (davvero, sei La Russa, capisco tutte le attenuanti del caso, ma perché dovrebbe esserci un film del genere al cinema?), e chi ha visto nel lavoro di Zalone un film che certifica e nutre un sentimento popolare fatto di comprensione e propensione all’accoglienza.

Credo che il motivo principale del successo del film di Zalone sia che non è un film. Il linguaggio è quello dello sketch televisivo, le canzoni “satiriche”, sul modello Crozza o d’avanspettacolo contemporaneo, condiscono pezzi sanremesi o da Zecchino d’Oro, straordinariamente innocui, con qualche parolaccia oltretutto censurata. Le scene si susseguono inconcludenti, spesso l’unico obiettivo è arrivare al bofonchio o alla faccia smarrita del Nostro, per poi chiudersi drasticamente e passare allo sketch successivo. Ma soprattutto, Tolo Tolo ripete ossessivamente le parole d’ordine quotidiane dell’Italiano che affronta eroicamente l’esistenza, combattendo contro Iva, Ici, impedimenti burocratici, contributi, soldi all’ex moglie, e duepalle discorrendo. Sei milioni di persone sono andate al cinema per non trovarci nessuna elaborazione, nessuno sguardo o pensiero, per essere cullati dalla stessa realtà che trovano in tv e nelle cene fra adulti. Una comodità enorme, tutto già sperimentato e compreso, commentato e condiviso.

Apparentemente, il discorso principale riguarda l’odissea di uno Zalone che, in Africa, sperimenta le difficoltà e poi lo spaesamento degli Africani per arrivare in Europa. In pratica questo discorso, probabilmente affidato alle consuete banalizzazioni del co-sceneggiatore Paolo Virzì, sfiora temi terribili – i naufragi in mare, i lager libici, gli atti di guerra diffusi e imprevedibili – non per veicolarli attraverso una lettura ironica, alternativa, ma per seppellirli sotto quella inscalfibile valanga di normalità che è Zalone. Che probabilmente non potrà arricchire la consapevolezza di chi a questi temi era già sensibile, né sposterà di un centimetro chi da tempo ritiene che queste siano realtà molto meno vere e importanti, rispetto a ogni aspetto pur minimo delle italiche vite contributive, professionali e familiari, ma, come ogni prodotto rassicurante e televisivo, potrà certamente far vendere più crema idratante.

(2/5)

Star Wars IX: L’ascesa di Skywalker (J. J. Abrams 2019), il ritorno alla semplicità dell’epica

Cosa abbia il mondo contro Star Wars: l’ascesa di Skywalker, non mi è affatto chiaro. Le critiche, in giro, sono incentrate sul fatto che possa veicolare un “messaggio” conservatore, anche reazionario, rispetto alla confusione da alcuni scambiata per innovazione del precedente episodio di Johnson. Oppure si impegnano in una inspiegabile disamina di tutti testi, in ogni formato, riguardanti la favola inaugurata da Lucas 42 anni fa, per cercare discrepanze ideologiche, spaziotemporali o morali. E il mio filone preferito, quello che si è concentrato sulla legittimità e opportunità della rappresentazione di un bacio fra due donne. Tralasciando, peraltro, di dirci la loro sulla liaison, potenzialmente molto più complessa, fra il rocker di Lost e un lumacone gigante, probabilmente ermafrodita. Insomma, le critiche più diffuse all’Episodio IX hanno una cosa in comune: non c’entrano niente col cinema.

Come film, ché di questo si tratta, l’ultimo Guerre Stellari è, assieme a Solo, il prodotto più gradevole dell’ultimo ciclo della saga. L’Ascesa fa quanto aveva dichiarato di voler fare J. J. Abrams fin dal Risveglio della Forza: raccontare la storia di Rey. Ed è nuovamente un film concentrato sul destino di un personaggio, un film che procede linearmente, per blocchi narrativi ampi che attraverso l’azione “in diretta” ricostruiscono il passato della protagonista e, attraverso la risoluzione dei conflitti, suggeriscono un futuro dalle idee più chiare, per quanto tutto da costruire. Esattamente come fu per Luke Skywalker. Il film scorre velocissimo, il micromontaggio è molto serrato, così come la successione degli avvenimenti e degli scontri. Tutto accade nell’elaborazione del dolore e dei dubbi di Rey, una vigorosa Daisy Ridley che non è chiamata a mostrare un’ampia gamma espressiva, ma che inquadra bene il tipo di emotività richiesta. L’intera parabola è un’unica elaborazione, massima semplicità che taglia fuori quasi ogni elemento di novità, ma ritrova la concentrazione dell’epica e l’interesse per un destino individuale che si fa percorso universale.

Dieci minuti di attesa, di respiro, diluiti all’interno della storia, avrebbero forse migliorato il ritmo del tutto, ma anche l’unitarietà che nasce dalla corsa a testa bassa non mi dispiace affatto. Anche perché visivamente, questa chiusura di Abrams, è fra le più riuscite e coerenti della serie. Il tono vira al cyberpunk, con i colori lividi, gli elementi in burrasca a mostrare e incorniciare l’interiorità dei protagonisti, i relitti tecnologici, un Palpatine che si presenta come la protesi organica di un braccio meccanico. Un burattino, funzionale nel suo ruolo e nel riportare al centro di tutto il percorso dell’eroe. Molti scenari hanno una loro grandezza, l’accumularsi delle navi da guerra – attraversato da un richiamo alla partecipazione alla Dunkirk -, i loro dettagli che formano l’ambiente, la battaglia esterna che ruota attorno a quella interiore. Dal rimettere al centro i nuovi protagonisti – anche Kylo Ren fa un balzo in avanti, essendogli consentito di somigliare di più ad Adam Driver – deriva anche un altro punto di forza della pellicola: la presenza contenuta dei vecchi. I vecchi proprio quelli anziani, quei Mark Hamill e Harrison Ford che hanno continuato a ingombrare, con un certo impaccio, gli ultimi due film, che qui si vedono opportunamente poco, mentre sono richiamati, ricalcati, anche reincarnati i loro personaggi, dal Poe Dameron che rileva Han Solo a Rey, naturalmente vicina al primo Luke.

Un film che avvicina la linearità di A New Hope (1977) al registro più adulto e concitato de La Vendetta dei Sith (2005), dunque due facce dello stesso Lucas, la sua apertura e la sua chiusura, trattate da Abrams in modo rispettoso, asciutto e, specialmente in questo caso, efficace.

(4/5)

Il Ragazzo più Felice del Mondo (Gianni Gipi Pacinotti 2018)

Pubblicato su BolognaCult

Gipi che mima voluttuosamente le scene più scabrose di La Vita di Adelo, ideale remake del film di Kechiche, davanti a un incredulo Domenico Procacci, è piuttosto esilarante. L’idea che la visione dei primi minuti de Il Ragazzo più Felice del Mondo, proposta a una scolaresca, sia valsa all’autore – come da suo racconto introduttivo – una gran cazziata della maestra e risa sfrenate da parte del giovane pubblico, rende il tutto ancora più divertente. E Gipi invita a vedere il suo quarto film con gli stessi occhi fanciulleschi, senza ricercare sensi reconditi né impantanarsi in automatismi e sovrastrutture. Non so se una visione del genere sia davvero possibile, ma il film sembra effettivamente girato in questo modo, e trasmette una certa divertita immediatezza.

La vita audiovisiva di Gipi (qui regista, attore, sceneggiatore e produttore, più frequentemente uno dei maggiori fumettisti italiani, qualora fosse il caso ricordarlo) ultimamente si esprime e diffonde attraverso i corti – spesso eccellenti – prodotti per Propaganda Live di Diego Bianchi. In questo suo ultimo lungometraggio si ritrova molto di quello spirito, e di quei volti, a cominciare da quello di Gero Arnone, specializzato nell’incarnazione dell’amico drastico, dimesso e aspirante cinico. Ma a sostenere il tutto c’è una storia estesa, una storia vera, e la volontà di raccontarla attraverso una forma documentaristica che fonde eventi e figure reali con l’approccio libero e demenziale alla realizzazione del film stesso. La storia: Gipi ritrova una lettera di un fan quattordicenne risalente agli albori della sua carriera da disegnatore. Assieme agli apprezzamenti, la richiesta di un disegno d’autore. L’ha conservata per anni, ma ha anche scoperto che quella lettera, scritta a mano e personalizzata con minime variazioni, è stata spedita, nel corso dei decenni, più o meno a tutti i fumettisti italiani, sempre firmata da un quattordicenne che nasconde, con evidenza, un adulto collezionista seriale. Parte la ricerca del fan, documentata da una sgangheratissima troupe formata, oltre che dallo stesso Gipi, da un fonico spesso in campo e costantemente malaticcio (Davide Barbafiera), un amico nichilista (Gero), un aiutante estremamente sensibile, precedentemente pagato in visibilità da un call center (Francesco Daniele), un cameraman che in quanto tale esiste ma non si esprime.

Ricostruendo l’indagine reale in tono che potremmo definire ironico, grottesco, o più semplicemente cazzone, l’avventura di Gipi ci porta a conoscere personaggi della sua vita, toccando altre piccole storie personali, a scontrarci contro le difficoltà fatte di liberatorie e protagonisti scarsamente telegenici, una hit immediata come “Sono una Faccia di Merda” e sì, anche qualche ridondanza metafilmica e qualche spunto narrativo leggermente forzato che, rispetto a un clima di generale spontaneità in qualche punto (pochi punti, in verità), spezza un po’ il ritmo.

C’è del morettismo, nel lavoro di Gipi, nel mettersi in primo piano e nel filtrare il mondo attraverso la propria visione e il proprio linguaggio. Nella capacità di far passare un messaggio politico attraverso piccoli dettagli e nevrosi quotidiane. Ma rispetto a Moretti, oltre alle inevitabili differenze di peso, Gipi brilla per fallibilità. Nel raccontare e nel raccontarsi, nei suoi diversi canali espressivi, Gianni Gipi non ha mai evitato di mostrare la propria incazzatura, non ha mai sentito l’esigenza di misurare i toni per apparire strafico e impeccabile. C’è un’immediatezza punk che unisce tutti i suoi lavori e che consente di sentirsi accolti dagli stessi, una preziosa sincerità di pensiero che fa sì che, dopo il “dibattito” seguito alla visione, si possa fare una piacevolmente confusione fra quanto si è visto sullo schermo, e quanto sia stato appena raccontato da lui in persona.

(3,5/5)

Hilda e Over the Garden Wall, due serie per bambini sono fra le cose migliori che possa incrociare un adulto

hilda locandinaPuò arrivare un momento dell’esistenza, prevalentemente connesso al fatto di avere avuto una figlia o un figlio, in cui l’espressione “per grandi e piccini”, per quanto standardizzata e logora, assume un significato di una certa rilevanza. E può accadere che le visioni più originali e soddisfacenti vengano da produzioni per grandi e piccini. È il caso di due serie, da trovare agevolmente su Netflix.

La prima è la recente Hilda (Luke Pearson 2018), serie tv anglo canadese basata sulla graphic novel di Luke Pearson, trentuno anni e già tante cose belle all’attivo. La prima stagione conta 13 episodi da 20 minuti, e una volta cominciata diventerà la visione principale, per quella manciata di giorni utile a lasciarvi poi con la nostalgia. Hilda racconta le avventure di un gruppo di bambragazzini (età stimabile attorno ai nove anni), ambientate in un mondo dove la realtà e la quotidianità sono ravvivate da consistenti elementi fantastici. Hilda è una sorta di incontro fra i Peanuts e Miyazaki. Dal primo prende la leggerezza del tratto, la poetica del rapporto fra bambini, che consente di affrontare diversi temi con fantasiosa semplicità, l’intuizione di non prendere mai niente troppo sul serio. Dal secondo si prende il gusto per un fantastico mai banale, sfaccettato, la presenza dello stesso nella natura e nelle contraddizioni umane, e un gusto per l’avventura più vicino alla scoperta che all’azione. Oltre alle suggestioni animiste giapponesi, Hilda incrocia diversi miti nordeuropei e una quantità di citazioni cinematografiche, alterna e mescola le scene fra la cittadina di Trollberg e boschi incantati, e sviluppa tredici piccoli racconti autonomi parallelamente a una linea che sviluppa i rapporti fra personaggi, e spesso si arricchisce di nuovi. Dal racconto romantico del Gigante delle Montagne, alla comica maniacalità di elfi innamorati della burocrazia, al cinismo accorato dello splendido Uomo di Legno, Hilda è una visione leggera, eppure piacevolmente intensa. Utilissima per visioni trasversalmente appetibili, ma assolutamente consigliata anche in mancanza di un giovane alibi.

over the garden wall locandinaLa seconda serie, Over the Garden Wall (Patrick McHale 2014), è sostanzialmente un ottimo film animato diviso in 10 puntate da 10 minuti. Produzione americana, riportata da noi con la voce di Sio che, dopo un po’ di spiazzamento per le doti non proprio da doppiatore canonico, risulta anche simpatica e caratterizzante. Over the Garden Wall è un’esperienza pienamente lisergica; un tratto che da sempre rende felici grandi e piccoli, spesso presente nelle opere dedicate a questi ultimi, assieme a un certo gusto per il macabro e la tensione. Le storie per bambini generalmente sono cose da adulti. Anche in Garden Wall l’influenza di Miyazaki è grande, e qui ancora più esplicita nel ricalcare le figure delle streghe dalla testa enorme, sempre in equilibrio tra sopraffazione e accudimento materno. Ma in poco più di un’ora e mezza sono decine le situazioni stranianti e centinaia le idee che rendono questa serie veramente intensa e singolare. L’altro riferimento, che si rispecchia nel tratto netto e solo apparentemente elementare, viene dalle Silly Symphonies e dagli albori dell’animazione che, negli anni ’30, creavano atmosfere ricche di inquietudine e stranezze, scheletrini, esseri bizzarri e cambi repentini nella narrazione. Over the Garden Wall è qualcosa di densissimo, irresistibile e un po’ ambiguo, come la melassa della grande hit “Con Patate e Melassa“, che Bianca ha continuato a cantare, con testo rigorosamente improvvisato, per le settimane a successive.

Hilda: 4,5/5

Over the Garden Wall: 4,5/5