Succession, Queen’s Gambit, La Ragazza del Tempo, Dune e un sacco d’altra roba come buttata su un diario

Dalle ultime settimane, in alcuni casi gli ultimi mesi, cose sparse cominciando da Succession, due stagioni di serie tv che ha vinto una quantità di Emmy. Sorpresa sorpresa: meritatamente. Da parecchio non mi sparavo un drama con simile costanza, l’ho cominciato dopo aver abbandonato The West Wing, ennesima conferma dell’intimo conservatorismo che Sorkin cela dietro la sua logorrea fintamente brillante. Succession è quello che Sorkin non riuscirà mai a fare, una piece caustica sul potere, sulla famiglia, sui genitori che divorano i figli, sul sarcasmo con cui alcune cose andrebbero punite, il tutto messo in scena da attori enormi. Ci sono Shakespeare, DeLillo, Altman, la fame americana storica e contemporanea, in una regia a seguire, che con piccoli scatti della camera cerca dettagli, movimenti, nuche, a volte trova ampi paesaggi e architetture che in altre occasioni avrebbero portato a lunghe inquadrature paniche, qui sono schiaffi di massimo due secondi, perché a Succession soprattutto interessa prenderti a schiaffi (4,5/5). Cosa metterci dopo? Una cosa che non c’entra niente, The Duchess, su Netflix, una veloce comedy britannica che fa spesso ridere, 6 puntate da 20 minuti, praticamente un film, con una madre sboccacciata e i personaggi stralunati che le girano attorno. È una serie singolarmente volgare e al tempo stesso indubbiamente raffinata, consigliata (3,5/5). Rimanendo in zona femminile e comedy, pur in senso piuttosto ampio, su One Mississippi, due stagioni su Prime, avrei voluto scrivere qualcosa in più, ma poi mi sono distratto. Avrei voluto perché è un qualcosa di godibile e immediato, ma anche di ampio e stratificato. Realizzato da Tig Notaro e Diablo Cody, racconta la vita della prima attingendo parecchio alla sua vita reale. Racconta il suo tumore al seno, la sua vita sentimentale, le difficoltà dell’essere donna e dell’essere donna e omosessuale, sempre con un linguaggio che oserei definire unico, nel suo essere incisivo e delicato al tempo stesso. Si può poi integrare l’esperienza guardando i suoi spettacoli, altrettanto legati alla sua vita, sono su Netflix. One Mississippi: 4/5. Kipo, sempre Netflix, parliamo di una serie per bambini, per bambini scafati, di una serie animata che si sviluppa in tre stagioni ed è una delle storie più compiute e curate che si possano trovare in giro, e non solo fra le cose per bambini. Una roba fantascientifica, apocalittica, spigolosa, lisergica, divertentissima, miyazakiana, piena di bestie, di amici e nemici che diventano amici, di musica, di mutazioni, di mondi. Non lasciatevi respingere dai colori pieni, dall’animazione a prima vista poco raffinata, sparatevelo con o senza pargoli (4/5). La Regina degli Scacchi – The Queen’s Gambit, è il titolone del momento, e in sostanza se lo merita. Una storia quasi fiabesca, che comincia in un orfanotrofio negli anni ’50 e mette la sua protagonista in questa e molte atre situazioni potenzialmente drammaticissime, e invece conserva un registro che quasi abbraccia lo spettatore. Tutto azzeccato, colori, personaggi, musica, brava lei, intreccio di eventi e ricostruzione affettuosa degli anni, le partite a scacchi girate a metà fra una partita a poker e un incontro di boxe, ko compresi; niente di rivoluzionario ma tutto molto bello (4/5). Finiamo in bruttezza? La seconda stagione di The Boys, su Prime, è una delle più grandi truffe in cui sia inciampato ultimamente, un’accozzaglia di pezzettini mal gestiti al servizio della retorica più sfrontata e didascalica, un ditino fintamente puntato contro l’America con un linguaggio farlocco che cosa più americana non c’è (2/5).

Qualche film, purtroppo non li ricordo tutti, per questo devo segnarmi le cose. La Ragazza del Tempo – Weathering with You, è il nuovo film d’animazione di Makoto Shinkai, l’autore di Your Name. Per grandi e piccini (ma non troppo piccini), sicuramente una cosa bella vista ultimamente; più intimo e riflessivo di Your Name, La Ragazza del Tempo è una storia fantasiosa e romantica che racconta l’incontro, il sacrificio, lo smarrimento e la perdita, il tutto con alcune scene visivamente ragguardevoli. Notevole (4/5). Altro cartone, Over the Moon, su Netflix, è una produzione di Stati Uniti e Cina, con quest’ultima come punto di riferimento estetico. Qui, all’interno di un registro pienamente adatto all’infanzia, l’elaborazione della perdita è centrale. Molte immagini sono piacevoli, la protagonista, alle prese con un viaggio fantastico, è degna di affezione, ma nel complesso il mondo di Over the Moon sembra un po’ vuoto, è un film più definito nel suo messaggio, intrecciato con le figure delle fiabe cinesi, che nel modo per renderlo spettacolare. Comunque, gradevole (3/5). Siamo a Natale, vale la pena far presente che anche la recente trasposizione de Il Richiamo della Foresta, quella con dentro Harrison Ford, è una visione piacevole. Film del tutto familiare, smussato in tutte le parti potenzialmente dure che ha il romanzo di London, ma apprezzabile anche in questa scelta di massima fruibilità. Gli animali, Buck in primis, sono del tutto digitali, ma l’effetto è meno straniante di quanto temessi. Infatti non c’è una vera ricerca di verosimiglianza, è come se all’interno degli scenari reali siano integrati personaggi d’animazione, che anche nell’espressività e le interazioni ricordano le bestie antropomorfe dei classici Disney. Buon ritmo, buoni sentimenti, bei paesaggi, e Ford meglio qui, finalmente vecchio, che falso giovane con il giubbetto di pelle dell’ultimo Han Solo (3,5/5). Mettiamo pure una roba per grandi: Palm Springs, film reperibile su Prime con la faccia buffa del tizio di Brooklyn Nine-Nine e quella carina della tizia di How i Met Your Mother. È un film in piena rivisitazione de Il Giorno della Marmotta, con qualche variazione diretta a portare il tutto su binari più romantici. È un piccolo film, gradevole, ma qualcosa di realmente utile a distaccarlo dalle aspettative più immediate, in verità, non c’è (3/5).

Memorie del Sottosuolo è un breve scritto in cui Dostoevskij dice un sacco di cose. Parla del suo tempo e di sé, si maltratta e si nasconde, ricerca l’umiliazione soprattutto per dimostrare quanto disprezzi il prossimo, e quindi per disprezzare doppiamente sé stesso. C’è tanta sofferenza in Memorie del Sottosuolo, spesso trattata con uno spietato humour. Ma su una cosa del tutto diversa soprattutto volevo lasciare qualche appunto, il ben più corposo primo tomo di Dune, di Frank Herbert, 1965. Un film volevo vedere io quest’anno, ed era il Dune di Villeneuve, che hanno rimandato al TREMILA. Ad ogni modo, avevo affrontato questo mattone miliare della fantascienza mondiale per arrivare preparato. Scherzo, in realtà Dune fila via molto più agevolmente di quanto credessi e mi è piaciuto parecchio, fra i libri “narrativi”, cioè dedicati al racconto di una storia e non all’autore e la sua scrittura, uno dei più convincenti, nella mia esperienza. Dune ha tante anime, è tante cose, un’epopea psichedelica e iperbolica dove le donne “Bene Gesserit” hanno sviluppato doti affabulatorie tanto persuasive da essere assimilate alle streghe, gli uomini “Mentat” sono capaci di immersioni nella logica (spesso più millantate che effettivamente sconvolgenti, c’è da dire) che toccano il sovrannaturale e li svuotano dell’umanità. C’è tantissimo in Dune. Lunghi capitoli dall’impostazione teatrale, che si spiegano con le fitte voci del pensiero e i dialoghi complessi. Ci sono mondi che modellano gli esseri che li abitano, esseri che si adattano per inseguire la vita in ogni condizione. Questo forse l’aspetto più interessante, la mutazione dell’essere umano resa nel racconto come acquisita, che consente di confondere l’ambiente con le personalità: ogni personaggio incarna la sua terra e ogni terra incarna  e determina un carattere, così ogni incontro o scontro diventa un confronto fra mondi. C’è la costruzione di un universo toccando ogni aspetto, c’è anche l’azione e la meraviglia, e un modo indiretto di raccontare unioni e sentimenti che presenta un’eleganza che non credevo di trovare. Avrei voluto scriverne confrontandolo, almeno, con il film di Lynch visto ere geologiche fa, ma non ho ancora avuto modo di rivederlo, dunque per il momento questo è tutto.

Le Strade del Male – The devil all the time (Antonio Campos 2020)

The Devil All the Time. L’accento è su ALL the time. Nessun altro come gli americani guarda alla propria storia ritrovando, in epoche e periodi diversi, la propria fondazione, e immergendola nell’amoralità più profonda. Nel film di Antonio Campos tratto dallo scritto di Donald Ray Pollock (anche voce narrante, a sottolineare l’ineluttabilità della pagina scritta), come nell’abbandono senza regole delle storie della frontiera, si torna alle viscere degli Stati Uniti, ai paesi fatti da manciate di abitanti tutti imparentati fra loro, alle abitazioni dalle vecchie pareti di legno sottile, che nascondono e non proteggono, isolate da qualche parte nei boschi. Dal 1945 al 1965, vent’anni di violenza ininterrotta, innata, genetica.

E nessun altro, come gli americani degli Stati Uniti d’America, vede nella violenza il materiale – insostituibile – con cui costruire qualcosa, qualsiasi cosa. Una mitologia feroce, che può esprimersi su diverse scale e dimensioni, per fondare imperi o per mostrare cosa si nasconde nell’animo delle persone più marginali e invisibili, che sono le viscere del Paese. Le Strade del Male, pur ricordandolo in alcuni aspetti, non ha niente la grandiosità de Il Petroliere, né la smisurata ambizione del suo protagonista; si muove, sin dall’inizio, su un terreno più istintivo e animalesco, ma è comunque un racconto fatto di predatori e vittime.

Il racconto si lega alle guerre che attraversano quei decenni, ma rimane in una dimensione primordiale che i protagonisti scandiscono con un ripetuto richiamo al divino, invocazioni folli, meccaniche o utilitaristiche, privi di qualsiasi spiritualità, che rimangono ovviamente disattese. Eppure, attraverso l’azione ininterrotta del diavolo, qualcosa si sta costruendo, qualcosa è costretto a nascere. E il personaggio più lontano dalle false preghiere e dai veri fanatismi diventa quello che involontariamente, come guidato e assistito, finisce per incarnare una forma di giustizia, ancora primordiale, altrettanto violenta, finisce per costruire qualcosa.

Antonio Campos dirige con sicurezza un cast azzeccato (Tom Holland, Bill Skarsgård, Robert Pattinson, Harry Melling, Mia Wasikowska), sceglie di mettere in scena il racconto feroce con determinazione, ma senza eccedere nel mostrare. Il film è su Netflix.

(4/5)

The Rider – Il sogno di un cowboy (Chloé Zhao 2017)

The Rider è il film di Chloé Zhao che precede Nomadsland, Leone d’oro 2020. Zhao è un’autrice cinese che si muove agilmente nel cinema indipendente americano, così come nei vasti e crepuscolari spazi statunitensi. The Rider è un film interessante e riuscito, un’altra efficace via all’ibridazione cinematografica, che la regista, sceneggiatrice e montatrice non mette in scena per prima, ma lo fa con un suo stile equilibrato, asciutto, capace di unire differenti piani e registri apparentemente con grande facilità. L’ibridazione, qui, è fra verità e finzione, documentario e ricostruzione, con la rappresentazione filmica messa al servizio di storie reali, interpretate da chi le ha vissute e le sta vivendo.

Chloé Zhao, portandoci in una riserva del South Dakota, racconta la storia di un ragazzo, campione di rodeo a cavallo, dell’incidente subìto, della sua famiglia, dei suoi amici. La scelta, di fronte a vite e situazioni tanto particolari, è quella di non eccedere nella drammatizzazione, di mostrare, anche soffermandosi sul vuoto e sui volti, ma senza enfasi né commiserazione. Dà così vita a un film silenzioso e apparentemente sospeso, che in realtà dà il giusto spazio a tutti i suoi personaggi, alle speranze e le perdite, alla natura splendida ma non idilliaca, che è lo spazio che accoglie la realtà, ne determina la durezza e offre i motivi per cui continuare a viverla.

(4/5)

Sto Pensando di Finirla Qui – I’m Thinking of Ending Things (Charlie Kaufman 2020), la realtà nel cinema non lineare

Quando arriva un film come Sto Pensando di Finirla Qui c’è la tendenza a considerarlo come un rompicapo, un deragliamento dai binari che, se non viene percepito come perfettamente giustificato (non si sa bene da cosa), rischia di essere classificato come inutile pippa. Il cinema ha invece la possibilità, tutto sommato una delle possibilità che più facilmente si legano alle sue caratteristiche di medium, di raccontare suddividendo, distribuendo su molteplici soggetti e oggetti, le fasi della vita, la personalità e i pensieri di un individuo, le possibilità di scelta, le interpretazioni parziali e mutevoli di uno stesso avvenimento. L’abitudine a cercare nel cinema un racconto univoco, da poter ripercorrere sentendosi a proprio agio nella sua struttura, determina che la narrazione diversa sia poco utilizzata. È per molti aspetti, invece, più vicina alla prassi dell’elaborazione umana, ai processi comuni nel trattamento dell’esperienza e della memoria, di quanto non sia la messa in scena di una trama lineare che abbia il solo scopo di costruire un artificio intrattenente. Il cinema ha possibilità di indefinitezza, di mescolare le immagini, di servirsi di attori e luoghi come recipienti per contenuti non definitivi né statici, che gli consentono, assieme allo scolpire il tempo, di scolpire l’esistenza, i desideri, i tentativi di comprendere quanto si è perso e di immaginare cosa sarebbe potuto essere. Tutte cose che occupano di più la nostra vita della lotta, ad esempio, per delle gemme che possono far sparire una quota degli esseri presenti nell’universo.

Il film di Kaufman racconta questo, la vita di un uomo per come è capace di elaborarla. [Spoiler] Un uomo anziano, bidello di una scuola, che per raccontarsi da giovane crea una ragazza al suo fianco, le assegna le risposte alle sue domande, la rende il contenitore di tutte le sue aspirazioni facendola poeta, fisica, pittrice, critica cinematografica e altro ancora. Riversa in lei le passioni fra cui non ha saputo e voluto scegliere, mentre trattiene in sé la mancanza di talento e decisione che lo hanno portato a una confusione di aspirazioni non espresse e di eventi subiti e non compresi. Vede i suoi genitori, nella loro vecchia casa, li costruisce con ricordi di decenni, li vede invecchiare e ringiovanire, esprimersi in un modo innaturale che fonde il ricordo dei loro discorsi con l’interpretazione di quel che le parole volevano davvero dire.

Il film, in due ore, mostra tante cose, e in molti modi. La ripetitività dei gesti, le conoscenze di cui siamo fatti, che sembrano averci in qualche modo sostituiti, le indicazioni per leggere la visione dall’alto di un’esistenza intera, la forma musical per ripercorrere i momenti in cui si uccidono i propri desideri, l’inevitabile certezza che, se ci si mette a fare l’analisi di un film, si finisce sempre con una sigaretta fra le dita molli, l’aria altezzosa, la ricercata riflessività dallo sguardo obliquo di chi ha una scopa nel culo.

Kaufman ha tratto il film dal romanzo del canadese Iain Reid, affrontando così tematiche a lui congeniali, ma, credo, in maniera più efficace del solito. Nonostante la frammentarietà, niente è superfluo, perché tutto è reale ed esplicito, ma non nell’ordine  e nell’unitarietà che ci si aspetta; uno sguardo d’insieme è uno sguardo non lineare, il disordine è il film ed è alla base delle mancate scelte. Non c’è follia ma comune riflessione, che proprio il riconoscimento razionale di un’esistenza normalmente ancorata al tempo rende amara, in quello che è fondamentalmente un bellissimo e terribile film sul rimpianto.

(4,5/5)

Mulan (Niki Caro 2020), Ad Astra (James Gray 2019), Medianeras (Gustavo Taretto 2011), due film migliori di come li si dipinge e un outsider

Non voglio fare, come ho visto in giro, la misurazione dei decametri (era tanto che volevo usare questa parola) di femminismo persi o guadagnati, rispetto la versione animata di Mulan, anche perché di quella ricordo poco, soprattutto un senso di noia. Forse ero già troppo vecchio, quando l’ho visto. Adesso, invece, che l’ulteriore senilità mi ha riportato un tollerante sguardo giovanile (ah ah, non è vero), mi viene da dire che questo film di Niki Caro sia la prima trasposizione live di un classico Disney di cui vedo un senso. Il primo che tutto sommato assomiglia a un film, naturalmente un film per famiglie, per quante più famiglie possibile. Sì, è un wuxiapian americano, ma non un brutto wuxiapian. Le coreografie, come sempre vicine alla danza, hanno un loro fascino, gli effetti speciali sono bene integrati, i paesaggi aperti sono a effetto ma il loro effetto lo fanno, gli attori sono azzeccati. Mulan è un film di guerra, d’avventura, di smarrimento e rinascita del protagonista come sarebbe un film per adulti dello stesso genere, con scontri che lasciano sul campo morti e feriti, con l’unica ovvia differenza che non sono sporchi di sangue. Due ore di intrattenimento che funziona, non sciocco e visivamente valido. (3,5/5)

Con Ad Astra, a dispetto delle reazioni spesso non entusiaste che ha suscitato, prosegue il mio graduale riavvicinamento a James Gray. E il film ha molto in comune con Civiltà Perduta, su tutto la chiara discendenza da Conrad / Apocalypse Now. Brad Pitt è l’indiscusso protagonista, che attraversa inimmaginabili distanze spaziali alla ricerca di suo padre (Tommy Lee Jones), novello Kurtz, pioniere ed esploratore siderale i cui metodi sono diventati “malsani”. A Brad Pitt, va detto, non ne va una bene; posto già di fronte a un’impresa improbabile, per procedere in ogni sua mossa deve trovare come disinnescare il peggior scenario possibile, che puntualmente si ripropone. Da qui, inutile negarlo, nascono alcune scene che richiedono davvero una generosa offerta di sospensione dell’incredulità. Eppure Ad Astra, che è accompagnato dalla riflessione costante del figlio all’epica ricerca della comprensione del padre, offre uno sguardo esterno sempre efficace, un’azione immersa nel silenzio affascinante anche quando improbabile, una versione malinconica e al tempo stesso frenetica del vuoto universale che ha una sua originalità. (3,5/5)

Medianeras – Innamorarsi a Buenos Aires, è un piccolo film del 2011 dell’argentino Gustavo Taretto. Che mi sembra, invece, abbia avuto nel suo giro un discreto successo. Che si tratti di una versione estesa di un corto precedente è abbastanza evidente, soprattutto perché è uno di quei film che si reggono su un tono e un’idea; non è però eccessivamente stiracchiato, anzi è garbato, misurato e piacevole. Mi ha molto ricordato il racconto lievemente stralunato e ironico di Hong Kong Express, la rappresentazione di due tracce sentimentali parallele che lasciano indizi più o meno inconsapevoli, per provare a definirsi, sperando che qualcuno possa decifrarli. Anche le voci over hanno un ruolo simile a quello del film di Wong Kar-wai, e lo sguardo è elegantemente freddo, al contrario di quanto ci si potrebbe aspettare a quelle latitudini. Una storia che contiene tante piccole storie, incroci, riflessioni sul sé che si descrive nei rapporti con gli altri, un racconto che si muove agilmente fra le architetture di Buenos Aires, fra edifici bizzarri e dettagli nascosti. (4/5)

Minima Immoralia: I Miserabili, BlaKkKlansman, Border, Favolacce, Pinocchio, La Famosa Invasione degli Orsi in Sicilia, Mià e il Migù

I Miserabili – Les Miserables (Ladj Ly 2019) Una giornata nelle periferie di Parigi che riassume anni di stratificazioni e tensioni sociali. Film forte e doloroso, un discorso ampio e decentrato che vuole essere un’istantanea di molti mondi, riportati a una violenta situazione di stallo. Molto ben fatto anche cinematograficamente: sceneggiatura ritmata e tesa su regia documentaristica, con rimandi a Spike Lee e Scorsese, o anche a un Greengrass con meno affanno. Da vedere. (4/5)

BlaKkKlansman (Spike Lee 2018), forse il mio film preferito di Lee, assieme a Fa’ la Cosa Giusta. Un film schiettamente politico, che ricostruisce una vicenda e degli ambienti degli Stati Uniti razzisti degli anni ’70. Uno di quei casi in cui essere diretti non vuol dire essere didascalici, ma più che altro non volersi perdere nelle stronzate. La cosa è possibile grazie a una storia che si racconta da sola, ed è raccontata meglio da attori (John David Washington e Adam Driver) e autori in perfetto tono. C’è la ricostruzione, c’è il cinema e il suo impatto sulla storia (spettacolare il dito puntato contro Nascita di una Nazione), c’è il richiamo diretto alle follie di qualche anno fa che anticipano perfettamente la follia più recente, successiva al film: l’omicidio di George Floyd, la reazione, la straordinaria capacità dell’Occidente di stare sui social a discettare se le discriminazioni esistano o meno, a ricercare sfumature. (4,5/5)

Border – Creature di confine (Ali Abbasi 2018) Dalle pagine di John Ajvide Lindqvist era già nato l’ottimo Lasciami Entrare, per la regia di Tomas Alfredson; Border ha avuto anche più fortuna, ma a me è appena piaciucchiato. I temi rimangono simili, la diversità, che si rispecchia in una unicità o menomazione sessuale che isola i protagonisti, alla ricerca di un’appartenenza. Chi ha amato Border credo abbia concesso molto alla storia, anche romantica, dei protagonisti, e abbia sottovalutato degli aspetti di violenza – concettuale prima che visiva, di efferata vendetta verso il genere umano – che, non ben amalgamati né giustificati, finiscono per sabotare la forza del racconto. Oltre alle perplessità nella gestione dei temi, Border è più lontano da me anche nelle preferenze estetiche. Lasciami Entrare e Border credo siano due lati della stessa medaglia, su temi vicini il primo è la rivisitazione del mito del vampiro, il secondo guarda ai licantropi (anche se in giro si parla più di troll, ma il lato canino mi pare evidente). Se Lasciami Entrare, che mi è più affine, è la neve, il ghiaccio, i silenzi, le linee chirurgiche, Border è la terra, gli odori, i sensi in continua stimolazione, i colori caldi. (3/5)

Favolacce (Fabio e Damiano D’Innocenzo 2020). Un film che non mi ha convinto. Una rappresentazione molto drammatica e nichilista della famiglia, della società, una disperata cancellazione del futuro. Tutti temi che spesso mi affascinano, e che anche in Italia e di recente hanno trovato, con lo stesso Garrone, con Caligari, in parte anche con Pietro Macello, espressioni eccellenti. Volendo guardare ai cugini greci, Lanthimos ha costruito su questi temi alcuni dei suoi titoli migliori e più spiazzanti, da Dogtooth ad AlpeisQuello dei D’Innocenzo è un approccio che in qualche modo richiama la fissità e il grottesco di Lanthimos, ma sembra un compito che punta tutto sull’impatto della conclusione, sulla chiusura della tesi. Gli adulti esplicitano costantemente la loro violenza, la raccontano, se ne vestono, i bambini sono vittime silenziose, nel mezzo, alla fin fine, ci viene offerto assai poco. (2,5/5)

Pinocchio (Matteo Garrone 2019). La storia di Pinocchio è per tutti ormai così priva di sorprese, che a stupire dev’essere la sua trasposizione. Io non sono un pinocchista, ma la faccio breve: Garrone ha fatto un gran film. È fedele al testo, ma anche superiore allo stesso, lo esalta e lo porta a trovare la dimensione visiva che, a questi livelli, non aveva mai avuto. Così il Pinocchio di Garrone crea un mondo fantastico unico (per certi aspetti, e soprattutto certe luci, vicino al trattamento fatto con Basile, ma senza truculenze, più compatto e con maggiori rimandi alla contemporaneità), degno della fama mondiale dell’opera, un gotico rurale meraviglioso a vedersi per tutta la sua durata. Ma non è solo un esercizio estetico, è anche una parata di personaggi, con in testa Roberto Benigni a incarnare il Geppetto più umano e naturale possibile, che offrono con generosità la loro presenza, rendono reale la fiaba e costruiscono uno splendido omaggio al teatro, tratteggiando i loro caratteri anche in pochi secondi o in una manciata di battute. Garrone è probabilmente il nostro miglior regista. (4,5/5)

La Famosa Invasione degli Orsi in Sicilia (Lorenzo Mattotti 2019). Uno splendore, una favola sul confronto, il conflitto, l’integrazione, riportata in immagini e colori pieni di una bellezza rara. Le animazioni, le linee nette e geometriche che si fanno anche morbide mi hanno ricordato l’altrettanto riuscito The Secret of Kells, ma sono poi i tratti consolidati del bravissimo Mattotti. (4/5)

Mià e il Migù (Jacques-Rémy Girerd 2008) è un altro piccolo grande film per tutti. Qui le immagini sono disegnate, i tratti evidenti di matita a dare le espressioni, i colori sfumati nei campi lunghi, un altro modo per riportare nell’estetica il fascino della natura e del suo respiro. Molteplici ed evidenti i richiami al Miyazaki naturalista di Mononoke e Totoro, e anche al sodale Takahata, nelle sperimentazioni de La Principessa Splendente e, semplicemente, nella figura di Heidi. Una storia profonda trattata con lievità, che si concede ottimismo senza diventare lezioso e riesce a portare calore nei suoi personaggi. (4/5)

La Vita Nascosta – A Hidden Life – Radegund (Terrence Malick 2019)

A Hidden Life è un film che respira, si espande nel suo senso universale, morale, e si contrae conservando la dimensione intima della vita che racconta e delle esistenze a questa direttamente collegate. La sovrapposizione fra questi due piani è possibile solo attraverso l’esasperazione della vita e delle scelte dell’individuo, così il nuovo film di Terrence Malick è chiamato a esprimere una forza e una tensione immani; è un film doloroso, trattato dall’autore con la sincerità che caratterizza il suo cinema.

La storia, vera, è quella di Franz, che dalla quotidianità rurale e montana nel paese austriaco di Radegund, con la moglie Fani e le figlie, viene strappato quando è chiamato alle armi e a giurare fedeltà a Hitler. Rifiutando entrambe le imposizioni, viene arrestato per tradimento.

La Vita Nascosta riprende con forza i temi principali della poetica di Malick e li riporta in una storia reale, lasciando che che gli elementi concreti ed eterei si diano forza a vicenda. Alla “natura”, femminile, in cui la vita umana s’intromette senza stravolgimenti, ancora si contrappone la “cultura” maschile, la guerra, le geometrie del carcere spezzano le forme irregolari degli spazi aperti e la lontananza trasforma anche il lavoro nei campi in una condanna. Malick porta il suo racconto nella percezione di Franz e secondariamente di Fani: tutto quello che ascoltiamo e vediamo – attraverso i suoni ovattati e le distorsioni grandangolari – è filtrato dal loro pensiero, dalla domanda di cui il protagonista non può negare di possedere già la risposta.

C’è una forte componente religiosa, cattolica, nel pensiero di Franz e nel suo rifiuto a giurare fedeltà al nazismo, ma il film è molto più complesso di così. Sarebbe riduttivo vedere nella sua storia quella di un martirio, a Franz non è richiesto di abiurare la propria fede, quel che caratterizza la sua obiezione, la sua scelta, è l’impossibilità di concedersi di fare la cosa sbagliata. Una scena centrale, in un dialogo con Bruno Ganz – qui nel suo ultimo ruolo – è il fulcro attorno a cui ruotano tutti gli altri dubbi, le sofferenze, gli incontri, i pensieri, le perdite; la resistente certezza, mentre è rinchiuso e torturato, di non poter rinunciare alla propria libertà.

Malick firma una soggettiva – in senso espressivo, non tecnico – imponente e importante. Racconta con tutta la pietas cui l’autore può ricorrere, attraverso un linguaggio visivo avvolgente e totalizzante trasforma il virtuosismo della sospensione, della luce, della ricostruzione del privilegio documentario, nella grazia dell’interiorità resa visibile.

(4,5/5)

La sospensione

satantango

In Stalker la sospensione del tempo è una condizione estranea e imposta, chi si avventura nella Zona lo fa portando con sé delle domande, lo fa alla ricerca di qualcosa; è la Zona stessa, impermeabile alle necessità, a imporsi come pura sospensione. La sospensione di Tsai Ming-liang è la più condivisa e romantica, l’azione è ferma per esprimere stati d’animo che riflettono su loro stessi, si prolungano fino al possibile e si consumano. Peter Greenaway è il più cattivo, del tempo mostra gli effetti, la forza fisica; il tempo stesso, come se avesse volontà, osserva e cataloga le vittime passive dei suoi esercizi. Terrence Malick porta la sospensione all’esterno, gli uomini spesso la ricercano, ma possono solo esserne sfiorati in modo casuale, altrimenti il loro impegno si esaurisce nel peso che ognuno è disposto ad assegnare alle risposte che si dà. La sospensione di Kurosawa è estetica che sottolinea la storia, similmente a quella di Herzog, mentre con Jarmusch la sospensione serve a non prendere niente troppo sul serio. Il tempo sospeso di Bela Tarr è uno stato dormiente che prova a coprire la furia, senza poterci riuscire. La sospensione di Altman nasce dal ricordo, dal portarsi dietro il passato, è la più reale e la più poetica. La sospensione nella vita reale non esiste, è soprattutto attesa del futuro, per questo vale la pena rifugiarsi nel cinema.

I Figli del Mare – Children of the Sea (Ayumu Watanabe 2019), animazione splendida per un racconto non convenzionale

Un’animazione visivamente splendida, un racconto fluido, liquido, non convenzionale, che lascia dialogare quotidianità e grandezze incommensurabili. I Figli del Mare è la nuova produzione dello Studio 4°C, da cui vengono alcuni degli anime più riusciti e memorabili della contemporaneità, a cominciare dal capolavoro Tekkonkinkreet.

Diretto da Ayumu Watanabe e tratto dal manga di Daisuke Igarashi, Children of the Sea è la storia della ragazzina Ruka e dei nuovi amici cresciuti, e “mutati”, in mare, i fratelli Umi (Mare) e Sora (Cielo). Dall’interno verso l’esterno, si esplora l’intimo dell’essere umano, la scintilla che custodisce, quindi il suo corpo, la fusione con gli elementi, l’acqua e l’aria, la corrispondenza con l’Universo e il rispecchiarsi dello stesso nell’essenza dell’individuo. La complementarietà dei due fratelli – uno scuro e vivace, capelli cortissimi, l’altro taciturno e fatalista, evanescente nel suo pallore androgino – è la ricerca dell’equilibrio degli elementi e delle sensazioni, la propensione naturale alla scoperta e allo smarrimento.

Una raffigurazione totalizzante della natura e in particolare dell’acqua, elemento vitale e anteriore a ogni storia, che ricorda in alcuni momenti una versione più adulta di Ponyo, la forza visionaria in crescendo che porta verso una cosmogonia – trasportata dalle musiche di Joe Hisaishi –  vicina a The Tree of Life. La meraviglia è anche e soprattutto nel tratto. Il character design, che anche nelle produzioni più riuscite spesso propone protagonisti standardizzati, qui realizza personaggi originali, figure dagli sguardi enormi in cui si rispecchia la luminosità del cosmo e delle creature marine. Corpi fatti della stessa sostanza del mondo che vivono e delle scoperte che attraversano, un iperrealismo al servizio di dettagli minimali – le espressioni nei lineamenti tenui e nei tratti definiti delle ciglia, i gesti che modificano le possibilità dei corpi – e di ampi scenari pieni di bellezza sgargiante, vitale e malinconica.

In streaming su diverse piattaforme, la più economica VVVVID, molto buono anche l’adattamento.

(4,5/5)