JoJo Rabbit, Piccole Donne, The Wonderland, un pacchetto di cose belle

Vi avverto: è un pacchetto di cose buone. Lo so, non capita spesso, ma capita. JoJo Rabbit (Taika Waititi 2019) era un titolo su cui nutrivo molte riserve, invece è uno dei migliori film dell’anno e fra i candidati all’Oscar, assieme a A Marriage Story. Scarlett Johansson, davvero brava in entrambe le pellicole, è un’attrice capace ed espressiva, quando è chiamata a fare film veri (mentre sembra più impacciata di altri colleghi in zavorre come Ghost in the Shell o i circhi Marvel). Sì, il film riprende colori, personaggi e visioni frontali à la Wes Anderson, e anche la rielaborazione faceta del nazismo non è nuova. Eppure JoJo riesce a essere abbastanza originale e soprattutto spontaneo, non è l’ennesima pellicola buttata lì.

È un film che va visto, un insieme di registri, personaggi e situazioni spesso sopra le righe ma non per questo privi di senso, un miscuglio di umanità che rende soprattutto assurda la mancanza della stessa. Bravi gli attori, ottimo il ritmo, c’è anche un pezzo di Tom Waits, molto bene. Tornando a Marriage Story, spunta fuori che assieme a JoJo mettono sul tavolo una sorta di rivincita del cinema indie, i cui canoni da qualche tempo sembravano usurati dalla ripetizione. In più, in un anno in cui molti grandi autori e molti presunti grandi film hanno, invece, una consistenza quasi effimera.

(4/5)

Anche Piccole Donne di Greta Gerwig (2019) può contare su ottime performance, in particolare su Saoirse Ronan, credo la migliore attrice della sua generazione: sembra sempre nata e cresciuta nei film che si trova ad abitare. E lo dicevo già ai tempi del pur brutto Amabili Resti.

Gerwig riesce a dirigere un classico contemporaneo: rispetta la storia, le dà un ritmo moderno, senza compromettere il suo essere un romanzo di formazione in costume. Un film solido e delicato, da cui traspare una reale passione per il soggetto che traspone, un bel lavoro.

(4/5)

Birthday Wonderland, o The Wonderland (Keiichi Hara 2019) mi sembra non abbia fatto molto parlare di sé, neanche negli spazi dei cultori del genere. Si tratta, invece, di uno dei migliori anime dei tempi recenti e, altra buona notizia, lo si può facilmente vedere su Prime Video. L’autore è quello di Miss Hokusai, quindi ambienti curati e figure realistiche, quasi imponenti rispetto alle stilizzazioni spesso offerte dall’animazione giapponese, e ancora momenti poetici ed evocativi, da ritrovare nella visione piena e personale che l’artista dà del mondo. Hanno in effetti questo in comune, i tre titoli di questo articolo: non sono completamente originali, guardano a testi, epoche, mezzi espressivi pre-esistenti, ma sanno rielaborare e riproporre mostrando la necessità della comunicazione e la volontà di farsi conoscere, di entrare in contatto con lo spettatore; in tre modi diversi, sono film intimi, con in primo piano vicende e caratteri femminili.

Birthday Wonderland è una favola dalla forte componente fantastica che prende moltissimo da Miyazaki e Takahata, in particolare nello sviluppo dei personaggi – che non devono mai apparire troppo definiti – e nell’amarezza dei riferimenti al reale. Un richiamo alla ferita atomica, quasi immancabile nei lavori nipponici, che però qui diventa volontà di rielaborazione e di rinascita. Una sovrapposizione simbolica che non riguarda più solamente la compresenza di bene e male nelle caratterizzazioni, ma anche la necessità di condividere il dolore per poterlo assorbire. Oltre questo, Birthday Wonderland richiama Alice, modello immancabile per i viaggi fantastici e di riconoscimento di sé, come La Bella e la Bestia e altri archetipi della fiaba a cavallo fra Oriente e Occidente. Alla piccola di casa (7 anni) è piaciuto molto, e anche ai suoi genitori.

(4/5)

The New Pope – episodi 1 e 2 (Paolo Sorrentino 2020)

[Con Spoiler generici] Premesso che The Young Pope mi piacque parecchio, The New Pope è uguale ma diverso. Nonostante la continuità sia completa, i primi due episodi trattano la storia in maniera più frammentata, ognuno racconta in modo compiuto una parte della trama orizzontale. Il primo ha un tono decisamente introduttivo, e accoglie anche le soluzioni un po’ forzate delle narrazioni di breve durata. La sfrontatezza visiva di Sorrentino (che credo continui ad avere un apprezzabile fascino) rimane, e se le digressioni musicali nella stagione passata trovavano l’ambasciatrice svedese (o di qualche Paese vicino) coreografare elegantemente Nada, qui ci sono suore cubiste che richiamano più i neon e la sensualità esasperata di Loro (la sessualità e la sua repressione hanno in generale un ruolo importante). In altre occasioni si fa sfoggio di simmetrie, prospettive in profondità e dolly, come nella scena del conclave. Più che per dare solennità, per creare un commento grottesco, accompagnando scene ordinatamente fredde e geometriche con musiche pop e mostrando i calcoli molto terreni che sottendono le cose spirituali. Malkovich (bravissimo) compare nel secondo episodio, spingendo l’acceleratore sui conflitti verbali, l’unica via per contrattare compromessi fra differenti visioni della vita e dell’esercizio del potere.

(4/5)

Storia di un Matrimonio – Marriage story (Noah Baumbach 2019)

Marriage Story è un film ben diretto e ben scritto (benissimo, rispetto alla media corrente), con due attori, Scarlett Johansson e Adam Driver, che somigliano alle persone reali, perché rappresentano emozioni reali, giustificate dalla storia, e le dividono e condividono, le strattonano e con sapienza le tirano una delle mani dell’altro. Non ha momenti morti e può contare su una manciata di comprimari da urlo, a cominciare da Ray Liotta. Mostra la sofferenza e la disgregazione, e la formalizzazione delle stesse, il modo in cui ogni dolore può e deve essere classificato e soppesato, facendolo rientrare in agili categorie giuridiche sperimentate da migliaia d’altri. Costruisce dettagli significativi e li adagia in movimenti e incidenti quotidiani, dà tempo alle scene ma non le annacqua mai, racconta realisticamente ma mette in sottofondo la musica del cinema che ha visto il suo autore, riuscendo a non tradire nessuno dei due mondi. Appongo il mio sereno e convinto “avercene”.

(4/5) – su Netflix

The Irishman e Parasite, abbastanza grandi per fallire

Una cosa strana di The Irishman (Martin Scorsese 2019) è che per la maggior parte del film si osservano protagonisti moderatamente vecchi, che si muovono con i gesti circospetti e rallentati di uomini parecchio più vecchi. Anche gli sguardi, sotto la computer grafica, tradiscono la realtà dell’epica rosa di attori – Pacino, De Niro, Pesci – costretti a negare il loro essere a un passo dagli ottanta. La sensazione di dover ricostruire in ogni scena le sembianze reali dell’attore, e confrontarne la versione ringiovanita con quella reale della stessa età, che tutti conosciamo, mi ha accompagnato per tutto il film, e non è una cosa che aiuta.

The Irishman, dunque, è un film apologetico, più che nostalgico o crepuscolare, che invece di un capitolo finale prova a mettere in scena, nell’imponenza delle sue tre ore e mezza, un punto fermo nel genere. Purtroppo, senza riuscirci. Anche lo script sembra una ricostruzione posticcia, e quasi ogni scena, più che mostrare sé stessa, sembra solo rimandare all’espressione omologa dell’epoca d’oro, già pienamente elaborata, memorizzata e catalogata nei dolci e violenti stilemi del cinema. La regia offre grandi sprazzi di eleganza, e la concatenazione fra le scene e gli episodi è fluida e immancabilmente sapiente. L’intreccio, però, non trova un motore convincente, e neanche il caos diabolico di The Wolf of Wall Street, mentre si affaccia, in alcuni toni, la noia autoindulgente di Silence che male si accorda alle aspirazioni del nostro, che ovviamente hanno Goodfellas come principale modello. C’è da dire che io a questa cosa del testamento d’artista non ho mai creduto, Martin lotta insieme a noi portando costantemente avanti una quantità di progetti più interessanti di questo Irishman (sempre su Netflix, poco tempo fa è comparso il nuovo film doc su Dylan), quindi questo è un caloroso “alla prossima”.

(3/5)

Ancora. Ci sono occasioni in cui una parte consistente della critica e del pubblico sembra risvegliarsi all’anno zero del cinema. È il caso del glorificato Parasite (Bong Joon-ho 2019), film appena apprezzabile, in cui si è voluto trovare uno stravolgimento dei generi e del linguaggio. Parasite è un’espressione abbastanza standard del cinema coreano, fatto di passaggi ruvidi imposti dall’egemonia di una tesi narrativa (spesso troppo ingombrante), resi artistici, a volte poetici, dai silenzi e dalla freddezza e immediatezza dello sguardo. È un cinema che, con diversi risultati, da decenni sovrappone i generi, più che ibridarli, e riporta una violenza atona come elemento più rappresentativo e connaturato dell’essere umano.

Parasite, in una struttura ampia e ambiziosa, riporta il confronto fra poveri e ricchi, fra abitazioni sotterranee allagate di merda e architetture perfette, impeccabilmente contemporanee. Le metafore inseguono la loro esplicitazione, lasciando corrispondere i luoghi alle persone e le persone ai loro difetti, disseminando prevedibili imprevedibilità e adottando nelle svolte principali soluzioni pretestuose e, in contrasto con la ricercatezza estetica e formale, a volte rozze. La componente grottesca, che con furia travolge i più poveri rendendoli ovvi e inetti, spazza via qualsiasi plausibile lettura che trovi nel film un nucleo di critica o impegno sociale. Parasite è un film formalmente complesso, effettivamente semplicistico.

(3/5)

C’era una Volta a… Hollywood (Quentin Tarantino 2019). Quando parla troppo di sé, il cinema sparisce

Credo che il cinema siano i film, non gli attori, che dovrebbero invece sparire, per potersi poi reincarnare. Quando si guarda troppo agli attori, di solito è il film a sparire: più la pellicola è superflua, più sono affollate le passerelle. Insomma a me il metacinema, se non è un modo per parlare d’altro, stufa in fretta. E ho provato a credere che Quentin Tarantino stesse facendo in realtà un film caotico, anche splendidamente vuoto, ma non è così. Perché troppa è l’accumulazione di vecchie star, nuove star, vecchie star interpretate da nuove star, decine di apparizioni fugaci ad allungare a dismisura il numero dei presenti e degli evocati, per poter credere che buona parte del film non sia effettivamente questo.

Intendiamoci, ho visto con piacere C’era una volta… a Hollywood. Nel suo rimbalzare da un ammiccamento a un indovina chi, fila liscio: Tarantino è stato e sarà sempre un regista che sa ampiamente il fatto suo. Ma il film non è né meravigliosamente inconsistente, né sfrontatamente reale. Erano reali i dialoghi di Bastardi Senza Gloria, un lavoro di scrittura così accurato da rendere la fatica visibile, palpabile. Avevo creduto che quella sarebbe stata la sua nuova strada, riuscire a migliorare e a stupire sempre di più, soprattutto con le parole. Dopo Hateful Eight, che è stato una diversa e più completa delusione, Hollywood presenta un’inattesa mancanza di inventiva nella scrittura. Torna al già visto, ma sceglie i finti b-movie, gli omaggi al cinema che da sempre il nostro fagocita e glorifica. Quando va bene, lo metabolizza per andare molto oltre, nobilita personaggi e meccanismi di genere rendendoli originali e, a modo suo, molto raffinati. In questo caso lo scarto qualitativo non c’è, gli spezzoni sono effettivi stralci di b-movie, velati d’una ironia diffusa quanto facile, che viene soprattutto dall’enorme schieramento di mezzi e nomi. Impiegati per realizzare qualcosa che, per il cinema, è concettualmente molto semplice e di solito è esaltato proprio dalla limitatezza delle risorse.

Ho apprezzato il sentore di marcio che si percepisce in sottofondo, con i divi che non ce la fanno, che forse hanno ucciso la moglie, che annichiliscono con naturalezza un commando di hippie. Ho trovato ingegnoso Brad Pitt stuntman fino alla fine, in casa con la moglie di Di Caprio a prendere le botte al posto suo. Ho gradito, a tratti, la ricostruzione dei fine ’60, ma per la verità un Vinyl, anche “solo” nel pilot di Scorsese, ha molto più ritmo, cattiveria e inventiva. Sono rimasto abbastanza stupito dal fatto che abbia ripreso lo stesso espediente di Bastardi, la storia che, riportata al cinema, diventa permeabile e vulnerabile alle sue reinterpretazioni; m’è sembrata geniale la prima volta, m’è sembrata una seconda volta la seconda volta.

(3/5)

Dilili a Parigi (Michel Ocelot 2018), Penguin Highway (Hiroyasu Ishida 2018)

Michel Ocelot, il padre di Kirikù, torna al cinema con un’altra storia fantastica e una piccola eroina di colore, Dilili, giovane canachi portata nella Parigi di fine ‘800 per mettere in scena la vita del suo popolo, in una sorta di parco a tema. Il settantaseienne Ocelot, studioso d’arte e pittore, mette in Dilili a Parigi il suo sguardo vivace e diretto, definito e raffinato, per comporre una storia dai contenuti anche forti, sostenuti proprio dalla semplicità e l’immediata bellezza delle immagini. Un cinema puro, in senso morale ed etico che si fa senso estetico, che esplicita e nobilita gli intenti didattici e traduce, per i più piccoli, contenuti anche torbidi. Al centro dell’intreccio, infatti, c’è un’organizzazione criminale – i Maschi Maestri – dedita al rapimento di bambine, con lo scopo di farle crescere sottomesse alla superiorità dell’uomo. Parallelamente all’azione, si sviluppa un ammirato e minuzioso viaggio per i luoghi di Parigi, guidato dall’amore per la Belle Époque. Agli orrori e la limitatezza dei Maschi Maestri, Ocelot contrappone proprio la bellezza dell’arte e la ricerca della cultura. Oltre alle sfrenate corse in tricicletta fra i monumenti e le architetture parigine (ricostruiti con il consistente ausilio della computer grafica), l’autore offre una rassegna quasi enciclopedica di artisti e pensatori, presentandoci e introducendo nell’azione, fra gli altri, Marie Curie e Louis Pasteur, Marcel Proust e Sara Bernhardt, Lautrec, Renoir, Monet e, naturalmente, le loro opere.

(4/5)

 

 

Penguin Highway di Hiroyasu Ishida è, invece, uno dei maggiori successi della recente animazione giapponese. Primo lungometraggio delle studio Colorido, emanazione dello studio Ghibli, adotta il fantastico della casa di Miyazaki portandolo nel mondo urbano, più esplicitamente scosso dalle inadeguatezze sociali e relazionali che negli ultimi anni caratterizzano molti titoli nipponici. Da Your Name, a Mirai, a The Boy and the Beast, gli anime stanno vivendo un buon periodo, con la presentazione e l’affermazione di una nuova generazione di autori. Rispetto a capolavori come La Città Incantata o Mononoke, la narrazione è meno sfaccettata e più concentrata sulla storia e sui personaggi, che sul mondo, ma si tratta comunque di produzioni più inventive e stimolanti di quelle proposte dalle ripetitive corazzate americane.

Penguin Highway potrebbe sembrare, dal trailer, un film più limitato di quel che è in realtà. Ci si potrebbe aspettare una storia curiosa e infantile sull’inattesa apparizione di pinguini nell’estate cittadina di un gruppo di ragazzi. È, invece, il contenitore di un insieme – forse anche troppo ricco – di temi, domande e atmosfere. Per il giovane protagonista Aoyama l’identificazione e l’organizzazione logica dei misteri (a volte anche un po’ pedante) è l’attività principale, che lo porta a toccare temi come quelli dell’identità, del bullismo, della mancanza, della memoria, della crescita, incrociati con veri e propri enigmi della percezione e della delimitazione della realtà. Tratto dal romanzo di Tomihiko Morimi, il film di Ishida ha una bella inventiva e resa estetica, e costruisce un intreccio denso di misteri. L’approfondimento di queste domande, e le risposte specifiche offerte dal film, non sono però altrettanto accurate, molte rimangono suggestioni complesse, ma accennate e superficiali. Si tratta comunque di un film bello da vedere, con un buon ritmo e pieno di dettagli e rimandi interni, un film luminoso che sa lasciare una traccia di malinconia.

(3,5/5)

Too Old to Die Young (Nicolas Winding Refn 2019), il migliore esperimento in circolazione

Too Old to Die Youg non è la serie più facile dell’anno, neanche la più trascinante, per la gestione antitelevisiva dei tempi del racconto, e di certo non è la più popolare. Nicolas Winding Refn porta il suo cinema in dieci puntate di circa un’ora e mezza – di fatto dieci film -, ha un’idea precisa di cosa vuole costruire e soprattutto del mondo in cui vuole trascinare lo spettatore. Il risultato è la serie più interessante, diversa e, semplicemente, più bella dell’anno.

Dieci film allucinati, lentissimi e perversi, dove i soggetti principali sono il tempo dilatato dell’azione e la costruzione delle immagini. Al loro interno si sviluppano una moltitudine di personaggi, ognuno fondamentale per lo spazio che gli è concesso, protagonisti di interazioni sospese, funzioni alienate in una realtà eccessiva, esasperata, che dipinge freddamente un mondo dotato di propria vita e volontà, costantemente legato ai peggiori vizi, alle paure e alle degenerazioni conosciute.

Dopo tre episodi che mostrano una tendenza autoconclusiva, le linee narrative cominciano a distendersi e intrecciarsi, fino a delineare una storia concettualmente semplice ma definita, un viluppo di forze (auto)distruttive, dominato dalle modalità del racconto. Too Old to Die Young è un’esperienza complessa ma a suo modo accogliente – per il suo essere estremamente diretta – che cristallizza il linguaggio di Refn: un’immersione nel noir dai colori al neon, nei rari discorsi scanditi da pause anomale, nelle musiche e i rumori sintetici di Cliff Martinez. È un flusso disteso di invenzioni visive, movimenti di macchina rigorosi e aspettative frustrate, dove non mancano le scene da antologia: l’impatto radicale con il primo episodio (da lì, facile capire se è tutto da prendere o lasciare), un infinito inseguimento in auto reso surrealmente romantico dalle note di Mandy, le caratterizzazioni fulminanti date da tic e atteggiamenti innaturali, la miriade di ambienti maniacalmente estetizzanti, simmetrie e specchi, ritratti e spazi immensi, a definire ogni piano dell’intreccio e dei suoi attori.

Il cinema di Refn, negli anni, ha progressivamente ridimensionato il ruolo del plot, ancora forte e “classico” in Pusher, per arrivare all’astrattezza lisergica di Valhalla Rising, la semplicità narrativa di Only God Forgives, l’allucinazione geometrica di The Neon Demon. In Too Old c’è modo di ritrovare tutto, approfondirlo e accentuarlo (ma nella violenza puramente esibita, tutto sommato, non eccede). Alcune sequenze sembrano esperimenti ipnagogici: suoni, pause, movimenti e colori si dilungano fino a lasciare intromettere immagini personali all’interno del flusso audiovisivo. Accostato al Twin Peaks di Lynch, ne condivide la libertà autoriale e la consistenza onirica, oltre la costruzione di sospensioni temporali cariche di incertezza e tensione. Come Twin Peaks (indicato dai Cahiers du Cinéma come miglior film del suo anno), si tratta di un prodotto che trascende le abitudini del mezzo, per confrontarsi con altri aspetti dell’arte. Da Abel Ferrara prende i tratti moralisti della sua parabola, mentre di von Trier, l’altrettanto danese Refn ricorda la costruzione di istituzioni marce e grottesche, grumi simbolici della realtà, su tutte la vicinanza del commissariato con i rituali assurdi dell’ospedale de Il Regno. Al di là dei richiami, gli omaggi e i riferimenti – che sono naturalmente molti di più – Too Old to Die Young è un’esperienza totale, appagante nel suo non essere intrattenimento, un esperimento a cui si deve aver voglia di partecipare.

Su Primevideo.

(4,5/5)

 

The Dead don’t Die, l’apocalisse di Jarmusch fra ironia stralunata ed evitabili forzature

Non me la sento di non lasciare traccia di un film di Jarmusch, anche se è un film che una gran traccia non la lascerà. L’umorismo stralunato di The Dead don’t Die (I morti non muoiono, Jim Jarmusch 2019) tutto sommato è vicino a quello di alcuni episodi  di Coffee and Cigarette, o di Taxisti di Notte, e l’apocalisse zombie di Jarmusch, viste le avvisaglie, sarebbe potuto essere più deludente. Per dire, Only Lovers left Alive credo sia peggio. I morti non muoiono spinge forte sul naif, e in molte occasioni il gioco tiene. Temevo qualcosa di (ancora più) sfilacciato, invece Bill Murray e Adam Driver, dimessamente, riescono a tracciare una linea, in cui si inseriscono una serie di micronarrazioni. In una abbondante prima parte l’ironia scazzata funziona, pur intervallata da gag troppo ripetute – il product placement di Sturgill Simpson, indubitabilmente autore della “theme song” – e in generale da una fiducia davvero eccessiva nella forza ammiccante dei richiami metanarrativi. Il film, però, ancora riesce a regalare dettagli, a volte nostalgici, poetici, affettuosi, e a costruire una realtà fatalista e disincantata dove anche le fini più atroci vengono accettate, tutto sommato in linea con un’assurdità dell’esistenza che non è mai mancata. A unire i due momenti, prima e dopo l’apocalisse zombie, c’è Tom Waits, eremita dei boschi cittadini, che osserva da lontano il disfacimento di una società per lui già insopportabile.

Nella seconda parte, quella piena di zombie, purtroppo si moltiplicano le gag davvero forzate e gli appunti didascalici rivolti al genere umano; scelte che con molta semplicità si sarebbero potute evitare, lasciando un film migliore. Jarmusch con i suoi film ha spesso viaggiato verso la fine del mondo, dal giovanile Stranger Than Paradise a Dead Man, e con diversi riferimenti in praticamente tutti i suoi titoli, ma, con attenzione, aveva anche conservato il dubbio e il mistero. The Dead sembra a volte un film volutamente disattento, che per non prendersi sul serio si avvolge attorno a una manciata di pensieri. E anche il personaggio di Tilda Swinton, non privo di un suo fascino ipercitazionista, è vittima di una delle scelte più sballate.

Purtroppo l’ho visto in italiano, e sono sicuro che in lingua originale guadagnerebbe. Fosse solo per la chiusura con un lungo recitato di Waits, con un testo – anche questo facilmente migliorabile – sulla vacuità dei desideri umani, che di per sé non è un gran che, ma la voce di Tom Waits, che sono stato costretto a immaginare, è la voce di Tom Waits. L’amarezza maggiore viene dal fatto che Jarmusch non è propriamente prolifico, una cartuccia – dopo l’eccellente Paterson – l’ha sparata così, e chissà quando gli torna la voglia.

(3/5)

La Fantastica Signora Maisel – stagioni 1 e 2 (Amy Sherman-Palladino 2017 – 2018)

maisel locandinaNon so quanto sia conosciuta The Marvelous Mrs. Maisel, ma lo scopo di questo post, altruistico e filantropico, è quello di avvertire come sia, sotto tutti i principali aspetti, la serie tv più riuscita e gradevole in circolazione. Per introdurre l’apprezzamento a La Fantastica Signora Maisel esprimerò prima un superficiale dissenso verso la serie più celebre e amata di Amy Sherman-Palladino, Una Mamma per Amica. Una premessa non indispensabile ma che potrebbe comunque indirizzare verso di me delle piccole dosi di antipatia e disapprovazione. D’altra parte, vivo per lo scandalo e per impressionare la borghesia.

Una mamma per amica un po’ all’inizio la vedevo (anzi forse ne ho vista un bel po’), poi, oltre la logorrea, il tenore stesso della serie mi ha respinto, con gli amorini, la patina e i momenti intensi. Credo anche sia scritta bene, ma non è scritta per me. Mrs. Maisel eredita (almeno una parte del)l’amore smodato per le parole, e la qualità del timbro umoristico; questo in Gilmore Girls era un modo per veicolare una roba melò e straordinariamente prolissa, mentre la scrittura qui è il centro stesso della struttura. Ma seguendo la bravissima Rachel Brosnahan – casalinga ebrea nella New York di fine anni ’50 che scopre progressivamente la propria attitudine istrionica e prova ad affermarsi come comica -, a prendere per mano e far sentire subito coccolato lo spettatore c’è anche una ricerca di regia spesso notevole. Fatta di piani sequenza, ricostruzioni storiche accurate ma non invadenti, sempre funzionali al discorso complessivo, grande cura e inventiva nel trattamento del suono. Si riesce a rendere uno spaccato di quegli anni, della comunità ebraica e il suo rapporto con l’esterno, della condizione della donna e la conquista degli spazi, attraverso il ricercato equilibrio fra realismo e spettacolarizzazione, trovando nell’umorismo la cifra per trattare argomenti e avvenimenti non banali né innocui.

maiselIn generale, ero scettico verso una serie su una comica/sui comici, a me gli stand-up comedians piacciono, ma è rarissimo che trovi un autore/attore che mi convinca in pieno (devono sembrare tuoi amici, e allora la cosa diventa terribilmente soggettiva), e di solito in uno spettacolo le battute davvero riuscite sono una manciata. Temevo quindi una roba stiracchiata, alla ricerca costante di humour che non può sempre arrivare, mentre credo che il punto forte di Maisel sia proprio come riesce a diffondere i monologhi umoristici nell’intera vicenda (la protagonista è sempre all’interno di una performance, con l’ausilio di spalle più che buone e sublimi nel caso di Tony Shalhoub, nei tormentati panni del padre), e, d’altra parte, come riesce a integrare le scene sul palco all’interno dell’intreccio. Gli spettacoli completano dialetticamente le vicende della protagonista, offrendo una sorta di “a parte” che arricchisce la lettura del tutto.

Se la prima stagione ha un incipit folgorante, ma riporta anche alcuni momenti più deboli, in particolare quando la gavetta mostra passaggi piuttosto improbabili,  la seconda è assieme più fluida e complessa, una struttura corale che mette meglio a fuoco i personaggi, lasciando a ognuno gli spazi che consentono di svilupparsi. Deve piacere questo tipo di narrazione un po’ decentrata, e a me piace molto. E come una sorta di angelo guida, un’entità narrativa sospesa fra realtà storica e diegetica, troviamo un adorabile Lenny Bruce.

La serie si trova comodamente su Amazon Prime Video.

(4,5/5)

La Favorita (2018), il cinema di Yorgos Lanthimos trova un respiro più ampio

la favorita slowfilm recensionePubblicato su BolognaCult

Yorgos Lanthimos, il regista greco più in vista e, in generale, uno degli autori più interessanti su piazza, torna in sala con La Favorita. Ci porta nell’Inghilterra del XVIII secolo, alla corte della regina Anna, tormentata da affari di stato e problemi di salute, contesa nelle attenzioni di due donne, e a sua volta alla ricerca, anche letterale, di sostegno. La Favorita è un dramma al femminile ben supportato dalle tre protagoniste, Olivia Colman, Rachel Weisz ed Emma Stone, che danno spessore ai loro personaggi con una recitazione misurata, ma lontana dal distacco e lo straniamento che caratterizzano le precedenti opere del regista. A rendere La Favorita uno dei film più interessanti degli ultimi tempi ci sono, naturalmente, anche la direzione di Lanthimos, che ha dimostrato di poter ampliare la propria gamma espressiva senza rinunciare al rigore formale, e la scrittura, stavolta affidata a Deborah Davis e Tony McNamara.

Dopo Il Sacrificio del Cervo Sacro, dove lo stile algido e grottesco si era spinto così in là da diventare a tratti goffo, Lanthimos aveva bisogno di discontinuità, che in buona parte è arrivata. La Favorita è una storia in costume che fonde alla classicità del contesto una regia costantemente esasperata, fatta di ottiche distorte e stanze regali dai soffitti incombenti, mostra passatempi decadenti, come bersagliare d’arance un uomo obeso, imparruccato, nudo, sghignazzante, immortalando in poetico ralenti la maschia idiozia della migliore nobiltà (ricordando il lancio del nano di The Wolf of Wall Street). E riesce a fare tutto questo senza spogliare la storia del suo realismo, il racconto della sua verità.

Nel triangolo che si instaura fra la regina e le due cortigiane non mancano, come da storia dell’autore, le oppressioni dettate dalle regole sociali, così come i contrasti feroci fra individui irrimediabilmente soli. Ma c’è anche spazio, stavolta, per una genuina autoconsapevolezza, e scopriamo così un Lanthimos tutto sommato sentimentale, alle prese con figure più sfaccettate, non più semplici funzioni al servizio di una tesi. Sotto i diversi strati della rappresentazione, troviamo un modo doloroso e originale di raccontare una storia d’amore, un attaccamento reale che porta sofferenza, quando i meccanismi di una relazione – contorti ma tutto sommato efficienti – vengono compromessi. La figura drammatica della regina Anna, fragile e autoritaria, prevaricatrice e insicura, è probabilmente fra le più complete dell’opera di Lanthimos, racchiudendo una complessità fino a ora senza centro, diffusa nei quadri alieni di un cinema più cerebrale ed estremo.

La Favorita ha ricevuto dieci nomination agli Oscar, fra le quali miglior film, miglior regia, e la candidatura delle tre protagoniste per la recitazione.

(4,5/5)