Divagando fra Macchine Come Me (Ian McEwan 2019), Hanno Tutti Ragione (Paolo Sorrentino 2010), La Ragazza del Convenience Store (Murata Sayaka 2018)

Lo dico subito, non sono libri che mi hanno fatto impazzire. Sì, quello di McEwan mi è piaciuto, ma, purtroppo per lui, non mi ha cambiato la vita. Verso gli altri due mi lascerò andare a insulti più o meno velati. Comincio con McEwan. In Macchine Come Me c’è l’intelligenza artificiale, gli androidi, c’è Alan Turing con apparizioni da figura de La Lega degli Uomini Straordinari, c’è l’Inghilterra degli anni Ottanta, ma in un mondo in cui la tecnologia è decisamente più avanzata della nostra attuale. McEwan è come sempre (per quel che ho letto) limpido e molto informato, quello che frena un po’ è che mi sembra finisca per scrivere di cose più normali, trame più rodate, di quanto non voglia lasciare intendere, o semplicemente di quanto non vorrei. Forse il romanzo che più riesce ad avvicinare ambizione e contenuto rimane Cortesie per gli Ospiti, di cui ho un ricordo disturbante. Poi ci sono quei libri a cui bisognerebbe dare un senso sterminato, per poterli avvicinare alla grandezza dei loro nomi e della loro fama – e qui arriva il divagare spinto – come La Strada di McCarthy. Quale abisso nasconde La Strada di McCarthy? Forse nessuno, l’ho visto sempre citare per quel che sembra, anche quando spunto (per Recalcati) per analisi psicologiche, a essere richiamati sono l’ambiente e le figure padre-figlio, così come vengono proposti dalle pagine. Forse La Strada è quello che sembra, un libro semplice, breve e asciutto, così tanto da poter sembrare lo scritto di un giovane che limiti in questo modo le possibilità di errore, che descrive alcune scene di un violento e collaudato deserto postapocalittico. L’evidenza di McEwan è molto più tranquilla, è il richiamo a dinamiche di genere, sentimentali, a volte (in Solar) bassamente grottesche, a cliché tutto sommato non stravolti, l’approdo a interrogativi umani ed esistenziali che mi sembrano meno tesi di quanto dovrebbero. Non so, magari sbaglio, probabilmente sbaglio. Ad ogni modo Macchine Come Me è un buon libro, forse un po’ fermo, casalingo, ma si lascia leggere, più dei prossimi due. (3,5/5)

Cominci Hanno Tutti Ragione con la piacevole sensazione di essere entrato in un nuovo film di Sorrentino, dopo poche decine di pagine nasce la sgradevole sensazione di essere incastrati in un film di Sorrentino. Perché le espressioni, le vicende, i dialoghi sono quelli, ma i tempi e la forma della letteratura sono diversi da quelli del cinema. Mentre la ricerca barocca di un’inquadratura o un movimento di macchina posso capirli e anche goderli, una scrittura fatta prevalentemente di brevi sentenze, della ricerca di frasi argute o semplicemente appariscenti, un intero libro scritto così è più di quanto possa sopportare. È stata una lettura lunga e dolorosa, che mi sono imposto di completare proprio per non lasciarci con amarezza e magari costringermi a ripensare anche all’opera filmica. Dovevo sapere che a un certo punto sarebbe finita. I caratteri tipografici prendono in ogni pagina la forma di Toni Servillo, interprete del protagonista Tony Pagoda. Sei proprio costretto a leggere i numerosissimi pensieri di Pagoda con la voce di Servillo. Pensieri che accumulano enormi quantità di immagini per dare forma a un singolo concetto o impressione: Hanno Tutti Ragione sembra per lunghi tratti un dizionario di sinonimi di immagini letterarie, alcune scanzonate, alcune tirate a forza, alcune – brevi, ben delimitate da punti – arrivano a farti pensare che siano davvero troppe. Per molti versi, è qualcosa come l’anti-Carver. Ancora, se in un film posso anche apprezzare un virtuosismo estetico che non accompagni un senso poi così profondo, la scrittura rende evidente l’autocompiacimento del protagonista (e dello scrittore), che glorifica perpetuamente il suo essere e le sue debolezze, in una suggestione imposta che non può sempre collimare con l’effettiva identificazione della frase ben riuscita. Qualcosa di meglio arriva nella parte brasiliana, più o meno centrale, dove l’ambiente e qualche nuovo personaggio riescono sporadicamente a distogliere Pagoda da sé. (2,5/5)

Diamine, ricordo già molto poco de La Ragazza del Convenience Store. Se n’è parlato tanto, se ne parla tanto (cioè, ne leggo ancora piuttosto spesso in giro), cosa inusuale per un libro giapponese, e credo che lo abbiano letto in tanti soprattutto perché si tratta di un libricino, comodo, si legge in un paio di serate. In questo caso, sono piuttosto sicuro che nessun abisso o semplice rivelazione si celi fra queste pagine. E, in genere, io amo i prodotti della cultura nipponica. Ma Murata Sayaka ci porta una storia di grande piattezza, vista attraverso una protagonista che risulta implausibile già nel raccontarla, perché per prima non riconosce nessuna storia da raccontare. Un racconto di inadeguatezza sociale che si svolge nel diffuso disinteresse di tutti i suoi attori. Una descrizione letterariamente non molto riuscita di apatia individuale che stilisticamente, anche nella sua semplicità, finisce per essere incoerente e confusa, quando attribuisce alla protagonista gli stessi slanci sarcastici e, quindi, tutto sommato sociali, di cui si dice generalmente incapace. (2/5)

3 pensieri su “Divagando fra Macchine Come Me (Ian McEwan 2019), Hanno Tutti Ragione (Paolo Sorrentino 2010), La Ragazza del Convenience Store (Murata Sayaka 2018)

  1. Il libro di Sorrentino non l’ho letto (e non penso lo farò, giacché la mia stima in lui come regista è maggiore che non come narratore e non avverto nemmeno in me la necessità di completare il quadro di un artista che preferisco lasciare abbozzato, bisogno che invece avverto per altre figure creative contemporanee), mentre quello della Murata lo lessi di slancio, sia per la brevità del testo, sia perché era la prima sua opera tradotta in italiano (dopo che tanto ne avevo letto in giro, specie in siti dedicati alla culura pop ruotante attorno ai manga) e non mi è dispaciuto, trovandolo gradevole tutto sommato e penso anzi che parte delle cose negative che hai rilevato (come per i commenti salaci sull’inadeguatezza sociale) possano forse dipendere dal taglio autobiografico del romanzo.
    Sul libro di McEwan mi hai invece paradossalmente (ma non troppo, giacché ne parli tutto sommato positivamente) fatto crescere molta attesa, giacché me lo ero regalato l’inverno scorso (è una mia debolezza: ogni volta parlo male della Libreria Ambasciatori, ma poi ci ritorno sempre e finisco per comprare qualcosa una volta su due!), ma non l’ho ancora nemmeno iniziato, perciò grazie dello sprone!
    Scrivi di letteratura con la stessa piacevolissima leggerezza tagliente (come solo l’intelligenza, che non ricerca la battuta sarcastica a tutti i costi, sa fare qundo critica) che usi quando parli di cinema ed in parte con lo stesso slancio affettivo (si, il cinema sembra essere un primo amore indimenticato).

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  2. Ciao kasabake, e grazie per l’interesse, si tratta ormai di appunti veloci che mi piace ancora prendere, per tenere il segno. McEwan vale assolutamente la pena, è un buon libro. Ho cominciato Tieni Ferma la tua Corona di Yannick Haenel, che, se manterrà le promesse dei primi capitoli, si rivelerà davvero un bella scoperta. Piacerebbe molto anche a te, comincia con un una bella disamina e successivo faccia a faccia con Cimino, ti terrò aggiornato :)

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  3. È fondamentale che tu possa continuare a tenere il segno: l’ordine universale delle cose lo esige e l’universo te ne renderà merito…
    Grazie per il futuro aggiornamento!

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